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L’eredità contesa di Bobby Sands

Venerdì di Repubblica, 24.3.2017

Rischia di finire in tribunale l’eredità di Bobby Sands, il simbolo della lotta di liberazione irlandese morto di sciopero della fame in carcere nel 1981. Oggetto del contendere è il controverso ruolo del Bobby Sands Trust, la fondazione controllata dal partito repubblicano Sinn Féin che detiene i diritti d’autore sugli scritti dal carcere di Sands, le testimonianze, le poesie e il toccante diario dei suoi primi diciassette giorni senza cibo. Da anni i familiari di Bobby sostengono che la fondazione lucra sulla sua memoria e utilizza il suo nome a fini commerciali senza avere più alcun titolo per farlo. L’ultimo scontro è nato in seguito alla pubblicazione del graphic novel Bobby Sands. Vita di un eroe di Gerry Hunt, appena tradotta in italiano da Red Star Press. La famiglia ha denunciato di non essere stata consultata durante la realizzazione del libro e ha chiesto lo scioglimento del Trust, accusandolo di voler sfruttare ancora una volta la vicenda a fini di lucro. Al centro del dissidio ci sarebbero perlopiù ragioni politiche. In passato anche Marcella e Bernadette, le sorelle di Bobby, hanno fatto parte del direttivo della fondazione ma negli anni cruciali del processo di pace qualcosa si è rotto poiché, a quanto sostiene la famiglia, il partito che la governa ha abbandonato i principi per i quali loro fratello lottò fino alla morte. Danny Morrison, ex prigioniero ai tempi di Sands e oggi presidente del Trust, ha spiegato che l’ente non ricava alcun profitto dalla biografia a fumetti, né da altre pubblicazioni simili. “Il nostro unico obiettivo – ha ribadito – è rispettare la volontà di Bobby, che in una lettera firmata davanti al suo avvocato poco prima di morire lasciò in eredità i suoi scritti al movimento repubblicano”. Un contenzioso legale potrebbe nascere proprio su quest’ultimo punto: all’epoca quel movimento coincideva infatti con l’IRA mentre la fondazione fu istituita dopo la morte di Sands per raccogliere fondi da destinare ai familiari dei prigionieri. Ma secondo la famiglia oggi i diritti d’autore dovrebbero appartenere a Gerard Sands, unico figlio del leader di quella memorabile protesta carceraria che segnò uno spartiacque nella lotta di liberazione irlandese.
RM

Spoon River d’Irlanda

Reportage dal cimitero cattolico di Milltown, Belfast, uscito su Avvenire il 10 marzo 2017

Bobby Sands e i martiri dell’indipendenza irlandese dormono su una collina che sovrasta il centro di Belfast, in un luogo che anche col trascorrere delle epoche storiche ha mantenuto intatta tutta la sacralità del suo passato. Nel cuore dell’ex ghetto cattolico di Falls road, il quartiere che fu per decenni il crocevia della lotta dell’IRA, si erge silenzioso e imponente il cimitero di Milltown. L’area che lo circonda è diventata ormai un percorso turistico e talvolta si stenta quasi a riconoscerla. La gigantesca stazione di polizia che ai tempi del conflitto incombeva sull’ingresso della necropoli con il suo massiccio apparato di sistemi di sicurezza è stata demolita alcuni anni fa: tonnellate di cemento e lamiera sono state rimosse per lasciare spazio a una piccola piazza, all’angolo con Springfield road. Sull’altro lato della strada le enormi volumetrie di una catena di supermercati inglesi hanno affiancato impietosamente quell’antologia di lapidi e croci celtiche, e le sue insegne luminose oscurano con irriverenza la prospettiva del cimitero.
Fin dagli anni ’20, le strade circostanti sono state teatro dei brutali pogrom anticattolici che alcuni decenni più tardi avrebbero innescato gli scontri culminati nei cosiddetti Troubles e nella fase moderna del conflitto anglo-irlandese. Milltown non è semplicemente un luogo della memoria, del silenzio e della preghiera, perché nelle sue pietre raccoglie oltre due secoli di storia della causa indipendentista irlandese. Nessun cimitero in tutta l’Irlanda – neanche il monumentale Glasnevin di Dublino – può annoverare al suo interno un numero così grande di caduti per la libertà del paese. Nel 1869 Patrick Dorrian, vescovo di Down e Connor, investì poco più di quattromila sterline per acquisire ventidue ettari di terreno sui quali fece realizzare un cimitero che, contrariamente al vicino City cemetery, doveva essere destinato esclusivamente alla sepoltura dei cattolici. Le tombe che ospita oggi sono circa 200mila, e tra queste soltanto una appartiene a un protestante: James Moore Neeley Hunter, un carpentiere navale morto nel 1954 all’età di 75 anni, sposato con una donna cattolica.

