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Irlanda, la frontiera impossibile

Avvenire, (9 luglio 2017)

“Pettigo, questo piccolo villaggio di quattrocento anime al confine tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, rappresenta uno dei più grandi paradossi della guerra. Alcune strade, alcune case e alcuni abitanti sono coinvolti nel conflitto ma basta attraversare un ponte per trovare la pace, cibo in quantità, alcol e tabacco”. È quanto scrisse in un giorno d’agosto del 1945 Phillip Callahan, un aviatore dell’esercito statunitense arrivato in quel paesino della contea di Donegal durante gli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale. Il suo sguardo stupito di osservatore straniero spiega come la neutralità di Dublino e la belligerenza di Belfast avessero messo impietosamente a nudo l’assurdità della divisione artificiale dell’Irlanda. Un confine schizofrenico correva ormai da oltre vent’anni lungo 500 chilometri dell’isola, dall’estuario del fiume Foyle al mare d’Irlanda, formando una delle più atipiche frontiere del mondo, la cui stessa esistenza sarebbe stata a lungo oggetto di controversie per il diritto internazionale e per la costituzione irlandese. Un paradosso geopolitico e amministrativo che rischia di riesplodere anche adesso, in tutta la sua complessità, a seguito del referendum sulla Brexit. Alla consultazione del 2016 la maggioranza assoluta degli elettori dell’Irlanda del Nord si è espressa infatti a favore del “Remain” aprendo scenari del tutto impensabili fino a qualche mese fa, e non privi di implicazioni d’interesse europeo. Con l’uscita di Londra dall’Unione anche quella tra le due parti dell’Irlanda diventerebbe infatti una frontiera esterna all’UE – e dunque sensibile come quella tra Grecia e Turchia – e alcuni, a Dublino, temono persino che l’irrigidimento di quel confine possa avere conseguenze negative per il processo di pace irlandese. In questo quadro è dunque assai interessante e opportuna la retrospettiva storica sul tema compiuta da Peter Leary, studioso di Oxford e autore del recente volume Unapproved Routes: Histories of the Irish Border, 1922-1972 (Oxford University Press). Quasi un secolo fa, dopo anni di sanguinose guerre anticoloniali, Londra impose a tutta l’Irlanda il durissimo compromesso della divisione. Sei delle nove contee dell’Ulster andarono a costituire un’entità politica mai esistita fino ad allora, frutto della convergenza di interessi tra il governo britannico e la borghesia industriale dell’Ulster: lo stato dell’Irlanda del nord, pari al 17% scarso del territorio dell’isola, con un proprio parlamento nel palazzo di Stormont, alle porte di Belfast. Formato da quattro contee a maggioranza protestante (Antrim, Armagh, Down e Londonderry) e due a maggioranza cattolica (Fermanagh e Tyrone), il nuovo staterello aveva confini tracciati in modo tale da assicurare complessivamente una maggioranza di due terzi ai protestanti. Da allora l’Irlanda sarebbe rimasta divisa sine die, contro la volontà della maggioranza della popolazione e qualsiasi logica politico-giuridica. Continua la lettura di Irlanda, la frontiera impossibile

“Storia del conflitto”, una nuova edizione aggiornata

A otto anni esatti dalla prima edizione (luglio 2009) torna finalmente nelle librerie il mio Storia del conflitto anglo-irlandese. Questa nuova ristampa – la terza – si è resa necessaria sia perché le due precedenti sono completamente esaurite da tempo e il libro continua a essere richiesto anche dalle scuole, sia perché a quasi un decennio di distanza il volume aveva inevitabilmente bisogno di un aggiornamento e di alcune piccole modifiche. Oltre alla doverosa revisione, ho aggiunto un nuovo capitolo dal titolo “Pace senza giustizia” che fa il punto sulla situazione attuale delle numerose inchieste concluse o tuttora in corso. Le verità che col tempo sono venute a galla come quella sulla “Glenanne gang” – un gruppo composto da paramilitari lealisti, agenti dello stato britannico e della polizia nordirlandese che mise a segno decine di attentati – hanno aperto grossi interrogativi, anche in ambito giudiziario. La nuova edizione ha anche una nuova copertina.

Grande carestia o grande fame?

