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La lista di Diana

Avvenire, 12.11.2017

Un nome, un volto di donna su una foto ingiallita dal tempo, le pagine consunte di un vecchio diario. Non ci resta molto di più, oggi, di una delle più grandi operazioni umanitarie compiute in Europa durante la Seconda guerra mondiale. Quella donna si chiamava Diana Budisavljević e rischiò la vita per salvare migliaia di bambini dallo sterminio nazista ma il suo eroismo è rimasto sepolto nell’oblio fino a poco tempo fa, vittima di un corto circuito della storia innescato da veti e convenienze politiche. Secondo i calcoli più attendibili, in circa tre anni e mezzo, mentre la popolazione civile serba dello stato indipendente croato fu sottoposta allo sterminio di massa dal regime ustascia alleato con Hitler, l’Aktion, l’organizzazione fondata a Zagabria da questa donna di origini austriache, sottrasse circa dodicimila bambini ai campi di concentramento. Purtroppo non tutti riuscirono a salvarsi, poiché in molti casi morirono non appena prelevati, durante il trasporto o nei luoghi in cui vennero accolti ma la sua preoccupazione quasi ossessiva per i bambini, soprattutto per i neonati, rappresentò la salvezza per migliaia di loro. Il diario di Diana, che copre il periodo dal 1941 al 1947, è stato ritrovato solo in tempi recenti da sua nipote, Silvija Szabo. Finalmente pubblicato in Croazia nel 2003 ha consentito, dopo un’attenta ricerca sulle fonti documentarie, di ricostruire la straordinaria vicenda della sua “Azione” ma non è riuscito a rendere finalmente giustizia alla sua memoria. È quanto si propone di fare Wilhelm Kuehs, scrittore austriaco che ha appena pubblicato Dianas Liste (“La lista di Diana”), un romanzo biografico ispirato alla sua storia sullo stile di quanto fece molti anni fa l’australiano Thomas Keneally sulla vicenda di Oskar Schindler, che poi avrebbe ottenuto fama planetaria grazie al film di Steven Spielberg.
Anche la vicenda della Budisavljević potrebbe prestarsi molto bene a un adattamento cinematografico. In uno dei primi passaggi del suo diario, Diana racconta che un giorno la sua sarta di religione ebraica le parlò del campo di concentramento allestito a Loborgrad, in un’antico castello a poca distanza dalla capitale croata, dov’erano rinchiusi soprattutto bambini e donne serbe ed ebree, e dove le condizioni igieniche e sanitarie erano già al collasso. Decise allora di creare un comitato clandestino per l’organizzazione degli aiuti, iniziando a raccogliere denaro, abiti, scarpe e materassi, a cucire cappotti, coperte, lenzuola, nascondendo tutto nel garage di casa. In poco tempo riuscì a mobilitare decine di donatori e a consegnare i primi pacchi di aiuti alla comunità ebraica. Ma fu solo l’inizio. Ben presto riuscì a ottenere dalle autorità croate il permesso di recarsi nel campo per rendersi conto di persona delle condizioni delle internate e dei loro figli. Facendo leva sulla sua nazionalità austriaca, sulle sue amicizie e sulla fama del marito – all’epoca considerato uno dei migliori chirurghi del paese -, cominciò a fare pressione sulle autorità politiche e