A Milltown si accede varcando il grande arco triangolare in pietra che segna l’ingresso principale, su Falls road, e percorrendo i viali che digradano giù verso l’autostrada e il centro cittadino. Curiosamente, sono poche le tombe risalenti alle due guerre mondiale – in totale centocinquanta – e l’unico monumento di rilievo è quello eretto a ricordo delle vittime non identificate del blitz dell’aviazione nazista che distrusse Belfast nella primavera del 1941. Basta spingersi poche centinaia di metri oltre l’ingresso per ritrovarsi nei cosiddetti poor ground, i prati dove sono state inumate decine di migliaia di vittime dell’influenza spagnola che flagellò l’Europa nel 1918 e solo a Belfast causò la morte di quasi ottantamila persone. I loro corpi giacciono anonimi in una zona che è quasi un’immensa fossa comune. Poco più avanti inizia il pantheon dei martiri della causa repubblicana indipendentista, disseminato in più aree non distanti tra loro. Il primo Republican Plot, dedicato alla memoria del feniano William Harbinson, morto nel 1867, ospita i resti di alcuni dei più noti caduti dell’IRA degli anni ’20, tra i quali spiccano Liam Mellows e Rory O’Connor, fucilati dalle truppe governative irlandesi durante la guerra civile nel 1922. Percorrendo sentieri costellati di lapidi e croci celtiche, ci si imbatte in un grande memoriale nero restaurato di recente che rappresenta un tributo ai caduti repubblicani della Contea di Antrim, dalla rivolta del 1798 ai giorni nostri. Più avanti, una stele nera segnata dal tempo ricorda Winifred Carney, una delle più grandi figure femminili della Rivolta di Pasqua del 1916. Fu la più stretta collaboratrice del leader socialista James Connolly, nonché l’unica donna che combatté con i rivoltosi asserragliati nell’edificio delle Poste Centrali di Dublino. Centinaia di cattolici caduti durante il conflitto e di volontari dell’IRA sono sepolti nelle rispettive tombe di famiglia. Tra questi c’è anche Tom Williams, uno dei più importanti martiri della storia repubblicana, impiccato ad appena diciotto anni nel 1942 per aver preso parte all’attentato contro un poliziotto. I suoi resti sono stati traslati a Milltown soltanto nel 2000, dopo essere rimasti per decenni nel vecchio carcere cittadino di Crumlin road, ormai chiuso. Tra i testimoni illustri della complessità del passato irlandese ci sono religiosi che hanno scritto la storia della comunità cattolica di Belfast dalla fine del XIX secolo. In uno spazio dedicato ai padri redentoristi riposa da tre anni Alec Reid, figura di spicco del processo di pace, che rese il vicino monastero di Clonard uno dei simboli del dialogo negli anni più cupi del conflitto. Bobby Sands è sepolto nel cosiddetto New Republican Plot, un vialetto circoscritto da un piccolo muro e costellato di lapidi ornate da corone di fiori e sormontato da un monumento sul quale sventola il tricolore irlandese. Il suo nome è iscritto su una lapide di marmo nero insieme a quello di Joe McDonnell (il compagno che prese il suo posto nello sciopero della fame del 1981 e morì qualche settimana dopo di lui) e Terence O’Neill. Purtroppo la sua tomba viene periodicamente profanata e sfregiata da attacchi che confermano quanto certe ferite siano ancora aperte e al tempo stesso ne riconoscono, implicitamente, l’importanza storica. Nel 2004 fu addirittura distrutta da un blitz dei fanatici orangisti, mentre l’ultimo oltraggio risale all’estate scorsa, e vide tutta l’area circostante imbrattata con graffiti e slogan neonazisti. Ma il fatto più tragico avvenne il 16 marzo 1988, quando il cimitero divenne teatro di una strage. Durante i funerali di tre volontari dell’IRA uccisi a Gibilterra dalle forze di sicurezza britanniche, Michael Stone, militante del gruppo paramilitare lealista Ulster Defence Association attaccò la folla a colpi di granate e fucilate, a pochi passi dalla tomba di Bobby Sands. Uccise tre persone e ne ferì una quarantina prima di sfuggire al linciaggio grazie all’intervento di una pattuglia della polizia. L’agghiacciante sequenza, ripresa dalle televisioni, è tristemente passata alla storia come uno dei fatti più tragici avvenuti negli ultimi anni del conflitto.
RM

Bobby Sands, l’internazionalismo inciso sul corpo

La recensione uscita ieri sul Manifesto del mio “Bobby Sands. Un’utopia irlandese”, a firma di Enrico Terrinoni, traduttore di Joyce e docente di letteratura inglese all’Università di Perugia.

«Di tutti i rivoluzionari irlandesi del passato che avevi imparato a conoscere in carcere, era quello che ammiravi di più. Per le sue idee, per il suo coraggio, per il sacrificio che mezzo secolo prima l’aveva visto cadere, abbattuto da un plotone di esecuzione nei giorni della guerra civile. Aveva ventisette anni, gli stessi che avevi tu, quando il tuo corpo si spense per sempre dopo quei sessantasei giorni di agonia. Chissà se avresti mai immaginato di ritrovarti al suo fianco tra i martiri repubblicani del cimitero di Milltown».
Pochi studiosi possono permettersi di dare del tu a Bobby Sands. Riccardo Michelucci è uno di questi. Già autore di una imprescindibile storia del conflitto anglo-irlandese, pubblica in questi giorni, per la collana «Sorbonne» delle Edizioni Clichy, Bobby Sands, un’utopia irlandese (p. 117, euro 7,90).
È un libro composito. Al suo nucleo e cuore, un monologo drammatico già perfetto per il palcoscenico che ripercorre l’esistenza di Sands, affianca pagine di puntuale biografia, a stralci dagli scritti di questo rivoluzionario che fu anche poeta, e a significative foto di quel conflitto che in tanti vogliono dimenticato.
Michelucci non è solo un attento osservatore della situazione in Irlanda del Nord. A Belfast e dintorni è addirittura di casa: «Oggi stenteresti a riconoscerla, Falls Road, il luogo che più di ogni altro fu il crocevia della vostra lotta. C’è chi dice che quegli odierni simboli del benessere rappresentino la svendita dei vostri ideali. Forse è davvero così, ma mi conforta sapere che quando torno a Belfast ci sei tu ad accogliermi con quel sorriso senza tempo, a indirizzare in uno spazio fisico la geografia della memoria che mescola le emozioni del presente con quelle del passato».
Sono parole vere più che mai oggi, in un momento storico in cui l’ebbrezza economica di parti dell’isola stona ancor di più con la situazione delle periferie dell’ultima colonia d’Europa, dove il tasso di disoccupazione è il più alto della Gran Bretagna.
A Derry, seconda città dell’Irlanda del Nord, spetta persino il primato doppio della disoccupazione giovanile e dei suicidi.
È certo un tradimento degli ideali di Sands, che a muso duro aveva dichiarato: «Non mi fermerò finché non raggiungerò la liberazione della mia nazione, finché l’Irlanda non diventerà una repubblica socialista, sovrana e indipendente».
Bobby non fu il primo né l’ultimo dei socialisti che hanno sperato di poter fondere le lotte di autodeterminazione con la speranza di un futuro di uguaglianza. Si muoveva sul solco di James Connolly, per cui la causa del lavoro e quella della nazione erano un tutt’uno. Ma anche di Wolfe Tone, che come ricorda Michelucci, aveva giurato, duecento anni prima di «rovesciare il dominio inglese in Irlanda», a due passi dalla prima casa di Sands.
Ma Wolfe Tone aveva anche lottato per una repubblica di people of no property, iscrivendo così sin dai suoi albori il repubblicanesimo nel novero delle lotte che oggi chiameremmo anticapitaliste.
In carcere, il giovanissimo Bobby si formò agli scritti di Marx, Fanon, Connolly e Guevara, e mai scinderà il suo impegno per il proprio popolo da una visione socialista e internazionalista del mondo. Un retaggio per fortuna sopravvissuto in scenari in cui il repubblicanesimo contemporaneo si muove quasi esclusivamente a sinistra dei conservatorismi bigotti.
Bobby Sands iniziò lo sciopero della fame il 1 marzo del 1981, e la sua esistenza si concluderà il 5 maggio. Un sacrificio, il suo, che ancora riecheggia tra le strade di Belfast, sui cui murales spesso campeggia la scritta, improntata a un eroico ottimismo della volontà, «la nostra vendetta sarà il sorriso dei nostri bambini». Una certezza grazie a cui Bobby e i nove compagni morti dopo di lui hanno saputo resistere a condizioni disumane, volute da apparati di una delle più antiche democrazie del mondo: «Quanto dolore per quelle madri che venivano a farvi visita e scoppiavano a piangere vedendovi ridotti a cadaveri ambulanti, con i capelli e la barba lunga, avvolti in quelle luride coperte. Ma il vostro fisico scheletrico e segnato dalle percosse mascherava in realtà la superiorità morale degli oppressi, la furia del pensiero indomabile di chi lotta per la giustizia».

