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Viaggio nella Dublino dei senza tetto

Venerdì di Repubblica, 1 giugno 2019

A Dublino la guida turistica del momento è un ex homeless che porta i visitatori a conoscere i luoghi del disagio di una città in preda a una grave crisi abitativa. Derek McGuire gira da qualche mese per il centro seguito da una piccola folla di persone che lo ascoltano incuriosite. Racconta aneddoti sui rifugi di fortuna ed esperienze di vita vissuta negli alberghi popolari dove i senza fissa dimora della capitale cercano riparo soprattutto nei mesi invernali. Dispensa consigli pratici sulla sopravvivenza quotidiana per strada, accorgimenti per confondersi in mezzo alla folla, per nascondere le proprie cose e proteggere la propria incolumità in condizioni estreme. Un percorso di circa un chilometro e mezzo al costo di dieci euro, utile anche a far comprendere al pubblico che quella condizione non è poi così distante da tutti noi. Durante la passeggiata McGuire non manca di indicare i luoghi dove lui stesso ha dormito in strada per circa due anni. Nel 2014 perse il lavoro dopo la fine di una relazione sentimentale, all’improvviso non fu più in grado di pagare il mutuo e si ritrovò senza casa. “Ho dormito a lungo all’aperto. Ero troppo orgoglioso per chiedere aiuto ad amici e conoscenti”, spiega. “Finché un ente benefico non mi ha trovato una sistemazione temporanea. Ma a ridare finalmente un senso alla mia vita è stata l’opportunità di raccontare la mia storia in questi itinerari turistici”. A idearli è stato Tom Austin, uno studente del Trinity College che alcuni mesi fa ha fondato Secret Tours, un’associazione senza scopo di lucro che si propone di dare voce agli “invisibili”, offrendo loro un’occasione di guadagno e aumentando la consapevolezza degli irlandesi sul grave problema abitativo che ha colpito il paese. Quanto a McGuire, si gode l’inatteso successo come guida turistica preparandosi a formare nuovi colleghi, anch’essi ex homeless come lui.
RM

