Archivi tag: ira

“La mia lotta in carcere con Bobby Sands”

Intervista a Séanna Walsh (Avvenire, 9.7.2017)

La svolta definitiva verso la pace in Irlanda del Nord arrivò il 28 luglio 2005, quando l’IRA annunciò la fine della lotta armata e l’avvio dello smantellamento del proprio arsenale. Mai prima  d’allora l’esercito repubblicano irlandese aveva fatto leggere un comunicato da un volontario a volto scoperto. Davanti alla telecamera, accanto a un tricolore irlandese, comparve lui: Séanna Walsh, una delle figure più note e rispettate all’interno del movimento repubblicano. Poco meno che cinquantenne, aveva trascorso ventuno anni in carcere, gran parte dei quali nei famigerati blocchi H di Long Kesh dove a partire dalla seconda metà degli anni ’70 si svolsero durissime proteste carcerarie.

Nella foto: Séanna Walsh

Ma soprattutto, Walsh era legato da un’amicizia fraterna con Bobby Sands, il martire irlandese morto il 5 maggio del 1981, dopo 66 giorni di sciopero della fame. L’abbiamo incontrato nelle stanze della City Hall di Belfast, dove oggi lavora come consigliere comunale per il partito repubblicano Sinn Féin, per chiedergli un ricordo di Sands. “Lo vidi per la prima volta nel 1972, avevo solo sedici anni ed ero appena entrato a Long Kesh dopo essere stato catturato durante un’operazione”, ci ha raccontato. “Mi misero in una delle baracche del campo, dov’era rinchiuso anche Bobby. Fu lui a introdurmi in quel mondo. Aveva solo due anni più di me, era estremamente alla mano. Diventammo subito grandi amici e trascorremmo più di tre anni là dentro insieme. Fummo rilasciati entrambi nel 1976, ci ritrovammo nell’IRA in quei pochi mesi che lo videro libero. Finché non ci catturarono di nuovo, io in agosto, Bobby in ottobre. Di fatto siamo rimasti in carcere insieme fino alla sua fine, anche se non nello stesso braccio. Le cose peggiorarono notevolmente quando Londra abolì lo status di prigioniero politico per quelli come noi. Lo scontro carcerario divenne durissimo.
Quando lo vide per l’ultima volta?
Nel settembre 1979, a una visita. Si era tagliato i capelli e la barba, era irriconoscibile. Lo abbracciai e gli augurai buona fortuna. Avevo capito che non l’avrei rivisto mai più.
Cosa ricorda di quei 66 giorni che lo condussero alla morte?
Due settimane dopo l’inizio dello sciopero della fame mi scrisse una lettera segreta nella quale mi confidò di essere molto preoccupato per la sua famiglia, sapeva che stava soffrendo molto a causa della sua decisione di entrare in sciopero ma diceva anche di essere fiducioso di arrivare a un accordo che potesse consentirgli di interrompere la protesta. Era convinto che se lui fosse morto per primo, gli inglesi sarebbero stati costretti a cedere e tutti gli altri avrebbero potuto salvarsi. Sperai con tutto me stesso che avesse ragione, ma purtroppo le cose andarono diversamente.
Non servì a niente neanche farlo eleggere in parlamento proprio durante lo sciopero.
Ricordo quando emerse l’idea di candidarlo alle elezioni supplettive. Fino a quel momento eravamo sempre stati assai sospettosi nei confronti dello strumento elettorale, eravamo convinti che non fossero in grado di cambiare niente. Ma pensai che se fosse stato eletto gli inglesi non avrebbero potuto consentire a un membro del parlamento di morire in quel modo. Mi sbagliavo.
Cos’è cambiato per lei dopo la sua morte?
Quando morì non mi sono permesso di piangere. Diventai ancora più determinato nel voler vedere la fine della presenza britannica in Irlanda. Fui rilasciato dal carcere tre anni dopo, nel 1984. Per prima cosa andai davanti alla sua tomba, al cimitero di Milltown, a giurare che avrei dedicato tutto me stesso al conflitto, fino alla riunificazione del paese e fino alla nascita di una nuova repubblica. Solo allora mi sono permesso di piangere. Nel 1988 fui arrestato di nuovo durante un attacco contro l’esercito britannico. Sono tornato in libertà solo nel settembre 1998, in seguito agli accordi del Venerdì Santo. Porto ancora Bobby nel mio cuore, sarà sempre nei miei ricordi più cari, ma non è il solo motivo per cui sono ancora un repubblicano convinto. Noi ricordiamo i nostri morti, ma continuiamo a lottare per i vivi.
RM

“Storia del conflitto”, una nuova edizione aggiornata

A otto anni esatti dalla prima edizione (luglio 2009) torna finalmente nelle librerie il mio Storia del conflitto anglo-irlandese. Questa nuova ristampa – la terza – si è resa necessaria sia perché le due precedenti sono completamente esaurite da tempo e il libro continua a essere richiesto anche dalle scuole, sia perché a quasi un decennio di distanza il volume aveva inevitabilmente bisogno di un aggiornamento e di alcune piccole modifiche. Oltre alla doverosa revisione, ho aggiunto un nuovo capitolo dal titolo “Pace senza giustizia” che fa il punto sulla situazione attuale delle numerose inchieste concluse o tuttora in corso. Le verità che col tempo sono venute a galla come quella sulla “Glenanne gang” – un gruppo composto da paramilitari lealisti, agenti dello stato britannico e della polizia nordirlandese che mise a segno decine di attentati – hanno aperto grossi interrogativi, anche in ambito giudiziario. La nuova edizione ha anche una nuova copertina.

