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8 marzo, la menzogna di Westminster

La viscontessa d’origine statunitense Nancy Astor viene ancora oggi erroneamente ricordata come la prima donna eletta alla Camera dei Comuni britannica dopo le gloriose battaglie delle suffragette per il diritto di voto. Quale che sia il motivo di tale lapsus, resta il fatto che un anno prima di lei – nel 1918 – l’irlandese Constance Gore-Booth fu eletta al parlamento di Londra, nelle file del partito repubblicano indipendentista Sinn Féin. Entrambe le donne provenivano da ambienti privilegiati ma avevano storie personali estremamente differenti. La Gore-Booth, sposata con il conte polacco Casimir Markievicz, era un’ufficiale dell’Irish Citizen Army (dal quale nascerà l’I.R.A.) ed era stata vicecomandante di una guarnigione irlandese durante la rivolta di Pasqua di Dublino, nel 1916. Fu per quello condannata a morte dagli inglesi ma si vide commutare la pena nell’ergastolo perché era una donna e venne rilasciata l’anno dopo grazie a un’amnistia. Alle elezioni politiche del 1918 risultò eletta nella circoscrizione di San Patrizio, a Dublino, ma non sedette mai a Westminster perché già all’epoca il Sinn Féin adottava una politica astensionista. L’anno dopo fu invece rinchiusa nella prigione di Holloway insieme a decine di compagni perché avevano osato riunire clandestinamente un parlamento irlandese – e ciò era all’epoca considerato illegale dagli inglesi – e diventerà in seguito la prima donna ministro nel futuro governo d’Irlanda. Per tutta la vita fu vicina ai lavoratori, ai poveri, agli emarginati, e morì nel 1927 all’età di 59 anni. Quanto a Nancy Astor, non avrebbe mancato occasione per mostrare il suo settarismo anticattolico e antisemita, fino a guadagnarsi l’epiteto di “deputata berlinese”.
RM

Bobby Sands, ombre sull’I.R.A.

da “Avvenire” di oggi

Martiri per la libertà o uccisi da un cinico calcolo politico dei loro compagni? Lo sciopero della fame in carcere che nel 1981 portò alla morte Bobby Sands e altri nove prigionieri irlandesi in poco più di tre mesi è oggetto di un dibattito dai toni sempre più accesi, che rischia di trasformarsi in un terremoto politico alla vigilia del trentesimo anniversario a causa del libro “Afterlives” di Richard O’Rawe, arrivato da qualche settimana nelle librerie britanniche. L’autore, all’epoca responsabile dei comunicati inviati all’interno della prigione di Long Kesh a Belfast, fornisce prove clamorose sull’esistenza di un accordo segreto offerto dal governo britannico all’I.R.A. che avrebbe potuto salvare la vita agli ultimi sei prigionieri in sciopero per ottenere le famose “cinque rivendicazioni” (non indossare l’uniforme carceraria, non svolgere lavoro in carcere, poter organizzare attività ricreative, ricevere una visita, una lettera e un pacco a settimana, poter frequentare gli altri detenuti). All’inizio di luglio del 1981 Londra avrebbe accolto le prime quattro richieste e ciò sarebbe bastato a far interrompere la protesta salvando la vita a Joe McDonnell, Martin Hurson, Kevin Lynch, Kieran Doherty, Thomas McElwee e Michael Devine, che invece morirono in rapida successione tra luglio e agosto. Gerry Adams e i leader del partito – secondo quanto afferma O’Rawe – avrebbero infatti respinto l’offerta nascondendola ai compagni per sfruttare l’onda emotiva della protesta e ottenere il massimo profitto politico dalla radicalizzazione dello scontro carcerario. Il retroscena fu rivelato cinque anni fa dallo stesso O’Rawe in “Blanketmen”, il suo precedente libro diventato ormai un bestseller, che ha fatto gridare allo scandalo la leadership e gran parte dei militanti del partito Sinn Fein. L’ipotesi dell’esistenza di un simile accordo segreto è stata definita un’eresia che infanga la memoria della fase più eroica della lotta per la libertà dell’Irlanda e O’Rawe è stato accusato di averne tradito gli ideali. Continua la lettura di Bobby Sands, ombre sull’I.R.A.