Focus Storia n. 128, giugno 2017

C’è chi la chiama Great Famine (Grande Carestia), chi invece ritiene più corretto definirla Great Hunger (Grande Fame). Quella che a prima vista può apparire solo una piccola sfumatura lessicale, rivela in realtà una differenza di fondo capace di riaccendere rancori antichi e persino di innescare possibili richieste di risarcimenti a distanza di tanto tempo. Ma comunque la si voglia chiamare, quella che si verificò in Irlanda tra il 1845 e il 1850 fu la più immane tragedia avvenuta in epoca moderna nel Vecchio Continente prima dell’Olocausto. In poco meno di cinque anni, circa un milione di irlandesi furono uccisi dalla fame, dal tifo e dal colera, e altri due milioni furono costretti all’emigrazione. Le dimensioni epocali di quell’ecatombe, peraltro enormemente aggravate da un indubbio cinismo politico, avrebbero segnato per sempre i futuri rapporti con l’Inghilterra.
All’inizio del XIX secolo l’Irlanda era stata privata del proprio parlamento e costretta all’unione politica con l’isola vicina. Era dunque diventata parte integrante del potente Impero britannico e gli irlandesi erano a tutti gli effetti sudditi della regina Vittoria. All’epoca l’Irlanda era anche il paese più sovrappopolato d’Europa – oltre otto milioni e mezzo di abitanti, la più consistente densità media per chilometro quadrato di tutto il continente – e aveva enormi squilibri sociali. Non più del 20% della popolazione era composto infatti da ricche famiglie immigrate protestanti di origine inglese o scozzese mentre il restante 80% era costituito da autoctoni di religione cattolica divisi in due categorie, gli affittuari e gli operai agricoli. Al fine di favorire gli interessi dell’Impero, da almeno un secolo l’Irlanda era stata trasformata in un’enorme fattoria che riforniva di prodotti alimentari a basso costo le classi industriali britanniche attraverso un modello di sfruttamento economico studiato appositamente per impedire ai contadini di elevare il loro tenore di vita.
La patata era l’unico alimento che garantiva la sussistenza di gran parte della popolazione ma nell’estate del 1845 la rapida diffusione della Phytophtora infestans, un fungo proveniente dall’America del nord, causò la completa distruzione del raccolto e creò le premesse di una delle più gravi carestie dell’Europa contemporanea. Quando la gente cominciò a morire per le strade, i grandi latifondisti inglesi si preoccuparono soltanto di salvare i loro averi facendo espellere migliaia di contadini dalle loro terre e innescando un gigantesco esodo dal paese. In assenza di stime ufficiali è praticamente impossibile calcolare con precisione quante persone morirono di fame e malattie in quegli anni, ma gran parte degli storici e dei demografi considera attendibile la cifra di almeno un milione di morti. Quanto agli emigrati, si calcola che nello stesso quinquennio circa tre quarti delle persone che lasciarono l’Irlanda siano sbarcate negli Stati Uniti e in Canada effettuando viaggi transoceanici in condizioni disumane nelle cosiddette “navi bara” (coffin ships), dando vita alla grande diaspora irlandese. Nell’arco di una sola generazione l’isola conobbe un declino demografico senza paragoni in Europa e perse circa un terzo della sua popolazione. Anche in quegli anni l’Irlanda continuò a essere un’importante produttrice di grano e di altre materie prime che sarebbero state più che sufficienti per sfamare la popolazione, se non fossero state sistematicamente esportate in Inghilterra per pagare i debiti fondiari ai proprietari terrieri. Per questo motivo sono in molti, ancora oggi, a considerare quantomeno riduttivo sostenere che tutto ciò avvenne soltanto a causa della malattia delle patate. Le catastrofiche conseguenze della perdita dei raccolti dipesero dal contesto socio-economico di stampo coloniale e dall’atteggiamento del governo inglese, che decise di non intervenire per salvare coloro che da quasi mezzo secolo erano ormai a tutti gli effetti cittadini britannici. Per sottrarli alla morte sarebbe stato sufficiente interrompere le massicce esportazioni di generi alimentari che negli anni della Carestia proseguirono come se niente fosse dai porti irlandesi, conseguenza degli esosi affitti imposti a milioni di fittavoli poverissimi. Solo durante il cosiddetto Black ’47, l’anno più nero della Carestia, circa quattromila navi cariche di generi alimentari lasciarono l’isola con direzione Bristol, Glasgow, Liverpool e Londra.
Continua…