L’eredità contesa di Bobby Sands

Venerdì di Repubblica, 24.3.2017

Rischia di finire in tribunale l’eredità di Bobby Sands, il simbolo della lotta di liberazione irlandese morto di sciopero della fame in carcere nel 1981. Oggetto del contendere è il controverso ruolo del Bobby Sands Trust, la fondazione controllata dal partito repubblicano Sinn Féin che detiene i diritti d’autore sugli scritti dal carcere di Sands, le testimonianze, le poesie e il toccante diario dei suoi primi diciassette giorni senza cibo. Da anni i familiari di Bobby sostengono che la fondazione lucra sulla sua memoria e utilizza il suo nome a fini commerciali senza avere più alcun titolo per farlo. L’ultimo scontro è nato in seguito alla pubblicazione del graphic novel Bobby Sands. Vita di un eroe di Gerry Hunt, appena tradotta in italiano da Red Star Press. La famiglia ha denunciato di non essere stata consultata durante la realizzazione del libro e ha chiesto lo scioglimento del Trust, accusandolo di voler sfruttare ancora una volta la vicenda a fini di lucro. Al centro del dissidio ci sarebbero perlopiù ragioni politiche. In passato anche Marcella e Bernadette, le sorelle di Bobby, hanno fatto parte del direttivo della fondazione ma negli anni cruciali del processo di pace qualcosa si è rotto poiché, a quanto sostiene la famiglia, il partito che la governa ha abbandonato i principi per i quali loro fratello lottò fino alla morte. Danny Morrison, ex prigioniero ai tempi di Sands e oggi presidente del Trust, ha spiegato che l’ente non ricava alcun profitto dalla biografia a fumetti, né da altre pubblicazioni simili. “Il nostro unico obiettivo – ha ribadito – è rispettare la volontà di Bobby, che in una lettera firmata davanti al suo avvocato poco prima di morire lasciò in eredità i suoi scritti al movimento repubblicano”. Un contenzioso legale potrebbe nascere proprio su quest’ultimo punto: all’epoca quel movimento coincideva infatti con l’IRA mentre la fondazione fu istituita dopo la morte di Sands per raccogliere fondi da destinare ai familiari dei prigionieri. Ma secondo la famiglia oggi i diritti d’autore dovrebbero appartenere a Gerard Sands, unico figlio del leader di quella memorabile protesta carceraria che segnò uno spartiacque nella lotta di liberazione irlandese.
RM

Spoon River d’Irlanda

Reportage dal cimitero cattolico di Milltown, Belfast, uscito su Avvenire il 10 marzo 2017

Bobby Sands e i martiri dell’indipendenza irlandese dormono su una collina che sovrasta il centro di Belfast, in un luogo che anche col trascorrere delle epoche storiche ha mantenuto intatta tutta la sacralità del suo passato. Nel cuore dell’ex ghetto cattolico di Falls road, il quartiere che fu per decenni il crocevia della lotta dell’IRA, si erge silenzioso e imponente il cimitero di Milltown. L’area che lo circonda è diventata ormai un percorso turistico e talvolta si stenta quasi a riconoscerla. La gigantesca stazione di polizia che ai tempi del conflitto incombeva sull’ingresso della necropoli con il suo massiccio apparato di sistemi di sicurezza è stata demolita alcuni anni fa: tonnellate di cemento e lamiera sono state rimosse per lasciare spazio a una piccola piazza, all’angolo con Springfield road. Sull’altro lato della strada le enormi volumetrie di una catena di supermercati inglesi hanno affiancato impietosamente quell’antologia di lapidi e croci celtiche, e le sue insegne luminose oscurano con irriverenza la prospettiva del cimitero.
Fin dagli anni ’20, le strade circostanti sono state teatro dei brutali pogrom anticattolici che alcuni decenni più tardi avrebbero innescato gli scontri culminati nei cosiddetti Troubles e nella fase moderna del conflitto anglo-irlandese. Milltown non è semplicemente un luogo della memoria, del silenzio e della preghiera, perché nelle sue pietre raccoglie oltre due secoli di storia della causa indipendentista irlandese. Nessun cimitero in tutta l’Irlanda – neanche il monumentale Glasnevin di Dublino – può annoverare al suo interno un numero così grande di caduti per la libertà del paese. Nel 1869 Patrick Dorrian, vescovo di Down e Connor, investì poco più di quattromila sterline per acquisire ventidue ettari di terreno sui quali fece realizzare un cimitero che, contrariamente al vicino City cemetery, doveva essere destinato esclusivamente alla sepoltura dei cattolici. Le tombe che ospita oggi sono circa 200mila, e tra queste soltanto una appartiene a un protestante: James Moore Neeley Hunter, un carpentiere navale morto nel 1954 all’età di 75 anni, sposato con una donna cattolica.