Olocausto irlandese, sabato 12 presentazione a Firenze

Una serata dedicata all’Irlanda, alla plurisecolare storia del colonialismo inglese e alle prospettive del processo di pace si terrà sabato 12 dicembre alle 21,30 all’Archivio ’68 di Firenze (via G. Orsini 44) con l’evento dal titolo “Irlanda del Nord, un conflitto dimenticato”, all’interno del quale sarà anche presentato il mio libro. Insieme al sottoscritto ci saranno Sara Parmigiani, autrice e redattrice dell’ottimo blog The Five Demands, la giornalista Giulia Caruso e il portavoce in Italia del Republican Sinn Fein, Massimiliano Vitelli.

LE FOTO DELLA SERATA (di Folco Salani)

La pace in Irlanda appartiene anche a Ted

kennedyadams

Edward “Ted” Kennedy, morto ieri a 77 anni, ha avuto un ruolo importante anche negli anni cruciali del processo di pace anglo-irlandese. Da sempre guardato con sospetto, quando non con odio, dagli inglesi e dagli unionisti dell’Ulster per il suo presunto sostegno finanziario nei confronti dell’I.R.A., l’ultimo grande vecchio della più famosa famiglia di irlandesi d’America non aveva mai fatto mistero delle sue simpatie politiche e aveva sempre creduto fermamente, fin dai primi anni ‘70, nella necessità di un ritiro dei contingenti militari britannici dall’Irlanda del Nord. Ma fu durante l’amministrazione Clinton che l’anziano senatore democratico spese fino in fondo tutta l’influenza politica del suo clan familiare, convincendo il presidente statunitense a far cessare la pluridecennale scomunica nei confronti del Sinn Fein e contribuendo a far finalmente accogliere Gerry Adams negli Stati Uniti. Un viaggio che durò un paio di settimane, quello di Adams nel settembre 1994, e che fu all’epoca contrastato con durezza dal Dipartimento di Stato di Washington, dall’Fbi e da gran parte dei politici statunitensi, oltre che dal governo di Londra. Il lasciapassare di Clinton alla fine arrivò, grazie anche al decisivo consiglio di Kennedy. Per l’I.R.A., da pochi giorni impegnata nel primo, difficile cessate il fuoco, si trattò di un passaggio politico importantissimo sulla strada della fine del conflitto armato.
RM

Un romanzo sublime

Non era affatto facile trovare nuovi spunti originali per raccontare in forma romanzata il conflitto anglo-irlandese, trovare chiavi di lettura inedite per far capire gli ultimi decenni di una guerra di liberazione sulla quale a lungo si sono soffermati sia il cinema che la letteratura. Ci è riuscito in modo egregio Sorj Chalandon, prestigioso inviato di Libération, che per il quotidiano francese ha seguito il conflitto fin dai primi, cruenti anni ’70. traditoreMa la marcia in più che rende estremamente interessante “Il mio traditore” (da poco uscito in Italia per Mondadori) anche per chi non è appassionato d’Irlanda, è costituita dal fatto che Chalandon costruisce un romanzo struggente che trascende il contesto irlandese arrivando a porsi domande profondissime sull’amicizia e sulla natura dei rapporti umani. Il libro percorre oltre tre decenni di storia dell’isola, l’ultima fase del conflitto più lungo che l’Europa abbia conosciuto in tempi recenti, ispirandosi a una storia vera (l’amicizia tra l’autore e il leader dell’I.R.A. Denis Donaldson, che confessò pubblicamente di essere stato per decenni un informatore degli inglesi e venne per questo ammazzato dai suoi ex compagni nell’aprile 2006). Nel libro Chalandon si nasconde dietro le fattezze di Antoine, giovane liutaio parigino folgorato dall’Irlanda, dalla sua gente e da suo ideale di libertà, infine tradito da un amico che lo deruba della fiducia nei confronti dell’intero genere umano. “Tradiva da quasi venti anni. L’Irlanda che amava tantissimo, la sua lotta, i suoi familiari, i suoi ragazzi, i suoi compagni, me. Ci ha traditi tutti. Ogni mattina e ogni sera”. Un romanzo assolutamente sublime – e tale appare fin dalle prime pagine – perché riesce a raccontare con semplicità, ma non senza evidente trasporto emotivo, un universo complesso e a rendere in modo impareggiabile la tragedia e l’ironia, il dolore e il sacrificio di un popolo, senza mai perderne la matassa filologica.
RM