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Martin McGuinness 1950-2017

Avvenire, 22.1.2017

Da leader della guerriglia a uomo-chiave del processo di pace. Da capo di stato maggiore dell’IRA a candidato presidente della Repubblica d’Irlanda. La parabola politica di Martin McGuinness – morto ieri a Belfast all’età di 66 anni – può raccontare da sola il lungo percorso che ha fatto uscire l’Irlanda del Nord dal più lungo conflitto europeo del XX secolo. Originario di una famiglia operaia del ghetto cattolico di Derry, James Martin Pacelli McGuinness abbandonò la scuola a quindici anni ed entrò nell’IRA giovanissimo, prima della famigerata Bloody Sunday, la strage di civili compiuta dai paracadutisti inglesi nella sua città natale il 30 gennaio del 1972. L’anno dopo finì in carcere per possesso di esplosivi e in tribunale dichiarò di essere “orgoglioso di far parte dell’esercito repubblicano irlandese”. In breve tempo divenne una delle figure più importanti e rispettate all’interno dell’IRA, fino a ricoprire la carica di Capo di Stato Maggiore dal 1978 al 1982. Tra gli innumerevoli attentati compiuti dagli indipendentisti irlandesi in quel periodo ci fu quello nel quale perse la vita il cugino della regina, Lord Louis Mountbatten. Ma quelli furono anche anni decisivi perché segnarono la svolta ‘politica’ del movimento repubblicano, seguita allo scontro carcerario che portò alla morte di Bobby Sands e altri nove attivisti per sciopero della fame.
Fin dagli anni ’70 McGuinness si era dimostrato formidabile anche nelle vesti di politico. Eletto all’assemblea di Belfast per la prima volta nel 1982, grazie al suo carisma riuscì a rassicurare i militanti più scettici agli albori del processo di pace. “La guerra contro il dominio britannico – affermò pubblicamente nel 1986 – continuerà finché non sarà conquistata la libertà”. Nella fase cruciale che precedette la firma dell’Accordo del Venerdì Santo del 1998 fu il capo negoziatore del partito repubblicano Sinn Féin – all’epoca il braccio politico dell’IRA – e in seguito entrò nel governo di Belfast con la carica di ministro dell’educazione. Il suo fascino personale gli consentì di conquistare la fiducia di alcuni dei suoi più acerrimi nemici di un tempo, tra tutti il reverendo Ian Paisley, campione dell’estremismo presbiteriano filobritannico.

Un giovane McGuinness con Gerry Adams (a sinistra) e Ruairi O Bradaigh (al centro)

Candidato alla presidenza della Repubblica d’Irlanda nel 2011 (ottenne circa il 15% dei voti), è stato vice primo ministro dell’Irlanda del Nord dal 2006 al gennaio scorso, quando è stato costretto a rassegnare le dimissioni per motivi di salute. La sua eredità politica è però destinata a restare controversa e a dividere chi, nel suo paese, lo ritiene un eroe e chi invece lo considera un traditore che ha sacrificato gli ideali di un tempo sull’altare del pragmatismo e della realpolitik. Assai più delle strette di mano con la regina Elisabetta fece scalpore, nel 2009, quando fu proprio lui a definire pubblicamente “traditori” i dissidenti che si ostinavano a non accettare i compromessi del processo di pace. Molti di loro erano stati suoi compagni di lotta in passato. Da circa un anno soffriva di una grave malattia genetica che l’ha portato alla morte e gli ha impedito di vedere realizzato il suo sogno: la riunificazione dell’Irlanda.
RM