Scontri a Derry, uccisa la giornalista Lyra McKee

Avvenire, 20 aprile 2019

L’assurdo sacrificio di Lyra McKee si è consumato nel giorno del Venerdì Santo, a ventuno anni esatti dalla firma di quell’accordo che avrebbe dovuto porre fine per sempre alle violenze in Irlanda del Nord. Una tragica coincidenza che ci ricorda quanto sia fragile la pace, da quelle parti. La 29enne, una nota giornalista originaria di Belfast, è stata raggiunta accidentalmente dai colpi d’arma da fuoco sparati da un uomo a volto coperto, durante l’ennesima notte di scontri a Derry, nel quartiere periferico di Creggan. La PSNI (la polizia dell’Irlanda del Nord) stava effettuando perquisizioni a tappeto alla ricerca di armi ed esplosivi nell’area, che è considerata una roccaforte dei repubblicani dissidenti da sempre contrari agli accordi di pace. La violenza è scoppiata intorno alle undici, quando gli agenti hanno fatto irruzione nelle case scatenando la reazione degli abitanti del quartiere. Decine di “petrol bomb” – le bombe incendiarie costruite artigianalmente – sono state lanciate contro le camionette della polizia, incendiando alcuni veicoli. L’epicentro dei disordini si è concentrato in Fanad Drive, una piccola area residenziale intorno alla chiesa di St. Mary, dove nel frattempo si era riversato un centinaio di persone, tra cui anche alcuni bambini. Intorno alla mezzanotte, secondo quanto riferito dai testimoni presenti sulla scena, un uomo a volto coperto ha iniziato a sparare in direzione degli agenti raggiungendo McKee, che si trovava vicino a uno dei blindati della polizia. Le condizioni della giovane sono apparse subito gravissime. Gli stessi agenti l’hanno trasportata d’urgenza nel vicino ospedale di Altnagelvin, dov’è morta poco più tardi. Prima di essere colpita dai proiettili aveva avuto il tempo di postare sul suo profilo Twitter una foto degli scontri, definendoli “una follia totale”. Gli inquirenti hanno aperto immediatamente un’inchiesta per omicidio. Il vicecapo della polizia, Mark Hamilton, ha riferito che il caso è da considerarsi un “atto terroristico”, e ha subito puntato il dito contro la cosiddetta New IRA. “Le operazioni in corso a Creggan – ha spiegato – erano state decise per cercare armi da fuoco ed esplosivi che potevano essere utilizzati dai dissidenti repubblicani durante il fine settimana di Pasqua”. Un periodo considerato di massima allerta perché in quei giorni i repubblicani commemorano da sempre la rivolta di Dublino del 1916. La condanna delle forze politiche è stata immediata e unanime, sia al Nord che nella Repubblica, al pari dei messaggi di cordoglio per McKee. Sia il primo ministro irlandese, Leo Varadkar, che Arlene Foster, leader del DUP, hanno ribadito che nessuno vuole tornare indietro ai tempi della violenza, mentre Michelle O’Neill del Sinn Féin ha definito l’episodio “un attacco alla comunità e al processo di pace”. Soltanto monsignor Noel Treanor, vescovo di Down e Connor, ha collegato i fatti di Derry all’incertezza dovuta alla Brexit e all’instabilità politica che da due anni blocca le istituzioni nordirlandesi “Fatti simili succedono da tempo ed è molto difficile capire cosa stia veramente accadendo – ha detto Treanor – qui da due anni le istituzione politiche stabilite dall’Accordo del 1998 non esistono, non funzionano. Inoltre per diverse ragioni, si è sviluppata una polarizzazione tra i due principali partiti politici, il Sinn Féin di matrice nazionalista e gli unionisti del Dup, che tendono piuttosto verso il Regno Unito”. In serata è arrivato anche il comunicato di Saoradh, il piccolo partito considerato vicino alla New IRA. “La responsabilità di quanto accaduto è tutta delle forze dell’ordine che continuano a opprimere la popolazione di Derry – si legge nella nota – . Siamo addolorati per la morte accidentale della giornalista, ma chi ha sparato l’ha fatto per difendere la sua gente dalla polizia”. Era dal 2001 che un giornalista non veniva ucciso in Irlanda del Nord, da quando il reporter investigativo Martin O’Hagan rimase vittima di un agguato dei paramilitari lealisti.
RM