A Milltown si accede varcando il grande arco triangolare in pietra che segna l’ingresso principale, su Falls road, e percorrendo i viali che digradano giù verso l’autostrada e il centro cittadino. Curiosamente, sono poche le tombe risalenti alle due guerre mondiale – in totale centocinquanta – e l’unico monumento di rilievo è quello eretto a ricordo delle vittime non identificate del blitz dell’aviazione nazista che distrusse Belfast nella primavera del 1941. Basta spingersi poche centinaia di metri oltre l’ingresso per ritrovarsi nei cosiddetti poor ground, i prati dove sono state inumate decine di migliaia di vittime dell’influenza spagnola che flagellò l’Europa nel 1918 e solo a Belfast causò la morte di quasi ottantamila persone. I loro corpi giacciono anonimi in una zona che è quasi un’immensa fossa comune. Poco più avanti inizia il pantheon dei martiri della causa repubblicana indipendentista, disseminato in più aree non distanti tra loro. Il primo Republican Plot, dedicato alla memoria del feniano William Harbinson, morto nel 1867, ospita i resti di alcuni dei più noti caduti dell’IRA degli anni ’20, tra i quali spiccano Liam Mellows e Rory O’Connor, fucilati dalle truppe governative irlandesi durante la guerra civile nel 1922. Percorrendo sentieri costellati di lapidi e croci celtiche, ci si imbatte in un grande memoriale nero restaurato di recente che rappresenta un tributo ai caduti repubblicani della Contea di Antrim, dalla rivolta del 1798 ai giorni nostri. Più avanti, una stele nera segnata dal tempo ricorda Winifred Carney, una delle più grandi figure femminili della Rivolta di Pasqua del 1916. Fu la più stretta collaboratrice del leader socialista James Connolly, nonché l’unica donna che combatté con i rivoltosi asserragliati nell’edificio delle Poste Centrali di Dublino. Centinaia di cattolici caduti durante il conflitto e di volontari dell’IRA sono sepolti nelle rispettive tombe di famiglia. Tra questi c’è anche Tom Williams, uno dei più importanti martiri della storia repubblicana, impiccato ad appena diciotto anni nel 1942 per aver preso parte all’attentato contro un poliziotto. I suoi resti sono stati traslati a Milltown soltanto nel 2000, dopo essere rimasti per decenni nel vecchio carcere cittadino di Crumlin road, ormai chiuso. Tra i testimoni illustri della complessità del passato irlandese ci sono religiosi che hanno scritto la storia della comunità cattolica di Belfast dalla fine del XIX secolo. In uno spazio dedicato ai padri redentoristi riposa da tre anni Alec Reid, figura di spicco del processo di pace, che rese il vicino monastero di Clonard uno dei simboli del dialogo negli anni più cupi del conflitto. Bobby Sands è sepolto nel cosiddetto New Republican Plot, un vialetto circoscritto da un piccolo muro e costellato di lapidi ornate da corone di fiori e sormontato da un monumento sul quale sventola il tricolore irlandese. Il suo nome è iscritto su una lapide di marmo nero insieme a quello di Joe McDonnell (il compagno che prese il suo posto nello sciopero della fame del 1981 e morì qualche settimana dopo di lui) e Terence O’Neill. Purtroppo la sua tomba viene periodicamente profanata e sfregiata da attacchi che confermano quanto certe ferite siano ancora aperte e al tempo stesso ne riconoscono, implicitamente, l’importanza storica. Nel 2004 fu addirittura distrutta da un blitz dei fanatici orangisti, mentre l’ultimo oltraggio risale all’estate scorsa, e vide tutta l’area circostante imbrattata con graffiti e slogan neonazisti. Ma il fatto più tragico avvenne il 16 marzo 1988, quando il cimitero divenne teatro di una strage. Durante i funerali di tre volontari dell’IRA uccisi a Gibilterra dalle forze di sicurezza britanniche, Michael Stone, militante del gruppo paramilitare lealista Ulster Defence Association attaccò la folla a colpi di granate e fucilate, a pochi passi dalla tomba di Bobby Sands. Uccise tre persone e ne ferì una quarantina prima di sfuggire al linciaggio grazie all’intervento di una pattuglia della polizia. L’agghiacciante sequenza, ripresa dalle televisioni, è tristemente passata alla storia come uno dei fatti più tragici avvenuti negli ultimi anni del conflitto.
RM

Bobby Sands, l’internazionalismo inciso sul corpo

La recensione uscita ieri sul Manifesto del mio “Bobby Sands. Un’utopia irlandese”, a firma di Enrico Terrinoni, traduttore di Joyce e docente di letteratura inglese all’Università di Perugia.