Cummings, la Belfast del dialogo

Avvenire, 6.1.2016

Era il 1942 e la guerra stava devastando l’Europa, quando padre Daniel Cummings decise di lasciare  il suo incarico al seminario redentorista di Galway per unirsi all’esercito britannico in qualità di cappellano militare. Avrebbe trascorso il resto del conflitto insieme al Terzo Battaglione delle Guardie irlandesi, in mezzo a suoi connazionali di ogni estrazione e credo politico, contadini cattolici e membri dell’aristocrazia anglo-irlandese di religione protestante. Vide uomini che provenivano da contesti sociali differenti, spesso ostili tra loro, imparare a fidarsi gli uni degli altri, e lottare fianco a fianco per cercare di sopravvivere. La memoria di quegli anni terribili fece maturare in lui il profondo desiderio di portare quell’esperienza di tolleranza e aiuto reciproco anche nel suo paese. Nel 1947 fu uno dei fondatori della prima missione “per non cattolici” che aprì presso il monastero redentorista di Clonard, in uno dei quartieri più derelitti di Belfast. È così che venne gettato il primo, pionieristico seme di un grande movimento ecumenico che nei decenni successivi avrebbe avuto un ruolo decisivo anche nel lungo processo di pace dell’Irlanda del Nord. Quella di padre Daniel Cummings è una storia straordinaria che riemerge con forza dalle nebbie di un passato ormai lontano, attraverso la sua autobiografia postuma da poco data alle stampe: Rest and Be Thankful. Autobiography of a Belfast Missionary. Una vicenda che è stato finalmente possibile riscoprire grazie a Rosemary Doherty, la nipote di Cummings, che ha lavorato a lungo al vecchio manoscritto e agli appunti lasciati dallo zio – morto nel 1977 –, facendo infine arrivare il volume in libreria. Fu lui a chiederle espressamente di non rendere pubblica l’opera fino a quando la situazione politica non si fosse definitivamente stabilizzata. Oggi, a quarant’anni di distanza, il libro rappresenta uno straordinario documento storico sul nostro recente passato. Cresciuto in un’area di Belfast a maggioranza protestante, Daniel Cummings era ancora un bambino quando i violenti scontri settari in corso in città costrinsero la sua famiglia ad abbandonare la propria casa e a trasferirsi in un quartiere a maggioranza cattolica, nei pressi del monastero di Clonard. Erano i primi anni ’20, e la divisione artificiale dell’Irlanda decisa dagli inglesi contro il volere della popolazione locale innescò una delle prime forme di pulizia etnica in Europa. Cummings si avvicinò giovanissimo ai redentoristi, entrando in seminario all’età di 15 anni. Si spostò prima a Limerick, poi a Galway, finché non fu inviato come missionario nelle Filippine. Quando scoppia la guerra ha già fatto ritorno in Irlanda, e si sta dedicando allo studio e all’insegnamento. Lascia tutto per unirsi all’esercito, come cappellano militare. I racconti della vita quotidiana dei soldati e dei civili durante gli anni del secondo conflitto mondiale occupano una parte consistente della sua autobiografia. Il 6 giugno 1944 prende parte allo sbarco degli Alleati in Normandia, poi entra a Bruxelles al seguito dell’esercito britannico nei giorni in cui la città viene liberata dai nazisti. In quei mesi trascorre gran parte del suo tempo negli ospedali, prendendosi cura dei feriti e confessando i prigionieri, grazie alla sua conoscenza del tedesco. Per oltre un anno, dopo la fine della guerra, porta conforto agli uomini liberati dal campo di concentramento di Bergen-Belsen. Tra i reduci del lager incontra anche un confratello redentorista tedesco che gli dona una splendida scultura in legno che lui stesso aveva realizzato. È una statua alta circa un metro, che ritrae San Gerardo Maiella con una croce e un rosario in mano ed è ancora oggi conservata all’interno del monastero di Clonard.

Daniel Cummings
Daniel Cummings

Di ritorno nella sua Belfast, padre Daniel trova una città trasformata radicalmente dalla guerra: cattolici e protestanti avevano combattuto gli uni accanto agli altri e molti di loro, durante i raid aerei nazisti, si erano rifugiati insieme nella cripta di Clonard. Il Dopoguerra, dal suo punto di vista, porta speranze di riconciliazione che vanno ben oltre la semplice ricostruzione materiale, e che lo spingono a impegnarsi nella coraggiosa impresa della “missione per non cattolici” di Clonard, al fianco del rettore dell’epoca, padre Gerry Reynolds. Un lavoro che già nelle domeniche di Quaresima del 1948 gli fa incontrare per la prima volta un giovane ministro presbiteriano di nome Ian Paisley, che nei decenni seguenti dominerà la scena politica irlandese facendosi conoscere come un predicatore fanatico dal linguaggio incendiario, ferocemente anti-cattolico e nemico di ogni compromesso. Cummings racconta che fin dai primi anni il reverendo Paisley mostrò grande interesse per l’attività svolta a Clonard, e in più occasioni fece intervenire i suoi seguaci agli incontri che si tenevano nel monastero di Belfast. In pubblico rivolgeva violenti attacchi all’iniziativa dei redentoristi, eppure padre Daniel ebbe comunque modo di percepire una forma di stima e di rispetto nei suoi confronti. Molti anni dopo, al crepuscolo della sua vita, Paisley si sarebbe infine convertito da leader intransigente a statista aperto al dialogo. Fu una svolta decisiva che – considerato il suo grande peso politico – sbloccò definitivamente la pace in Irlanda del Nord. Cummings ne aveva già colto le prime avvisaglie all’inizio degli anni ’70.
RM

Irlanda 1916, verso un centenario senza memoria?