Glenanne, i “boia” dei cattolici d’Irlanda

Avvenire, 22 marzo 2019

Si chiamava “Glenanne gang” ed era uno squadrone della morte in pieno stile sudamericano. Ma agì nel cuore dell’Europa, in Irlanda del Nord, negli anni ‘70. Era un gruppo composto da paramilitari lealisti, agenti dello stato britannico e della polizia nordirlandese che prese di mira i civili cattolici e si rese responsabile di almeno 120 omicidi tra il 1972 e il 1976. I primi a denunciare l’esistenza di un “triangolo della morte” tra le cittadine di Armagh, Portadown e Dungannon, a pochi chilometri dall’allora sensibilissima frontiera con la Repubblica d’Irlanda, furono due preti cattolici: Denis Faul e Raymond Murray. Inascoltati dalle forze di polizia e insospettiti dalla sistematicità degli attacchi contro persone comuni, del tutto estranee alla lotta armata, i due religiosi furono gli unici, in quegli anni, a indagare su una serie di omicidi settari uniti da un filo conduttore comune. Agenti dello stato e informatori potevano commettere qualsiasi crimine sapendo di poter contare sull’assoluta impunità. Le vittime venivano attaccate nelle loro case, nelle strade o nei pub, in circostanze che non potevano non far pensare a un accanimento nei confronti della comunità cattolica. Il lavoro pionieristico di Faul e Murray si sarebbe stato di vitale importanza per le inchieste svolte in anni recenti, che hanno dimostrato in modo inconfutabile l’esistenza di un sistema di collusione ad altissimo livello tra lo stato britannico e i gruppi paramilitari protestanti. Alla Glenanne gang sono stati attribuiti alcuni dei più atroci attentati compiuti durante gli anni più cruenti del conflitto, a cominciare dalle bombe di Dublino e Monaghan del maggio 1974, che fecero 33 vittime civili. L’anno dopo, nella rete degli assassini cadde anche Colum McCartney, cugino del grande Seamus Heaney, ucciso a sangue freddo a un posto di blocco mentre tornava a casa da una partita di calcio gaelico. La sua morte – già descritta in una struggente poesia dal futuro premio Nobel – apre anche il bel documentario Unquiet Graves: The story of the Glenanne Gang del regista Séan Murray, che sta spopolando in Gran Bretagna e in Irlanda e il 31 marzo arriverà anche in Italia, al festival del cinema irlandese di Roma. “È stato un lavoro lungo e complesso, realizzato in collaborazione con i familiari delle vittime e le associazioni per i diritti umani”, ci dice Murray, che abbiamo raggiunto telefonicamente nella sua casa di Belfast. “Neppure io sapevo quanto fosse diffusa la collusione tra i paramilitari lealisti e lo stato britannico, quanti soldati e membri delle forze dell’ordine fossero stati coinvolti in quegli omicidi”. La difficoltà maggiore – spiega – è stata quella di scegliere quali vittime raccontare nel documentario: “non potevo includerle tutte. Ho dovuto individuare quelle più simboliche, limitandomi a citare le altre solo nei titoli di coda”. La serie di omicidi indiscriminati registrò un picco nella primavera del 1975, in seguito a una tregua dichiarata dall’IRA, per impedire qualsiasi concessione al fronte indipendentista. Colpire i civili cattolici con attacchi indiscriminati faceva parte di una strategia precisa, mirante a seminare il terrore all’interno della comunità cattolica nel tentativo di costringere l’IRA ad arrendersi. La polizia dell’Irlanda del Nord – all’epoca composta solo da protestanti – non difese la popolazione e addirittura partecipò attivamente a quegli attacchi. Le indagini sulla Glenanne gang hanno avuto una svolta decisiva alcuni anni fa grazie a John Weir, un ex ufficiale di polizia che era stato anche un elemento di spicco della banda. Weir iniziò a collaborare con la giustizia spiegando che i suoi superiori all’interno della polizia erano perfettamente a conoscenza della collusione con i paramilitari e in una lunga deposizione scritta chiarì gli obiettivi di quegli omicidi. Durante la lavorazione del documentario Murray è riuscito a scovare Weir in Sudafrica, dove si è nascosto per evitare rappresaglie, e l’ha convinto a rilasciare un’intervista che racconta dettagli inediti sull’attività della Glenanne gang. Dettagli che tingono di ignominia l’operato dello stato britannico in Irlanda del Nord. “L’intelligence militare era intenzionato a trasformare il conflitto in una vera e propria guerra civile – rivela Weir – nel 1976 fu pianificato un attacco contro una scuola elementare di Belleeks, nella contea di Armagh, che doveva provocare la morte dei bambini e degli insegnanti. Il piano fu fermato all’ultimo dalla leadership dei paramilitari lealisti di Belfast, che lo considerò un passo troppo eccessivo e non se la sentì di procedere”. In primavera Unquiet Graves sarà presentato negli Stati Uniti, in Australia e in Canada. Nelle proiezioni che si sono svolte finora in Gran Bretagna non ha mancato di suscitare stupore e sdegno. “In Inghilterra gran parte del pubblico cade dalle nuvole, non ne sa proprio niente – spiega Murray – persino negli ambienti della diaspora irlandese c’è scarsissima consapevolezza di quei fatti. Il motivo è semplice. Nel corso del conflitto queste vicende sono state sottoposte a una rigida censura. Gli inglesi sono stati tenuti completamente all’oscuro di quanto accadeva nel Nord dell’Irlanda. Spero che il mio film e altri simili usciti di recente riescano a far conoscere finalmente quei fatti e a offrire una prospettiva corretta sul conflitto. Non è stato solo uno scontro settario tra due parti della popolazione che si combattevano tra loro ma una vera e propria ‘guerra sporca’ che ha coinvolto larghi settori dello stato britannico. Finora i riflettori sono stati puntati quasi esclusivamente sulle vittime dell’IRA mentre le voci delle vittime dello stato britannico erano state silenziate, marginalizzate o condannate all’oblio”. Qualcosa, seppur con enorme ritardo, comincia finalmente a muoversi sul fronte giudiziario. Due anni fa l’Alta Corte di Belfast ha imposto alla polizia di riaprire le indagini su quegli omicidi. I familiari delle vittime non hanno mai perso la speranza di ottenere giustizia.
RM

