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L’eredità di Bobby Sands

A volte è il tempo a rendere giustizia a certi morti diventati icone, riconoscendo loro un ruolo decisivo al crocevia della storia di un paese. È quanto col trascorrere degli anni è accaduto a Bobby Sands, il prigioniero politico irlandese morto esattamente 27 anni fa, il 5 maggio 1981, dopo 66 giorni di sciopero della fame nel carcere britannico di massima sicurezza di Long Kesh, alla periferia di Belfast. Nei due mesi successivi nove suoi compagni di lotta morirono come lui, rifiutando il cibo per ottenere il riconoscimento dello status di prigioniero politico negato dal governo di Londra. Il loro sacrificio favorì l’avvio della decisiva svolta politica culminata in tempi recenti con la creazione di un esecutivo solido in grado di implementare gli accordi di pace e con l’addio alle armi da parte dei gruppi paramilitari. I dieci giovani morti nella tragica primavera del 1981 non furono i soli a prendere parte a quella forma estrema e terribile di lotta carceraria: altri prigionieri repubblicani vi parteciparono, ed essendone usciti vivi, hanno avuto in seguito la possibilità di analizzare criticamente quei fatti. Tredici di loro sono morti negli anni successivi (il loro fisico rimase per sempre segnato dalle conseguenze dello sciopero) ma chi è sopravvissuto oggi concorda nel ritenere che il movimento repubblicano irlandese abbia cominciato ad abbandonare la strategia della lotta armata proprio in seguito alla protesta che causò quelle dieci bare. E che allora quello fu un sacrificio necessario e inevitabile. Tutto ciò ci venne spiegato due anni fa, in occasione del 25esimo anniversario della morte di Bobby, quando raccogliemmo per il settimanale “Diario” la testimonianza di alcuni sopravvissuti allo sciopero della fame del 1981.

Da segnalare infine, che una delle principali sezioni del prossimo festival cinematografico di Cannes si aprirà con un film dedicato alle ultime settimane di vita di Bobby Sands. “Hunger”, opera prima del regista inglese Steve McQueen, una delle pellicole più attese alla rassegna, andrà in scena il prossimo 15 maggio.

Nessun mea culpa inglese per l’Irlanda. Neanche sulla “Bloody Sunday”

Dieci anni di pace non sono bastati per convincere finalmente Londra che è tempo di ammettere le proprie gravissime responsabilità storiche sulla guerra che ha devastato l’Irlanda del nord per circa trent’anni. E’ quanto si evince dal libro appena uscito scritto dal diplomatico inglese Jonathan Powell, braccio destro e ‘uomo ombra’ di Tony Blair durante tutto il processo di pace anglo-irlandese. La versione della storia è purtroppo la solita di sempre: il governo inglese – con i suoi soldati e le sue forze di polizia che torturavano e ammazzavano civili – avrebbe svolto un ruolo di pacificazione. La guerra sarebbe stata causata soltanto dai soliti ‘terroristi’ e dagli ‘odi ancestrali tra le comunità irlandesi’. Un delirio che vale, manco a dirlo, anche per le 14 vittime della “Bloody Sunday” del 1972. Se non fosse tragico, sarebbe tutto da ridere. Sembra proprio che il tempo, tra i palazzi del potere di Downing street, sia trascorso invano.

Approfondimenti nell’articolo uscito oggi su “Avvenire”.

Vent’anni fa, quelle tre esecuzioni a Gibilterra

L’8 marzo 1988 tre cittadini irlandesi, Mairead Farrell, Dan McCann e Sean Savage, furono crivellati di proiettili dalle teste di cuoio britanniche. L’esecuzione sommaria ordinata dal governo di Londra fu compiuta in pieno giorno, in una strada dell’isola di Gibilterra. I tre volontari dell’I.R.A. erano disarmati e le perizie balistiche hanno dimostrato che gli uomini dei Sas non intimarono loro di arrendersi prima di sparare. Sulla vicenda il governo britannico è stato anche condannato dalla Corte europea per i Diritti Umani nel 1995. Il ventennale della morte dei tre giovani viene celebrato con grande commozione in Irlanda del nord.

La fine della Storia in Irlanda del nord

Non potevo non inaugurare questo blog con una notizia che giunge dall’ultima colonia inglese. Tanto piu’ che gli sviluppi di questi ultimi mesi stanno chiudendo gradualmente il cerchio sugli ultimi 40 anni del conflitto anglo-irlandese. Il “Modello Belfast”, come ci ha confermato uno dei protagonisti del processo di pace, rappresenta ormai un esempio virtuoso di risoluzione dei conflitti a livello internazionale. Da mesi i due ex “falchi” delle opposte fazioni Paisley e McGuinness (premier e vicepremier del nord Irlanda) si fanno fotografare sorridenti e felici in giro per il mondo, neanche fossero Sarkozy e Carla Bruni.

mcpaisley2.jpgCon il recente annuncio delle prossime dimissioni dell’ormai ottuagenario Paisley dalla vita politica si sono sprecati i commenti, gli editoriali e i necrologi politici. Ma non potevamo non trasalire nel leggere cosa ha scritto di lui Gerry Adams sul Guardian di ieri