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Così la Brexit mina gli accordi di pace in Irlanda del Nord

Avvenire, 14.4.2018

Doveva essere l’occasione per suggellare lo storico accordo di pace che nell’aprile 1998 pose fine al più lungo conflitto europeo del Dopoguerra. Per tracciare un bilancio positivo di quella svolta che sancì la conclusione della guerra in Irlanda del Nord. Invece le celebrazioni del ventennale del Good Friday Agreement in programma a Belfast in questi giorni sono state offuscate dai negoziati sulla Brexit e sul futuro del confine tra le due Irlande, che rischiano di compromettere i pilastri fondamentali di quell’accordo. Dalla Colombia a Cipro, dai Paesi Baschi alle Filippine, in questi anni il processo di pace anglo-irlandese è sempre stato considerato un modello virtuoso di risoluzione dei conflitti al quale ispirarsi. L’Accordo del Venerdì Santo del 1998 aveva sancito la parità e l’eguaglianza tra due comunità – quella cattolico-nazionalista e quella unionista-protestante – storicamente divise anche da idee opposte sul futuro del paese: mentre questi ultimi si considerano britannici e intendono restare a ogni costo all’interno del Regno Unito, i primi sono orgogliosamente irlandesi e aspirano alla riunificazione con la Repubblica d’Irlanda. La brutale discriminazione che la comunità cattolica è stata costretta a subire fino a pochi anni fa era stata la miccia del conflitto deflagrato nel 1969 e durato circa un trentennio. Il processo di pace aveva trovato una ricetta vincente nel rispetto delle diverse identità e nella creazione di istituzioni capaci di far rispettare quelle differenze. L’accordo aveva introdotto principi di inclusione che mai si erano visti prima d’allora in Irlanda, sancendo il diritto all’autodeterminazione e ponendo le basi giuridiche per l’istituzione di un parlamento nord-irlandese dotato di poteri legislativi. Sia la Gran Bretagna che la Repubblica d’Irlanda avevano accettato di cambiare le rispettive Costituzioni, la prima rinunciando alla sovranità su Belfast, la seconda abbandonando ogni aspirazione irredentista nei confronti delle sei contee del Nord. L’accordo era stato infine sottoposto alla popolazione dell’intera isola, che l’aveva approvato a larghissima maggioranza in due distinti referendum.

Nella foto: Gerry Adams, John Hume, Bill Clinton e David Trimble

La condivisione dei poteri tra le due comunità e i confini aperti tra le due Irlande erano i capisaldi attorno ai quali ruotava un’architettura istituzionale complessa e assai fragile che adesso rischia di incrinarsi irreparabilmente per effetto della Brexit. Dopo aver funzionato ininterrottamente per dieci anni, l’esecutivo condiviso guidato dai due maggiori partiti, l’unionista Dup e il nazionalista Sinn Féin, è caduto nel gennaio 2017 a causa di uno scandalo sugli incentivi per l’uso delle energie rinnovabili che ha coinvolto la premier e leader del Dup, Arlene Foster. Da allora tutti i tentativi di ripristinare l’esecutivo dell’Irlanda del Nord si sono arenati sulle reciproche intransigenze, facendo aleggiare su Belfast lo spettro di un ritorno alla “direct rule”, il governo diretto da parte di Londra, che finirebbe per esacerbare le divisioni interne alla società nordirlandese. Figure storiche come Gerry Adams, Martin McGuinness e Ian Paisley sono state rimpiazzate da una nuova generazione di leader tutta declinata al femminile e priva di un passato nella lotta armata, ma nonostante i lunghi anni di pace e di crescita economica, la violenza settaria non ha infatti mai del tutto abbandonato la piccola provincia britannica. Soltanto negli ultimi mesi, molte famiglie cattoliche di Belfast sono state costrette a evacuare le loro case in seguito alle intimidazioni dei paramilitari lealisti, mentre a Derry e in altre località sono stati ritrovati e disinnescati gli ordigni rudimentali dei gruppi dissidenti contrari al processo di pace. Ma il tragico simbolo di una fiducia inter-comunitaria che ancora stenta a decollare sono i cosiddetti “muri della pace”, le orwelliane barriere di cemento e lamiera erette negli anni ‘60 per prevenire le violenze, che in alcune città continuano ancora oggi a separare le aree nazionaliste da quelle unioniste. Continua la lettura di Così la Brexit mina gli accordi di pace in Irlanda del Nord

