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Belfast e i rischi di una “pace fredda”

Due morti, quattro feriti e un processo di pace ormai consolidato che torna (almeno potenzialmente) in discussione è il tragico bilancio dell’attacco messo a segno sabato sera dal gruppo repubblicano dissidente Real I.R.A. alla base militare britannica di Massereene, nella contea di Antrim. Belfast e l’Irlanda del nord sono tornate così prepotentemente – e inopinatamente – in prima pagina, facendo sollevare addirittura dubbi sulla tenuta di un percorso di pacificazione ritenuto esemplare fino ad appena tre giorni fa. Perplessità, queste, che ci sembrano completamente fuori luogo: le lancette della Storia, a Belfast, non torneranno indietro di 15 o 20 anni, perché proprio in questo periodo la crescita economica nella (ex?) provincia britannica ha portato quel benessere che costituisce un’affidabile garanzia di pace per il futuro. Ma se l’attentato di Massereene non è senz’altro sufficiente a far temere un ritorno al passato, quanto accaduto sabato sera può costituire un brusco risveglio per chi aveva dato ormai per conclusa la partita del conflitto anglo-irlandese. È vero, l’esercito di Sua Maestà non perdeva un uomo in Irlanda dall’ormai lontano 1997 e Mark Quinsey e Patrick Azimkar, i due soldati poco più che ventenni del 38esimo reggimento del Genio freddati dai colpi della Real I.R.A. sono i primi militari inglesi ammazzati dopo la firma dell’Accordo del Venerdì Santo (1998). Tuttavia, né il definitivo disarmo dell’I.R.A. (datato 2005), né la parziale smobilitazione delle postazioni militari inglesi, né l’implementazione di uno storico governo bipartisan sono riusciti a sciogliere una serie di nodi politici cruciali che restano tuttora fatalmente irrisolti. A dispetto del trionfalismo da anni ostentato dai politici, quella irlandese continua purtroppo a essere una pace “fredda”, a causa dell’odio ancora profondamente radicato nelle sei contee dell’Ulster britannico, retaggio indistruttibile di lunghi secoli di giogo inglese. Ed è anche una pace senza giustizia, perché continua a mancare qualsiasi verità giudiziaria sugli innumerevoli casi di collusione come gli assassini degli avvocati Finucane (1989) e Nelson (1999) o del giornalista O’Hagan (2001), solo per citarne alcuni. Così come senza colpevole rimangono sia gli “omicidi di stato” commissionati da Londra a partire dalla metà degli anni ’70 che il famigerato eccidio compiuto a Derry, l’ultima domenica di gennaio del 1972. I mandanti del massacro, in quest’ultimo caso, restano ancora misteriosamente ignoti anche dopo la conclusione dell’inchiesta più costosa della storia giudiziaria britannica. Non può dunque stupire, in questo quadro, che trovino ancora spazio di manovra piccoli gruppi dissidenti composti da giovani reclute come la Real I.R.A.. Incapaci di far ripiombare l’Irlanda del nord nel caos, ma comunque in grado di esprimere un disagio che suona ormai anacronistico, e di uccidere.
RM