«Di tutti i rivoluzionari irlandesi del passato che avevi imparato a conoscere in carcere, era quello che ammiravi di più. Per le sue idee, per il suo coraggio, per il sacrificio che mezzo secolo prima l’aveva visto cadere, abbattuto da un plotone di esecuzione nei giorni della guerra civile. Aveva ventisette anni, gli stessi che avevi tu, quando il tuo corpo si spense per sempre dopo quei sessantasei giorni di agonia. Chissà se avresti mai immaginato di ritrovarti al suo fianco tra i martiri repubblicani del cimitero di Milltown».
Pochi studiosi possono permettersi di dare del tu a Bobby Sands. Riccardo Michelucci è uno di questi. Già autore di una imprescindibile storia del conflitto anglo-irlandese, pubblica in questi giorni, per la collana «Sorbonne» delle Edizioni Clichy, Bobby Sands, un’utopia irlandese (p. 117, euro 7,90).
È un libro composito. Al suo nucleo e cuore, un monologo drammatico già perfetto per il palcoscenico che ripercorre l’esistenza di Sands, affianca pagine di puntuale biografia, a stralci dagli scritti di questo rivoluzionario che fu anche poeta, e a significative foto di quel conflitto che in tanti vogliono dimenticato.
Michelucci non è solo un attento osservatore della situazione in Irlanda del Nord. A Belfast e dintorni è addirittura di casa: «Oggi stenteresti a riconoscerla, Falls Road, il luogo che più di ogni altro fu il crocevia della vostra lotta. C’è chi dice che quegli odierni simboli del benessere rappresentino la svendita dei vostri ideali. Forse è davvero così, ma mi conforta sapere che quando torno a Belfast ci sei tu ad accogliermi con quel sorriso senza tempo, a indirizzare in uno spazio fisico la geografia della memoria che mescola le emozioni del presente con quelle del passato».
Sono parole vere più che mai oggi, in un momento storico in cui l’ebbrezza economica di parti dell’isola stona ancor di più con la situazione delle periferie dell’ultima colonia d’Europa, dove il tasso di disoccupazione è il più alto della Gran Bretagna.
A Derry, seconda città dell’Irlanda del Nord, spetta persino il primato doppio della disoccupazione giovanile e dei suicidi.
È certo un tradimento degli ideali di Sands, che a muso duro aveva dichiarato: «Non mi fermerò finché non raggiungerò la liberazione della mia nazione, finché l’Irlanda non diventerà una repubblica socialista, sovrana e indipendente».
Bobby non fu il primo né l’ultimo dei socialisti che hanno sperato di poter fondere le lotte di autodeterminazione con la speranza di un futuro di uguaglianza. Si muoveva sul solco di James Connolly, per cui la causa del lavoro e quella della nazione erano un tutt’uno. Ma anche di Wolfe Tone, che come ricorda Michelucci, aveva giurato, duecento anni prima di «rovesciare il dominio inglese in Irlanda», a due passi dalla prima casa di Sands.
Ma Wolfe Tone aveva anche lottato per una repubblica di people of no property, iscrivendo così sin dai suoi albori il repubblicanesimo nel novero delle lotte che oggi chiameremmo anticapitaliste.
In carcere, il giovanissimo Bobby si formò agli scritti di Marx, Fanon, Connolly e Guevara, e mai scinderà il suo impegno per il proprio popolo da una visione socialista e internazionalista del mondo. Un retaggio per fortuna sopravvissuto in scenari in cui il repubblicanesimo contemporaneo si muove quasi esclusivamente a sinistra dei conservatorismi bigotti.
Bobby Sands iniziò lo sciopero della fame il 1 marzo del 1981, e la sua esistenza si concluderà il 5 maggio. Un sacrificio, il suo, che ancora riecheggia tra le strade di Belfast, sui cui murales spesso campeggia la scritta, improntata a un eroico ottimismo della volontà, «la nostra vendetta sarà il sorriso dei nostri bambini». Una certezza grazie a cui Bobby e i nove compagni morti dopo di lui hanno saputo resistere a condizioni disumane, volute da apparati di una delle più antiche democrazie del mondo: «Quanto dolore per quelle madri che venivano a farvi visita e scoppiavano a piangere vedendovi ridotti a cadaveri ambulanti, con i capelli e la barba lunga, avvolti in quelle luride coperte. Ma il vostro fisico scheletrico e segnato dalle percosse mascherava in realtà la superiorità morale degli oppressi, la furia del pensiero indomabile di chi lotta per la giustizia».

(Enrico Terrinoni, da “Il Manifesto”, 1.3.2017)

Una spia di origine italiana a Belfast

Venerdì di Repubblica, 13.1.2017

“Quando chi fa le leggi è anche colui che le infrange, non esiste più legge”: una scritta a caratteri cubitali sulle mura di Derry, cittadina martire dell’Irlanda del Nord, esprime con eloquenza lo scontento della popolazione dopo quasi vent’anni di pace senza giustizia. Dalla firma degli Accordi del Venerdì Santo nel 1998 lo stato britannico resta ancora sotto accusa per la cosiddetta ‘guerra sporca’, una prassi sistematica di collusione ad altissimo livello che per anni ha visto le sue forze di sicurezza alleate con i gruppi paramilitari protestanti e coinvolte in omicidi settari e operazioni sotto copertura contro i civili. Uno scandalo più grande e diffuso della Bloody Sunday, la strage compiuta dall’esercito inglese nel 1972, sulla quale un’inchiesta lunga dodici anni ha già stabilito come andarono le cose, pur senza punire i colpevoli. Proprio sulla falsariga di quell’inchiesta è appena cominciata l’“Operation Kenova”, un’indagine giudiziaria che intende far luce sul ruolo dell’esercito, dei servizi segreti MI5 e della squadra politica della polizia nordirlandese nell’omicidio di decine di sospetti informatori. La figura-chiave sulla quale un gruppo di esperti britannici e internazionali è chiamato a indagare è l’agente soprannominato “Stakeknife”, da anni noto come la più importante spia infiltrata dall’esercito all’interno dell’IRA, ritenuto responsabile della morte di almeno una cinquantina di persone e pagato 80.000 sterline l’anno dal governo su un conto bancario segreto a Gibilterra. La sua identità è stata rivelata alcuni anni fa da fonti molto attendibili: si tratterebbe di Alfredo “Freddie” Scappaticci, ormai ultrasettantenne, originario di una famiglia italiana immigrata a Belfast nel Dopoguerra, per anni internato nel carcere di Long Kesh prima che il Consiglio militare dell’IRA lo mettesse a capo di una squadra speciale incaricata di eliminare i presunti informatori.

Nella foto: Freddie Scappaticci
Nella foto: Freddie Scappaticci

Un uomo violento e senza scrupoli che agiva da giudice, da giuria e da carnefice determinando la vita o la morte di decine di persone spesso innocenti, e che per almeno quindici anni sarebbe stato anche il collaboratore più prezioso dell’esercito britannico, tanto che il generale John Wilsey, ufficiale in comando in Irlanda quegli anni, l’ha definito “una gallina dalle uova d’oro”. Dopo aver negato con forza ogni accusa, Scappaticci ha fatto perdere le sue tracce, sapendo di rischiare non tanto il carcere quanto l’ineluttabile vendetta dei suoi ex compagni. Molti ritengono che sia già morto, altri sostengono invece che viva in Italia, dalle parti di Cassino, ormai irriconoscibile grazie a una plastica facciale.
L’indagine che lo riguarda durerà almeno cinque anni e sarà guidata da Jon Boutcher, capo della polizia del Bedfordshire, che ha già reso nota l’esistenza di nuove prove. Se andrà a buon fine scoprirà finalmente il vaso di Pandora sulla ‘guerra sporca’ accertando quanti e quali crimini sono stati compiuti dai membri dell’esercito e dei servizi di sicurezza collusi con i paramilitari protestanti. La ricercatrice Anne Cadwallader del Pat Finucane Centre, un’ong irlandese che si batte per i diritti umani, si dice fiduciosa. Molto più scettico è invece Ed Moloney, veterano dei giornalisti investigativi irlandesi: “l’inchiesta rischia di scoprire fatti talmente sensibili che non potranno essere resi pubblici, e i suoi esiti saranno secretati com’è già accaduto in passato”.
RM