religiose, e all’inizio del 1942 ottenne dalla polizia il primo permesso scritto che le concedeva di raccogliere e inviare cibo e vestiti agli internati di fede ortodossa. Quando le autorità ustascia decisero di istituire per scopi propagandistici una serie di “orfanotrofi” per i piccoli profughi, l’“Azione” iniziò a occuparsi dei primi bambini rilasciati dai campi di Loborgrad e Gornja Rijeka che non avevano dove andare poiché le loro madri erano state trasferite ai lavori forzati in Germania. Prima convinse il governo croato a regolamentare il trasferimento dei bambini presso famiglie disposte ad accoglierli, poi organizzò i trasporti, a condizione che dopo la guerra sarebbero stati fatti tornare alle loro famiglie. Fu una corsa contro il tempo, per cercare di salvarli dalla fame, dalle malattie e dalle camere a gas. La consapevolezza dei gravissimi rischi che correva non impedì alla Budisavljevic di entrare più volte nel campo di sterminio di Jasenovac affrontando a viso aperto il suo comandante, Vjekoslav Luburic, considerato uno dei più crudeli criminali di guerra ustascia. In un altro significativo passaggio del suo diario racconta proprio la sua visita al più famigerato lager dei Balcani per prelevare i bambini: “le scene dolorose che ho visto sono indescrivibili. Quanto coraggio in quelle donne. Alcuni bambini piccoli non si volevano separare dalle loro madri, e allora loro disperate dicevano ai loro adorati: ‘Ti piacerà, non aver paura, presto verrò a prenderti’. E poi la solita domanda fatta a bassa voce – se avrebbero mai rivisto i loro figli”. In appena due giorni riuscì a farne uscire dal campo oltre un migliaio. L’affidamento alle famiglie adottive sarebbe stato soltanto una sistemazione temporanea: l’obiettivo era infatti quello di restituire i bambini ai loro parenti subito dopo la guerra. A questo scopo, a partire dalla seconda metà del 1942 l’“Azione” organizzò un dettagliatissimo schedario con i dati e le fotografie di tutti i bambini per consentire il ricongiungimento a guerra finita. Ma pochi giorni dopo la liberazione, avvenuta l’8 maggio 1945, la “lista di Diana” fu sequestrata dal nuovo governo comunista jugoslavo che – pur riuscendo a individuare molti genitori dei bambini salvati – si appropriò letteralmente del suo operato oscurando la grande operazione di salvataggio che aveva messa in atto, per raccontarla come un trionfo delle forze partigiane di Zagabria. Diana Budisavljević non vide mai riconosciuto il suo ruolo perché dopo la guerra non volle avere niente a che fare con il regime jugoslavo, che non tollerava la sua neutralità politica. Sarebbe rimasta in disparte per il resto della sua vita, continuando a vivere a Zagabria con il marito fino al 1972, quando fece ritorno a Innsbruck, sua città natale, dove morì nel 1978, all’età di 87 anni. Il suo eroismo è stato riconosciuto dalle autorità serbe soltanto nel 2012, quando il presidente della Repubblica Boris Tadic le ha conferito la medaglia d’oro alla memoria. A oggi nessun riconoscimento ufficiale è arrivato invece dalla Croazia, che per ora si è limitata a intitolarle un parco cittadino a Zagabria.
RM