(Enrico Terrinoni, da “Il Manifesto”, 1.3.2017)

Una spia di origine italiana a Belfast

Venerdì di Repubblica, 13.1.2017

“Quando chi fa le leggi è anche colui che le infrange, non esiste più legge”: una scritta a caratteri cubitali sulle mura di Derry, cittadina martire dell’Irlanda del Nord, esprime con eloquenza lo scontento della popolazione dopo quasi vent’anni di pace senza giustizia. Dalla firma degli Accordi del Venerdì Santo nel 1998 lo stato britannico resta ancora sotto accusa per la cosiddetta ‘guerra sporca’, una prassi sistematica di collusione ad altissimo livello che per anni ha visto le sue forze di sicurezza alleate con i gruppi paramilitari protestanti e coinvolte in omicidi settari e operazioni sotto copertura contro i civili. Uno scandalo più grande e diffuso della Bloody Sunday, la strage compiuta dall’esercito inglese nel 1972, sulla quale un’inchiesta lunga dodici anni ha già stabilito come andarono le cose, pur senza punire i colpevoli. Proprio sulla falsariga di quell’inchiesta è appena cominciata l’“Operation Kenova”, un’indagine giudiziaria che intende far luce sul ruolo dell’esercito, dei servizi segreti MI5 e della squadra politica della polizia nordirlandese nell’omicidio di decine di sospetti informatori. La figura-chiave sulla quale un gruppo di esperti britannici e internazionali è chiamato a indagare è l’agente soprannominato “Stakeknife”, da anni noto come la più importante spia infiltrata dall’esercito all’interno dell’IRA, ritenuto responsabile della morte di almeno una cinquantina di persone e pagato 80.000 sterline l’anno dal governo su un conto bancario segreto a Gibilterra. La sua identità è stata rivelata alcuni anni fa da fonti molto attendibili: si tratterebbe di Alfredo “Freddie” Scappaticci, ormai ultrasettantenne, originario di una famiglia italiana immigrata a Belfast nel Dopoguerra, per anni internato nel carcere di Long Kesh prima che il Consiglio militare dell’IRA lo mettesse a capo di una squadra speciale incaricata di eliminare i presunti informatori.

Nella foto: Freddie Scappaticci
Nella foto: Freddie Scappaticci

Un uomo violento e senza scrupoli che agiva da giudice, da giuria e da carnefice determinando la vita o la morte di decine di persone spesso innocenti, e che per almeno quindici anni sarebbe stato anche il collaboratore più prezioso dell’esercito britannico, tanto che il generale John Wilsey, ufficiale in comando in Irlanda quegli anni, l’ha definito “una gallina dalle uova d’oro”. Dopo aver negato con forza ogni accusa, Scappaticci ha fatto perdere le sue tracce, sapendo di rischiare non tanto il carcere quanto l’ineluttabile vendetta dei suoi ex compagni. Molti ritengono che sia già morto, altri sostengono invece che viva in Italia, dalle parti di Cassino, ormai irriconoscibile grazie a una plastica facciale.
L’indagine che lo riguarda durerà almeno cinque anni e sarà guidata da Jon Boutcher, capo della polizia del Bedfordshire, che ha già reso nota l’esistenza di nuove prove. Se andrà a buon fine scoprirà finalmente il vaso di Pandora sulla ‘guerra sporca’ accertando quanti e quali crimini sono stati compiuti dai membri dell’esercito e dei servizi di sicurezza collusi con i paramilitari protestanti. La ricercatrice Anne Cadwallader del Pat Finucane Centre, un’ong irlandese che si batte per i diritti umani, si dice fiduciosa. Molto più scettico è invece Ed Moloney, veterano dei giornalisti investigativi irlandesi: “l’inchiesta rischia di scoprire fatti talmente sensibili che non potranno essere resi pubblici, e i suoi esiti saranno secretati com’è già accaduto in passato”.
RM