Fame di ideali

BobbySands375_300“Se morirò, Dio capirà”: è quanto disse Bobby Sands al giornalista dell’Irish Times Brendan Ó Cathaoir che andò a intervistarlo in carcere il 3 marzo del 1981, il terzo giorno dello sciopero della fame che l’avrebbe portato alla morte due mesi più tardi. Appena 27enne, rinchiuso nel braccio di massima sicurezza di Long Kesh, a Belfast, dove stava scontando una pena a quattordici anni per possesso di arma da fuoco, Sands chiarì in quell’occasione di essere disposto a morire per i suoi ideali. A qualunque costo. Non servì a niente neanche l’appello di papa Woytjla, che tramite il vescovo John Magee gli recapitò un messaggio chiedendogli d’interrompere il digiuno. Quello sciopero che attirò l’attenzione del mondo intero culminò il 5 maggio di quell’anno con la fine di Sands ma proseguì anche nei mesi successivi con la morte di altri nove detenuti irlandesi, cambiando per sempre la natura del conflitto anglo-irlandese, avviandolo verso un lungo ma irreversibile processo conclusivo. Da quel momento in poi, Bobby Sands e gli altri martiri del ‘blocco H’ furono trasfigurati in icone della lotta di liberazione irlandese, in parte disumanizzati per divenire simboli universali di quel terribile scontro carcerario. Esattamente 35 anni più tardi, ormai trascorso un periodo di tempo sufficiente per garantire il giusto distacco emotivo da quei fatti, è uscito in Gran Bretagna 66 Days, uno splendido documentario firmato dal regista Brendan J. Byrne che riesce per la prima volta a raccontare Bobby Sands per immagini anche attraverso un uso innovativo dei diari nei quali annotò le ultime memorie dalla prigione. Prima che le sue condizioni di salute iniziassero ad aggravarsi in modo irreversibile, il rivoluzionario-poeta raccontò i primi diciassette giorni del suo sciopero della fame scrivendo in clandestinità, su minuscoli pezzi di carta igienica, alcune delle pagine più toccanti della letteratura carceraria del ‘900. “Sto qui, sulla soglia di un altro mondo palpitante. Possa Dio avere pietà della mia anima”, scrisse all’inizio del suo diario, “Sono pieno di tristezza perché so di aver spezzato il cuore della mia povera madre e perché la mia famiglia è stata colpita da un’angoscia insopportabile. Ma ho considerato tutte le possibilità e ho cercato con tutti i mezzi di evitare ciò che è divenuto inevitabile: io e i miei compagni vi siamo stati costretti da quattro anni e mezzo di vera e propria barbarie. Sono un prigioniero politico. Sono un prigioniero politico perché sono l’effetto di una guerra perenne che il popolo irlandese oppresso combatte contro un regime straniero, schiacciante, non voluto, che rifiuta di andarsene dalla nostra terra”. Costruito come un conto alla rovescia verso la fine, 66 Days scorre giorno per giorno gli oltre due mesi di autoprivazione del cibo che condussero Sands alla morte. Lo fa alternando in modo magistrale una drammatica ricostruzione scenica interpretata dall’attore originario di Belfast Martin McCann, uno straziante repertorio iconografico e una serie di interviste non solo agli amici e agli ex compagni di prigionia di Sands ma anche ad alcuni protagonisti dell’epoca, come l’ex secondino di Long Kesh Dessie Waterworth e il giornalista Charles Moore, biografo di Margaret Thatcher. Trovando un giusto equilibrio tra le voci repubblicane e l’analisi storica, 66 Days ha dunque il grande merito di riuscire per la prima volta a inquadrare quei fatti in una prospettiva storica. Non ci erano riuscite, per la loro stessa natura, due importanti opere di finzione realizzate in passato, il recente Hunger – interpretato da Michael Fassbender con la regia di Steve McQueen, premiato a Cannes nel 2008 – e Some Mother’s Son (La scelta d’amore) di Terry George, del 1996. Rispetto a queste due pur intense prove cinematografiche, il lavoro di Byrne rende finalmente giustizia appieno alla figura di Sands e alla sua lotta per la libertà.
Nato nel 1954 alla periferia di Belfast e costretto giovanissimo, insieme alla sua famiglia, ad abbandonare la propria abitazione a causa delle violenze e degli attacchi settari contro la comunità cattolico-nazionalista dell’Irlanda del Nord, poi costretto ad abbandonare il lavoro per lo stesso motivo, si avvicina all’IRA appena diciottenne, nel 1972, durante l’anno più nero del conflitto angloirlandese. Quando finisce in carcere è un giovane volontario come tanti altri e niente fa presagire che di lì a poco, ristretto in un brutale regime carcerario, emergerà la sua statura di leader che lo porterà a guidare i compagni alla riscoperta delle loro tradizioni, della loro cultura, attraverso un percorso interiore che diventerà tutt’uno con la lotta carceraria, esprimendosi con l’arma nonviolenta e ancestrale del rifiuto del cibo, come gli antichi eroi gaelici. Durante lo sciopero, a poche settimane da una fine che appare ogni giorno sempre più ineluttabile, Sands viene eletto al parlamento di Westminster nel corso di una drammatica tornata elettorale suppletiva, che lo vede aggiudicarsi il seggio di Fermanagh South Tyrone con oltre trentaduemila preferenze. Ma neanche quello basta a salvargli la vita – poiché Londra non cede alle richieste dei prigionieri irlandesi – ma riesce invece a cambiare il corso della storia irlandese, portandola una volta per tutte verso una dinamica elettorale che arriverà infine a escludere l’uso delle armi. Il film di Byrne ricostruisce in modo esemplare quelle settimane drammatiche senza dimenticare che in quegli stessi giorni l’IRA uccise una giovane madre, Joanne Mathers, solo per aver contribuito alla campagna elettorale dell’avversario di Sands. I decenni trascorsi da allora hanno favorito un certo distacco ma non sono stati sufficienti a sopire del tutto le tensioni dell’epoca. Alcuni parlamentari unionisti-protestanti hanno contestato la concessione di fondi pubblici per la realizzazione del documentario nel quale colpisce, ancora una volta, l’assenza di alcune voci. Anche in questa occasione la famiglia di Sands si è infatti rifiutata di partecipare al progetto. La madre, le sorelle e il figlio Gerard, oggi quarantenne, non hanno voluto prendere parte a un lavoro orchestrato dal Bobby Sands Trust, la fondazione che detiene i diritti d’autore sugli scritti di Sands, e che loro accusano da tempo di agire con scarsa trasparenza e a scopo di lucro.
RM