Bobby Sands, l’internazionalismo inciso sul corpo

La recensione uscita ieri sul Manifesto del mio “Bobby Sands. Un’utopia irlandese”, a firma di Enrico Terrinoni, traduttore di Joyce e docente di letteratura inglese all’Università di Perugia.

«Di tutti i rivoluzionari irlandesi del passato che avevi imparato a conoscere in carcere, era quello che ammiravi di più. Per le sue idee, per il suo coraggio, per il sacrificio che mezzo secolo prima l’aveva visto cadere, abbattuto da un plotone di esecuzione nei giorni della guerra civile. Aveva ventisette anni, gli stessi che avevi tu, quando il tuo corpo si spense per sempre dopo quei sessantasei giorni di agonia. Chissà se avresti mai immaginato di ritrovarti al suo fianco tra i martiri repubblicani del cimitero di Milltown».
Pochi studiosi possono permettersi di dare del tu a Bobby Sands. Riccardo Michelucci è uno di questi. Già autore di una imprescindibile storia del conflitto anglo-irlandese, pubblica in questi giorni, per la collana «Sorbonne» delle Edizioni Clichy, Bobby Sands, un’utopia irlandese (p. 117, euro 7,90).
È un libro composito. Al suo nucleo e cuore, un monologo drammatico già perfetto per il palcoscenico che ripercorre l’esistenza di Sands, affianca pagine di puntuale biografia, a stralci dagli scritti di questo rivoluzionario che fu anche poeta, e a significative foto di quel conflitto che in tanti vogliono dimenticato.
Michelucci non è solo un attento osservatore della situazione in Irlanda del Nord. A Belfast e dintorni è addirittura di casa: «Oggi stenteresti a riconoscerla, Falls Road, il luogo che più di ogni altro fu il crocevia della vostra lotta. C’è chi dice che quegli odierni simboli del benessere rappresentino la svendita dei vostri ideali. Forse è davvero così, ma mi conforta sapere che quando torno a Belfast ci sei tu ad accogliermi con quel sorriso senza tempo, a indirizzare in uno spazio fisico la geografia della memoria che mescola le emozioni del presente con quelle del passato».
Sono parole vere più che mai oggi, in un momento storico in cui l’ebbrezza economica di parti dell’isola stona ancor di più con la situazione delle periferie dell’ultima colonia d’Europa, dove il tasso di disoccupazione è il più alto della Gran Bretagna.
A Derry, seconda città dell’Irlanda del Nord, spetta persino il primato doppio della disoccupazione giovanile e dei suicidi.
È certo un tradimento degli ideali di Sands, che a muso duro aveva dichiarato: «Non mi fermerò finché non raggiungerò la liberazione della mia nazione, finché l’Irlanda non diventerà una repubblica socialista, sovrana e indipendente».
Bobby non fu il primo né l’ultimo dei socialisti che hanno sperato di poter fondere le lotte di autodeterminazione con la speranza di un futuro di uguaglianza. Si muoveva sul solco di James Connolly, per cui la causa del lavoro e quella della nazione erano un tutt’uno. Ma anche di Wolfe Tone, che come ricorda Michelucci, aveva giurato, duecento anni prima di «rovesciare il dominio inglese in Irlanda», a due passi dalla prima casa di Sands.
Ma Wolfe Tone aveva anche lottato per una repubblica di people of no property, iscrivendo così sin dai suoi albori il repubblicanesimo nel novero delle lotte che oggi chiameremmo anticapitaliste.
In carcere, il giovanissimo Bobby si formò agli scritti di Marx, Fanon, Connolly e Guevara, e mai scinderà il suo impegno per il proprio popolo da una visione socialista e internazionalista del mondo. Un retaggio per fortuna sopravvissuto in scenari in cui il repubblicanesimo contemporaneo si muove quasi esclusivamente a sinistra dei conservatorismi bigotti.
Bobby Sands iniziò lo sciopero della fame il 1 marzo del 1981, e la sua esistenza si concluderà il 5 maggio. Un sacrificio, il suo, che ancora riecheggia tra le strade di Belfast, sui cui murales spesso campeggia la scritta, improntata a un eroico ottimismo della volontà, «la nostra vendetta sarà il sorriso dei nostri bambini». Una certezza grazie a cui Bobby e i nove compagni morti dopo di lui hanno saputo resistere a condizioni disumane, volute da apparati di una delle più antiche democrazie del mondo: «Quanto dolore per quelle madri che venivano a farvi visita e scoppiavano a piangere vedendovi ridotti a cadaveri ambulanti, con i capelli e la barba lunga, avvolti in quelle luride coperte. Ma il vostro fisico scheletrico e segnato dalle percosse mascherava in realtà la superiorità morale degli oppressi, la furia del pensiero indomabile di chi lotta per la giustizia».