L’ultimo testimone di Treuenbrietzen

Avvenire, 25.9.2016

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Antonio Ceseri (foto di R.Michelucci)

Un silenzio lungo quasi mezzo secolo ha avvolto la storia dell’ultimo sopravvissuto della strage nazista di Treuenbrietzen. Il 23 aprile 1945, nel lager poco distante da Berlino dove il Terzo Reich produceva munizioni, gli uomini della Wehrmacht fucilarono 130 soldati italiani. “Ci fecero camminare a lungo per scappare dai russi che erano arrivati al campo due giorni prima, poi ci costrinsero a scendere in una cava di sabbia che era già piena di cadaveri, e ci spararono addosso”. Mentre ci racconta la sua storia, lo sguardo di Antonio Ceseri si vela di commozione, ancora una volta. Fiorentino, classe 1924, dunque all’epoca poco più che ventenne, Ceseri rimase miracolosamente illeso perché i corpi dei suoi compagni gli fecero da scudo e lui, con la sua corporatura minuta, restò sepolto da quei corpi sanguinanti per tutta la notte, senza che i tedeschi se ne accorgessero. Dei tre superstiti di quella barbara e immotivata esecuzione è l’unico tuttora rimasto in vita ma la sua storia terribile è rimasta sepolta dentro di lui per lungo tempo. Sono dovuti passare esattamente 45 anni, prima che decidesse che era arrivato il momento di raccontarla. Da allora ha iniziato a portare nelle scuole la sua incredibile testimonianza, che è stata ricostruita anche nel libro In silenzio di Mario Cristiani, recentemente uscito per Giunti. Ceseri è uno degli oltre seicentomila internati militari italiani – i cosiddetti Imi -, quei soldati che dopo l’armistizio del 8 settembre 1943 dissero “no” ai tedeschi e ai fascisti e furono per questo deportati nei campi di lavoro forzato in Germania. Almeno 50mila di loro non avrebbero più fatto ritorno a casa. Ma la memoria collettiva italiana ha tardato a fare i conti con questa tragedia, riconoscendola con grave ritardo appena una decina d’anni fa, con una medaglia conferita dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. A lungo gli Imi sono stati considerati dei traditori, degli “imboscati” – così riporta testualmente anche il foglio matricolare di Ceseri -, senza che nessuno riconoscesse il valore del loro rifiuto e le sofferenze patite nei campi di lavoro dove furono privati dello status di prigionieri di guerra, torturati, deportati, uccisi. “Ci chiesero se volevamo tornare in Italia per combattere per la Repubblica Sociale e io mi rifiutai, come la maggior parte dei miei compagni. Non volevamo combattere dalla parte dei tedeschi. E lo rifarei ancora oggi”, assicura Ceseri, che nonostante l’età ha conservato uno spirito straordinario e una memoria di ferro che gli consente di ricordare ogni singolo dettaglio della sua incredibile vicenda. Continua la lettura di L’ultimo testimone di Treuenbrietzen

