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Glenanne, i “boia” dei cattolici d’Irlanda

Avvenire, 22 marzo 2019

Si chiamava “Glenanne gang” ed era uno squadrone della morte in pieno stile sudamericano. Ma agì nel cuore dell’Europa, in Irlanda del Nord, negli anni ‘70. Era un gruppo composto da paramilitari lealisti, agenti dello stato britannico e della polizia nordirlandese che prese di mira i civili cattolici e si rese responsabile di almeno 120 omicidi tra il 1972 e il 1976. I primi a denunciare l’esistenza di un “triangolo della morte” tra le cittadine di Armagh, Portadown e Dungannon, a pochi chilometri dall’allora sensibilissima frontiera con la Repubblica d’Irlanda, furono due preti cattolici: Denis Faul e Raymond Murray. Inascoltati dalle forze di polizia e insospettiti dalla sistematicità degli attacchi contro persone comuni, del tutto estranee alla lotta armata, i due religiosi furono gli unici, in quegli anni, a indagare su una serie di omicidi settari uniti da un filo conduttore comune. Agenti dello stato e informatori potevano commettere qualsiasi crimine sapendo di poter contare sull’assoluta impunità. Le vittime venivano attaccate nelle loro case, nelle strade o nei pub, in circostanze che non potevano non far pensare a un accanimento nei confronti della comunità cattolica. Il lavoro pionieristico di Faul e Murray si sarebbe stato di vitale importanza per le inchieste svolte in anni recenti, che hanno dimostrato in modo inconfutabile l’esistenza di un sistema di collusione ad altissimo livello tra lo stato britannico e i gruppi paramilitari protestanti. Alla Glenanne gang sono stati attribuiti alcuni dei più atroci attentati compiuti durante gli anni più cruenti del conflitto, a cominciare dalle bombe di Dublino e Monaghan del maggio 1974, che fecero 33 vittime civili. L’anno dopo, nella rete degli assassini cadde anche Colum McCartney, cugino del grande Seamus Heaney, ucciso a sangue freddo a un posto di blocco mentre tornava a casa da una partita di calcio gaelico. La sua morte – già descritta in una struggente poesia dal futuro premio Nobel – apre anche il bel documentario Unquiet Graves: The story of the Glenanne Gang del regista Séan Murray, che sta spopolando in Gran Bretagna e in Irlanda e il 31 marzo arriverà anche in Italia, al festival del cinema irlandese di Roma. “È stato un lavoro lungo e complesso, realizzato in collaborazione con i familiari delle vittime e le associazioni per i diritti umani”, ci dice Murray, che abbiamo raggiunto telefonicamente nella sua casa di Belfast. “Neppure io sapevo quanto fosse diffusa la collusione tra i paramilitari lealisti e lo stato britannico, quanti soldati e membri delle forze dell’ordine fossero stati coinvolti in quegli omicidi”. La difficoltà maggiore – spiega – è stata quella di scegliere quali vittime raccontare nel documentario: “non potevo includerle tutte. Ho dovuto individuare quelle più simboliche, limitandomi a citare le altre solo nei titoli di coda”. La serie di omicidi indiscriminati registrò un picco nella primavera del 1975, in seguito a una tregua dichiarata dall’IRA, per impedire qualsiasi concessione al fronte indipendentista. Colpire i civili cattolici con attacchi indiscriminati faceva parte di una strategia precisa, mirante a seminare il terrore all’interno della comunità cattolica nel tentativo di costringere l’IRA ad arrendersi. La polizia dell’Irlanda del Nord – all’epoca composta solo da protestanti – non difese la popolazione e addirittura partecipò attivamente a quegli attacchi. Le indagini sulla Glenanne gang hanno avuto una svolta decisiva alcuni anni fa grazie a John Weir, un ex ufficiale di polizia che era stato anche un elemento di spicco della banda. Weir iniziò a collaborare con la giustizia spiegando che i suoi superiori all’interno della polizia erano perfettamente a conoscenza della collusione con i paramilitari e in una lunga deposizione scritta chiarì gli obiettivi di quegli omicidi. Durante la lavorazione del documentario Murray è riuscito a scovare Weir in Sudafrica, dove si è nascosto per evitare rappresaglie, e l’ha convinto a rilasciare un’intervista che racconta dettagli inediti sull’attività della Glenanne gang. Dettagli che tingono di ignominia l’operato dello stato britannico in Irlanda del Nord. “L’intelligence militare era intenzionato a trasformare il conflitto in una vera e propria guerra civile – rivela Weir – nel 1976 fu pianificato un attacco contro una scuola elementare di Belleeks, nella contea di Armagh, che doveva provocare la morte dei bambini e degli insegnanti. Il piano fu fermato all’ultimo dalla leadership dei paramilitari lealisti di Belfast, che lo considerò un passo troppo eccessivo e non se la sentì di procedere”. In primavera Unquiet Graves sarà presentato negli Stati Uniti, in Australia e in Canada. Nelle proiezioni che si sono svolte finora in Gran Bretagna non ha mancato di suscitare stupore e sdegno. “In Inghilterra gran parte del pubblico cade dalle nuvole, non ne sa proprio niente – spiega Murray – persino negli ambienti della diaspora irlandese c’è scarsissima consapevolezza di quei fatti. Il motivo è semplice. Nel corso del conflitto queste vicende sono state sottoposte a una rigida censura. Gli inglesi sono stati tenuti completamente all’oscuro di quanto accadeva nel Nord dell’Irlanda. Spero che il mio film e altri simili usciti di recente riescano a far conoscere finalmente quei fatti e a offrire una prospettiva corretta sul conflitto. Non è stato solo uno scontro settario tra due parti della popolazione che si combattevano tra loro ma una vera e propria ‘guerra sporca’ che ha coinvolto larghi settori dello stato britannico. Finora i riflettori sono stati puntati quasi esclusivamente sulle vittime dell’IRA mentre le voci delle vittime dello stato britannico erano state silenziate, marginalizzate o condannate all’oblio”. Qualcosa, seppur con enorme ritardo, comincia finalmente a muoversi sul fronte giudiziario. Due anni fa l’Alta Corte di Belfast ha imposto alla polizia di riaprire le indagini su quegli omicidi. I familiari delle vittime non hanno mai perso la speranza di ottenere giustizia.
RM