Irlanda, una pace senza giustizia

calamati“Quel che è accaduto a Emma Groves, Pat Finucane, Bobby Sands, Rosemary Nelson e a tante altre persone in Irlanda del Nord è radicato profondamente nelle coscienze e fa parte della memoria collettiva della gente. E lo sarà, così come succede da sempre in questo piccolo angolo d’Europa e come le antiche ballate irlandesi ancora oggi testimoniano, per tanto, tanto tempo ancora”. Questo scrive la giornalista Silvia Calamati nell’introduzione del suo nuovo libro dedicato alla tragedia delle sei contee del nord Irlanda. “Qui Belfast” è una raccolta di articoli che testimonia l’impegno ormai ventennale della giornalista vicentina per cercare di aprire una breccia nel muro di omertà e connivenze costruito attorno al conflitto nord-irlandese. Girando in lungo e in largo le Sei Contee, Calamati ha raccolto le voci di gente comune, ma anche di personalità di spicco del mondo politico e culturale e religioso. Ha inoltre seguito il difficile processo politico che ha portato, dagli inizi degli anni ’80, alla firma dello storico “Accordo del Venerdì Santo” dell’aprile 1998. Nonostante tale accordo non si è ancora giunti a una “pace con giustizia” in Irlanda del Nord, a causa di molti, troppi, quesiti rimasti irrisolti. Perché sono ancora a piede libero i mandanti dell’assassinio degli avvocati Pat Finucane e Rosemary Nelson, uccisi rispettivamente nel 1989 e 1999? Perché non si conoscono ancora i nomi dei killer del giornalista Martin O’Hagan, assassinato nel 2001? E perché non hanno avuto ancora giustizia le famiglie delle moltissime persone uccise in questi anni a causa della politica di collusioni tra soldati, polizia, servizi segreti e gruppi paramilitari? Perché, infine, le leggi, le istituzioni e le strutture che hanno permesso tali collusioni e violazioni dei diritti umani non sono state ancora eliminate? Oggi il tentativo di far affievolire in tempi brevissimi la memoria storica di un conflitto in cui Londra ha avuto pesantissime responsabilità si scontra con il pressante bisogno di portare alla luce la verità su quel che è accaduto, così come richiesto dai familiari delle vittime, dai più prestigiosi organismi internazionali per i diritti umani e da giornalisti coraggiosi e indipendenti.

Lo stratega che disse sì alla pace in Irlanda

(Uscito anche su Diario, anno XIII, n. 10)

Brian Keenan è morto di cancro alcuni giorni fa, a soli 66 anni. Un tempo definito “il nemico numero uno dello stato britannico”, era poi diventato uno degli uomini-chiave del processo di pace in Irlanda del nord. In gioventù era riuscito in pochi anni a dotare l’I.R.A. di uno dei più formidabili arsenali che un gruppo paramilitare avesse mai avuto, ottenendo enormi forniture di armi ed esplosivi dal Medio Oriente, dalla Libia e dai paesi dell’Europa dell’est. Poi diresse la campagna di attentati che i repubblicani irlandesi lanciarono sul suolo inglese nella seconda metà degli anni ’70, per la quale fu condannato a 18 anni di carcere. Ma nei ghetti di Belfast – dov’era soprannominato “il cane” – non era famoso solo per essere uno dei più esperti e spietati comandanti dell’I.R.A.. Fuori dal comune erano anche la sua cultura (era in grado di parlare quattro lingue) e la sua statura politica. Seguace di James Connolly, padre del socialismo irlandese, si convinse ben presto che la guerra contro gli inglesi era arrivata a un punto di non ritorno e che l’obiettivo di un’Irlanda unita doveva essere raggiunto attraverso un percorso politico. Già nel 1982 appoggiò dal carcere la decisione di Gerry Adams di abbandonare l’astensionismo entrando per la prima volta nel parlamento di Dublino. Quindi usò tutto il suo carisma per convincere la base repubblicana ad accettare il momentaneo cessate il fuoco del 1994, e quello definitivo raggiunto tre anni dopo. Poi fu il rappresentante dell’I.R.A. nei colloqui segreti sul disarmo dei gruppi paramilitari che nel 2005 portarono alla messa fuori uso degli arsenali. Una delle sue ultime immagini pubbliche lo ritrae al parlamento di Belfast, mentre assiste all’insediamento del nuovo governo nordirlandese insieme ad altri ex dirigenti dell’I.R.A.. Tony Blair sedeva a pochi metri di distanza da loro.