(Enrico Terrinoni, da “Il Manifesto”, 1.3.2017)

Fame di ideali

BobbySands375_300“Se morirò, Dio capirà”: è quanto disse Bobby Sands al giornalista dell’Irish Times Brendan Ó Cathaoir che andò a intervistarlo in carcere il 3 marzo del 1981, il terzo giorno dello sciopero della fame che l’avrebbe portato alla morte due mesi più tardi. Appena 27enne, rinchiuso nel braccio di massima sicurezza di Long Kesh, a Belfast, dove stava scontando una pena a quattordici anni per possesso di arma da fuoco, Sands chiarì in quell’occasione di essere disposto a morire per i suoi ideali. A qualunque costo. Non servì a niente neanche l’appello di papa Woytjla, che tramite il vescovo John Magee gli recapitò un messaggio chiedendogli d’interrompere il digiuno. Quello sciopero che attirò l’attenzione del mondo intero culminò il 5 maggio di quell’anno con la fine di Sands ma proseguì anche nei mesi successivi con la morte di altri nove detenuti irlandesi, cambiando per sempre la natura del conflitto anglo-irlandese, avviandolo verso un lungo ma irreversibile processo conclusivo. Da quel momento in poi, Bobby Sands e gli altri martiri del ‘blocco H’ furono trasfigurati in icone della lotta di liberazione irlandese, in parte disumanizzati per divenire simboli universali di quel terribile scontro carcerario. Esattamente 35 anni più tardi, ormai trascorso un periodo di tempo sufficiente per garantire il giusto distacco emotivo da quei fatti, è uscito in Gran Bretagna 66 Days, uno splendido documentario firmato dal regista Brendan J. Byrne che riesce per la prima volta a raccontare Bobby Sands per immagini anche attraverso un uso innovativo dei diari nei quali annotò le ultime memorie dalla prigione. Prima che le sue condizioni di salute iniziassero ad aggravarsi in modo irreversibile, il rivoluzionario-poeta raccontò i primi diciassette giorni del suo sciopero della fame scrivendo in clandestinità, su minuscoli pezzi di carta igienica, alcune delle pagine più toccanti della letteratura carceraria del ‘900. “Sto qui, sulla soglia di un altro mondo palpitante. Possa Dio avere pietà della mia anima”, scrisse all’inizio del suo diario, “Sono pieno di tristezza perché so di aver spezzato il cuore della mia povera madre e perché la mia famiglia è stata colpita da un’angoscia insopportabile. Ma ho considerato tutte le possibilità e ho cercato con tutti i mezzi di evitare ciò che è divenuto inevitabile: io e i miei compagni vi siamo stati costretti da quattro anni e mezzo di vera e propria barbarie. Sono un prigioniero politico. Sono un prigioniero politico perché sono l’effetto di una guerra perenne che il popolo irlandese oppresso combatte contro un regime straniero, schiacciante, non voluto, che rifiuta di andarsene dalla nostra terra”. Costruito come un conto alla rovescia verso la fine, 66 Days scorre giorno per giorno gli oltre due mesi di autoprivazione del cibo che condussero Sands alla morte. Lo fa alternando in modo magistrale una drammatica ricostruzione scenica interpretata dall’attore originario di Belfast Martin McCann, uno straziante repertorio iconografico e una serie di interviste non solo agli amici e agli ex compagni di prigionia di Sands ma anche ad alcuni protagonisti dell’epoca, come l’ex secondino di Long Kesh Dessie Waterworth e il giornalista Charles Moore, biografo di Margaret Thatcher. Trovando un giusto equilibrio tra le voci repubblicane e l’analisi storica, 66 Days ha dunque il grande merito di riuscire per la prima volta a inquadrare quei fatti in una prospettiva storica. Non ci erano riuscite, per la loro stessa natura, due importanti opere di finzione realizzate in passato, il recente Hunger – interpretato da Michael Fassbender con la regia di Steve McQueen, premiato a Cannes nel 2008 – e Some Mother’s Son (La scelta d’amore) di Terry George, del 1996. Rispetto a queste due pur intense prove cinematografiche, il lavoro di Byrne rende finalmente giustizia appieno alla figura di Sands e alla sua lotta per la libertà.
Nato nel 1954 alla periferia di Belfast e costretto giovanissimo, insieme alla sua famiglia, ad abbandonare la propria abitazione a causa delle violenze e degli attacchi settari contro la comunità cattolico-nazionalista dell’Irlanda del Nord, poi costretto ad abbandonare il lavoro per lo stesso motivo, si avvicina all’IRA appena diciottenne, nel 1972, durante l’anno più nero del conflitto angloirlandese. Quando finisce in carcere è un giovane volontario come tanti altri e niente fa presagire che di lì a poco, ristretto in un brutale regime carcerario, emergerà la sua statura di leader che lo porterà a guidare i compagni alla riscoperta delle loro tradizioni, della loro cultura, attraverso un percorso interiore che diventerà tutt’uno con la lotta carceraria, esprimendosi con l’arma nonviolenta e ancestrale del rifiuto del cibo, come gli antichi eroi gaelici. Durante lo sciopero, a poche settimane da una fine che appare ogni giorno sempre più ineluttabile, Sands viene eletto al parlamento di Westminster nel corso di una drammatica tornata elettorale suppletiva, che lo vede aggiudicarsi il seggio di Fermanagh South Tyrone con oltre trentaduemila preferenze. Ma neanche quello basta a salvargli la vita – poiché Londra non cede alle richieste dei prigionieri irlandesi – ma riesce invece a cambiare il corso della storia irlandese, portandola una volta per tutte verso una dinamica elettorale che arriverà infine a escludere l’uso delle armi. Il film di Byrne ricostruisce in modo esemplare quelle settimane drammatiche senza dimenticare che in quegli stessi giorni l’IRA uccise una giovane madre, Joanne Mathers, solo per aver contribuito alla campagna elettorale dell’avversario di Sands. I decenni trascorsi da allora hanno favorito un certo distacco ma non sono stati sufficienti a sopire del tutto le tensioni dell’epoca. Alcuni parlamentari unionisti-protestanti hanno contestato la concessione di fondi pubblici per la realizzazione del documentario nel quale colpisce, ancora una volta, l’assenza di alcune voci. Anche in questa occasione la famiglia di Sands si è infatti rifiutata di partecipare al progetto. La madre, le sorelle e il figlio Gerard, oggi quarantenne, non hanno voluto prendere parte a un lavoro orchestrato dal Bobby Sands Trust, la fondazione che detiene i diritti d’autore sugli scritti di Sands, e che loro accusano da tempo di agire con scarsa trasparenza e a scopo di lucro.
RM