Bloody Sunday, un solo parà a processo

Avvenire, 15 marzo 2019

Davanti al giudice comparirà soltanto lui: il “soldato F”, com’è stato ribattezzato per tutelare la sua incolumità. Dopo un’indagine durata quasi sette anni, ieri la Procura dell’Irlanda del Nord ha reso noto che esistono elementi sufficienti per incriminare solo uno dei diciotto soldati del 1° Battaglione dei paracadutisti inglesi responsabili della strage di Derry del 30 gennaio 1972. Dell’unico soldato che finirà sotto processo per il massacro della “Domenica di sangue” sappiamo soltanto che all’epoca era un caporale dei parà e che è sospettato dell’omicidio di James Wray e William McKinney, due dei tredici manifestanti uccisi durante quel corteo pacifico sfociato in un eccidio, e per il ferimento di altri civili, quel giorno stesso. Il capo della Procura nordirlandese, Stephen Herron, ha spiegato che l’analisi di migliaia di pagine di testimonianze e prove balistiche non ha reso possibile l’incriminazione degli altri diciassette ex militari, tutti ormai anziani e da tempo pensionati. Ma ha voluto precisare che la mancata incriminazione non intende in alcun modo sminuire le conclusioni del rapporto Saville, secondo le quali le vittime non rappresentavano alcuna minaccia per i soldati. Nel 2010, dopo dodici anni di lavori, l’inchiesta presieduta dal giudice Lord Saville aveva infatti accertato che i paracadutisti inglesi non si erano difesi da alcun attacco – com’era stato sostenuto pretestuosamente fino ad allora – ma avevano aperto il fuoco sulla folla, uccidendo civili innocenti. Due anni dopo la conclusione di quell’inchiesta la polizia avviò poi anche l’indagine per individuare i colpevoli dell’eccidio. Ma la decisione della Procura, attesissima da settimane, è stata una doccia fredda per i familiari delle vittime e i sopravvissuti alla strage che da quasi mezzo secolo animano una battaglia esemplare per ottenere giustizia. Ieri mattina sono usciti di casa sotto la pioggia battente, tra gli applausi della gente che li osservava sfilare, riunendosi in un corteo silenzioso che ha ripercorso i luoghi della strage di 47 anni fa. Si sono diretti verso gli uffici della Procura tenendo in mano una foto nera che raffigurava il volto del proprio congiunto ucciso quel giorno. Poi hanno tenuto una partecipatissima conferenza stampa nei locali della Guildhall, il municipio cittadino. “Nonostante la delusione sentiamo in un certo senso di aver vinto”, ha affermato John Kelly, che il 30 gennaio 1972 perse suo fratello Michael, di soli 17 anni. “Almeno un soldato sarà processato e la giustizia per una famiglia rappresenta la giustizia per tutti noi”. “Da quando i nostri cari sono stati uccisi abbiamo percorso un lungo cammino”, ha aggiunto, “La nostra battaglia non è ancora finita e il trascorrere del tempo non deve essere usato come un alibi”. Ma non tutti i familiari hanno accolto così diplomaticamente la decisione della procura. “Sono distrutta. Dopo la ‘Bloody