Il patto col diavolo che mette a rischio la pace in Irlanda

Avvenire, 14.1.2017

Nella foto: Arlene Foster e Theresa May

Molti in Inghilterra hanno già colto la fatale ironia della sorte: dopo aver attaccato a lungo Jeremy Corbyn in campagna elettorale per la sua presunta amicizia con l’IRA, adesso Theresa May cerca di formare un governo appoggiato da un partito che ha legami assai stretti con i paramilitari protestanti, autori di feroci attentati negli anni del conflitto in Irlanda del Nord. L’impietosa contabilità dei seggi assegnati dalle elezioni di giovedì scorso – oltre a motivi di opportunità politica – ha imposto alla May un’alleanza con gli unionisti del DUP, un partito di estrema destra fondato nel 1971 da Ian Paisley, il pastore presbiteriano noto per la sua intransigenza anti-cattolica che si scoprì moderato durante la vecchiaia. La sua eredità politica è stata raccolta da Arlene Foster, che in poco tempo, a causa di uno scandalo relativo ai sussidi per l’uso di energie rinnovabili, è riuscita a far naufragare il governo di Belfast basato sulla condivisione dei poteri, mandando all’aria dieci anni di progressi sulla strada della “devolution”.
Pur di formare un traballante governo che non avrà l’autorevolezza necessaria per negoziare un accordo storico con l’UE, Theresa May ha dunque scelto di stringere un vero e proprio “patto col diavolo”, un’intesa dai benefici incerti e dai rischi enormi. Su alcuni argomenti-chiave il programma dei Tories britannici è l’esatto opposto di quello del DUP: May vorrebbe ridurre o tagliare il tasso di rivalutazione delle pensioni e i sussidi ai consumi mentre il DUP vuole mantenerli entrambi. Neanche il tema centrale della Brexit vede i due alleati sulla stessa lunghezza d’onda, poiché gli unionisti nordirlandesi sono favorevoli a una “soft Brexit” che mantenga la libertà di movimento per merci e persone fra la Repubblica d’Irlanda e il Nord. Ma soprattutto, l’alleanza DUP-Tories impone al governo britannico di abbandonare la politica di neutralità adottata negli ultimi vent’anni in Irlanda del Nord e rischia quindi di vanificare gli enormi progressi compiuti dopo l’Accordo del 1998, che prevedeva l’“imparzialità rigorosa” di Londra sulle questioni che riguardano Belfast. Da allora nessun governo britannico aveva mai stretto un’alleanza con un partito nordirlandese per non perdere credibilità come mediatore nel processo di pace. Non a caso Jonathan Powell, capo negoziatore inglese ai tempi di Blair, ha affermato che quello di May è un terribile errore che potrebbe minare il lungo lavoro svolto per raggiungere un accordo di pace durevole. Di certo la scelta della leader conservatrice complicherà ulteriormente il già difficile rapporto tra Londra e Belfast in una fase estremamente delicata, che vede l’ennesimo stallo nella “devolution” e un vuoto di potere che a Belfast persiste da mesi, rischiando di prestare il fianco agli estremisti. Un paio di giorni fa un consigliere locale del DUP ha postato su Facebook un fotomontaggio con la bandiera dei paramilitari dell’Ulster Volunteer Force che sventolava sul n. 10 di Downing Street. I “falchi” della loggia orangista di Portadown hanno invece già cominciato a fare pressioni sul DUP, chiedendo di ripristinare la provocatoria marcia nell’area cattolica di Garvaghy Road, da anni vietata perché causa di gravi atti di violenza settaria.
Il nuovo governo May non sarà un esecutivo di coalizione in senso stretto ma poggerà su un accordo di convenienza reciproca all’interno del quale il DUP sosterrà i Tories sul bilancio e deciderà se appoggiarli o meno su ogni singola questione. Ma per concedere il voto decisivo dei suoi parlamentari, Arlene Foster chiederà ogni volta una contropartita e tra queste ci sarà sicuramente anche l’impegno di non indire alcun referendum sull’unità irlandese. Una consultazione che Gerry Adams, presidente del Sinn Fein – l’altro partito di maggioranza relativa dell’Irlanda del Nord – ha più volte ribadito che si farà, in ogni caso.
RM