Il confine fantasma che minaccia la pace

Avvenire, 26 febbraio 2019

“Ricordi quel villaggio attraversato dal confine / laggiù in fondo alla strada / Con il macellaio e il panettiere in due stati diversi?” Nel 1980 il poeta nordirlandese Paul Muldoon dedicò una delle sue opere a quella frontiera che per decenni ha tagliato in due le esistenze di intere comunità. Circa cinquecento chilometri di sentieri, corsi d’acqua e distese di prati che corrono dal mare d’Irlanda fino all’estuario del fiume Foyle separando in modo schizofrenico le due parti dell’isola. Un confine che Diarmaid Ferriter, uno dei più autorevoli storici irlandesi contemporanei, non esita a definire “ridicolo” perché la sua stessa natura morfologica lo rese sostanzialmente incontrollabile, ma riuscì comunque a stravolgere la vita di migliaia di persone con effetti distruttivi sull’economia di entrambe le parti dell’Irlanda. Fu anche una delle frontiere più atipiche del mondo, faticosamente cancellata dopo decenni di guerra nel cuore dell’Europa. Negli ultimi vent’anni era svanito a poco a poco fino a diventare impalpabile: lo si poteva attraversare decine di volte quasi senza rendersene conto. Le ispezioni doganali vennero abolite nel 1993 per effetto delle normative europee mentre i controlli ai checkpoint militari furono rimossi del tutto nel 2005, dopo la messa fuori uso delle armi da parte dell’IRA. Ma dopo l’esito del referendum sulla Brexit il problema è riesploso in tutta la sua complessità, diventando oggetto di una controversia apparentemente irrisolvibile tra Londra e Bruxelles. Appare dunque particolarmente puntuale e opportuna l’uscita del nuovo saggio storico di Diarmaid Ferriter, The Border: The Legacy of a Century of Anglo-Irish Politics. Quel confine – ricorda l’autore, che è docente all’University College di Dublino – fu creato ormai quasi un secolo fa per risolvere la “questione irlandese”, cancellandola una volta per tutte dalla politica britannica. Ma oggi la Brexit, per effetto di una sorta di nemesi, ha riavvolto l’orologio della Storia riaprendo ferite che si credevano rimarginate per sempre, rischiando persino di far saltare l’architettura istituzionale dell’Accordo del Venerdì Santo, che si basava proprio sulla cancellazione di quel confine. Un intricato rompicapo politico che i negoziati di Bruxelles non sembrano in grado di risolvere e per il quale gli inglesi – vittime della legge del contrappasso – possono ora solo biasimare sé stessi.
Nel 1954 il deputato laburista Aneurin Bevan, stanco delle dispute parlamentari con i colleghi unionisti irlandesi, affermò durante una seduta della Camera dei Comuni che non doveva più essere consentito a quei pochi irriducibili di condizionare il processo legislativo di Westminster con i loro voti. Oltre sessant’anni dopo, la sopravvivenza del governo di Theresa May e il futuro della Brexit dipendono da un pugno di deputati del Democratic Unionist Party, il partito unionista radicale che fa da stampella alla fragile maggioranza parlamentare dei conservatori inglesi. Sono loro a tenere in ostaggio il governo e a condizionare l’esito delle trattative con Bruxelles sul confine irlandese. “La storia a volte si ripete e spesso non è priva di ironia – rileva Ferriter – poiché il Government of Ireland Act, la legge che nel 1920 aprì la strada alla sciagurata divisione dell’Irlanda fu approvata proprio da una maggioranza parlamentare conservatrice alleata con gli unionisti dell’Ulster”. Per oltre un secolo i tories britannici hanno assecondato il loro fanatismo con i risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti. All’inizio del ‘900, quando l’Impero britannico giunse al crepuscolo e Londra non fu più in grado di giustificare la repressione militare di fronte alle istanze democratiche degli irlandesi, fu imposto a tutta l’Irlanda il durissimo compromesso della divisione. Sei delle