(“Avvenire”, 28.8.2016)

Il dilemma del traditore

Da “Avvenire” di oggi

Il tradimento di un ideale e di un’intera comunità può essere una delle conseguenze più tragiche e disumanizzanti di una guerra logorante, combattuta sempre faccia a faccia col nemico. A partire dagli anni ’80 il conflitto anglo-irlandese cominciò gradualmente a cambiare la propria natura, e da scontro urbano a bassa intensità iniziò ad assumere anche i contorni di una guerra di intelligence nella quale Londra provò a sconfiggere l’I.R.A. cercando di minare il morale dei suoi uomini, facendo venir meno le loro convinzioni, seminando il dubbio e il sospetto. E convincendo alcuni di loro a tradire la causa. È in questo scenario che Sorj Chalandon, reporter francese diventato ormai scrittore di successo, ha ambientato il suo romanzo “Chiederò perdono ai sogni” (Keller editore, traduzione di Silvia Turato), già finalista al Goncourt e premiato nel 2011 come miglior romanzo dall’Académie Francaise. 10845940_10152519974543595_1989210784465800531_nCome nel suo precedente lavoro “Il mio traditore”, Chalandon torna in forma romanzata agli anni che trascorse in Irlanda durante il conflitto come inviato del quotidiano Libération, e alla sua profonda amicizia con Denis Donaldson, un leader dell’I.R.A. rivelatosi poi un agente dei servizi segreti britannici. Ma mentre il precedente romanzo uscito alcuni anni descriveva in modo assai efficace il suo dolore per un’amicizia che era stata tradita insieme a quell’ideale, in questo sceglie di calarsi direttamente nei panni del traditore e con una scrittura catartica, introspettiva, al tempo stesso semplice e potente, ci chiede di condividere la sua solitudine, i suoi sensi di colpa, i suoi rimorsi e le sue angosce. “Volevo spingere il lettore a domandarsi cosa avrebbe fatto al suo posto”, ci ha detto Chalandon a Roma, dove l’abbiamo incontrato in occasione della fiera “Più libri, più liberi”. “Dentro ciascuno di noi può nascondersi un eroe ma anche un traditore. Nessuno sa cos’ha dentro di sé e cosa farebbe davvero se si trovasse in tali circostanze. Volevo far capire che talvolta anche un uomo e un amico formidabile può perdere il controllo e diventare un altro”.Tyrone Meehan, voce narrante del libro e protagonista ispirato alla figura di Donaldson, è un ex combattente che è stato in carcere con Bobby Sands e ha vissuto in prima persona tutte le fasi più cruente di quella guerra. In un momento di vulnerabilità della sua vita viene reclutato dagli inglesi che lo costringono a collaborare con loro e a tradire i suoi compagni, iniziando quasi senza accorgersene una doppia vita che durerà per ben venticinque anni. “Tutta la vita ero andato a caccia di traditori, ed ecco che il peggiore di tutti era nascosto dentro di me. Quello lì non l’avevo visto arrivare. Non l’avevo mai notato”, dice Meehan, che proprio come il personaggio reale appare un uomo smarrito, lacerato dalla disperazione e dalla vergogna. Un anziano combattente che a lungo lotta con sé stesso per cercare di respingere l’etichetta infamante di traditore, ma alla fine è costretto ad ammettere che il suo operato ha danneggiato il movimento, ha causato la morte di alcuni compagni, ha fatto il gioco del nemico. Il suo nome è diventato sinonimo della peggior abiezione: quella di aver tradito la propria gente aiutando l’invasore inglese, per trarne un beneficio personale. E allora capisce che l’unico modo per chiedere perdono a tutti quello che l’hanno rispettato e amato, è lasciarsi uccidere.
IMG_3335Quando il suo tradimento viene scoperto, in Irlanda è già in corso da tempo il processo di pace. Gli omicidi e i regolamenti di conti sono finiti, l’I.R.A. ha deposto le armi e ha consegnato il proprio arsenale. Se avesse lasciato il paese, il traditore avrebbe potuto salvarsi e ricostruirsi una nuova vita altrove, ma sarebbe stato costretto a convivere per sempre con i suoi sensi di colpa. Allora si ritira nel paesino di Killybegs dov’è nato, in un cottage isolato, privo di elettricità e senza alcuna difesa, e attende, ineluttabile, l’arrivo degli ex compagni venuti a vendicarsi di lui. Proprio come accadde a Denis Donaldson, che fu ucciso in un casolare della campagna irlandese il 4 aprile 2006. “Penso che restare nella sua terra e aspettare di essere ucciso sia stato un modo per cercare il perdono da parte della sua gente – sostiene Chalandon -. Personalmente non posso dimenticare, ma non provo neanche rancore nei suoi confronti e non intendo quindi giudicarlo”.
Il tema del tradimento pervade tutta la storia dell’Irlanda, dal re Dermot McMurrough che alla fine del XII secolo si alleò col sovrano normanno Enrico II favorendo la prima invasione dell’isola fino alle moderne rivolte irlandesi, tutte caratterizzate – eccetto quella del 1916 – dalla presenza di spie e informatori. Un tema che è stato raccontato a lungo anche dalla letteratura, basti ricordare al famoso romanzo di Liam O’Flaherty “The Informer” (dal quale John Ford trasse il suo film premio Oscar nel 1936, “Il traditore”) e a grandi scrittori come Jorge Luis Borges, autore del racconto “Tema del traditore e dell’eroe” (contenuto nella raccolta “Finzioni”), che descrive la storia del tradimento di un patriota irlandese e la sua catarsi attraverso la morte. Ma nessuno prima di Sorj Chalandon con “Chiederò perdono ai sogni” era riuscito a costruire un affresco così dettagliato e verosimile del dramma irlandese, a descrivere le complesse sfumature di quel conflitto, e al tempo stesso a raccontare con grande lirismo e sensibilità la psiche del ‘suo’ traditore, solcando i temi della debolezza umana, del perdono e della pietà. La scrittura di questo libro è stato un processo catartico anche per lui. “Un romanzo – ci ha spiegato – può servire anche a interrogare un amico morto, a porgli una domanda, l’unica che purtroppo non ho avuto il tempo di fargli prima che venisse ucciso: la nostra amicizia, almeno quella, era vera?”
RM

Gli scheletri nell’armadio di Gerry Adams

adamsiragraffitiÈ l’agosto del 2003 quando una tempesta estiva sulla costa orientale dell’Irlanda fa riemergere dalle acque del mare i poveri resti di Jean McConville, come un lontano fantasma del passato. Sono trascorsi oltre tre decenni dal brutale omicidio di quella donna, vedova e madre di dieci figli, che aveva vissuto fino ad allora in povertà nel quartiere nazionalista di Falls Road, a Belfast. Quattro anni prima di quel macabro ritrovamento, l’I.R.A. aveva ammesso la propria responsabilità nell’assassinio, spiegando che la donna era stata ‘punita’ perché ritenuta una collaboratrice della polizia. Nel 1972, pochi giorni prima di Natale, un commando dell’esercito repubblicano irlandese l’aveva prelevata da casa sua e l’aveva condotta in una località ignota. La donna era stata sottoposta a un violento interrogatorio culminato in feroci torture – l’autopsia parlò di ossa spezzate e mani mozzate – e infine uccisa con un colpo di pistola alla nuca. Nella lunga storia costellata di lutti del conflitto in Irlanda del Nord, quello di Jean McConville sarebbe diventato il caso più noto ed emblematico nella lista delle persone “scomparse”, cioè delle vittime sepolte in luoghi segreti per depistare le indagini sulla loro tragica fine.

Jean McConville (a sinistra) con tre dei suoi dieci figli
Jean McConville (a sinistra) con tre dei suoi dieci figli