Martin McGuinness 1950-2017

Avvenire, 22.1.2017

Da leader della guerriglia a uomo-chiave del processo di pace. Da capo di stato maggiore dell’IRA a candidato presidente della Repubblica d’Irlanda. La parabola politica di Martin McGuinness – morto ieri a Belfast all’età di 66 anni – può raccontare da sola il lungo percorso che ha fatto uscire l’Irlanda del Nord dal più lungo conflitto europeo del XX secolo. Originario di una famiglia operaia del ghetto cattolico di Derry, James Martin Pacelli McGuinness abbandonò la scuola a quindici anni ed entrò nell’IRA giovanissimo, prima della famigerata Bloody Sunday, la strage di civili compiuta dai paracadutisti inglesi nella sua città natale il 30 gennaio del 1972. L’anno dopo finì in carcere per possesso di esplosivi e in tribunale dichiarò di essere “orgoglioso di far parte dell’esercito repubblicano irlandese”. In breve tempo divenne una delle figure più importanti e rispettate all’interno dell’IRA, fino a ricoprire la carica di Capo di Stato Maggiore dal 1978 al 1982. Tra gli innumerevoli attentati compiuti dagli indipendentisti irlandesi in quel periodo ci fu quello nel quale perse la vita il cugino della regina, Lord Louis Mountbatten. Ma quelli furono anche anni decisivi perché segnarono la svolta ‘politica’ del movimento repubblicano, seguita allo scontro carcerario che portò alla morte di Bobby Sands e altri nove attivisti per sciopero della fame.
Fin dagli anni ’70 McGuinness si era dimostrato formidabile anche nelle vesti di politico. Eletto all’assemblea di Belfast per la prima volta nel 1982, grazie al suo carisma riuscì a rassicurare i militanti più scettici agli albori del processo di pace. “La guerra contro il dominio britannico – affermò pubblicamente nel 1986 – continuerà finché non sarà conquistata la libertà”. Nella fase cruciale che precedette la firma dell’Accordo del Venerdì Santo del 1998 fu il capo negoziatore del partito repubblicano Sinn Féin – all’epoca il braccio politico dell’IRA – e in seguito entrò nel governo di Belfast con la carica di ministro dell’educazione. Il suo fascino personale gli consentì di conquistare la fiducia di alcuni dei suoi più acerrimi nemici di un tempo, tra tutti il reverendo Ian Paisley, campione dell’estremismo presbiteriano filobritannico.

Un giovane McGuinness con Gerry Adams (a sinistra) e Ruairi O Bradaigh (al centro)

Candidato alla presidenza della Repubblica d’Irlanda nel 2011 (ottenne circa il 15% dei voti), è stato vice primo ministro dell’Irlanda del Nord dal 2006 al gennaio scorso, quando è stato costretto a rassegnare le dimissioni per motivi di salute. La sua eredità politica è però destinata a restare controversa e a dividere chi, nel suo paese, lo ritiene un eroe e chi invece lo considera un traditore che ha sacrificato gli ideali di un tempo sull’altare del pragmatismo e della realpolitik. Assai più delle strette di mano con la regina Elisabetta fece scalpore, nel 2009, quando fu proprio lui a definire pubblicamente “traditori” i dissidenti che si ostinavano a non accettare i compromessi del processo di pace. Molti di loro erano stati suoi compagni di lotta in passato. Da circa un anno soffriva di una grave malattia genetica che l’ha portato alla morte e gli ha impedito di vedere realizzato il suo sogno: la riunificazione dell’Irlanda.
RM