Dopo anni di dibattiti il governo di Dublino ha finalmente lanciato le grandi celebrazioni che si terranno nel 2016 per il centenario della Rivolta di Pasqua, l’evento fondativo della Repubblica irlandese. Ma le linee guida del programma che sono state presentate giorni fa hanno scatenato l’ira dei familiari dei caduti e di chi ritiene che un tema così importante per l’identità nazionale non possa essere liquidato come l’ennesimo spot promozionale dell’“isola verde” allo scopo di attrarre turisti in anni di vacche assai magre per l’economia del paese.
Il malumore stava montando da almeno un anno, da quando è stata ufficializzata la presenza della famiglia reale inglese alle celebrazioni che si terranno tra un anno e mezzo. Una presenza che dovrebbe suggellare il processo di riconciliazione ma che molti irlandesi ritengono inopportuna, se non addirittura controproducente. La settimana scorsa è stato reso pubblico un video promozionale dal titolo Ireland Inspires 2016 che sintetizza gli ultimi cento anni di storia irlandese in un minuto e mezzo di immagini accattivanti ma ‘dimentica’ di menzionare i firmatari della dichiarazione di Pasqua del 1916, i leader della rivolta che furono mandati al patibolo dagli inglesi. Eppure, non sarà celebrato proprio il centenario di quello storico evento? Sarebbe come se in Italia organizzassimo un anniversario della Liberazione senza citare i partigiani, o dell’Unità d’Italia senza ricordare Garibaldi. Stavolta l’Irlanda è dunque riuscita nella non facile impresa di essere un paese ancora più ‘smemorato’ dell’Italia. Il problema è sempre lo stesso: quando l’Irlanda prova a fare i conti con il suo recente passato, a prevalere è sempre la sudditanza psicologica nei confronti dell’Inghilterra, peraltro accentuata da una dipendenza economico-commerciale che non è mai venuta meno.
Resisi conto del clamoroso autogol, gli organizzatori hanno cercato di correre ai ripari modificando il video: hanno inserito un lungo fotogramma della famosa Easter Declaration sullo sfondo delle rovine dell’edificio delle Poste centrali di Dublino, il simbolo della rivolta. Troppo poco per risolvere il problema, poiché nel video continuano a far bella mostra di sé la regina Elisabetta e David Cameron, il reverendo Ian Paisley e i musicisti Bono e Bob Geldof, ma continuano drammaticamente a mancare all’appello Patrick Pearse, James Connolly e tutti gli altri padri della Repubblica. Figure a quanto pare ancora assai scomode per gli attuali partiti di governo (ma Michael Collins non è forse il padre putativo del principale di questi, il Fine Gael?).

Come se non bastasse, si è scoperto poi che i testi in gaelico pubblicati sul sito ufficiale Ireland 2016 (tra cui un estratto della Dichiarazione di Pasqua) erano stati tradotti da Google Translate e risultano di conseguenza carichi di errori grammaticali e di punteggiatura. Un’ennesima mancanza di rispetto nei confronti dei martiri del 1916, che avevano fatto della riscoperta del gaelico uno dei capisaldi delle loro lotte. Ce n’era a sufficienza per scatenare durissime proteste dei familiari dei caduti del 1916, le cui associazioni si stanno già organizzando per boicottare le celebrazioni ufficiali e realizzare un programma alternativo, visto che il governo ha dimostrato – come hanno detto loro – “di non essere disposto a impegnarsi in modo significativo”.
RM