Fame di ideali

BobbySands375_300“Se morirò, Dio capirà”: è quanto disse Bobby Sands al giornalista dell’Irish Times Brendan Ó Cathaoir che andò a intervistarlo in carcere il 3 marzo del 1981, il terzo giorno dello sciopero della fame che l’avrebbe portato alla morte due mesi più tardi. Appena 27enne, rinchiuso nel braccio di massima sicurezza di Long Kesh, a Belfast, dove stava scontando una pena a quattordici anni per possesso di arma da fuoco, Sands chiarì in quell’occasione di essere disposto a morire per i suoi ideali. A qualunque costo. Non servì a niente neanche l’appello di papa Woytjla, che tramite il vescovo John Magee gli recapitò un messaggio chiedendogli d’interrompere il digiuno. Quello sciopero che attirò l’attenzione del mondo intero culminò il 5 maggio di quell’anno con la fine di Sands ma proseguì anche nei mesi successivi con la morte di altri nove detenuti irlandesi, cambiando per sempre la natura del conflitto anglo-irlandese, avviandolo verso un lungo ma irreversibile processo conclusivo. Da quel momento in poi, Bobby Sands e gli altri martiri del ‘blocco H’ furono trasfigurati in icone della lotta di liberazione irlandese, in parte disumanizzati per divenire simboli universali di quel terribile scontro carcerario. Esattamente 35 anni più tardi, ormai trascorso un periodo di tempo sufficiente per garantire il giusto distacco emotivo da quei fatti, è uscito in Gran Bretagna 66 Days, uno splendido documentario firmato dal regista Brendan J. Byrne che riesce per la prima volta a raccontare Bobby Sands per immagini anche attraverso un uso innovativo dei diari nei quali annotò le ultime memorie dalla prigione. Prima che le sue condizioni di salute iniziassero ad aggravarsi in modo irreversibile, il rivoluzionario-poeta raccontò i primi diciassette giorni del suo sciopero della fame scrivendo in clandestinità, su minuscoli pezzi di carta igienica, alcune delle pagine più toccanti della letteratura carceraria del ‘900. “Sto qui, sulla soglia di un altro mondo palpitante. Possa Dio avere pietà della mia anima”, scrisse all’inizio del suo diario, “Sono pieno di tristezza perché so di aver spezzato il cuore della mia povera madre e perché la mia famiglia è stata colpita da un’angoscia insopportabile. Ma ho considerato tutte le possibilità e ho cercato con tutti i mezzi di evitare ciò che è divenuto inevitabile: io e i miei compagni vi siamo stati costretti da quattro anni e mezzo di vera e propria barbarie. Sono un prigioniero politico. Sono un prigioniero politico perché sono l’effetto di una guerra perenne che il popolo irlandese oppresso combatte contro un regime straniero, schiacciante, non voluto, che rifiuta di andarsene dalla nostra terra”. Costruito come un conto alla rovescia verso la fine, 66 Days scorre giorno per giorno gli oltre due mesi di autoprivazione del cibo che condussero Sands alla morte. Lo fa alternando in modo magistrale una drammatica ricostruzione scenica interpretata dall’attore originario di Belfast Martin McCann, uno straziante repertorio iconografico e una serie di interviste non solo agli amici e agli ex compagni di prigionia di Sands ma anche ad alcuni protagonisti dell’epoca, come l’ex secondino di Long Kesh Dessie Waterworth e il giornalista Charles Moore, biografo di Margaret Thatcher. Trovando un giusto equilibrio tra le voci repubblicane e l’analisi storica, 66 Days ha dunque il grande merito di riuscire per la prima volta a inquadrare quei fatti in una prospettiva storica. Non ci erano riuscite, per la loro stessa natura, due importanti opere di finzione realizzate in passato, il recente Hunger – interpretato da Michael Fassbender con la regia di Steve McQueen, premiato a Cannes nel 2008 – e Some Mother’s Son (La scelta d’amore) di Terry George, del 1996. Rispetto a queste due pur intense prove cinematografiche, il lavoro di Byrne rende finalmente giustizia appieno alla figura di Sands e alla sua lotta per la libertà.
Nato nel 1954 alla periferia di Belfast e costretto giovanissimo, insieme alla sua famiglia, ad abbandonare la propria abitazione a causa delle violenze e degli attacchi settari contro la comunità cattolico-nazionalista dell’Irlanda del Nord, poi costretto ad abbandonare il lavoro per lo stesso motivo, si avvicina all’IRA appena diciottenne, nel 1972, durante l’anno più nero del conflitto angloirlandese. Quando finisce in carcere è un giovane volontario come tanti altri e niente fa presagire che di lì a poco, ristretto in un brutale regime carcerario, emergerà la sua statura di leader che lo porterà a guidare i compagni alla riscoperta delle loro tradizioni, della loro cultura, attraverso un percorso interiore che diventerà tutt’uno con la lotta carceraria, esprimendosi con l’arma nonviolenta e ancestrale del rifiuto del cibo, come gli antichi eroi gaelici. Durante lo sciopero, a poche settimane da una fine che appare ogni giorno sempre più ineluttabile, Sands viene eletto al parlamento di Westminster nel corso di una drammatica tornata elettorale suppletiva, che lo vede aggiudicarsi il seggio di Fermanagh South Tyrone con oltre trentaduemila preferenze. Ma neanche quello basta a salvargli la vita – poiché Londra non cede alle richieste dei prigionieri irlandesi – ma riesce invece a cambiare il corso della storia irlandese, portandola una volta per tutte verso una dinamica elettorale che arriverà infine a escludere l’uso delle armi. Il film di Byrne ricostruisce in modo esemplare quelle settimane drammatiche senza dimenticare che in quegli stessi giorni l’IRA uccise una giovane madre, Joanne Mathers, solo per aver contribuito alla campagna elettorale dell’avversario di Sands. I decenni trascorsi da allora hanno favorito un certo distacco ma non sono stati sufficienti a sopire del tutto le tensioni dell’epoca. Alcuni parlamentari unionisti-protestanti hanno contestato la concessione di fondi pubblici per la realizzazione del documentario nel quale colpisce, ancora una volta, l’assenza di alcune voci. Anche in questa occasione la famiglia di Sands si è infatti rifiutata di partecipare al progetto. La madre, le sorelle e il figlio Gerard, oggi quarantenne, non hanno voluto prendere parte a un lavoro orchestrato dal Bobby Sands Trust, la fondazione che detiene i diritti d’autore sugli scritti di Sands, e che loro accusano da tempo di agire con scarsa trasparenza e a scopo di lucro.
RM

(“Avvenire”, 28.8.2016)