(“Avvenire”, 28.8.2016)

Gli scheletri nell’armadio di Gerry Adams

adamsiragraffitiÈ l’agosto del 2003 quando una tempesta estiva sulla costa orientale dell’Irlanda fa riemergere dalle acque del mare i poveri resti di Jean McConville, come un lontano fantasma del passato. Sono trascorsi oltre tre decenni dal brutale omicidio di quella donna, vedova e madre di dieci figli, che aveva vissuto fino ad allora in povertà nel quartiere nazionalista di Falls Road, a Belfast. Quattro anni prima di quel macabro ritrovamento, l’I.R.A. aveva ammesso la propria responsabilità nell’assassinio, spiegando che la donna era stata ‘punita’ perché ritenuta una collaboratrice della polizia. Nel 1972, pochi giorni prima di Natale, un commando dell’esercito repubblicano irlandese l’aveva prelevata da casa sua e l’aveva condotta in una località ignota. La donna era stata sottoposta a un violento interrogatorio culminato in feroci torture – l’autopsia parlò di ossa spezzate e mani mozzate – e infine uccisa con un colpo di pistola alla nuca. Nella lunga storia costellata di lutti del conflitto in Irlanda del Nord, quello di Jean McConville sarebbe diventato il caso più noto ed emblematico nella lista delle persone “scomparse”, cioè delle vittime sepolte in luoghi segreti per depistare le indagini sulla loro tragica fine.

Jean McConville (a sinistra) con tre dei suoi dieci figli
Jean McConville (a sinistra) con tre dei suoi dieci figli

Il modus operandi dell’I.R.A., in quegli anni, prevedeva che gli informatori della polizia o dell’esercito britannico venissero ammazzati con un colpo di pistola alla testa e i loro corpi fossero lasciati sulla strada, ben visibili, per essere da monito per la comunità. Ma quando un omicidio veniva considerato imbarazzante per la stessa I.R.A. – come nel caso della McConville, madre di dieci figli e da poco rimasta vedova – il suo corpo ‘spariva’, veniva cioè sepolto in un luogo ignoto. Neanche la morte era sufficiente per cancellare la colpa di un informatore, il cui nome diventava sinonimo della peggiore abiezione: quella di aver tradito la propria gente aiutando il nemico, l’invasore inglese, per trarne un beneficio personale. Per questo i figli della McConville non hanno mai smesso di battersi non solo per conoscere tutta la verità sulla fine della donna, ma anche per riabilitarne il nome, affermando la sua innocenza. Una tesi confermata nel 2006 anche dal difensore civico dell’Irlanda del Nord Nuala O’Loan, al termine di un’inchiesta indipendente condotta sul caso: “la donna non era un’informatrice della polizia – conclude il rapporto – si era solo limitata ad aiutare un soldato inglese ferito nei pressi di casa sua”.
Ma quell’oscura vicenda risalente al 1972 era destinata ad andare ben oltre la dimensione familiare di una delle tante tragedie causate dal conflitto e a riemergere da un passato che pareva ormai rimosso, con conseguenze potenzialmente devastanti per l’immagine del capo indiscusso, dell’icona vivente, dei repubblicani irlandesi: Gerry Adams. In anni recenti il caso di Jean McConville è stato tra quelli al centro dell’analisi dell’archivio di storia orale del Boston College, impegnato a raccogliere le testimonianze degli ex leader dei gruppi paramilitari irlandesi. Il patto con i ricercatori statunitensi prevedeva che gli intervistati rompessero il codice del silenzio e parlassero con la massima franchezza, ricevendo in cambio la promessa che niente sarebbe stato pubblicato prima della loro morte. Una delle testimonianze centrali è stata quella di Brendan Hughes, noto come The Dark, ex comandante della brigata dell’I.R.A. di Belfast, considerato una delle figure di maggior spicco del conflitto anglo-irlandese. Dopo la sua morte avvenuta nel 2008, le sue testimonianze sono state rese pubbliche integralmente nel libro Voices from the Grave curato dal noto giornalista irlandese Ed Moloney. Le parole di Hughes hanno denunciato e circostanziato il coinvolgimento di Gerry Adams nel caso McConville. “La donna – affermò Hughes – era un’informatrice degli inglesi. L’unità che inviai a perquisire la sua abitazione trovò una ricetrasmittente. L’arrestammo e la interrogammo, ma l’ordine di ucciderla arrivò dall’uomo che da anni guida il Sinn Fein. Non ho mai compiuto un’operazione del genere senza l’ordine o l’avallo da parte di Gerry Adams”.