nove contee dell’Ulster andarono a costituire un’entità politica mai esistita fino ad allora, frutto della convergenza di interessi tra il governo britannico e la borghesia industriale dell’Ulster: lo stato dell’Irlanda del Nord, pari al 17% scarso del territorio dell’isola, con un proprio Parlamento presso il palazzo di Stormont, alle porte di Belfast. Ne facevano parte quattro contee a maggioranza protestante (Antrim, Armagh, Down e Londonderry) e due a maggioranza cattolica (Fermanagh e Tyrone). I confini del nuovo stato furono tracciati in modo arbitrario al fine di assicurare una prevalenza di due terzi ai protestanti e a questo scopo fu necessario escludere dall’accordo le tre contee dell’Ulster a maggioranza cattolica (Cavan, Monaghan e Donegal). L’Irlanda sarebbe rimasta divisa sine die, contro la volontà della maggioranza della popolazione e ogni logica politico-giuridica. Ferriter fa notare che spesso persino i funzionari britannici riconoscevano in privato che quel confine era “artificiale e assurdo” ma ormai era troppo tardi per tornare indietro. Fin dalla sua nascita nel 1921, lo staterello artificiale dell’Irlanda del Nord fu fondato sulla discriminazione della minoranza cattolica, analogamente al Sudafrica dei tempi dell’apartheid. E proprio come accadde in India e in Palestina dopo la Dichiarazione Balfour del 1917, le divisioni imposte dagli inglesi non riuscirono a risolvere i problemi di quei territori ma, al contrario, finirono per esacerbarli. I cattolici nordirlandesi divennero cittadini di seconda classe: già negli anni ‘20 oltre settemila persone furono cacciate dai posti di lavoro e costrette a vivere in alloggi fatiscenti. Circa cinquecento di essi morirono in appena tre anni a causa degli attacchi settari compiuti dagli estremisti protestanti. La crisi si inasprì negli anni ‘60, quando il Movimento per i diritti civili dell’Irlanda del Nord iniziò a chiedere la fine delle discriminazioni sul lavoro, sul voto e sull’accesso alla casa ma in tutta risposta ottenne solo l’inasprimento della repressione. La conseguente escalation di violenza fece deflagrare il conflitto nei decenni successivi: gli scontri tra l’IRA e l’esercito britannico – che agiva spesso in collusione con i paramilitari lealisti – scatenò un conflitto lungo quasi tre decenni, durante il quale il confine divenne una zona militarizzata con gigantesche torri di osservazione, posti di blocco dell’esercito e ponti abbattuti per impedire gli sconfinamenti illegali. Una situazione che creò perdite economiche incalcolabili favorendo il contrabbando di bestiame, di benzina, di alcol e di generi alimentari. Per anni quel confine fu anche uno dei luoghi più pericolosi d’Europa, con attentati ed episodi di violenza che divennero una prassi quasi quotidiana. Finché il coraggio e la diplomazia non riuscirono finalmente a trovare una faticosa via d’uscita con l’accordo del Venerdì Santo del 1998, che cementò una pace basata sul compromesso. Nel suo libro, Ferriter non manca di sottolineare il ruolo decisivo dell’Europa nel favorire il processo di pace e gli enormi benefici economici portati in questi ultimi anni da un confine aperto. Avrebbe potuto essere una storia a lieto fine, se il terremoto della Brexit non avesse infine sparigliato le carte contro il volere della maggioranza della popolazione dell’Irlanda del Nord. Il 56% di essa votò infatti a favore della permanenza nell’UE. Adesso, a meno che non sia trovata una soluzione momentanea con il cosiddetto “backstop”, quando Londra abbandonerà il mercato unico e l’unione doganale sarà inevitabile anche il ripristino dell’infrastruttura transfrontaliera tra le due parti dell’isola. “Il nuovo confine occidentale dell’UE avrà più attraversamenti in un remoto angolo d’Irlanda che in tutta l’Europa dell’est – conclude Ferriter – con conseguenze imprevedibili sul processo di pace”.
RM