Cummings, la Belfast del dialogo

Avvenire, 6.1.2016

Era il 1942 e la guerra stava devastando l’Europa, quando padre Daniel Cummings decise di lasciare  il suo incarico al seminario redentorista di Galway per unirsi all’esercito britannico in qualità di cappellano militare. Avrebbe trascorso il resto del conflitto insieme al Terzo Battaglione delle Guardie irlandesi, in mezzo a suoi connazionali di ogni estrazione e credo politico, contadini cattolici e membri dell’aristocrazia anglo-irlandese di religione protestante. Vide uomini che provenivano da contesti sociali differenti, spesso ostili tra loro, imparare a fidarsi gli uni degli altri, e lottare fianco a fianco per cercare di sopravvivere. La memoria di quegli anni terribili fece maturare in lui il profondo desiderio di portare quell’esperienza di tolleranza e aiuto reciproco anche nel suo paese. Nel 1947 fu uno dei fondatori della prima missione “per non cattolici” che aprì presso il monastero redentorista di Clonard, in uno dei quartieri più derelitti di Belfast. È così che venne gettato il primo, pionieristico seme di un grande movimento ecumenico che nei decenni successivi avrebbe avuto un ruolo decisivo anche nel lungo processo di pace dell’Irlanda del Nord. Quella di padre Daniel Cummings è una storia straordinaria che riemerge con forza dalle nebbie di un passato ormai lontano, attraverso la sua autobiografia postuma da poco data alle stampe: Rest and Be Thankful. Autobiography of a Belfast Missionary. Una vicenda che è stato finalmente possibile riscoprire grazie a Rosemary Doherty, la nipote di Cummings, che ha lavorato a lungo al vecchio manoscritto e agli appunti lasciati dallo zio – morto nel 1977 –, facendo infine arrivare il volume in libreria. Fu lui a chiederle espressamente di non rendere pubblica l’opera fino a quando la situazione politica non si fosse definitivamente stabilizzata. Oggi, a quarant’anni di distanza, il libro rappresenta uno straordinario documento storico sul nostro recente passato. Cresciuto in un’area di Belfast a maggioranza protestante, Daniel Cummings era ancora un bambino quando i violenti scontri settari in corso in città costrinsero la sua famiglia ad abbandonare la propria casa e a trasferirsi in un quartiere a maggioranza cattolica, nei pressi del monastero di Clonard. Erano i primi anni ’20, e la divisione artificiale dell’Irlanda decisa dagli inglesi contro il volere della popolazione locale innescò una delle prime forme di pulizia etnica in Europa. Cummings si avvicinò giovanissimo ai redentoristi, entrando in seminario all’età di 15 anni. Si spostò prima a Limerick, poi a Galway, finché non fu inviato come missionario nelle Filippine. Quando scoppia la guerra ha già fatto ritorno in Irlanda, e si sta dedicando allo studio e all’insegnamento. Lascia tutto per unirsi all’esercito, come cappellano militare. I racconti della vita quotidiana dei soldati e dei civili durante gli anni del secondo conflitto mondiale occupano una parte consistente della sua autobiografia. Il 6 giugno 1944 prende parte allo sbarco degli Alleati in Normandia, poi entra a Bruxelles al seguito dell’esercito britannico nei giorni in cui la città viene liberata dai nazisti. In quei mesi trascorre gran parte del suo tempo negli ospedali, prendendosi cura dei feriti e confessando i prigionieri, grazie alla sua conoscenza del tedesco. Per oltre un anno, dopo la fine della guerra, porta conforto agli uomini liberati dal campo di concentramento di Bergen-Belsen. Tra i reduci del lager incontra anche un confratello redentorista tedesco che gli dona una splendida scultura in legno che lui stesso aveva realizzato. È una statua alta circa un metro, che ritrae San Gerardo Maiella con una croce e un rosario in mano ed è ancora oggi conservata all’interno del monastero di Clonard.

Daniel Cummings
Daniel Cummings

Di ritorno nella sua Belfast, padre Daniel trova una città trasformata radicalmente dalla guerra: cattolici e protestanti avevano combattuto gli uni accanto agli altri e molti di loro, durante i raid aerei nazisti, si erano rifugiati insieme nella cripta di Clonard. Il Dopoguerra, dal suo punto di vista, porta speranze di riconciliazione che vanno ben oltre la semplice ricostruzione materiale, e che lo spingono a impegnarsi nella coraggiosa impresa della “missione per non cattolici” di Clonard, al fianco del rettore dell’epoca, padre Gerry Reynolds. Un lavoro che già nelle domeniche di Quaresima del 1948 gli fa incontrare per la prima volta un giovane ministro presbiteriano di nome Ian Paisley, che nei decenni seguenti dominerà la scena politica irlandese facendosi conoscere come un predicatore fanatico dal linguaggio incendiario, ferocemente anti-cattolico e nemico di ogni compromesso. Cummings racconta che fin dai primi anni il reverendo Paisley mostrò grande interesse per l’attività svolta a Clonard, e in più occasioni fece intervenire i suoi seguaci agli incontri che si tenevano nel monastero di Belfast. In pubblico rivolgeva violenti attacchi all’iniziativa dei redentoristi, eppure padre Daniel ebbe comunque modo di percepire una forma di stima e di rispetto nei suoi confronti. Molti anni dopo, al crepuscolo della sua vita, Paisley si sarebbe infine convertito da leader intransigente a statista aperto al dialogo. Fu una svolta decisiva che – considerato il suo grande peso politico – sbloccò definitivamente la pace in Irlanda del Nord. Cummings ne aveva già colto le prime avvisaglie all’inizio degli anni ’70.
RM

