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Lo stratega che disse sì alla pace in Irlanda

(Uscito anche su Diario, anno XIII, n. 10)

Brian Keenan è morto di cancro alcuni giorni fa, a soli 66 anni. Un tempo definito “il nemico numero uno dello stato britannico”, era poi diventato uno degli uomini-chiave del processo di pace in Irlanda del nord. In gioventù era riuscito in pochi anni a dotare l’I.R.A. di uno dei più formidabili arsenali che un gruppo paramilitare avesse mai avuto, ottenendo enormi forniture di armi ed esplosivi dal Medio Oriente, dalla Libia e dai paesi dell’Europa dell’est. Poi diresse la campagna di attentati che i repubblicani irlandesi lanciarono sul suolo inglese nella seconda metà degli anni ’70, per la quale fu condannato a 18 anni di carcere. Ma nei ghetti di Belfast – dov’era soprannominato “il cane” – non era famoso solo per essere uno dei più esperti e spietati comandanti dell’I.R.A.. Fuori dal comune erano anche la sua cultura (era in grado di parlare quattro lingue) e la sua statura politica. Seguace di James Connolly, padre del socialismo irlandese, si convinse ben presto che la guerra contro gli inglesi era arrivata a un punto di non ritorno e che l’obiettivo di un’Irlanda unita doveva essere raggiunto attraverso un percorso politico. Già nel 1982 appoggiò dal carcere la decisione di Gerry Adams di abbandonare l’astensionismo entrando per la prima volta nel parlamento di Dublino. Quindi usò tutto il suo carisma per convincere la base repubblicana ad accettare il momentaneo cessate il fuoco del 1994, e quello definitivo raggiunto tre anni dopo. Poi fu il rappresentante dell’I.R.A. nei colloqui segreti sul disarmo dei gruppi paramilitari che nel 2005 portarono alla messa fuori uso degli arsenali. Una delle sue ultime immagini pubbliche lo ritrae al parlamento di Belfast, mentre assiste all’insediamento del nuovo governo nordirlandese insieme ad altri ex dirigenti dell’I.R.A.. Tony Blair sedeva a pochi metri di distanza da loro.

Strategia della tensione “British Style”

Dici ‘terrorismo in Irlanda’ e la mente corre immediatamente all’IRA e ai lunghi anni costellati da autobombe e attentati. Lo strapotere della propaganda britannica è riuscito a celare completamente all’opinione pubblica internazionale l’esistenza di un terrorismo di matrice unionista-protestante: quello dei seguaci della Regina, pronti a tutto pur di mantenere il legame con l’antica madrepatria d’Albione. Ben più sanguinario anche perché armato e in molte occasioni indirizzato e guidato dalla stessa Londra. É quindi assai naturale che in pochi sappiano, o ricordino, che la peggior strage di tutto il pluridecennale conflitto anglo-irlandese sia stato perpetrata in un pomeriggio di maggio di 34 anni fa, ad opera degli squadroni della morte protestanti e dei servizi segreti di Sua Maestà. Stiamo parlando delle autobombe che il 17 maggio del 1974 portarono morte e distruzione a Dublino e a Monaghan, nel cuore della Repubblica d’Irlanda, nominalmente indipendente da Londra, di fatto vittima di una sudditanza psicologica e politica che ne ha condizionato a lungo lo sviluppo. In totale trentatre civili (26 a Dublino e 7 a Monaghan) rimasero uccisi e centinaia furono feriti e mutilati.

Anche se non arrivò alcuna rivendicazione, fu subito chiaro che le bombe erano state piazzate dai paramilitari lealisti come gesto estremo di una strategia politica che mirava a far crollare il primo tentativo di governo consociativo, ma fin dall’inizio affiorarono gravi sospetti che i gruppi lealisti non fossero gli unici responsabili. La dinamica delle stragi di Dublino e Monaghan (per le quali nessuno è mai stato incriminato) è stata in gran parte chiarita molti anni dopo da un programma televisivo e da un libro dello storico irlandese John Bowyer Bell: l’operazione fu progettata e decisa dai servizi segreti militari inglesi ai danni di uno stato estero.