La “Nuova IRA” soffia sulla Brexit

Venerdì di Repubblica, 15 febbraio 2019

Se pensavate che la guerra in Irlanda del Nord fosse un lontano ricordo del passato forse dovrete cominciare a ricredervi. Per farlo vi basterà andare a Derry, la cittadina tristemente famosa per la “Bloody Sunday” del 30 gennaio 1972, quando i paracadutisti britannici uccisero quattordici persone inermi durante una manifestazione pacifica per i diritti civili. Secondo la polizia e i servizi segreti del MI5 si trova qui la roccaforte dei dissidenti repubblicani, quelli da sempre contrari all’Accordo di pace del 1998 e ritenuti responsabili di almeno la metà dei 150 morti contati da allora. La violenza è rimasta sotto traccia per anni ma adesso – complice la Brexit – rischia di riaccendersi. Dal 2017 risultano in crescita le spedizioni punitive e gli attentati contro la polizia e le guardie carcerarie, mentre gli arresti e i ritrovamenti di armi ed esplosivi non fanno quasi più notizia. Il 19 gennaio scorso davanti al tribunale di Derry, nel cuore del centro cittadino, è esplosa un’autobomba attribuita alla cosiddetta ‘New IRA’, un gruppo armato attivo dal 2012 e considerato oggi la principale minaccia alla pace in Irlanda. Se durante il conflitto l’IRA ebbe il suo braccio politico nel Sinn Féin di Gerry Adams, questa “nuova IRA” avrebbe il proprio alter-ego in Saoradh (termine irlandese che si legge ‘sirù’ e significa “liberazione”), un partito rivoluzionario di estrema sinistra fondato tre anni fa e ispirato alle idee di James Connolly, il leader socialista fucilato dagli inglesi dopo la rivolta di Pasqua del 1916. Il capo della polizia dell’Irlanda del Nord, George Hamilton, non ha dubbi: Saoradh è il braccio politico della New IRA. Ma i membri del partito hanno sempre negato di avere alcun legame con il gruppo paramilitare e denunciano di essere perseguitati dalle forze dell’ordine. I cinque uomini arrestati dopo l’attentato al tribunale – e poi rilasciati senza alcuna accusa – erano tutti suoi militanti. A Derry la sede del partito si trova al piano terra di un edificio del Bogside, il quartiere dove si consumò la strage del 1972. L’ufficio è intitolato a James “Junior” McDaid, un comandante dell’IRA ucciso in uno scontro a fuoco con l’esercito britannico alla fine di quell’anno maledetto. Un murale sulla facciata del palazzo raffigura un combattente a volto coperto che imbraccia un lanciagranate. Alcuni mesi fa la polizia fece irruzione durante una conferenza stampa e arrestò dieci membri del partito rei di aver preso parte a una marcia in uniforme militare con i volti coperti. La vicepresidente del partito, Mandy Duffy, 40 anni, ci accoglie all’interno spiegandoci che il loro obiettivo è porre fine alla presenza britannica in Irlanda e riunificare l’isola. “Non è una questione di hard border o di soft border. La Brexit conferma che siamo un paese a sovranità limitata. La presenza delle forze di sicurezza al confine aumenterà la violenza perché sarà una dimostrazione concreta del dominio britannico sul nostro paese e riporterà alla memoria i tempi in cui la nostra gente veniva maltrattata e persino ammazzata dai soldati ai controlli di frontiera”. Duffy ribadisce che Saoradh non ha alcun legame con gli autori dell’attentato al tribunale e non sarà mai controllato da altre organizzazioni, siano esse armate o meno. “Ma finché il potere dominante sarà l’imperialismo – spiega – ci saranno sempre donne e uomini disposti a impegnarsi nella lotta armata rivoluzionaria”. Poi aggiunge che Saoradh sta aprendo sedi in tutta l’isola ed è tutto tranne che un partito di nostalgici. Accanto a lei siede Nathan