Sunday’, oggi è il giorno più brutto della mia vita”, ha commentato Kate Nash, riuscendo a stento a trattenere lacrime di rabbia. L’atteggiamento di Londra non ha d’altra parte contribuito a placare gli animi. Nei giorni scorsi molti politici britannici hanno fatto a gara per difendere i soldati dall’incriminazione innescando non poche polemiche. Il sottosegretario per l’Irlanda del Nord, Karen Bradley, è stata costretta a presentare scuse ufficiali dopo una dichiarazione a dir poco inopportuna (“i militari non hanno commesso alcun crimine in Irlanda”, aveva detto alla Camera dei Comuni). Ieri il primo ministro Theresa May ha ribadito che il governo “è chiaramente in debito nei confronti di chi ha prestato servizio con coraggio per portare la pace in Irlanda del Nord”, mentre il Ministro della Difesa, Gavin Williamson, ha confermato che sarà Londra a sostenere tutte le spese legali per il “soldato F”.
RM

Derry, rabbia e paura dopo l’autobomba

Avvenire, 31 gennaio 2019

Erano sette anni che non esplodeva un’autobomba da queste parti. Per la popolazione di Derry è stato un brusco risveglio: ha fatto svanire di colpo la convinzione che la guerra fosse ormai solo un lontano ricordo. “Sembrava un sabato sera come tutti gli altri, finché non abbiamo ricevuto la chiamata della polizia che ci ordinava di evacuare immediatamente l’edificio”. Ciaran O’Neill è il direttore del Bishop’s Gate Hotel, l’elegante albergo che si trova a poche decine di metri dal luogo dell’attentato del 19 gennaio scorso.

Il luogo dell’attentato del 19 gennaio
(foto R.Michelucci)

Erano le otto di sera, e il ristorante dell’hotel era pieno di gente. “Gran parte del mio staff ha meno di trent’anni e non si era mai trovato in una situazione simile. In pochi minuti siamo stati costretti a portare al sicuro quasi duecento persone”. Aperto nell’estate di due anni fa, il Bishop’s Gate è stato votato secondo miglior albergo del Regno Unito dagli utenti di Tripadvisor ed è il simbolo più eloquente della riqualificazione di un’area che negli ultimi anni ha visto fiorire nuovi negozi, bar, ristoranti e un mercato coperto. Adesso O’Neill teme che l’evento possa avere gravi ricadute sull’economia cittadina. All’angolo della strada si trova invece la libreria Little Acorn. La proprietaria, Jenny Doherty, non si è ancora ripresa dallo choc. Il sabato sera di solito chiude alle sei ma quel giorno aveva deciso di restare più a lungo per rimettere a posto il negozio. “Stavo per chiudere la saracinesca quando ho sentito un botto enorme. Mi sono affacciata fuori e ho visto i poliziotti che stavano evacuando l’area in tutta fretta. Uno di loro mi ha gridato di tornare nel negozio e restare chiusa all’interno”. Jenny abita all’interno dell’area che è stata evacuata per motivi di sicurezza, e ha potuto far ritorno a casa solo due giorni dopo, quando l’allerta è terminata. Quasi per miracolo il potente ordigno sistemato nel veicolo in sosta di fronte al tribunale non ha fatto vittime.

