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Non illudersi su Obama

Pochi giorni prima che arrivasse la certezza della candidatura del democratico Obama Barack alle prossime elezioni Usa, il sempre lucido Massimo Fini ha ricordato quanto segue, non senza un pizzico di cinico, ma doveroso, realismo:

[…] Storicamente i democratici sono stati più guerrafondai dei repubblicani. Fu il democratico Kennedy a iniziare la disastrosa guerra del Vietnam, mentre a chiuderla è stato il repubblicano Nixon, forse il miglior presidente che gli Stati Uniti abbiano avuto nel dopoguerra. È stato il democratico Clinton a perpetrare un’aggressione alla Jugoslavia ancora meno giustificata di quelle all’Afganistan e all’Iraq (l’11 settembre era di là da venire). Un Impero (e gli Stati Uniti lo sono) segue delle inevitabili logiche di potenza. E fin qui niente di nuovo e nemmeno, forse, di riprovevole. Ciò che disturba negli americani è l’ipocrisia, il mascherare la politica di potenza dietro i ‘sacri principi’, i ‘diritti umani’, la Bontà. Con i democratici, si tratti dell’insopportabile Hillary o di Obama, la politica di potenza Usa non cambierebbe, ma l’ipocrisia sarebbe perfino maggiore.

Ci sembra un’opinione corroborata da una serie sufficiente di dati di fatto. Di certo, anche se Obama dovesse tradire le aspettative dei tanti che anche nel nostro paese sognano di vedere il primo inquilino afro-americano della Casa Bianca, non riuscirebbe a essere un presidente peggiore di George W. Bush.


Fu’ad al-Takarli (1927-2008)

Ci ha lasciati uno degli esponenti di spicco della generazione di scrittori che a partire dagli anni ’50 ha reso grande la letteratura irachena. Fu’ad al-Takarli se ne andò dal suo paese durante la prima guerra del Golfo, seguendo la rotta di un esilio che lo portò in giro per il mondo arabo.

“Non c’è posto per me a Baghdad. Questa non è più l’Iraq che conoscevo”. Nel 2004 uno dei massimi letterati iracheni contemporanei lasciava per l’ultima volta il suo paese per non farvi ritorno mai più. Ad amareggiarlo non era la distruzione materiale ma il definitivo disgregamento di un tessuto sociale e la constatazione che di fatto l’Iraq non fosse più un paese realmente laico. Aveva appena appreso che nel parlamento che stava per insediarsi proprio nei giorni della sua ultima visita sarebbe stato assegnato solo un seggio ai nazionalisti laici e soltanto tre ai comunisti. Tutto ciò mentre gli scontri religiosi tra sunniti e sciiti stavano devastando il paese. Neanche la lunga dittatura di Saddam Hussein – notò – era mai arrivata a tanto. Si chiudeva così, simbolicamente, una storia che lo aveva visto prima protagonista, poi attento osservatore dei cambiamenti sociali che avevano attraversato l’Iraq nell’ultimo mezzo secolo. Nato a Baghdad nel 1927 e laureato in legge ventidue anni dopo, Al-Takarli era diventato un rispettato membro dell’establishment lavorando al ministero della Giustizia e intraprendendo una lunga e brillante carriera di magistrato. Una volta ebbe modo di raccontare che proprio la professione l’aveva aiutato a capire fino in fondo il suo paese, a conoscere le istanze delle realtà sociali più disagiate, a comprendere le frustrazioni del suo popolo per un desiderio di libertà mai appagato. Aveva iniziato a scrivere racconti di nascosto, all’età di 15 anni, pubblicando i primi all’inizio degli anni ’50, ma il grande pubblico cominciò ad apprezzarlo ben più tardi con “Il ritorno lontano”, una lunga epopea familiare che descriveva i tumultuosi eventi sfociati nel colpo di stato del partito Ba’th nel 1963. All’epoca fu uno dei pochi romanzi che osò criticare il regime: per questo ne fu vietata la pubblicazione in Iraq, anche se la forma acuta e indiretta delle sue critiche riuscì a salvare l’autore dalla prigione. Mentre all’estero si moltiplicavano gli apprezzamenti e i riconoscimenti anche per le sue opere successive, in patria dovette subire boicottaggi, intimidazioni e minacce. Finché alla fine degli anni ’80 non decise di lasciare definitivamente il suo paese per trasferirsi prima in Tunisia, poi in Siria e in Giordania. È morto ad Amman all’età di 81 anni. Se la cultura irachena non è uscita distrutta da decenni di guerre e dittatura il merito è anche suo.
Riccardo Michelucci

Questo articolo è stato pubblicato anche su “Diario” n. 6, anno XIII

Che fine hanno fatto i pacifisti?