Strategia della tensione “British Style”

Dici ‘terrorismo in Irlanda’ e la mente corre immediatamente all’IRA e ai lunghi anni costellati da autobombe e attentati. Lo strapotere della propaganda britannica è riuscito a celare completamente all’opinione pubblica internazionale l’esistenza di un terrorismo di matrice unionista-protestante: quello dei seguaci della Regina, pronti a tutto pur di mantenere il legame con l’antica madrepatria d’Albione. Ben più sanguinario anche perché armato e in molte occasioni indirizzato e guidato dalla stessa Londra. É quindi assai naturale che in pochi sappiano, o ricordino, che la peggior strage di tutto il pluridecennale conflitto anglo-irlandese sia stato perpetrata in un pomeriggio di maggio di 34 anni fa, ad opera degli squadroni della morte protestanti e dei servizi segreti di Sua Maestà. Stiamo parlando delle autobombe che il 17 maggio del 1974 portarono morte e distruzione a Dublino e a Monaghan, nel cuore della Repubblica d’Irlanda, nominalmente indipendente da Londra, di fatto vittima di una sudditanza psicologica e politica che ne ha condizionato a lungo lo sviluppo. In totale trentatre civili (26 a Dublino e 7 a Monaghan) rimasero uccisi e centinaia furono feriti e mutilati.

Anche se non arrivò alcuna rivendicazione, fu subito chiaro che le bombe erano state piazzate dai paramilitari lealisti come gesto estremo di una strategia politica che mirava a far crollare il primo tentativo di governo consociativo, ma fin dall’inizio affiorarono gravi sospetti che i gruppi lealisti non fossero gli unici responsabili. La dinamica delle stragi di Dublino e Monaghan (per le quali nessuno è mai stato incriminato) è stata in gran parte chiarita molti anni dopo da un programma televisivo e da un libro dello storico irlandese John Bowyer Bell: l’operazione fu progettata e decisa dai servizi segreti militari inglesi ai danni di uno stato estero.

Proprio in questi giorni l’associazione dei familiari delle vittime e l’amministrazione comunale di Dublino hanno messo una nuova serie di lapidi in memoria delle vittime innocenti di quella barbarie. Si trovano in Parnell Street, Talbot Street e South Leinster Street, nei punti precisi dove 34 anni fa esplosero le bombe.

L’eredità di Bobby Sands

A volte è il tempo a rendere giustizia a certi morti diventati icone, riconoscendo loro un ruolo decisivo al crocevia della storia di un paese. È quanto col trascorrere degli anni è accaduto a Bobby Sands, il prigioniero politico irlandese morto esattamente 27 anni fa, il 5 maggio 1981, dopo 66 giorni di sciopero della fame nel carcere britannico di massima sicurezza di Long Kesh, alla periferia di Belfast. Nei due mesi successivi nove suoi compagni di lotta morirono come lui, rifiutando il cibo per ottenere il riconoscimento dello status di prigioniero politico negato dal governo di Londra. Il loro sacrificio favorì l’avvio della decisiva svolta politica culminata in tempi recenti con la creazione di un esecutivo solido in grado di implementare gli accordi di pace e con l’addio alle armi da parte dei gruppi paramilitari. I dieci giovani morti nella tragica primavera del 1981 non furono i soli a prendere parte a quella forma estrema e terribile di lotta carceraria: altri prigionieri repubblicani vi parteciparono, ed essendone usciti vivi, hanno avuto in seguito la possibilità di analizzare criticamente quei fatti. Tredici di loro sono morti negli anni successivi (il loro fisico rimase per sempre segnato dalle conseguenze dello sciopero) ma chi è sopravvissuto oggi concorda nel ritenere che il movimento repubblicano irlandese abbia cominciato ad abbandonare la strategia della lotta armata proprio in seguito alla protesta che causò quelle dieci bare. E che allora quello fu un sacrificio necessario e inevitabile. Tutto ciò ci venne spiegato due anni fa, in occasione del 25esimo anniversario della morte di Bobby, quando raccogliemmo per il settimanale “Diario” la testimonianza di alcuni sopravvissuti allo sciopero della fame del 1981.

Da segnalare infine, che una delle principali sezioni del prossimo festival cinematografico di Cannes si aprirà con un film dedicato alle ultime settimane di vita di Bobby Sands. “Hunger”, opera prima del regista inglese Steve McQueen, una delle pellicole più attese alla rassegna, andrà in scena il prossimo 15 maggio.