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I figli dei nazisti, tra negazione e catarsi

Avvenire, 14.5.2016

È impossibile vivere un’esistenza normale se di cognome fai Himmler, Göring, Hess, Mengele. Se tuo padre è stato uno dei principali artefici della Soluzione finale e dello sterminio freddo e pianificato di milioni di esseri umani. I figli dei gerarchi nazisti sono stati anch’essi vittime della Storia, condannati a esistenze tragiche, sempre in bilico tra depressioni e idee di suicidio, oppure ostinatamente impegnati a cercare di riabilitare il fardello che pesava sui loro nomi. Nati tra il 1927 e il 1944, molti di loro hanno trascorso l’infanzia con i genitori nei pressi dello chalet di Hitler, sul massiccio dell’Obersalzberg, scoprendo la terribile verità sul loro passato soltanto dopo la guerra. Da allora sono stati emarginati a lungo, se non addirittura perseguitati, comunque costretti a confrontarsi con le colpe dei padri e a vivere una conflittualità costante con la loro ombra. In un bel saggio appena uscito in Francia (Enfants de Nazis, edizioni Grasset), Tania Crasnianski ricostruisce nel dettaglio otto storie esemplari, ciascuna delle quali richiama alla memoria le parole di Primo Levi: “i mostri esistono, ma sono troppo pochi per essere davvero pericolosi. Sono più pericolosi gli uomini comuni, i funzionari pronti a credere e obbedire senza discutere”. Tra i figli dei gerarchi c’è stato addirittura chi, non riuscendo a fare i conti con un passato troppo pesante, ne ha addirittura conservato e rafforzato i legami. È il caso di Gudrun Himmler: suo padre fu il capo delle SS e l’organizzatore del programma dello sterminio degli ebrei, lei ha consacrato la vita alla riabilitazione della sua figura ed è stata per anni alla guida di Stille Hilfe, un’organizzazione che ha fornito aiuti agli ex membri del regime. Qualcosa di simile ha fatto Edda Goering, figlia del numero due del Reich, che ha sempre mostrato grande rispetto per il padre senza rinnegare niente del suo passato. Dal libro di Crasnianski pare emergere che il rapporto avuto da alcuni di questi figli coi genitori in vita abbia poi condizionato il giudizio sulle loro scelte successive. Più forte è stato il legame, più è stato difficile respingere la tragica eredità che si portavano dietro. In alcuni casi questa doveva tramutarsi in cieca accettazione del loro operato. Rudolf Höss, comandante del campo di sterminio di Auschwitz e morto impiccato nel 1947, fu un padre esemplare e sua figlia, la modella e stilista Brigitte Höss, ha cercato a lungo di rimensionare il ruolo del padre nello sterminio. Suo fratello Wolf-Rüdiger si sarebbe spinto oltre, e dopo aver visitato il padre in carcere a vita a Spandau oltre un centinaio di volte, ne ha sostenuto l’innocenza fino a diventare uno dei più accaniti negazionisti dell’Olocausto. Ad Auschwitz operò anche Josef Mengele, tragicamente noto per i suoi esperimenti su cavie umane. Dopo la guerra sfuggì al processo di Norimberga e riparò in Sudamerica, dove morì da uomo libero. Suo figlio Rolf, nato nel 1944 e vicino alla sinistra radicale, si fece cambiare il cognome e incontrò il padre in segreto, in Brasile, per cercare di capire cosa l’aveva spinto a compiere quelle mostruosità. Non ottenne alcuna risposta ma si rifiutò di fornire alcuna indicazione che potesse portare al suo arresto. Ma c’è anche chi ha cercato in tutti i modi di condannare l’operato dei genitori. Niklas Frank, figlio di Hans Frank, governatore nazista della Polonia processato e mandato a morte nel 1946 per aver fatto uccidere oltre tre milioni e mezzo di polacchi ed ebrei, ha dedicato la sua vita alla pubblicazione di libri e articoli contro di lui. Ha odiato la memoria di suo padre al punto da non voler avere figli, “per non spargere il seme maledetto e far estinguere quel cognome infame”. Fino a Martin Adolf Bormann, figlio del luogotenente di Hitler, che dopo aver investigato a lungo sul suo passato, ha cercato infine di espiarne le colpe. Subito dopo la morte di suo padre – che fu uno dei più acerrimi nemici delle chiese cristiane, e arrivò a chiedere l’impiccagione del vescovo Von Galen – ha scelto la strada della fede, facendosi prete e trascorrendo lunghi anni in Africa come missionario.
RM