Così è implosa la rivoluzione culturale di Mao

Avvenire, 30.6.2016

L’ordine era stato chiaro, inequivocabile. “Bombardate il quartier generale”. Esattamente cinquant’anni fa Mao Tse-tung chiese alla sua gente una cosa che né Stalin, né Hitler, né Pol Pot avevano mai chiesto al proprio popolo: rovesciare il sistema di potere che loro stessi avevano creato. L’anziano leader, sentendo vicino il crepuscolo del suo potere, denunciò l’infiltrazione del partito da parte di elementi revisionisti e controrivoluzionari intenzionati a creare un regime borghese. La Cina era appena uscita dalla gigantesca catastrofe innescata dalle politiche agricole e industriali imposte dallo stesso Mao con il “Grande Balzo in avanti”. Circa trenta milioni di cinesi erano morti per fame in soli tre anni, a seguito di una delle più gravi carestie dell’epoca moderna. Per governare le conseguenze del disastro e contrastare l’apparato del partito che stava cercando di ridimensionare il suo potere, il Grande Timoniere lanciò la cosiddetta “Rivoluzione culturale”, destinata a durare fino alla sua morte, nel 1976. mao“Mao temeva una condanna postuma per i suoi clamorosi fallimenti, com’era già accaduto a Stalin dopo la sua morte. Ma soprattutto era ancora convinto di poter trasformare la Cina in un paradiso socialista e pur di riuscirci, era disposto a chiedere qualsiasi sacrificio al suo popolo”, spiega lo storico olandese Frank Dikotter, docente all’università di Hong Kong e autore di prestigiosi saggi sulla Cina di quegli anni. Il 16 luglio 1966, ormai 72enne, Mao si buttò nelle acque profonde del fiume Yangtze e nuotò per oltre un’ora, da una sponda all’altra, per dimostrare al popolo che il suo vigore fisico era ancora intatto nonostante l’età avanzata. Un mese dopo, un milione di giovani Guardie rosse osannanti giunte da tutto il paese si riunirono a Pechino, in piazza Tienanmen, dove ricevettero l’ordine di attaccare i “centri della controrivoluzione” e distruggere quelli che furono definiti i quattro nemici della Cina: le idee, la cultura, le abitudini, i comportamenti. I comandamenti della rivoluzione furono elencati nel famierato “Libretto rosso” che venne stampato in milioni di copie. “Da quel momento in poi” – prosegue Dikotter – il furore iconoclasta avrebbe colpito qualsiasi traccia del cosiddetto ‘passato borghese e imperialista’, portando alla distruzione e al saccheggio di monumenti e luoghi di culto, e innescando una guerra civile che causò centinaia di migliaia di morti e milioni di sfollati. Mao aizzò gli studenti contro gli insegnanti, incitò il popolo ad attaccare i membri del partito comunista, infine fece intervenire l’esercito, portando il paese in un vortice di terrore nel quale le persone cercarono disperatamente di dimostrare la loro fedeltà al capo supremo”. Non furono attaccati soltanto i dirigenti, i funzionari del partito e tutti coloro che a vario titolo avevano manifestato perplessità nei confronti delle politiche del Grande Timoniere. Decine di migliaia di cittadini comuni vennero perseguitati, imprigionati, torturati, uccisi.
In occasione del cinquantesimo anniversario dell’ultima fase del delirio maoista, Dikotter ha dato alle stampe The Cultural Revolution: A People’s History (Bloomsbury press), ad oggi considerato lo studio storico più approfondito e aggiornato sulla Rivoluzione culturale cinese. Il libro conclude di fatto una trilogia dedicata agli orrori causati dalle politiche di Mao: nei due volumi precedenti (Mao’s Great Famine e The Tragedy of Liberation) lo storico olandese aveva già fatto largo uso di documenti e testimonianze d’epoca inedite ritrovate negli archivi cinesi, ai quali lo studioso dice di aver avuto accesso con grandi difficoltà, soltanto grazie alla sua incrollabile ostinazione. “Il terrore che Mao scatenò nei suoi ultimi dieci anni di vita si rivelò per lui un grande successo – spiega – poiché gli consentì di eliminare tutti i veterani del partito che avevano iniziato a criticarlo e anche di gettare una fitta coltre di fumo negli occhi del popolo per celare i suoi insuccessi”. Fino al 1968 vi fu una drammatica escalation di violenza urbana: gli studenti inquadrati nelle Guardie rosse presero di mira soprattutto gli insegnanti, che vennero aggrediti, umiliati e picchiati in pubblico, assassinati o costretti al suicidio. Le case dei cittadini benestanti vennero assaltate alla ricerca di beni di lusso, di mobili e libri antichi, di valuta estera. Infine la Rivoluzione culturale si spostò nelle campagne causando nuovi drammi e persino episodi di cannibalismo, verificatisi nella provincia dello Guangxi e portati alla luce per la prima volta proprio dalle ricerche di Dikotter. Mao riuscì infine a incarnare l’utopia, a diventare oggetto di un vero e proprio culto della personalità, ma in ultima analisi il processo aprì la strada anche al tramonto del Maoismo. Il principale elemento di originalità del lavoro di Dikotter è lo sguardo col quale lo storico è riuscito a osservare e ad analizzare il comportamento del popolo. Il suo libro racconta come il caos favorì le delazioni e le vendette personali ma documenta anche i drammatici tentativi di sopravvivenza dei cinesi, la loro spontanea, disperata reazione a decenni di brutalità. I contadini che si ripresero le loro terre confiscate dalle comuni agricole, gli studenti che cercarono di salvare i libri destinati al rogo e poi cominciarono a leggerli di nascosto, il mercato nero che nacque spontaneamente e regolò l’economia indirizzandola in una direzione opposta rispetto a quella voluta dal capo supremo. “Tutto”, conclude, “contribuì infine a svuotare l’ideologia di Mao fino a farla implodere di fronte alle sue stesse contraddizioni”.
RM