Gli scheletri nell’armadio di Gerry Adams

adamsiragraffitiÈ l’agosto del 2003 quando una tempesta estiva sulla costa orientale dell’Irlanda fa riemergere dalle acque del mare i poveri resti di Jean McConville, come un lontano fantasma del passato. Sono trascorsi oltre tre decenni dal brutale omicidio di quella donna, vedova e madre di dieci figli, che aveva vissuto fino ad allora in povertà nel quartiere nazionalista di Falls Road, a Belfast. Quattro anni prima di quel macabro ritrovamento, l’I.R.A. aveva ammesso la propria responsabilità nell’assassinio, spiegando che la donna era stata ‘punita’ perché ritenuta una collaboratrice della polizia. Nel 1972, pochi giorni prima di Natale, un commando dell’esercito repubblicano irlandese l’aveva prelevata da casa sua e l’aveva condotta in una località ignota. La donna era stata sottoposta a un violento interrogatorio culminato in feroci torture – l’autopsia parlò di ossa spezzate e mani mozzate – e infine uccisa con un colpo di pistola alla nuca. Nella lunga storia costellata di lutti del conflitto in Irlanda del Nord, quello di Jean McConville sarebbe diventato il caso più noto ed emblematico nella lista delle persone “scomparse”, cioè delle vittime sepolte in luoghi segreti per depistare le indagini sulla loro tragica fine.

Jean McConville (a sinistra) con tre dei suoi dieci figli
Jean McConville (a sinistra) con tre dei suoi dieci figli

Il modus operandi dell’I.R.A., in quegli anni, prevedeva che gli informatori della polizia o dell’esercito britannico venissero ammazzati con un colpo di pistola alla testa e i loro corpi fossero lasciati sulla strada, ben visibili, per essere da monito per la comunità. Ma quando un omicidio veniva considerato imbarazzante per la stessa I.R.A. – come nel caso della McConville, madre di dieci figli e da poco rimasta vedova – il suo corpo ‘spariva’, veniva cioè sepolto in un luogo ignoto. Neanche la morte era sufficiente per cancellare la colpa di un informatore, il cui nome diventava sinonimo della peggiore abiezione: quella di aver tradito la propria gente aiutando il nemico, l’invasore inglese, per trarne un beneficio personale. Per questo i figli della McConville non hanno mai smesso di battersi non solo per conoscere tutta la verità sulla fine della donna, ma anche per riabilitarne il nome, affermando la sua innocenza. Una tesi confermata nel 2006 anche dal difensore civico dell’Irlanda del Nord Nuala O’Loan, al termine di un’inchiesta indipendente condotta sul caso: “la donna non era un’informatrice della polizia – conclude il rapporto – si era solo limitata ad aiutare un soldato inglese ferito nei pressi di casa sua”.
Ma quell’oscura vicenda risalente al 1972 era destinata ad andare ben oltre la dimensione familiare di una delle tante tragedie causate dal conflitto e a riemergere da un passato che pareva ormai rimosso, con conseguenze potenzialmente devastanti per l’immagine del capo indiscusso, dell’icona vivente, dei repubblicani irlandesi: Gerry Adams. In anni recenti il caso di Jean McConville è stato tra quelli al centro dell’analisi dell’archivio di storia orale del Boston College, impegnato a raccogliere le testimonianze degli ex leader dei gruppi paramilitari irlandesi. Il patto con i ricercatori statunitensi prevedeva che gli intervistati rompessero il codice del silenzio e parlassero con la massima franchezza, ricevendo in cambio la promessa che niente sarebbe stato pubblicato prima della loro morte. Una delle testimonianze centrali è stata quella di Brendan Hughes, noto come The Dark, ex comandante della brigata dell’I.R.A. di Belfast, considerato una delle figure di maggior spicco del conflitto anglo-irlandese. Dopo la sua morte avvenuta nel 2008, le sue testimonianze sono state rese pubbliche integralmente nel libro Voices from the Grave curato dal noto giornalista irlandese Ed Moloney. Le parole di Hughes hanno denunciato e circostanziato il coinvolgimento di Gerry Adams nel caso McConville. “La donna – affermò Hughes – era un’informatrice degli inglesi. L’unità che inviai a perquisire la sua abitazione trovò una ricetrasmittente. L’arrestammo e la interrogammo, ma l’ordine di ucciderla arrivò dall’uomo che da anni guida il Sinn Fein. Non ho mai compiuto un’operazione del genere senza l’ordine o l’avallo da parte di Gerry Adams”.

Gerry Adams e Brendan Hughes insieme nel carcere di Long Kesh
Gerry Adams e Brendan Hughes insieme nel carcere di Long Kesh

Secondo le rivelazioni di Hughes, lo stesso Adams ordinò personalmente alcuni noti omicidi ‘punitivi’ compiuti dall’IRA nei primi anni ’70 e guidò il gruppo degli “sconosciuti”, un’unità speciale dell’esercito repubblicano irlandese che divenne attiva dal 1972 per assumere il comando della brigata di Belfast. Le parole di Hughes – poi confermate da altri ex esponenti di spicco dell’I.R.A. – gettano ombre pesantissime sul passato di Adams, perché sono state pronunciate da uno che per anni è stato uno dei suoi più stretti collaboratori e compagni di lotta. Non a caso, tre anni fa una Corte federale statunitense ha fatto causa al Boston College per ottenere le trascrizioni di quelle interviste e l’anno scorso la Corte d’Appello ha ordinato all’università di consegnare una parte delle interviste. È lì che la polizia del Nord Irlanda ha rinvenuto i nuovi indizi che nei giorni scorsi hanno portato al fermo e al prolungato interrogatorio di Adams. Se il leader del Sinn Fein sarà riconosciuto colpevole di aver commissionato quel brutale omicidio, potrà essere condannato al massimo a due anni di prigione perché un accordo tra unionisti e repubblicani prevede che nessun crimine commesso durante il conflitto prima del 1998 possa essere condannato a più di 24 mesi di carcere. Ma al di là degli sviluppi giudiziari e dell’eventuale incarcerazione di Adams, il caso McConville rischia di seppellire definitivamente la carriera politica del leader del più grande partito nazionalista d’Irlanda, un personaggio riconosciuto a livello mondiale come uno dei protagonisti dello storico processo di pace. La sua credibilità politica – da anni messa in discussione da chi sostiene che gli ideali indipendentisti siano stati traditi – appare ormai minata in modo irrimediabile, a causa delle sue ripetute menzogne. In primo luogo dalla sua ostinazione a negare il proprio ruolo attivo nella lotta armata e la propria adesione all’I.R.A. negli anni del conflitto. Senza scordare il ruolo controverso e mai chiarito dello stesso Adams e del suo vice McGuinness in alcuni dei momenti-chiave del conflitto, come lo sciopero della fame del 1981, nel quale Bobby Sands e altri nove attivisti si lasciarono morire di fame in carcere, al culmine di un tragico braccio di ferro col governo inglese.
RM

Irlanda: chi ha paura di una Commissione per la verità e la giustizia?