Gerry Adams e Brendan Hughes insieme nel carcere di Long Kesh
Gerry Adams e Brendan Hughes insieme nel carcere di Long Kesh

Secondo le rivelazioni di Hughes, lo stesso Adams ordinò personalmente alcuni noti omicidi ‘punitivi’ compiuti dall’IRA nei primi anni ’70 e guidò il gruppo degli “sconosciuti”, un’unità speciale dell’esercito repubblicano irlandese che divenne attiva dal 1972 per assumere il comando della brigata di Belfast. Le parole di Hughes – poi confermate da altri ex esponenti di spicco dell’I.R.A. – gettano ombre pesantissime sul passato di Adams, perché sono state pronunciate da uno che per anni è stato uno dei suoi più stretti collaboratori e compagni di lotta. Non a caso, tre anni fa una Corte federale statunitense ha fatto causa al Boston College per ottenere le trascrizioni di quelle interviste e l’anno scorso la Corte d’Appello ha ordinato all’università di consegnare una parte delle interviste. È lì che la polizia del Nord Irlanda ha rinvenuto i nuovi indizi che nei giorni scorsi hanno portato al fermo e al prolungato interrogatorio di Adams. Se il leader del Sinn Fein sarà riconosciuto colpevole di aver commissionato quel brutale omicidio, potrà essere condannato al massimo a due anni di prigione perché un accordo tra unionisti e repubblicani prevede che nessun crimine commesso durante il conflitto prima del 1998 possa essere condannato a più di 24 mesi di carcere. Ma al di là degli sviluppi giudiziari e dell’eventuale incarcerazione di Adams, il caso McConville rischia di seppellire definitivamente la carriera politica del leader del più grande partito nazionalista d’Irlanda, un personaggio riconosciuto a livello mondiale come uno dei protagonisti dello storico processo di pace. La sua credibilità politica – da anni messa in discussione da chi sostiene che gli ideali indipendentisti siano stati traditi – appare ormai minata in modo irrimediabile, a causa delle sue ripetute menzogne. In primo luogo dalla sua ostinazione a negare il proprio ruolo attivo nella lotta armata e la propria adesione all’I.R.A. negli anni del conflitto. Senza scordare il ruolo controverso e mai chiarito dello stesso Adams e del suo vice McGuinness in alcuni dei momenti-chiave del conflitto, come lo sciopero della fame del 1981, nel quale Bobby Sands e altri nove attivisti si lasciarono morire di fame in carcere, al culmine di un tragico braccio di ferro col governo inglese.
RM

Irlanda: chi ha paura di una Commissione per la verità e la giustizia?

Soltanto una Commissione per la verità e la giustizia sul modello di quella del Sudafrica post-apartheid potrà sanare una volta per tutte le ferite dell’Irlanda del Nord. A sostenerlo è Anne Cadwallader, ricercatrice del Pat Finucane Centre, una prestigiosa Ong di Belfast, che ha da poco dato alle stampe Lethal Allies. British Collusion in Ireland, un libro che dimostra per la prima volta in modo inconfutabile l’esistenza di un sistema di collusione ad altissimo livello tra lo stato britannico e i gruppi paramilitari protestanti durante gli anni più cruenti del conflitto in Irlanda del Nord. 1781171882.01._PC_SCLZZZZZZZ_Il ponderoso volume è frutto del lavoro di un team di ricercatori che per anni hanno indagato sugli omicidi settari compiuti negli anni ‘70 all’interno di quello che è stato definito il “triangolo della morte”, cioè le cittadine di Armagh, Portadown e Dungannon, a pochi chilometri dall’allora sensibilissima frontiera con la Repubblica d’Irlanda. “Il mio intento – ci spiega l’autrice al telefono dalla sua casa di Belfast – è quello di fornire il punto di partenza per la creazione di un organo indipendente e dotato di pieni poteri che sia in grado d’indagare alla ricerca della verità in base all’articolo 2 della Convenzione europea per i diritti umani, quello che garantisce il diritto alla vita”. A un mese dalla sua uscita, il libro è giunto alla terza ristampa ed è già riuscito a riaprire il dibattito sulla necessità di una Commissione “stile Sudafrica”, un’ipotesi tramontata tre anni fa quando un apposito gruppo di ricerca istituito da Londra naufragò di fronte alle richieste di risarcimenti delle famiglie delle vittime.
Ma a quindici anni dall’Accordo di Pace del Venerdì Santo, l’Irlanda del Nord resta un paese diviso, con comunità che vivono separate e tensioni permanenti che il tempo non sembra in grado di cancellare. “Non sono solo le famiglie ad avere il diritto di conoscere la verità sulla morte dei loro cari. Anche la società ha bisogno di comprendere il passato per costruire un futuro condiviso”, afferma Cadwallader, che ha alle spalle una lunga carriera di giornalista alla BBC e alla Reuters. Il suo Lethal Allies racconta per la prima volta tutta la verità in modo documentato e incontrovertibile, incrociando materiale degli archivi britannici, interviste di prima mano e rapporti ufficiali degli organi di polizia. “Questa collusione è giunta fino all’apice del governo britannico – denuncia – siamo infatti in grado di citare una lettera del 1975 che rivela un incontro tra l’allora primo ministro Harold Wilson e il nuovo capo dell’opposizione, Margaret Thatcher, durante il quale il Segretario per l’Irlanda del Nord informa i due leader politici che la RUC (la polizia dell’Irlanda del Nord, NdR) collabora col gruppo paramilitare protestante UVF e che il reggimento speciale dell’esercito britannico UDR è stato infiltrato da estremisti protestanti. Abbiamo un’enorme quantità di documenti nei quali lo stesso esercito britannico utilizza il termine ‘collusion’ per descrivere il motivo per il quale le armi venivano prese dagli arsenali dell’UDR”. Oltre alla mole di materiale d’archivio citato nel dettaglio, impressionano i numeri. Soltanto una tra le 120 persone ammazzate che la studiosa racconta nel suo libro era un membro dell’I.R.A.. Tutti gli altri erano civili, persone comuni che non avevano preso parte alla lotta armata. “Un simile sistema di collusione aveva funzionato in altri contesti coloniali nei quali era stata coinvolta la Gran Bretagna: il Kenya, la Malesia, Aden, Cipro e altri. I britannici volevano impedire ai cattolici nordirlandesi di avere rapporti con Dublino, ed era la stessa cosa che volevano i lealisti”. Ma secondo Cadwallader ormai incolpare le persone sarebbe una perdita di tempo, anche perché poche tra le famiglie delle vittime vogliono che i responsabili siano messi sotto processo. Quello che vogliono, invece, è che Londra riconosca ciò che è accaduto, che chieda scusa e li risarcisca. “I governi, in particolare quelli che devono fare fronte a insurrezioni violente, devono garantire e salvaguardare lo stato di diritto, devono comportarsi in modo diverso dalle forze paramilitari. Perché se a infrangere la legge sono gli stessi che fanno le leggi, non c’è più legge”. Ed è qui che torna d’attualità la Commissione per la verità e la giustizia. Chi ne sta ostacolando l’istituzione? Cadwallader non ha dubbi: il governo britannico. “Forse perché avrebbe molto da perdere. Il ruolo di Londra nel conflitto è riuscito finora a scampare al giudizio dell’opinione pubblica internazionale. Molte persone al di fuori del Nord Irlanda credono ancora alla favola secondo la quale Londra è stata un arbitro imparziale tra due fazioni in lotta. Invece nel corso dei decenni ha compiuto molti errori, ha infranto la legge e ha molte domande alle quali rispondere. Ma ignorare le divisioni del passato sarebbe l’errore più grande, perché prima o poi tornerebbero fuori per ossessionarci, come sta accadendo adesso in Spagna”.
RM