I figli dei nazisti, tra negazione e catarsi

Avvenire, 14.5.2016

È impossibile vivere un’esistenza normale se di cognome fai Himmler, Göring, Hess, Mengele. Se tuo padre è stato uno dei principali artefici della Soluzione finale e dello sterminio freddo e pianificato di milioni di esseri umani. I figli dei gerarchi nazisti sono stati anch’essi vittime della Storia, condannati a esistenze tragiche, sempre in bilico tra depressioni e idee di suicidio, oppure ostinatamente impegnati a cercare di riabilitare il fardello che pesava sui loro nomi. Nati tra il 1927 e il 1944, molti di loro hanno trascorso l’infanzia con i genitori nei pressi dello chalet di Hitler, sul massiccio dell’Obersalzberg, scoprendo la terribile verità sul loro passato soltanto dopo la guerra. Da allora sono stati emarginati a lungo, se non addirittura perseguitati, comunque costretti a confrontarsi con le colpe dei padri e a vivere una conflittualità costante con la loro ombra. In un bel saggio appena uscito in Francia (Enfants de Nazis, edizioni Grasset), Tania Crasnianski ricostruisce nel dettaglio otto storie esemplari, ciascuna delle quali richiama alla memoria le parole di Primo Levi: “i mostri esistono, ma sono troppo pochi per essere davvero pericolosi. Sono più pericolosi gli uomini comuni, i funzionari pronti a credere e obbedire senza discutere”. Tra i figli dei gerarchi c’è stato addirittura chi, non riuscendo a fare i conti con un passato troppo pesante, ne ha addirittura conservato e rafforzato i legami. È il caso di Gudrun Himmler: suo padre fu il capo delle SS e l’organizzatore del programma dello sterminio degli ebrei, lei ha consacrato la vita alla riabilitazione della sua figura ed è stata per anni alla guida di Stille Hilfe, un’organizzazione che ha fornito aiuti agli ex membri del regime. Qualcosa di simile ha fatto Edda Goering, figlia del numero due del Reich, che ha sempre mostrato grande rispetto per il padre senza rinnegare niente del suo passato. Dal libro di Crasnianski pare emergere che il rapporto avuto da alcuni di questi figli coi genitori in vita abbia poi condizionato il giudizio sulle loro scelte successive. Più forte è stato il legame, più è stato difficile respingere la tragica eredità che si portavano dietro. In alcuni casi questa doveva tramutarsi in cieca accettazione del loro operato. Rudolf Höss, comandante del campo di sterminio di Auschwitz e morto impiccato nel 1947, fu un padre esemplare e sua figlia, la modella e stilista Brigitte Höss, ha cercato a lungo di rimensionare il ruolo del padre nello sterminio. Suo fratello Wolf-Rüdiger si sarebbe spinto oltre, e dopo aver visitato il padre in carcere a vita a Spandau oltre un centinaio di volte, ne ha sostenuto l’innocenza fino a diventare uno dei più accaniti negazionisti dell’Olocausto. Ad Auschwitz operò anche Josef Mengele, tragicamente noto per i suoi esperimenti su cavie umane. Dopo la guerra sfuggì al processo di Norimberga e riparò in Sudamerica, dove morì da uomo libero. Suo figlio Rolf, nato nel 1944 e vicino alla sinistra radicale, si fece cambiare il cognome e incontrò il padre in segreto, in Brasile, per cercare di capire cosa l’aveva spinto a compiere quelle mostruosità. Non ottenne alcuna risposta ma si rifiutò di fornire alcuna indicazione che potesse portare al suo arresto. Ma c’è anche chi ha cercato in tutti i modi di condannare l’operato dei genitori. Niklas Frank, figlio di Hans Frank, governatore nazista della Polonia processato e mandato a morte nel 1946 per aver fatto uccidere oltre tre milioni e mezzo di polacchi ed ebrei, ha dedicato la sua vita alla pubblicazione di libri e articoli contro di lui. Ha odiato la memoria di suo padre al punto da non voler avere figli, “per non spargere il seme maledetto e far estinguere quel cognome infame”. Fino a Martin Adolf Bormann, figlio del luogotenente di Hitler, che dopo aver investigato a lungo sul suo passato, ha cercato infine di espiarne le colpe. Subito dopo la morte di suo padre – che fu uno dei più acerrimi nemici delle chiese cristiane, e arrivò a chiedere l’impiccagione del vescovo Von Galen – ha scelto la strada della fede, facendosi prete e trascorrendo lunghi anni in Africa come missionario.
RM