La guerra segreta di Hitler alle donne

La storia dimenticata del campo di concentramento femminile di Ravensbruck, progettato dai nazisti con l’obiettivo specifico di eliminare le donne “non conformi”. Dal maggio del 1939 al 30 aprile del ’45, sono passate da qui 130mila donne, provenienti da 20 nazioni diverse. 50mila sono morte.

2521031016_5bbcbfc99fUn campo di concentramento femminile. L’unico fatto progettare da Hitler con l’obiettivo specifico di eliminare le donne “non conformi”: prigioniere politiche, lesbiche, rom, prostitute, disabili e donne semplicemente giudicate “inutili” dal regime. La terribile vicenda di Ravensbrück, è tra quelle che ricorrono meno tra le storie dei sopravvissuti, eppure da questo campo di concentramento, 90 chilometri a nord di Berlino, dal maggio del 1939 al 30 aprile del ’45, sono passate 130 mila donne, provenienti da 20 nazioni diverse, 50mila delle quali qui sono morte. Solo il 10% delle quali erano ebree.
Una storia nascosta, quella raccontata da Sara Helm, giornalista e autrice del libro, dal titolo evocativo dell’opera di Primo Levi, Ravensbrück: If this is a woman, “Se questa è una donna”, appunto.
Secondo Helm, le ragioni per cui Ravensbrück è rimasto ai margini della storia, sono diverse. Il campo era relativamente piccolo e non rientrava nella narrativa dominante dell’Olocausto, molti documenti poi sono stati distrutti, inotre il lager è stato per anni nascosto dietro la cortina di ferro. Anche la riluttanza delle vittime a parlare ha giocato un ruolo decisivo nel portare con grande ritardo la storia di Ravensbrück all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale. “Chi è riuscita a tornare a casa – ha spiegato Sara Helm – spesso si vergognava per quello che aveva subito, come se fosse stata colpa sua. Parlando con diverse donne francesi, mi è stato detto che l’unica domanda che veniva rivolta loro, era se fossero state stuprate. Altre mi hanno raccontato che, quando si decisero a parlare nessuno credette a quelle storie orribili.” In Unione Sovietica le sopravvissute rimasero zitte per paura. Secondo Stalin i russi dovevano combattere fino alla morte, quelli che erano stati catturati potevano essere accusati di tradimento, indagati e spediti in altri campi di detenzione, questa volta in Siberia.
Eppure nulla spiega davvero l’anonimato di questo campo. I nazisti hanno commesso atrocità nei confronti delle donne, in molti altri posti. Più della metà degli ebrei uccisi nei campi di concentramento, erano donne. Ma mentre Auschwitz era la capitale dei crimini contro gli ebrei, Ravensbrück era la capitale dei crimini contro le donne. Le violenze atroci perpetrate nel lager erano infatti specifici crimini di genere, tra i più comuni, come sterilizzazioni, aborti forzati e stupri.
“Forse gli storici semplicemente non si sono interessati nello specifico a cosa accadesse alle donne. Eppure ignorare Ravensbrück significa ignorare una fase cruciale nella storia del nazismo. I crimini commessi qui non erano solo crimini contro l’umanità, ma crimini contro le donne.”
Negli ultimi mesi della guerra, nell’autunno del 1944, dopo che Himmler aveva ordinato la sospensione delle camere a gas, Ravensbrück ricevette un ordine diverso. Qui, in una baracca vicino al forno crematorio, venne costruita una camera a gas provvisoria, utilizzando componenti provenienti anche da Auschwitz.
6 mila donne vennero uccise, asfissiate. “Fu l’ultimo sterminio di massa del regime nazista”, scrive Helm. “Eppure è stato ignorato dalla storia per un lunghissimo periodo”.