(foto R.Michelucci)

Ma chi l’ha piazzato ha scelto con cura sia il luogo che una data precisa per compiere l’attentato. Eamonn McCann, 75 anni, scrittore e storico attivista politico di Derry, è convinto che la bomba non abbia avuto niente a che fare con la Brexit. “I repubblicani dissidenti contrari al processo di pace hanno voluto celebrare in questo modo il centenario dell’inizio della guerra d’indipendenza, nel 1919. L’eredità della storia è ancora pesante da queste parti, e alcuni vorrebbero rivivere il passato”, spiega McCann, che nel 1972 fu uno degli organizzatori della marcia che culminò nella strage della Bloody Sunday.
Bishop street, dov’è esplosa l’autobomba, si trova nel cuore del centro di Derry, all’interno delle mura cittadine, in un luogo dal forte valore simbolico. Il piccolo tratto di strada scende verso il Diamond – la piazza centrale -, costeggia la cattedrale anglicana di San Columba ed è adiacente al Fountain, una piccola enclave protestante chiusa dietro a un recinto di grate metalliche. Uno dei tanti muri che continuano a dividere le città dell’Irlanda del Nord. L’area è controllata da decine di telecamere a circuito della polizia e pare impossibile che gli autori dell’attentato non siano stati ancora scovati. Le cinque persone arrestate finora sono state rilasciate nel giro di poche ore, senza alcuna accusa. Il giorno dopo la bomba, gruppi di uomini armati hanno sequestrato tre veicoli seminando il caos in città. Anche adesso che l’allarme è finito gli agenti continuano a pattugliare il centro giorno e notte con i cani anti-esplosivo.

La polizia sulle mura di Derry (foto R.Michelucci)

La gente è scossa, ma la paura delle prime ore ha ormai lasciato spazio a una profonda rabbia nei confronti di chi vorrebbe riportare l’Irlanda del Nord agli anni bui del passato. Un gruppo che si è presentato con il nome di “IRA” ha inviato una dichiarazione al Derry Journal rivendicando l’attentato al tribunale e minacciando nuovi attacchi. Molti temono che i gruppi paramilitari possano usare la Brexit e l’eventuale ripristino del confine con la Repubblica d’Irlanda come pretesto per compiere nuovi atti di violenza ma nessuno crede che il conflitto possa riesplodere come in passato. Nei giorni scorsi alcune centinaia di persone si sono radunate in centro, al Giardino della pace, per manifestare contro i dissidenti. C’erano i rappresentanti dei principali partiti nordirlandesi, anche quelli un tempo vicini alla lotta armata come Sinn Féin e gli unionisti del DUP. Dalla manifestazione sono emerse critiche nei confronti dei leader politici, per l’impasse che da oltre due anni blocca il parlamento di Stormont. Dal palco ha infine preso la parola Antoinette McMillen del NIPSA, il più grande sindacato d’Irlanda. “I nostalgici della lotta armata – ha gridato – dovrebbero innanzitutto dare ascolto alla gente comune e ai lavoratori, che non vogliono un ritorno al passato e sono decisi a resistere a qualsiasi forma di intimidazione”.
RM