Soltanto una Commissione per la verità e la giustizia sul modello di quella del Sudafrica post-apartheid potrà sanare una volta per tutte le ferite dell’Irlanda del Nord. A sostenerlo è Anne Cadwallader, ricercatrice del Pat Finucane Centre, una prestigiosa Ong di Belfast, che ha da poco dato alle stampe Lethal Allies. British Collusion in Ireland, un libro che dimostra per la prima volta in modo inconfutabile l’esistenza di un sistema di collusione ad altissimo livello tra lo stato britannico e i gruppi paramilitari protestanti durante gli anni più cruenti del conflitto in Irlanda del Nord. 1781171882.01._PC_SCLZZZZZZZ_Il ponderoso volume è frutto del lavoro di un team di ricercatori che per anni hanno indagato sugli omicidi settari compiuti negli anni ‘70 all’interno di quello che è stato definito il “triangolo della morte”, cioè le cittadine di Armagh, Portadown e Dungannon, a pochi chilometri dall’allora sensibilissima frontiera con la Repubblica d’Irlanda. “Il mio intento – ci spiega l’autrice al telefono dalla sua casa di Belfast – è quello di fornire il punto di partenza per la creazione di un organo indipendente e dotato di pieni poteri che sia in grado d’indagare alla ricerca della verità in base all’articolo 2 della Convenzione europea per i diritti umani, quello che garantisce il diritto alla vita”. A un mese dalla sua uscita, il libro è giunto alla terza ristampa ed è già riuscito a riaprire il dibattito sulla necessità di una Commissione “stile Sudafrica”, un’ipotesi tramontata tre anni fa quando un apposito gruppo di ricerca istituito da Londra naufragò di fronte alle richieste di risarcimenti delle famiglie delle vittime.
Ma a quindici anni dall’Accordo di Pace del Venerdì Santo, l’Irlanda del Nord resta un paese diviso, con comunità che vivono separate e tensioni permanenti che il tempo non sembra in grado di cancellare. “Non sono solo le famiglie ad avere il diritto di conoscere la verità sulla morte dei loro cari. Anche la società ha bisogno di comprendere il passato per costruire un futuro condiviso”, afferma Cadwallader, che ha alle spalle una lunga carriera di giornalista alla BBC e alla Reuters. Il suo Lethal Allies racconta per la prima volta tutta la verità in modo documentato e incontrovertibile, incrociando materiale degli archivi britannici, interviste di prima mano e rapporti ufficiali degli organi di polizia. “Questa collusione è giunta fino all’apice del governo britannico – denuncia – siamo infatti in grado di citare una lettera del 1975 che rivela un incontro tra l’allora primo ministro Harold Wilson e il nuovo capo dell’opposizione, Margaret Thatcher, durante il quale il Segretario per l’Irlanda del Nord informa i due leader politici che la RUC (la polizia dell’Irlanda del Nord, NdR) collabora col gruppo paramilitare protestante UVF e che il reggimento speciale dell’esercito britannico UDR è stato infiltrato da estremisti protestanti. Abbiamo un’enorme quantità di documenti nei quali lo stesso esercito britannico utilizza il termine ‘collusion’ per descrivere il motivo per il quale le armi venivano prese dagli arsenali dell’UDR”. Oltre alla mole di materiale d’archivio citato nel dettaglio, impressionano i numeri. Soltanto una tra le 120 persone ammazzate che la studiosa racconta nel suo libro era un membro dell’I.R.A.. Tutti gli altri erano civili, persone comuni che non avevano preso parte alla lotta armata. “Un simile sistema di collusione aveva funzionato in altri contesti coloniali nei quali era stata coinvolta la Gran Bretagna: il Kenya, la Malesia, Aden, Cipro e altri. I britannici volevano impedire ai cattolici nordirlandesi di avere rapporti con Dublino, ed era la stessa cosa che volevano i lealisti”. Ma secondo Cadwallader ormai incolpare le persone sarebbe una perdita di tempo, anche perché poche tra le famiglie delle vittime vogliono che i responsabili siano messi sotto processo. Quello che vogliono, invece, è che Londra riconosca ciò che è accaduto, che chieda scusa e li risarcisca. “I governi, in particolare quelli che devono fare fronte a insurrezioni violente, devono garantire e salvaguardare lo stato di diritto, devono comportarsi in modo diverso dalle forze paramilitari. Perché se a infrangere la legge sono gli stessi che fanno le leggi, non c’è più legge”. Ed è qui che torna d’attualità la Commissione per la verità e la giustizia. Chi ne sta ostacolando l’istituzione? Cadwallader non ha dubbi: il governo britannico. “Forse perché avrebbe molto da perdere. Il ruolo di Londra nel conflitto è riuscito finora a scampare al giudizio dell’opinione pubblica internazionale. Molte persone al di fuori del Nord Irlanda credono ancora alla favola secondo la quale Londra è stata un arbitro imparziale tra due fazioni in lotta. Invece nel corso dei decenni ha compiuto molti errori, ha infranto la legge e ha molte domande alle quali rispondere. Ma ignorare le divisioni del passato sarebbe l’errore più grande, perché prima o poi tornerebbero fuori per ossessionarci, come sta accadendo adesso in Spagna”.
RM