Il modus operandi dell’I.R.A., in quegli anni, prevedeva che gli informatori della polizia o dell’esercito britannico venissero ammazzati con un colpo di pistola alla testa e i loro corpi fossero lasciati sulla strada, ben visibili, per essere da monito per la comunità. Ma quando un omicidio veniva considerato imbarazzante per la stessa I.R.A. – come nel caso della McConville, madre di dieci figli e da poco rimasta vedova – il suo corpo ‘spariva’, veniva cioè sepolto in un luogo ignoto. Neanche la morte era sufficiente per cancellare la colpa di un informatore, il cui nome diventava sinonimo della peggiore abiezione: quella di aver tradito la propria gente aiutando il nemico, l’invasore inglese, per trarne un beneficio personale. Per questo i figli della McConville non hanno mai smesso di battersi non solo per conoscere tutta la verità sulla fine della donna, ma anche per riabilitarne il nome, affermando la sua innocenza. Una tesi confermata nel 2006 anche dal difensore civico dell’Irlanda del Nord Nuala O’Loan, al termine di un’inchiesta indipendente condotta sul caso: “la donna non era un’informatrice della polizia – conclude il rapporto – si era solo limitata ad aiutare un soldato inglese ferito nei pressi di casa sua”.
Ma quell’oscura vicenda risalente al 1972 era destinata ad andare ben oltre la dimensione familiare di una delle tante tragedie causate dal conflitto e a riemergere da un passato che pareva ormai rimosso, con conseguenze potenzialmente devastanti per l’immagine del capo indiscusso, dell’icona vivente, dei repubblicani irlandesi: Gerry Adams. In anni recenti il caso di Jean McConville è stato tra quelli al centro dell’analisi dell’archivio di storia orale del Boston College, impegnato a raccogliere le testimonianze degli ex leader dei gruppi paramilitari irlandesi. Il patto con i ricercatori statunitensi prevedeva che gli intervistati rompessero il codice del silenzio e parlassero con la massima franchezza, ricevendo in cambio la promessa che niente sarebbe stato pubblicato prima della loro morte. Una delle testimonianze centrali è stata quella di Brendan Hughes, noto come The Dark, ex comandante della brigata dell’I.R.A. di Belfast, considerato una delle figure di maggior spicco del conflitto anglo-irlandese. Dopo la sua morte avvenuta nel 2008, le sue testimonianze sono state rese pubbliche integralmente nel libro Voices from the Grave curato dal noto giornalista irlandese Ed Moloney. Le parole di Hughes hanno denunciato e circostanziato il coinvolgimento di Gerry Adams nel caso McConville. “La donna – affermò Hughes – era un’informatrice degli inglesi. L’unità che inviai a perquisire la sua abitazione trovò una ricetrasmittente. L’arrestammo e la interrogammo, ma l’ordine di ucciderla arrivò dall’uomo che da anni guida il Sinn Fein. Non ho mai compiuto un’operazione del genere senza l’ordine o l’avallo da parte di Gerry Adams”.

Gerry Adams e Brendan Hughes insieme nel carcere di Long Kesh
Gerry Adams e Brendan Hughes insieme nel carcere di Long Kesh

Secondo le rivelazioni di Hughes, lo stesso Adams ordinò personalmente alcuni noti omicidi ‘punitivi’ compiuti dall’IRA nei primi anni ’70 e guidò il gruppo degli “sconosciuti”, un’unità speciale dell’esercito repubblicano irlandese che divenne attiva dal 1972 per assumere il comando della brigata di Belfast. Le parole di Hughes – poi confermate da altri ex esponenti di spicco dell’I.R.A. – gettano ombre pesantissime sul passato di Adams, perché sono state pronunciate da uno che per anni è stato uno dei suoi più stretti collaboratori e compagni di lotta. Non a caso, tre anni fa una Corte federale statunitense ha fatto causa al Boston College per ottenere le trascrizioni di quelle interviste e l’anno scorso la Corte d’Appello ha ordinato all’università di consegnare una parte delle interviste. È lì che la polizia del Nord Irlanda ha rinvenuto i nuovi indizi che nei giorni scorsi hanno portato al fermo e al prolungato interrogatorio di Adams. Se il leader del Sinn Fein sarà riconosciuto colpevole di aver commissionato quel brutale omicidio, potrà essere condannato al massimo a due anni di prigione perché un accordo tra unionisti e repubblicani prevede che nessun crimine commesso durante il conflitto prima del 1998 possa essere condannato a più di 24 mesi di carcere. Ma al di là degli sviluppi giudiziari e dell’eventuale incarcerazione di Adams, il caso McConville rischia di seppellire definitivamente la carriera politica del leader del più grande partito nazionalista d’Irlanda, un personaggio riconosciuto a livello mondiale come uno dei protagonisti dello storico processo di pace. La sua credibilità politica – da anni messa in discussione da chi sostiene che gli ideali indipendentisti siano stati traditi – appare ormai minata in modo irrimediabile, a causa delle sue ripetute menzogne. In primo luogo dalla sua ostinazione a negare il proprio ruolo attivo nella lotta armata e la propria adesione all’I.R.A. negli anni del conflitto. Senza scordare il ruolo controverso e mai chiarito dello stesso Adams e del suo vice McGuinness in alcuni dei momenti-chiave del conflitto, come lo sciopero della fame del 1981, nel quale Bobby Sands e altri nove attivisti si lasciarono morire di fame in carcere, al culmine di un tragico braccio di ferro col governo inglese.
RM

Armata Rossa all’irlandese

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Esattamente cento anni fa, in un giorno tuttora incerto di inizio novembre, nasceva a Dublino l’«Irish Citizen Army». Allo scopo di difendere i lavoratori in sciopero dalle violenze della polizia, preparare l’insurrezione e gettare le basi per la nascita dell’IRA.
di Enrico Terrinoni

In una lettera all’ Irish Times di fine ottobre 1913 , l’arcivescovo di Dublino William Walsh scriveva: «Con non poca costernazione ho letto di un movimento per convincere le mogli di chi è disoccupato, nell’attuale e deplorevole impasse lavorativa a Dublino, ad inviare i propri figli in Inghilterra da gente di cui non sanno nulla… Non devo ricordarglielo io qual è il dovere di ogni madre cattolica… Non saranno più degne di tale nome se manderanno via i propri figli perché vengano cresciuti in terra straniera, senza sapere se sia un cattolico o un infedele chi se ne occuperà». Ci troviamo nel bel mezzo del Dublin Lockout (vedi il manifesto del 21 agosto 2013), la serrata generale in cui più di ventimila lavoratori si opposero alla minaccia di licenziamento, se iscritti o intenzionati a iscriversi al sindacato di Jim Larkin. Le conseguenze si estesero a circa ottantamila persone, perlopiù familiari degli scioperanti, e tra questi chiaramente molti bambini. Nel tentativo di alleviarne le sofferenze, fu ideato il progetto di inviare in Inghilterra 350 bambini irlandesi, perché fossero ospitati da famiglie di simpatizzanti. Il piano, colloquialmente denominato «Save the kiddies », fu ostacolato a tal punto dalle gerarchie cattoliche da impedire fisicamente alla maggior parte di loro di salpare.