Armata Rossa all’irlandese

Irish_Citizen_Army_Group_Liberty_Hall_Dublin_1914
Esattamente cento anni fa, in un giorno tuttora incerto di inizio novembre, nasceva a Dublino l’«Irish Citizen Army». Allo scopo di difendere i lavoratori in sciopero dalle violenze della polizia, preparare l’insurrezione e gettare le basi per la nascita dell’IRA.
di Enrico Terrinoni

In una lettera all’ Irish Times di fine ottobre 1913 , l’arcivescovo di Dublino William Walsh scriveva: «Con non poca costernazione ho letto di un movimento per convincere le mogli di chi è disoccupato, nell’attuale e deplorevole impasse lavorativa a Dublino, ad inviare i propri figli in Inghilterra da gente di cui non sanno nulla… Non devo ricordarglielo io qual è il dovere di ogni madre cattolica… Non saranno più degne di tale nome se manderanno via i propri figli perché vengano cresciuti in terra straniera, senza sapere se sia un cattolico o un infedele chi se ne occuperà». Ci troviamo nel bel mezzo del Dublin Lockout (vedi il manifesto del 21 agosto 2013), la serrata generale in cui più di ventimila lavoratori si opposero alla minaccia di licenziamento, se iscritti o intenzionati a iscriversi al sindacato di Jim Larkin. Le conseguenze si estesero a circa ottantamila persone, perlopiù familiari degli scioperanti, e tra questi chiaramente molti bambini. Nel tentativo di alleviarne le sofferenze, fu ideato il progetto di inviare in Inghilterra 350 bambini irlandesi, perché fossero ospitati da famiglie di simpatizzanti. Il piano, colloquialmente denominato «Save the kiddies », fu ostacolato a tal punto dalle gerarchie cattoliche da impedire fisicamente alla maggior parte di loro di salpare.

Le ragioni dei datori di lavoro
La posizione del clero era un amo lanciato alla borghesia imprenditoriale, come ammette lo stesso Walsh: «Sebbene io desideri la fine dello sciopero, non ho difficoltà ad ammettere in pubblico e in privato, che i datori di lavoro hanno per certi versi ragione nel rifiutarsi di negoziare una conclusione dell’attuale impasse ». Simili posizioni erano condivise dal partito parlamentarista irlandese di John Redmond che si batteva per la Home Rule , ovvero la legge di autogoverno, ma anche dal neonato movimento indipendentista, lo Sinn Féin di Arthur Griffith. Questi, fortemente critico nei confronti dell’idea di un fronte internazionalista dei lavoratori, era un acerrimo nemico personale di Larkin: «Non sono i capitalisti ma le politiche di Larkin a far alzare il prezzo dei prodotti alimentari, tanto da condannare i più poveri di Dublino a uno stato di semi-carestia…». Per lo Sinn Féin di allora, animato da un sentire molto lontano da quello che guida il partito oggi, accentuare la lotta di classe avrebbe finito per mettere in discussione l’opposizione fondante tra Irlanda-Inghilterra su cui si basavano le proprie tesi. Continua la lettura di Armata Rossa all’irlandese