Armata Rossa all’irlandese

Irish_Citizen_Army_Group_Liberty_Hall_Dublin_1914
Esattamente cento anni fa, in un giorno tuttora incerto di inizio novembre, nasceva a Dublino l’«Irish Citizen Army». Allo scopo di difendere i lavoratori in sciopero dalle violenze della polizia, preparare l’insurrezione e gettare le basi per la nascita dell’IRA.
di Enrico Terrinoni

In una lettera all’ Irish Times di fine ottobre 1913 , l’arcivescovo di Dublino William Walsh scriveva: «Con non poca costernazione ho letto di un movimento per convincere le mogli di chi è disoccupato, nell’attuale e deplorevole impasse lavorativa a Dublino, ad inviare i propri figli in Inghilterra da gente di cui non sanno nulla… Non devo ricordarglielo io qual è il dovere di ogni madre cattolica… Non saranno più degne di tale nome se manderanno via i propri figli perché vengano cresciuti in terra straniera, senza sapere se sia un cattolico o un infedele chi se ne occuperà». Ci troviamo nel bel mezzo del Dublin Lockout (vedi il manifesto del 21 agosto 2013), la serrata generale in cui più di ventimila lavoratori si opposero alla minaccia di licenziamento, se iscritti o intenzionati a iscriversi al sindacato di Jim Larkin. Le conseguenze si estesero a circa ottantamila persone, perlopiù familiari degli scioperanti, e tra questi chiaramente molti bambini. Nel tentativo di alleviarne le sofferenze, fu ideato il progetto di inviare in Inghilterra 350 bambini irlandesi, perché fossero ospitati da famiglie di simpatizzanti. Il piano, colloquialmente denominato «Save the kiddies », fu ostacolato a tal punto dalle gerarchie cattoliche da impedire fisicamente alla maggior parte di loro di salpare.

Le ragioni dei datori di lavoro
La posizione del clero era un amo lanciato alla borghesia imprenditoriale, come ammette lo stesso Walsh: «Sebbene io desideri la fine dello sciopero, non ho difficoltà ad ammettere in pubblico e in privato, che i datori di lavoro hanno per certi versi ragione nel rifiutarsi di negoziare una conclusione dell’attuale impasse ». Simili posizioni erano condivise dal partito parlamentarista irlandese di John Redmond che si batteva per la Home Rule , ovvero la legge di autogoverno, ma anche dal neonato movimento indipendentista, lo Sinn Féin di Arthur Griffith. Questi, fortemente critico nei confronti dell’idea di un fronte internazionalista dei lavoratori, era un acerrimo nemico personale di Larkin: «Non sono i capitalisti ma le politiche di Larkin a far alzare il prezzo dei prodotti alimentari, tanto da condannare i più poveri di Dublino a uno stato di semi-carestia…». Per lo Sinn Féin di allora, animato da un sentire molto lontano da quello che guida il partito oggi, accentuare la lotta di classe avrebbe finito per mettere in discussione l’opposizione fondante tra Irlanda-Inghilterra su cui si basavano le proprie tesi. Continua la lettura di Armata Rossa all’irlandese

La triste parabola di Gerry Adams

Ci sono circostanze e situazioni nelle quali l’ambiguità non può essere ammessa. Mai. Neanche in un terreno spesso scivoloso e aperto al compromesso come la politica. Per esempio di fronte a casi conclamati e giuridicamente provati di pedofilia. L’ambiguità non può essere ammessa soprattutto quando sfocia nell’omertà. È quanto è accaduto nelle settimane scorse a Gerry Adams, storico leader repubblicano irlandese, anche se i mezzi d’informazione sembrano ormai aver messo il silenziatore a una vicenda tremendamente sordida e disgustosa. All’inizio d’ottobre il fratello del leader del Sinn Féin, il 58enne Liam Adams, è stato condannato dal tribunale di Belfast per aver violentato ripetutamente la sua figlioletta Aine. Gli atti di libidine e violenza sessuale si sono verificati dal 1977 al 1983, quando la bimba aveva dai quattro ai nove anni di età. Il lungo dibattimento ha confermato che Gerry Adams aveva saputo tutto, almeno fin dal 1987. A informarlo era stata la vittima stessa degli abusi: sua nipote. Ma le denunce della giovane sono cadute drammaticamente nel vuoto.

Gerry e Liam Adams
Gerry e Liam Adams

Eppure il codice etico del partito che Adams presiede da quasi trent’anni stabilisce che le accuse di violenza sessuale debbano essere riferite immediatamente all’esecutivo nazionale. Tuttavia il prode Gerry non ha fatto niente, al contrario, con la sua omertà ha di fatto coperto le malefatte del fratello. In un’intervista rilasciata nel 2009 a UTV, il leader del Sinn Féin ha affermato di aver creduto alle parole di sua nipote fin dall’inizio, cioè fin dal 1987. Ha detto di esserle sempre stato vicino, di averla sempre sostenuta e di essersi per questo allontanato da suo fratello. Ma ha detto il falso. Lo dimostrano le fotografie scattate al matrimonio del fratello, dove i due sono ritratti insieme, sorridenti. Lo conferma il fatto che in anni recenti è stato lo stesso Gerry a trovare al fratello un impiego presso un centro giovani (sic) di Belfast ovest. Lo conferma soprattutto il fatto che Liam, prima della condanna definitiva, è sempre rimasto un esponente di spicco del partito, del quale è stato anche tesoriere a Belfast Ovest. Nel 1997 fece di tutto per farsi candidare alle elezioni per la contea di Louth, e in quell’occasione Gerry si impegnò in prima persona per sostenere la sua candidatura. In più di un’occasione Liam ha partecipato come delegato del partito a incontri pubblici e commemorazioni ufficiali.