Hastings, 26 anni, da poco uscito dal carcere di massima sicurezza di Maghaberry, vicino a Belfast, dove ha scontato una condanna a cinque anni per possesso di armi ed esplosivi. Nel 1998, quando fu firmato l’accordo di pace, era un bambino. Ha frequentato con il massimo dei voti il collegio cattolico St. Columb di Derry, lo stesso dove studiarono due futuri premi Nobel: Seamus Heaney e John Hume. Hastings pensava di andare all’università, prima di aderire alla lotta armata entrando nelle file della New IRA. Dopo aver trascorso lunghi periodi di isolamento in carcere si è avvicinato a Saoradh e adesso dirige il dipartimento che si occupa dei prigionieri politici. “Ancora oggi ci sono decine di detenuti repubblicani che subiscono pestaggi, perquisizioni forzate e altre vessazioni”, denuncia. “Per questo ci ispiriamo alla tradizione delle lotte carcerarie degli anni ‘80, quelle di Bobby Sands”. L’accenno al grande martire del repubblicanesimo irlandese non è casuale. Il linguaggio, la liturgia e i punti di riferimento culturali di Saoradh coincidono con quelli usati dal Sinn Féin in passato. Nel novembre scorso il congresso del partito ha eletto presidente il 57enne Brian Kenna, di Dublino, un ex prigioniero dell’IRA allontanatosi dal Sinn Féin subito dopo la firma dell’accordo di pace. L’assemblea ha ribadito la linea orgogliosamente astensionista, considera illegittimo il parlamento di Stormont e ritiene che quelli come Gerry Adams abbiano svenduto la causa dell’indipendentismo sull’altare della realpolitik. Il sostegno popolare nei loro confronti non appare paragonabile a quello di cui godeva il Sinn Féin durante il conflitto, tuttavia i repubblicani dissidenti sono decisi a sfruttare fino in fondo le incertezze politiche in cui versa l’Irlanda del Nord. Da due anni le istituzioni sono bloccate a causa della sospensione di Stormont ma soprattutto la Brexit ha fatto tornare al centro dell’agenda politica la questione del confine irlandese, con il rischio concreto di una possibile escalation di violenza. “Escludo che lo scontro possa tornare ai livelli di venti o trent’anni fa”, assicura Peter Taylor, veterano della Bbc, uno dei giornalisti più esperti del conflitto anglo-irlandese. “Tuttavia il livello di allerta è considerato molto alto perché la New IRA rappresenta una grave minaccia alla pace”. Dal 2012 a oggi il gruppo ha ucciso due guardie carcerarie e ha messo a segno decine di piccoli attentati contro caserme e postazioni militari, molti dei quali proprio a Derry. Rispolverando anche un classico dei tempi del conflitto: gli attacchi a colpi di mortaio. La sua capacità di reclutare uomini e di finanziarsi con il contrabbando di benzina e il commercio illegale di sigarette è considerata in forte crescita. “Le sue origini – ricorda Taylor – risalgono all’assemblea straordinaria che i vertici dell’IRA organizzarono nel 1997, sei mesi prima dell’accordo di pace, in un piccolo villaggio del Donegal. Le decisioni di Gerry Adams non furono approvate all’unanimità. Alcuni se ne andarono in segno di protesta, sentendosi traditi. Erano contrari alla linea della leadership del Sinn Féin e volevano continuare a battersi con la forza per la riunificazione dell’isola”. Tra loro c’erano uomini esperti che conoscevano i nascondigli di una parte del vasto arsenale dell’IRA. Armi che adesso sono in mano alla New IRA. “In assenza di dati ufficiali – conclude Taylor – possiamo stimare il loro potenziale tra i cinquanta e i cento membri militarmente attivi. Di qualsiasi età. Al culmine del conflitto, per rendere l’idea, gli effettivi della vecchia IRA erano poco più di cinquecento”.
RM