La complessità del male

eichmannUn gerarca nazista mosso da furore ideologico oppure un freddo burocrate che si limitò a eseguire il più mostruoso degli ordini? Da quando finì impiccato in un carcere israeliano nel 1962, Adolf Eichmann non ha mai smesso di suscitare l’interesse degli studiosi, che a lungo si sono divisi sul ruolo svolto dall’“architetto dell’Olocausto” nella Soluzione finale. Sfuggito al processo di Norimberga e giudicato da un tribunale israeliano solo molti anni più tardi, Eichmann divenne oggetto di studio per Hannah Arendt, che raccontò il processo di Gerusalemme sul New Yorker e fece poi confluire il suo lavoro nel famoso libro La banalità del male. La filosofa tedesca fu la prima a sostenere che il male assoluto potesse non essere radicale, affermando che Eichmann non era né uno psicopatico né un fervente antisemita, ma solo un uomo mediocre, “incapace di pensare” e intenzionato a fare carriera a qualsiasi costo. La controversa tesi della Arendt, risalente ormai a oltre 50 anni fa, è stata più volte messa in discussione dagli studiosi, a partire dal suo contemporaneo Gershom Sholem – che definì la banalità del male “uno slogan” – fino a Deborah Lipstadt, la storica statunitense che in un recente libro ha accusato la Arendt di aver voluto assolvere la cultura europea dalla colpa di antisemitismo.
Una disputa intellettuale che potrebbe concludersi definitivamente grazie al lavoro di un’altra filosofa tedesca, Bettina Stangneth, che in un libro da poco uscito anche negli Stati Uniti – Eichmann Before Jerusalem. The Unexamined Life of a Mass Murderer – ricostruisce la personalità del gerarca SS utilizzando molti documenti, lettere e testimonianze inedite. Arrivando alla conclusione che sia la Arendt che molti storici sono stati in realtà ingannati dal comportamento di Eichmann al processo, la cui analisi è di per sé insufficiente a far comprendere la sua vera natura: non un grigio e taciturno criminale di guerra in fuga, bensì un lucido ideologo che odiava profondamente gli ebrei e fu un convinto e fanatico esecutore dello sterminio. La chiave di lettura della Stangneth è incentrata sull’analisi dettagliata dei movimenti di Eichmann dopo la guerra, dalla sua fuga dalla Germania fino all’arresto da parte del Mossad nel 1960. Anni che trascorse in Argentina, senza curarsi neanche di nascondere la sua vera identità, dicendosi orgoglioso di quanto aveva fatto durante la Seconda guerra mondiale. Nel libro, che le è costato una decina d’anni di ricerche negli archivi di tutto il mondo, Stangneth esamina migliaia di documenti, memorie manoscritte e trascrizioni di interviste segrete rilasciate dallo stesso Eichmann. Emergono particolari clamorosi, come la lettera che scrisse nel 1956 al cancelliere Adenauer proponendogli un suo ritorno in Germania per farsi processare da un tribunale tedesco, ma niente è più rivelatore delle registrazioni audio che precedettero la sua cattura. “Non mi pento di nulla, e il pensiero di aver ucciso milioni di ebrei mi dà molta soddisfazione”, affermò l’ex gerarca. Il male che rappresentò fu tutt’altro che banale.
RM