L’infinita letteratura sull’Irlanda divisa

Avvenire, 20.12.2018

È curioso che proprio nell’anno in cui si è celebrato il ventennale dell’Accordo di pace in Irlanda del Nord il principale premio letterario in lingua inglese sia stato assegnato per la prima volta a una scrittrice nordirlandese per un romanzo ambientato durante il conflitto. Anna Burns, originaria di Belfast ma ormai radicata in Inghilterra, si è aggiudicata il prestigioso Man Booker Prize con Milkman, un’opera dalla scrittura definita “altamente letteraria” che affronta temi quali l’oppressione, il patriarcato, il sospetto, la paura. “Nessuno di noi aveva mai letto qualcosa di simile prima”, ha chiosato il presidente della giuria del premio, Kwame Anthony Appiah, alimentando l’attesa per la traduzione italiana del romanzo che uscirà nei primi mesi del 2019 con l’editore Keller. Prima della 56enne Burns, il Booker Prize è stato vinto in passato da superstar letterarie come Nadine Gordimer, Salman Rushdie, Ian McEwan, John Banville e da futuri premi Nobel, fra cui J.M. Coetzee, Doris Lessing e Kazuo Ishiguro. Ma l’aspetto più sorprendente, nella vittoria della scrittrice di Belfast, è l’ambientazione scelta per il suo romanzo. Dopo la firma dell’Accordo del Venerdì Santo del 1998, la guerra in Irlanda del Nord aveva infatti smesso di essere un soggetto letterario: l’attenzione degli scrittori irlandesi si era rivolta altrove, quasi come se non vi fosse più niente da raccontare all’interno di un genere che tra i suoi capisaldi conta molti testi di grande spessore ma ormai storicizzati. Era il 1977 quando uscì lo splendido romanzo Shadows on Our Skin di Jennifer Johnston (tradotto in italiano col titolo Ombre sulla nostra pelle). La grande scrittrice dublinese ‘inaugurò’ il genere con una storia di violenza raccontata attraverso gli occhi innocenti e lo sguardo acuto di un bambino di dieci anni, una prospettiva che in seguito sarebbe stata ripresa da molti altri autori. Joe Logan, il piccolo protagonista del romanzo ambientato a Derry, scrive poesie in rima mentre fuori il mondo va a rotoli e la sua famiglia si disgrega tra alcol, malattie e disperazione. I fragili equilibri interiori del piccolo finiranno per spezzarsi a causa di Brendan, il fratello maggiore che condivide l’aspirazione del padre per un’Irlanda libera. Il protagonista è descritto magistralmente dalla prosa di Johnston, intessuta di molteplici sottotrame e capace di creare un’attesa continua nel lettore. Solo pochi anni più tardi, nel 1983, uscì un’altra pietra miliare, Cal di Bernard MacLaverty. Un romanzo a tratti commovente, che racconta la crescita spirituale di un giovane cattolico di Belfast costretto a trovare rifugio in una baracca dopo l’incendio doloso della sua casa. McLaverty descrive un personaggio complesso, dalle mille sfaccettature, la cui vita è in realtà una metafora dell’Irlanda divisa tra le opposte convinzioni politiche e religiose. L’odio settario, il pregiudizio e la guerra a bassa intensità che per decenni ha costretto la gente comune a vivere nel terrore sono il contesto nel quale prende forma anche Le menzogne del silenzio di Brian Moore, che nel 1990 fu tra i romanzi finalisti del Booker Prize. Michael Dillon, il protagonista, è “un poeta fallito in abiti eleganti”, che decide di chiedere il divorzio e di fuggire con la giovane amante ma è costretto a compiere un attentato da un commando dell’IRA che ha preso in ostaggio sua moglie. Un romanzo memorabile, nel quale il compianto Moore è capace di fondere in modo straordinario la tensione del thriller con i dilemmi morali degli abitanti dell’Irlanda del Nord di quell’epoca. Gli anni ‘90 sono