Ian Paisley: morte di un uomo dell’odio

 di Anthony McIntyre

ianIn occasioni come la morte di Ian Paisley, un osservatore esterno potrebbe giungere alla conclusione che si tratti di eventi pre-organizzati apposta per lanciare una gara a chi spara la cazzata più grossa. E, se non è ancora entrata nel vivo, aspettate tra adesso e il giorno del funerale per assistere alla produzione in serie di idiozie in copiosa quantità: enormi bugie per mascherare gli enormi sbagli di un enorme ego.
Gli sms dei festaioli che ci invitano ai party si stanno già sprecando; proprio come quando morì Margaret Thatcher. A me non importa se mi arrivano, e non mi importa se non mi arrivano. La morte di Ian Paisley non mi ha reso né felice, né triste. Com’è stato scritto in un grande romanzo sul Ruanda, A Sunday by the Pool in Kigali, morire è semplicemente qualcosa che facciamo tutti, prima o poi. E più o meno chiunque abbia perso la vita durante il conflitto nel Nord Irlanda era molto meno colpevole di Ian Paisley.
Il fondatore della Free Presbyterian Church era tutto meno che innocente. È vissuto fino a 88 anni, ed è morto nel suo letto. La stragrande maggioranza delle vittime del conflitto, qualunque fosse la loro estrazione sociale, e sia che fossero combattenti o civili, non hanno raggiunto quell’età. Molti morirono giovanissimi, appena adolescenti. In alcuni casi, nemmeno ancora adolescenti. Forse oggi non se ne sente parlare granché, ma le loro vite finirono in un’agonizzante ricerca di ossigeno tra i tossici fumi di veleno emanati con satanica energia da una rete d’odio, al centro della quale, come un ragno, pronto sia a cacciare che a comandare, stava Ian Paisley. Quest’uomo di Dio predava con molto più vigore di quanto abbia mai pregato.
Martin McGuinness ci ha detto che grande amico (e come lo sia diventato, il processo di pace lo mostra da sé) abbia perso. Martin una volta aveva altri grandi amici, i quali, a differenza di quello che ha perso oggi, eseguivano i suoi ordini e ammazzavano membri della congregazione di Paisley che guarda caso erano membri delle forze di sicurezza britanniche, il cui dovere era difendere i principi che Martin adesso sostiene. A volte non erano nemmeno membri di nient’altro che della Martyrs Memorial Church di Paisley. I loro assassini non sono più amici di Martin, soltanto traditori dell’isola d’Irlanda. Cosa che, presumibilmente, rendeva il Grande Ian un amico dell’Irlanda. E con amici così…
shits Senza dubbio, Paisley tollerava McGuinness, a cui scherzando si riferiva come “il vice”, puntualmente ricordando all’ex Capo di Stato Maggiore dell’IRA del suo stato di cittadino di serie B nel “nuovo” Nord, la cui partizione non è una novità. In quel cattolico di Derry, il protestante di Ballymena trovò le conferme e la strada della sua redenzione politica, la madre della retorica amica dell’orco che ci dobbiamo sorbire oggi. Solo dopo che lo Sinn Féin ha accettato una nuova forma di dominio britannico sul Nord Irlanda, Paisley ha iniziato a banchettare con l’uomo che fino a poco prima aveva chiamato “un mostro assetato di sangue”. Colui che ‘da solo era la più grande minaccia allo Stato britannico’, che aveva giurato di castrare la RUC, è finito a succhiarne il manganello. Paisley aveva davvero qualcosa di cui godere orgasmicamente.
Quando lo descrivono come un uomo di stato, io riesco solo pensare a Henry Kissinger definito “fautore di pace”. Ma a queste schifezze siamo abituati. Ma non dobbiamo stare buoni e tranquilli a subirle, o restare in silenzio per il timore di offendere la contrita sensibilità di qualcuno o di essere etichettati come dannosi per il processo di pace. Rigiratelo, ridicolizzatelo, nessuna parola viscida può diluire la verità: che Paisley è stato uno dei più grandi uomini d’odio dell’Europa Occidentale. Bertie Ahern può anche cercare di nascondere l’ovvio raccontandoci che Paisley è stato “un grande uomo con un grande cuore” invece di dire le cose come stanno, cioè che era un grande uomo con un grande odio, e lo sputava fuori con furia biblica. Invano: “Odio con odio perfetto” era un dono del cielo per il grand’uomo.
La morte di Ian Paisley non deve significare la morte della nostra etica nel linguaggio. Di sicuro è stata già danneggiata, non perché ci siamo trovati a parlare inglese o scozzese dell’Ulster, ma perché siamo stati indotti a desiderare di esprimerci nel gergo del processo di pace, l’Ambiguese (Weaselanto in originale, NdT), in modo che potremmo trovarci a non avere le parole giuste per descrivere cose sbagliate.
In casa mia non ci saranno feste per la morte di Ian Paisley. Né sarà pianto o rimpianto. Sarebbe meno che umano, però, dire che non ci sia un’ombra di dispiacere non che sia morto, ma che sia vissuto.

Ian Paisley, nato in un’Irlanda divisa nel 1926, morto in un’Irlanda divisa nel 2014 ‘dopo una lunga battaglia con l’odio’. Gli sopravvivono più persone costrette a vivere in un’Irlanda divisa di quante ce ne siano mai state.