baghdad.jpgA cinque anni dall’aggressione statunitense all’Iraq, Firenze dedica una giornata di approfondimento e riflessione sullo stato di salute e le prospettive del movimento pacifista. L’evento a ingresso gratuito si svolgerà al Viper Theatre di via Lombardia, zona Le Piagge. Alle 18.30 discussione/aperitivo con Lisa Clark (Beati i costruttori di Pace), Tommaso Fattori (Forum mondiale alternativo dell’acqua), Marco Romoli (un Tempio per la Pace), Martina Taci (Volontaria del Campo di lavoro in Libano coordinato dal Servizio Civile Internazionale). Coordinerà Riccardo Michelucci.
Alle 21 la compagnia ‘Saverio Tommasi’ metterà in scena in anteprima assoluta ‘il mio nome è mai più’ di Domenico Guarino, tratto dall’omonimo racconto vincitore del premio 2007 “Firenze per le culture di pace”, intitolato a Tiziano Terzani. Il monologo è la storia del movimento pacifista visto attraverso gli occhi di una bandiera della pace. Occhi critici, disillusi, ma ancora pieni di speranza. Saranno inoltre allestite due mostre fotografiche (una retrospettiva sul movimento pacifista fiorentino a cura di Marco Quinti e A sud di Tyro: Fotogrammi tra Libano e Palestina”. una collettiva di immagini dai campi profughi palestinesi in Libano). In sala video saranno proiettati i filmati prodotti dai ragazzi e dalle ragazze palestinesi impegnate nel progetto di Media Education che si è tenuto dal 22 dicembre 2007 al 5 gennaio 2008 in 5 villaggi del sud del Libano.

“Iraq Body Count”: le vittime civili della crisi irachena seguita all’aggressione Usa sono ormai quasi 90.000

Ancora su Halabja. La Memoria non è un privilegio

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(di Alessandro Michelucci)

Il 12 agosto 1944 tre reparti armati di SS raggiunsero Sant’Anna di Stazzema, paese situato sulle colline che sovrastano Lucca. Molti uomini, credendo che si trattasse della solita retata, lasciarono le case per rifugiarsi nella valle: in paese restarono soprattutto vecchi, donne e bambini. Ma la realtà era ben diversa: gli abitanti dovevano essere puniti perchè “colpevoli” di non aver rispettato il bando tedesco che imponeva l’evacuazione del paesino. I soldati si accanirono sulla popolazione in modo spietato. Alcuni aprirono il ventre di una donna incinta e lanciarono il bambino per aria, sparandogli alla testa. Non esistono parole per commentare orrori simili. Da allora, ogni anno viene ricordato questo eccidio nel quale persero la vita 560 civili innocenti. Eppure civili innocenti erano anche quelli che persero la vita il 16 marzo 1988, quando l’esercito di Saddam Hussein attaccò la città di Halabja utilizzando il gas nervino: morirono oltre 5000 civili, in prevalenza kurdi. Altre migliaia rimasero ferite o mutilate. L’attacco viene generalmente considerato il più tragico massacro con gas nervini che sia stato compiuto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. La tragedia fu completamente ignorata dalla cosiddetta “comunità internazionale”. Venne riscoperta solo nel 2003, quando fece comodo addurla come scusa per legittimare l’invasione dell’Irak. Oggi si parla e si scrive molto di memoria storica. Ma viene da chiedersi se questa sia un diritto di tutti o un privilegio di pochi. Certo, i Kurdi non hanno, e forse non avranno mai, canali politici e diplomatici per far valere le proprie ragioni. Allora spetta agli altri, cioè a noi, decidere se contano soltanto le tragedie che colpiscono chi ha i mezzi per far punire i responsabili. Sopraffatte dall’egoismo, queste vittime dimenticano che la loro tragedia non potrà mai legittimare l’oblio delle altre. La memoria non può essere un privilegio.

Il massacro di Halabja e il doppio gioco Usa

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La mattina del 15 marzo 1988 venti aerei dell’aviazione di Saddam Hussein sorvolarono il cielo sopra la cittadina curda irachena di Halabja. Il più massiccio e letale attacco con armi chimiche su civili che la storia ricordi durò quattro interminabili giorni, causando la morte di almeno 5000 civili, in gran parte donne e bambini. Oggi, mentre ricorre il ventesimo anniversario, l’attuale governo iracheno ha affermato di voler intentare azioni legali contro i fornitori – occidentali – dell’agente chimico usato nell’attacco e ha approvato un finanziamento di 6 milioni di dollari per la ricostruzione della città.

Ma aggiungendo ulteriore barbarie a quanto accadde esattamente 20 anni fa, alcuni giorni fa il Consiglio presidenziale iracheno ha anche approvato l’esecuzione di Ali Hassan al-Majid, detto “Ali il chimico”, uno dei più stretti collaboratori di Saddam. Al Majid è considerato il responsabile dell’attacco chimico sulla città curda per questo è stato condannato a morte insieme ad altri ex gerarchi del regime. Sulla vicenda di Halabja e sul doppio gioco degli Usa in proposito è assai lluminante quanto scrive il media indipendente americano “Democracy now”.