stati senza dubbio il periodo più prolifico, anche sul piao qualitativo, di opere letterarie incentrate sul conflitto anglo-irlandese. Persino due mostri sacri come Edna O’Brien e Seamus Deane si sono cimentati con il genere. Con Uno splendido isolamento – uno dei suoi romanzi più belli, uscito nel 1994 -, la O’Brien si discostò anche stilisticamente dalle sue opere precedenti con una storia incentrata sul rapporto di fiducia e amicizia che si instaura tra un membro dell’IRA braccato dalla polizia e una donna anziana e malata. La grande scrittrice lasciò l’Irlanda come alcuni suoi illustri connazionali – Joyce e Beckett su tutti -, ma l’Irlanda e i cosiddetti “Troubles” non l’avrebbero lasciata mai: nella sua vasta produzione il tema torna di nuovo nel racconto Fiore nero, contenuto nella raccolta Oggetto d’amore, recentemente uscita in traduzione italiana per Einaudi.
Seamus Deane ha invece ambientato a Derry il suo romanzo più famoso, Le parole della notte, uscito nel 1996 e poi tradotto in decine di edizioni in tutto il mondo. Anche in questo caso la voce narrante è quella di un ragazzino, affascinato dalla dimensione fantastica che lo circonda. Ben presto però il suo mondo intriso di leggende si scontra con la realtà della vita quotidiana a Derry. Con il precipitare degli eventi la narrazione di Deane si fa claustrofobica, proprio come le strade dell’enclave cattolica della città, che diventano teatro di una feroce guerriglia urbana. “Rischiammo di soffocare per i gas sparati dall’esercito, vedemmo o udimmo le esplosioni, i colpi d’arma da fuoco, i disordini che si avvicinavano con i loro confusi rumori di vetri infranti, i lampi delle bombe molotov, le urla isolate che sfociavano in un latrare prolungato e il concertato tamburellare dei manganelli sugli scudi antisommossa”. E si svolge sempre a Derry, nello stesso periodo, anche quello che molti critici irlandesi considerano uno dei più bei romanzi mai scritti sul conflitto: The International di Glenn Patterson, pubblicato nel 1999 pochi mesi dopo la firma dell’accordo di pace e purtroppo non ancora tradotto in italiano. Patterson dà forma a una circolarità di eventi condita da un’amara ironia e riesce a evocare un senso di nostalgia per quello che Belfast era prima della guerra. Con un incipit indimenticabile. “Se avessi saputo che la storia sarebbe cambiata per sempre il giorno dopo, avrei fatto lo sforzo di svegliarmi prima dell’ora del tè” chiosa Danny, barista diciottenne, osservando le persone che affollano un hotel del centro di Belfast un sabato sera di gennaio del 1967.
Risalgono sempre a quegli anni anche due romanzi che hanno riscosso in Italia un successo superiore a quello ottenuto in patria. Si tratta di Resurrection Man di Eoin McNamee e di Eureka Street di Robert MacLiam Wilson. Il primo è ispirato alla storia degli “Shankill Butchers”, una feroce banda di protestanti che terrorizzò Belfast negli anni ‘70, i cui componenti rapivano, torturavano, mutilavano e ammazzavano sadicamente le loro vittime cattoliche. Non è un capolavoro letterario ma un contributo prezioso per comprendere l’isteria e la crudeltà gratuita di quella guerra. Quello di MacLiam Wilson, divenuto negli anni quasi un libro di culto per gli amanti del genere, è invece un romanzo di formazione, una storia di amicizia, di amore e solitudine, tra persone comuni che vivono in una città e in un paese in preda al caos. Jake e Chuckie, l’uno cattolico e l’altro protestante, eppure capaci di un affetto viscerale e disinteressato nonostante le differenze politiche, culturali, religiose. Sono il simbolo e l’auspicio di un futuro condiviso dopo anni di sofferenze.
RM