(traduzione di Elena Chiorino)

Martin McGuinness: da guerrigliero a presidente?

di David McKittrick

Ne ha fatta di strada Martin McGuinness, il candidato del Sinn Fein alla presidenza dell’Irlanda, da quando il suo ruolo era quello di garantire ai falchi dell’IRA che l’organizzazione non avrebbe mai consegnato le armi né avrebbe abbandonato la lotta armata. Nei primi giorni del processo di pace, il suo compito era quello di rassicurare i militanti più scettici che sospettavano che Gerry Adams e altre ‘colombe’ repubblicane potessero spingersi troppo oltre e troppo velocemente nel ridisegnare i confini dell’ortodossia repubblicana. “La nostra posizione è chiara e non cambierà mai, mai mai”, insisteva con la sua tipica franchezza al congresso del partito nel 1986. “La guerra contro il dominio britannico continuerà finché non sarà conquistata la libertà”.
Tuttavia, oggi l’IRA ha messo fuori uso il suo arsenale ed è uscita di scena. McGuinness persegue il suo obiettivo dell’unità dell’Irlanda con mezzi esclusivamente politici e ha appena detto che se verrà eletto alla presidenza del paese è pronto a incontrare la Regina. I governi di Londra, Dublino e Washington non si fanno illusioni circa la sua carriera di leader di spicco dell’IRA, durante la quale avrà dato il proprio consenso a centinaia di attentati. Gli unionisti lo sanno bene, eppure col loro voto hanno appoggiato il governo di coalizione da lui guidato insieme ad altri rappresentanti politici. Il suo percorso da leader della guerriglia a candidato alla presidenza è stato lungo e tortuoso, e molte persone sono morte lungo la strada.

Entrò nell’IRA nella sua città natale di Derry molto prima che i paracadutisti inglesi uccidessero tredici persone nella Domenica di sangue del 1972. Fin da giovanissimo è stato una figura importante dell’esercito repubblicano
irlandese, e quello stesso anno partecipò a un incontro segretissimo con un ministro britannico a Chelsea. Nel giro di qualche anno le forze di sicurezza si sarebbero stabilite nell’isola per combattere quello che la stessa IRA definì la “lunga guerra”, basata sull’assunto secondo il quale una violenza reiterata avrebbe costretto i britannici a un ripensamento e al definitivo abbandono dell’Irlanda del Nord. Invece sarebbe stata la leadership di Adams e McGuinness a subire un ripensamento, fino a portare i due leader alla conclusione che il ritiro non era un’opzione prevista. L’idea alternativa che svilupparono gradualmente prevedeva che fossero i repubblicani a dover effettuare una svolta politica. A sorprendere, in questo processo, è il fatto che McGuinness si sia dimostrato formidabile nelle vesti di politico proprio come lo era stato in quelle di comandante dell’IRA. Diventato il capo negoziatore del Sinn Fein, trascorse ore e ore in conclave con Tony Blair insieme a Gerry Adams, poi è entrato nel governo di Belfast, facendo inorridire gli unionisti quando fu nominato ministro dell’educazione. Ma pur avendo abbandonato la scuola da ragazzino, ha mostrato notevoli capacità amministrative. Ha sorpreso anche il suo fascino personale, che gli ha consentito di conquistare la fiducia di alcuni dei suoi vecchi nemici, uno su tutti il reverendo Ian Paisley. Momenti decisivi sono stati quelli che l’hanno visto, in tempi recenti, definire “traditori” i gruppi dissidenti repubblicani e fare appello ai nazionalisti affinché entrassero nella nuova polizia. Il suo obiettivo dell’unità dell’Irlanda è ancora lì, ma le pistole sono state messe da parte. Ad alcuni dissidenti questo non va giù, ma sono in netta minoranza rispetto a quelli che invece sostengono una linea di pragmatismo. Ciò è dimostrato dal crescente consenso elettorale nei confronti di Sinn Fein, cui non manca molto a diventare il principale partito dell’Irlanda del Nord, e già da tempo è la più vasta formazione politica nazionalista. Al di là dal confine con la Repubblica non ha fatto grandi passi avanti, ma quest’anno è diventato il quarto partito a livello nazionale. La sfida presidenziale farà crescere ulteriormente il profilo di McGuinness. In pochi ritengono che possa davvero vincere, ma un buon risultato rappresenterebbe un’altra tappa del suo lungo viaggio verso il potere.

(da “The Independent”, 18 settembre 2011)