Nella foto: Gerry Adams al matrimonio del fratello Liam, nel 1991
Gerry Adams al matrimonio del fratello Liam, nel 1991

Da anni la credibilità politica di Gerry Adams è messa in discussione da chi ritiene che l’Accordo del Venerdì Santo abbia in buona parte tradito gli ideali repubblicani, ma qui il problema appare assai più grave, poiché una vicenda come quella che ha coinvolto suo fratello va a minare seriamente anche la sua autorità morale.
C’era una volta un leader politico che infiammava i cuori di chi credeva nella lotta per la libertà, che col suo carisma rappresentava l’incarnazione di quegli ideali che hanno consentito al popolo irlandese di resistere per decenni a un potente invasore. Adesso quel monumento vivente non è più capace di suscitare né odio, né ammirazione. Semplicemente non esiste più.
RM

Irlanda del Nord: Amnesty critica l’incapacità di affrontare il passato

C’è una crudele ironia nel fatto che l’Irlanda del Nord venga presentata come un modello di successo quando molte famiglie delle vittime in realtà considerano il modo in cui sono state trattate un fallimento“.

Le vittime del conflitto in Irlanda del Nord sono “vergognosamente deluse” da un approccio con il passato viziato e frammentario, ha dichiarato oggi Amnesty International in occasione della pubblicazione di un nuovo rapporto.

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Il rapporto Irlanda del Nord: è ora di affrontare il passato rimprovera al governo del Regno Unito e ai partiti politici nordirlandesi la mancanza di volontà politica per far emergere la verità e fare giustizia. Quindici anni dopo l’accordo del Venerdì Santo di Belfast e a una settimana dall’avvio di nuovi importanti colloqui, il rapporto di 78 pagine rivela che le aspettative delle vittime e delle loro famiglie sono state tradite da vari successivi tentativi di indagare sugli abusi. L’incapacità di trovare un approccio onnicomprensivo per affrontare il passato ha contribuito alla divisione del tessuto sociale che in Irlanda del Nord è ancora molto marcata, ha evidenziato Amnesty. Il rapporto, lanciato oggi a Belfast, giunge poco prima dell’inizio dei negoziati trasversali presieduti dall’ex inviato americano in Irlanda del Nord, Richard Haass, per affrontare l’eredità del passato e altri argomenti controversi quali i cortei e le bandiere. John Dalhuisen, direttore del programma Europa e Asia Centrale di Amnesty International, ha dichiarato: “Le vittime e le loro famiglie sono state vergognosamente deluse da inadeguati tentativi di arrivare alla verità su quanto è accaduto in Irlanda del Nord. “Vi è una crudele ironia nel fatto che l’Irlanda del Nord venga presentata come un modello di successo quando molte famiglie delle vittime ritengono che il modo in cui sono state trattate sia un fallimento. “Negli ultimi 10 anni, un coacervo di misure, tra cui anche indagini isolate, non è riuscito a stabilire la piena verità sulle violazioni e le violenze del passato, lasciando molte delle vittime ancora in attesa di giustizia. “Il governo britannico e tutti i partiti politici dell’Irlanda del Nord ora devono prendere il toro per le corna e accordarsi per un nuovo approccio che possa occuparsi nel modo più completo degli avvenimenti del passato”.
Il rapporto rileva che, sebbene esistano numerosi meccanismi eterogenei e isolati istituiti per esaminare eventi separati, le loro intrinseche limitazioni e la ristrettezza dei loro mandati ha significato che essi non sono in grado – neppure se agissero tutti insieme – di fare piena luce sulle violazioni dei diritti umani e gli abusi commessi da entrambe le parti durante un trentennio di violenza politica.
Durante i “Troubles” in Irlanda del Nord furono uccise più di 3600 persone e più di 40.000 vennero ferite. Nella maggior parte dei casi nessuno è mai stato chiamato a risponderne. Il rapporto di Amnesty International mostra come le famiglie abbiano vissuto in prima persona il fallimento delle inchieste effettuate dalla Gruppo per le inchieste storiche della polizia dell’Irlanda del Nord, dall’ufficio del Difensore civico per le attività della polizia e da vari medici legali, ognuna delle quali aveva un mandato limitato e ha spesso lasciato le famiglie con più domande che risposte.  James Miller, il cui nonno David Miller fu ucciso insieme ad altre otto persone a Claudy nel 1972, in un attentato attribuito all’Ira, ha dichiarato: “Si dice che stiano aspettando che moriamo. Ma la prossima generazione continuerà a fare domande su quanto è successo. Prendete me, quello che è stato ucciso era mio nonno, ma io continuo ancora a chiedere la verità”.
Peter Heathwood fu colpito da alcuni uomini armati, sospettati di essere lealisti, che nel settembre 1979 lo aggredirono a casa sua e da allora è rimasto paralizzato. Suo padre, Herbert Heathwood, ebbe un attacco di cuore e morì durante l’aggressione. Peter afferma: “La gente dice ‘dimentichiamo il passato e andiamo avanti, è successo 30 anni fa’. È una stupidaggine bella e buona. In Irlanda del Nord il passato è il presente. Se non affrontiamo il passato, i miei nipoti dovranno di nuovo soffrire per questo, e non voglio che vada così. Siamo persone ferite, siamo le cicatrici viventi della società e abbiamo bisogno che venga riconosciuto ciò che abbiamo sofferto”. Amnesty International chiede l’istituzione di un meccanismo globale di revisione del conflitto nel suo insieme, che possa stabilire la verità sulle violazioni dei diritti umani e ne determini le responsabilità”. Un meccanismo del genere deve anche esaminare gli abusi subiti dalle persone gravemente ferite e dalle vittime di tortura e altri maltrattamenti, che troppo spesso sono state escluse dai procedimenti esistenti, ha dichiarato l’organizzazione per i diritti umani. Un meccanismo così strutturato sarebbe un importante passo avanti verso la fine dell’impunità per le violazioni dei diritti umani e le violenze in Irlanda del Nord e potrebbe contribuire a sanare le divisioni del tessuto sociale.
Amnesty International ha effettuato ricerche sui 30 anni di conflitto politico in Irlanda del Nord documentando una serie di violazioni dei diritti umani e violenze, tra cui omicidi illegittimi, tortura e altri maltrattamenti, rapimenti e processi iniqui. Amnesty International chiede indagini efficaci e la possibilità per le vittime di godere del diritto al rimedio e alla riparazione. Questo rapporto si basa sulle ricerche condotte da Amnesty International negli ultimi 18 mesi, che hanno compreso incontri e 47 lunghe interviste con parenti di persone uccise provenienti da comunità diverse e con persone gravemente ferite durante il conflitto.