Le ragioni dei datori di lavoro
La posizione del clero era un amo lanciato alla borghesia imprenditoriale, come ammette lo stesso Walsh: «Sebbene io desideri la fine dello sciopero, non ho difficoltà ad ammettere in pubblico e in privato, che i datori di lavoro hanno per certi versi ragione nel rifiutarsi di negoziare una conclusione dell’attuale impasse ». Simili posizioni erano condivise dal partito parlamentarista irlandese di John Redmond che si batteva per la Home Rule , ovvero la legge di autogoverno, ma anche dal neonato movimento indipendentista, lo Sinn Féin di Arthur Griffith. Questi, fortemente critico nei confronti dell’idea di un fronte internazionalista dei lavoratori, era un acerrimo nemico personale di Larkin: «Non sono i capitalisti ma le politiche di Larkin a far alzare il prezzo dei prodotti alimentari, tanto da condannare i più poveri di Dublino a uno stato di semi-carestia…». Per lo Sinn Féin di allora, animato da un sentire molto lontano da quello che guida il partito oggi, accentuare la lotta di classe avrebbe finito per mettere in discussione l’opposizione fondante tra Irlanda-Inghilterra su cui si basavano le proprie tesi. Continua la lettura di Armata Rossa all’irlandese

La triste parabola di Gerry Adams

Ci sono circostanze e situazioni nelle quali l’ambiguità non può essere ammessa. Mai. Neanche in un terreno spesso scivoloso e aperto al compromesso come la politica. Per esempio di fronte a casi conclamati e giuridicamente provati di pedofilia. L’ambiguità non può essere ammessa soprattutto quando sfocia nell’omertà. È quanto è accaduto nelle settimane scorse a Gerry Adams, storico leader repubblicano irlandese, anche se i mezzi d’informazione sembrano ormai aver messo il silenziatore a una vicenda tremendamente sordida e disgustosa. All’inizio d’ottobre il fratello del leader del Sinn Féin, il 58enne Liam Adams, è stato condannato dal tribunale di Belfast per aver violentato ripetutamente la sua figlioletta Aine. Gli atti di libidine e violenza sessuale si sono verificati dal 1977 al 1983, quando la bimba aveva dai quattro ai nove anni di età. Il lungo dibattimento ha confermato che Gerry Adams aveva saputo tutto, almeno fin dal 1987. A informarlo era stata la vittima stessa degli abusi: sua nipote. Ma le denunce della giovane sono cadute drammaticamente nel vuoto.

Gerry e Liam Adams
Gerry e Liam Adams

Eppure il codice etico del partito che Adams presiede da quasi trent’anni stabilisce che le accuse di violenza sessuale debbano essere riferite immediatamente all’esecutivo nazionale. Tuttavia il prode Gerry non ha fatto niente, al contrario, con la sua omertà ha di fatto coperto le malefatte del fratello. In un’intervista rilasciata nel 2009 a UTV, il leader del Sinn Féin ha affermato di aver creduto alle parole di sua nipote fin dall’inizio, cioè fin dal 1987. Ha detto di esserle sempre stato vicino, di averla sempre sostenuta e di essersi per questo allontanato da suo fratello. Ma ha detto il falso. Lo dimostrano le fotografie scattate al matrimonio del fratello, dove i due sono ritratti insieme, sorridenti. Lo conferma il fatto che in anni recenti è stato lo stesso Gerry a trovare al fratello un impiego presso un centro giovani (sic) di Belfast ovest. Lo conferma soprattutto il fatto che Liam, prima della condanna definitiva, è sempre rimasto un esponente di spicco del partito, del quale è stato anche tesoriere a Belfast Ovest. Nel 1997 fece di tutto per farsi candidare alle elezioni per la contea di Louth, e in quell’occasione Gerry si impegnò in prima persona per sostenere la sua candidatura. In più di un’occasione Liam ha partecipato come delegato del partito a incontri pubblici e commemorazioni ufficiali.

Nella foto: Gerry Adams al matrimonio del fratello Liam, nel 1991
Gerry Adams al matrimonio del fratello Liam, nel 1991

Da anni la credibilità politica di Gerry Adams è messa in discussione da chi ritiene che l’Accordo del Venerdì Santo abbia in buona parte tradito gli ideali repubblicani, ma qui il problema appare assai più grave, poiché una vicenda come quella che ha coinvolto suo fratello va a minare seriamente anche la sua autorità morale.
C’era una volta un leader politico che infiammava i cuori di chi credeva nella lotta per la libertà, che col suo carisma rappresentava l’incarnazione di quegli ideali che hanno consentito al popolo irlandese di resistere per decenni a un potente invasore. Adesso quel monumento vivente non è più capace di suscitare né odio, né ammirazione. Semplicemente non esiste più.
RM

Long Kesh, l’ex carcere diventa un centro per la pace?