Irlanda 1916, verso un centenario senza memoria?

Dopo anni di dibattiti il governo di Dublino ha finalmente lanciato le grandi celebrazioni che si terranno nel 2016 per il centenario della Rivolta di Pasqua, l’evento fondativo della Repubblica irlandese. Ma le linee guida del programma che sono state presentate giorni fa hanno scatenato l’ira dei familiari dei caduti e di chi ritiene che un tema così importante per l’identità nazionale non possa essere liquidato come l’ennesimo spot promozionale dell’“isola verde” allo scopo di attrarre turisti in anni di vacche assai magre per l’economia del paese.
Il malumore stava montando da almeno un anno, da quando è stata ufficializzata la presenza della famiglia reale inglese alle celebrazioni che si terranno tra un anno e mezzo. Una presenza che dovrebbe suggellare il processo di riconciliazione ma che molti irlandesi ritengono inopportuna, se non addirittura controproducente. La settimana scorsa è stato reso pubblico un video promozionale dal titolo Ireland Inspires 2016 che sintetizza gli ultimi cento anni di storia irlandese in un minuto e mezzo di immagini accattivanti ma ‘dimentica’ di menzionare i firmatari della dichiarazione di Pasqua del 1916, i leader della rivolta che furono mandati al patibolo dagli inglesi. Eppure, non sarà celebrato proprio il centenario di quello storico evento? Sarebbe come se in Italia organizzassimo un anniversario della Liberazione senza citare i partigiani, o dell’Unità d’Italia senza ricordare Garibaldi. Stavolta l’Irlanda è dunque riuscita nella non facile impresa di essere un paese ancora più ‘smemorato’ dell’Italia. Il problema è sempre lo stesso: quando l’Irlanda prova a fare i conti con il suo recente passato, a prevalere è sempre la sudditanza psicologica nei confronti dell’Inghilterra, peraltro accentuata da una dipendenza economico-commerciale che non è mai venuta meno.
Resisi conto del clamoroso autogol, gli organizzatori hanno cercato di correre ai ripari modificando il video: hanno inserito un lungo fotogramma della famosa Easter Declaration sullo sfondo delle rovine dell’edificio delle Poste centrali di Dublino, il simbolo della rivolta. Troppo poco per risolvere il problema, poiché nel video continuano a far bella mostra di sé la regina Elisabetta e David Cameron, il reverendo Ian Paisley e i musicisti Bono e Bob Geldof, ma continuano drammaticamente a mancare all’appello Patrick Pearse, James Connolly e tutti gli altri padri della Repubblica. Figure a quanto pare ancora assai scomode per gli attuali partiti di governo (ma Michael Collins non è forse il padre putativo del principale di questi, il Fine Gael?).

Come se non bastasse, si è scoperto poi che i testi in gaelico pubblicati sul sito ufficiale Ireland 2016 (tra cui un estratto della Dichiarazione di Pasqua) erano stati tradotti da Google Translate e risultano di conseguenza carichi di errori grammaticali e di punteggiatura. Un’ennesima mancanza di rispetto nei confronti dei martiri del 1916, che avevano fatto della riscoperta del gaelico uno dei capisaldi delle loro lotte. Ce n’era a sufficienza per scatenare durissime proteste dei familiari dei caduti del 1916, le cui associazioni si stanno già organizzando per boicottare le celebrazioni ufficiali e realizzare un programma alternativo, visto che il governo ha dimostrato – come hanno detto loro – “di non essere disposto a impegnarsi in modo significativo”.
RM