Proprio in questi giorni l’associazione dei familiari delle vittime e l’amministrazione comunale di Dublino hanno messo una nuova serie di lapidi in memoria delle vittime innocenti di quella barbarie. Si trovano in Parnell Street, Talbot Street e South Leinster Street, nei punti precisi dove 34 anni fa esplosero le bombe.

A Belfast si indaga sull’omicidio di Rosemary Nelson

È finalmente iniziata l’inchiesta su uno degli omicidi politici più controversi della recente storia del conflitto anglo-irlandese. L’avvocato Rosemary Nelson fu uccisa a Lurgan, nell’Irlanda del nord, il 15 marzo 1999 in un attentato che venne rivendicato da un gruppo paramilitare lealista, ma fin da subito emersero gravi sospetti di collusione da parte delle forze di sicurezza britanniche. L’indagine indipendente avviata la scorsa settimana ha l’obiettivo di fare luce una volta per tutte sulle circostanze dell’omicidio e sul coinvolgimento dei servizi segreti britannici e delle forze di polizia. Soprannominata “la voce dei senza voce”, Rosemary Nelson aveva 40 anni ed era un avvocato molto noto anche negli U.S.A., per le sue lotte in difesa dei diritti umani nel nord dell’Irlanda. Per questo era divenuta oggetto dell’odio settario dei gruppi paramilitari protestanti. Prima di essere uccisa aveva denunciato pubblicamente le minacce e le molestie subite dalla stessa polizia. Pochi mesi prima di essere barbaramente uccisa, la Nelson era stata chiamata a testimoniare di fronte al Congresso degli Stati Uniti sulla situazione dei diritti umani in Irlanda del Nord, e nel corso del suo intervento aveva denunciato le numerose minacce di morte ricevute anche nei confronti dei membri della sua famiglia. Fino quando non sarà venuta fuori la verità sulla sua morte e su quella del suo collega Pat Finucane (ucciso nel 1989), il conflitto anglo-irlandese non potrà dirsi realmente concluso.

Vent’anni fa, quelle tre esecuzioni a Gibilterra

L’8 marzo 1988 tre cittadini irlandesi, Mairead Farrell, Dan McCann e Sean Savage, furono crivellati di proiettili dalle teste di cuoio britanniche. L’esecuzione sommaria ordinata dal governo di Londra fu compiuta in pieno giorno, in una strada dell’isola di Gibilterra. I tre volontari dell’I.R.A. erano disarmati e le perizie balistiche hanno dimostrato che gli uomini dei Sas non intimarono loro di arrendersi prima di sparare. Sulla vicenda il governo britannico è stato anche condannato dalla Corte europea per i Diritti Umani nel 1995. Il ventennale della morte dei tre giovani viene celebrato con grande commozione in Irlanda del nord.

La fine della Storia in Irlanda del nord

Non potevo non inaugurare questo blog con una notizia che giunge dall’ultima colonia inglese. Tanto piu’ che gli sviluppi di questi ultimi mesi stanno chiudendo gradualmente il cerchio sugli ultimi 40 anni del conflitto anglo-irlandese. Il “Modello Belfast”, come ci ha confermato uno dei protagonisti del processo di pace, rappresenta ormai un esempio virtuoso di risoluzione dei conflitti a livello internazionale. Da mesi i due ex “falchi” delle opposte fazioni Paisley e McGuinness (premier e vicepremier del nord Irlanda) si fanno fotografare sorridenti e felici in giro per il mondo, neanche fossero Sarkozy e Carla Bruni.

mcpaisley2.jpgCon il recente annuncio delle prossime dimissioni dell’ormai ottuagenario Paisley dalla vita politica si sono sprecati i commenti, gli editoriali e i necrologi politici. Ma non potevamo non trasalire nel leggere cosa ha scritto di lui Gerry Adams sul Guardian di ieri