Fino a pochi anni fa la gigantesca area di Maze-Long Kesh, alle porte di Belfast, ospitava una delle carceri più famigerate d’Europa ed era sinonimo di dolore e repressione. La sua storia resta inscindibilmente legata allo sciopero della fame che portò alla morte Bobby Sands e altri nove giovani irlandesi che reclamavano lo status di prigionieri politici. Ancora oggi, quei 140 ettari di terreno pubblico ormai in stato d’abbandono rimangono il simbolo più eloquente del conflitto anglo-irlandese, ma rappresentano anche un’opportunità unica per chiudere i conti con un passato tragico, costruendo finalmente una memoria condivisa per il paese. Il dibattito sulla riqualificazione dell’area dura da oltre un decennio ma tutti i progetti sono stati finora vanificati dalle divergenze apparentemente inconciliabili circa i modelli da seguire. I repubblicani indipendentisti vorrebbero ricalcare l’esperienza di Robben Island, il carcere dove fu imprigionato Nelson Mandela, che dalla fine dell’apartheid è diventato un museo sulla storia del Sudafrica democratico. Una parte della galassia unionista protestante teme di vedere Long Kesh trasformato in un luogo di rievocazione della memoria per i combattenti dell’I.R.A. e preferirebbe una soluzione analoga a quella adottata per il carcere tedesco di Spandau, il luogo di detenzione dei gerarchi nazisti che è stato completamente demolito per far posto a una grande area commerciale. Ma l’ipotesi di una rimozione della memoria appare destinata a cadere nel vuoto adesso che il governo nordirlandese – guidato dal protestante Peter Robinson – ha dato il via libera definitivo a un ambizioso progetto di riqualificazione firmato dal famoso architetto statunitense Daniel Libeskind. Un’operazione dai costi complessivi stimati intorno ai 300 milioni di sterline, la cui parte più affascinante è rappresentata senza dubbio dal grande centro internazionale per la pace e la risoluzione dei conflitti che mesi fa ha ricevuto anche un cospicuo finanziamento europeo nell’ambito del programma Peace III.
Già autore di opere che hanno legato l’architettura alla storia tragica del XX secolo – come il museo ebraico di Berlino -, tra gli artefici della rinascita di Ground Zero, Libeskind è già noto in Irlanda del Nord per aver contribuito al recupero dell’area della vecchia stazione di polizia di Andersonstown, nel cuore del ghetto repubblicano di Belfast ovest. Il centro disegnato dal noto architetto nascerà dalla riconversione degli edifici dell’ex carcere che non sono stati ancora demoliti, cioè i famigerati blocchi H dove si trovavano le celle dei prigionieri, la torre di controllo e l’ospedale della prigione, il luogo dove Sands e i suoi compagni esalarono l’ultimo respiro. I repubblicani hanno assicurato che sarà rispettata la memoria di tutte le fazioni del conflitto, dunque anche quella dei protestanti, senza scordare il pesante tributo di sangue pagato durante il conflitto dalla polizia penitenziaria.

Da così...
Da così…
...a così?
…a così?

Raymond McCartney ha trascorso 17 anni della sua vita nelle celle di Long Kesh. Nel 1980 rifiutò il cibo per 53 giorni prendendo parte al primo sciopero della fame, quello che si concluse senza morti. Adesso è un parlamentare eletto nelle liste del Sinn Féin e non ha dubbi: “questo è un luogo unico che è già da tempo un’attrazione per i visitatori di tutto il mondo. Noi ex prigionieri repubblicani siamo sempre stati favorevoli a una riconversione che ne massimizzasse il potenziale economico e storico, e favorisse al tempo stesso la riconciliazione. E siamo convinti che per chiudere le ferite del passato vadano rispettate le diversità e le storie differenti di ciascuna parte in causa”. Anche Jude Collins, anziano giornalista di Belfast, la pensa allo stesso modo. “Non c’è alcun rischio che Long Kesh diventi un tempio del terrorismo. D’altra parte, chi fece lo sciopero della fame non è ricordato per quello che aveva fatto prima di finire in carcere. Ai visitatori sarà ricordato lo straordinario coraggio di quei dieci uomini che preferirono morire piuttosto che essere riconosciuti come criminali comuni”.
I lavori inizieranno entro la fine dell’anno per essere ultimati nel 2015 e porteranno benefici immediati e consistenti all’economia del paese: l’area è vicina all’autostrada e collegata con la linea ferroviaria e secondo Terence Brannigan, presidente della società pubblica che gestisce il progetto di riqualificazione, ha tutte le carte in regola per attrarre grandi investimenti privati e creare centinaia di posti di lavoro. Non a caso l’antica società degli agricoltori dell’Ulster ha già deciso di trasferirvi le sue attività fieristiche a partire dalla prossima edizione del Balmoral show, la grande manifestazione che ogni anno vede migliaia di produttori agricoli darsi appuntamento per mettere in mostra il bestiame e i prodotti delle loro fattorie. Saranno invece restaurati ma manterranno la stessa destinazione d’uso i due hangar militari della Seconda guerra mondiale che facevano parte del vecchio campo d’aviazione della Raf e conservano ancora una collezione di velivoli d’epoca.
Costruito sulle ceneri della vecchia base aerea dell’esercito britannico alla periferia di Belfast, dal 1971 il carcere di Long Kesh ha ospitato nelle sue “gabbie” migliaia di detenuti politici irlandesi appartenenti alle opposte fazioni: gli indipendentisti dell’IRA e dell’INLA, ma anche i membri dei gruppi paramilitari unionisti protestanti fedeli alla Corona britannica. Nel 1983, due anni dopo lo sciopero della fame che portò alla morte dieci detenuti repubblicani, 38 prigionieri dell’IRA si resero protagonisti della più clamorosa evasione della storia giudiziaria del Regno Unito, violando quella che fino ad allora era considerata una delle prigioni più sicure del mondo. La sua chiusura definitiva risale al 2000, a seguito dell’Accordo di pace del Venerdì Santo.
RM