Il più grande romanzo mai scritto in irlandese

Avvenire, 14.10.2017

Può apparire paradossale, ma fino a un paio d’anni fa, uno dei più grandi romanzi irlandesi del XX secolo era rimasto inaccessibile al grande pubblico persino in Irlanda. Per un motivo semplice: era stato scritto in gaelico e non era mai stato tradotto in inglese. Nel 1948 Cré Na Cille, capolavoro indiscusso di Máirtin O Cadhain, figura leggendaria tra gli scrittori di lingua irlandese del Novecento, era uscito a puntate sul quotidiano Irish Press e l’anno dopo era stato pubblicato da un piccolo editore di Dublino, divenendo subito un caso letterario nelle aree occidentali dell’isola dove storicamente si concentra il maggior numero di persone che conoscono l’antico idioma dell’Irlanda. Ma divenne presto anche un libro di culto per generazioni di studiosi, che non esitarono a definirlo un capolavoro assoluto paragonabile a classici come Joyce e Beckett, un’opera modernista la cui forma sperimentale è stata incensata per decenni dal mondo accademico e dai più influenti scrittori irlandesi contemporanei, a cominciare da Colm Toibin. Eppure ci sono voluti ben sessantasei anni perché la prima traduzione inglese vedesse finalmente la luce. Un ritardo apparentemente incomprensibile, che qualcuno ha provato a giustificare sostenendo che fosse stato lo stesso O Cadhain – morto nel 1970 – a vietarne la trasposizione. Tuttavia il contratto originario di cessione dei diritti non prevedeva alcuna clausola del genere e indicava invece un compenso per lo scrittore nel caso in cui l’opera fosse stata pubblicata in altre lingue. Ma il timore reverenziale suscitato da quel libro ricco di neologismi coniati dall’autore era cresciuto col trascorrere del tempo, facendo sfumare qualsiasi ipotesi di traduzione. Nessuno sembrava essere all’altezza, o voleva cimentarsi con un’impresa ad alto rischio di insuccesso, che secondo il grande poeta Thomas Kinsella avrebbe richiesto anni di lavoro. Finché qualcosa non si è sbloccato e nel 2015, a distanza di pochi mesi, sono comparse due  traduzioni con titoli diversi. Una firmata dal grande scrittore e drammaturgo Alan Titley, intitolata The Dirty Dust, l’altra tradotta da Tim Robinson e Liam Mac Con Comaire, col titolo Graveyard Clay. A curare la pubblicazione di entrambe non è stato un editore irlandese o britannico, bensì una casa editrice accademica statunitense, la Yale University Press, a riprova del fatto che spesso la letteratura irlandese supera gli angusti confini dell’isola e prende forma oltreoceano, complice anche la presenza della numerosa e influente comunità Irish-American. Due traduzioni molto diverse tra loro, secondo la critica irlandese: quella di Titley che ha colto l’umorismo, l’energia e la carica  rabelaisiana di O Cadhain, mentre quella di Robinson e Mac Con Comaire è apparsa più fedele all’originale. In ogni caso, pur con colpevole ritardo, l’opera di ha trovato una seconda vita che l’ha resa accessibile a un vasto pubblico, promuovendone un’ulteriore diffusione, come dimostra l’opportuna edizione italiana fatta uscire proprio in questi giorni dall’editore Lindau (Parole nella polvere, traduzione di Luisa Anzolin, Laura Macedonio, Vincenzo Perna e Thais Siciliano), e basata proprio sulla seconda trasposizione inglese. Dunque – nonostante il doppio passaggio traduttivo – anche i lettori italiani avranno finalmente la possibilità di conoscere questo romanzo-pietra miliare, la cui trama si svolge interamente sotto terra, in un cimitero di campagna del Connemara, sulla costa ovest dell’Irlanda, al tempo della Seconda guerra mondiale. I personaggi del libro sono tutti morti e sepolti, imprigionati nelle loro bare, non sono spiriti ma essere umani privati di qualsiasi libertà corporea o incorporea, con la sola eccezione della voce. Sono un gruppo di cadaveri chiacchieroni, pettegoli, maligni e vendicativi, che danno vita a una singolare sinfonia di voci e mantengono, anche da morti, i difetti che avevano da vivi schiudendo un mondo rurale fatto di storielle di paese, imicizie e piccole faide familiari. I loro monologhi si trasformano in dialoghi – non a caso il libro divenne una trasmissione radiofonica di successo – e sono animati dai più comuni vizi degli esseri umani come la gelosia e il rancore, indugiano nelle lamentele e nei ricordi personali, oppure tendono alla presa di giro, o agli insulti veri e propri. Alcuni si lanciano in discussioni di politica, o in proclami. Su tutte le voci si erge quella di Caitriona Phaídín, una donna dal carattere infernale che se la prende continuamente con un’assente, sua sorella Nell, che ancora non l’ha raggiunta nell’aldilà ed è colpevole di aver sposato un uomo amato da entrambe. L’inizio del libro la vede scagliarsi eloquentemente contro la taccagneria dei vivi, nel timore di non essere stata sepolta nella parte più importante del cimitero, “Chissà se mi hanno sotterrata nel lotto da un sterlina o in quello da quindici scellini. O il diavolo li avrà convinti a buttarmi nel lotto da mezza ghinea, dopo tutte le mie raccomandazioni”. Caitriona è forse il personaggio centrale di un caleidoscopio di figure del tutto prive di slanci filosofici o spirituali, anche se è in realtà il parlato il protagonista principale di questa favola dall’umorismo nero che ricorda le opere di un altro gigante del modernimo irlandese, Flann O’Brien. Continua la lettura di Il più grande romanzo mai scritto in irlandese