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“Tusitala”, tra memoria e finzione

Una storia che unisce passato e presente sulle orme del famigerato tesoro di Hermann Göring, tra intrighi internazionali e vicende personali. Tusitala, il bel romanzo d’esordio di Leonardo Sacchetti, prende spunto da una leggenda risalente all’epoca dell’occupazione nazista e si avvale di uno studio approfondito delle fonti per riportare in vita personaggi realmente esistiti. Sullo sfondo c’è la provincia di Firenze nell’inverno del 1943, con la popolazione stretta nella morsa dell’assedio nazista e dei bombardamenti alleati, e una delle fabbriche più importanti d’Italia – la Manifattura di ceramiche Richard Ginori di Sesto Fiorentino – al cui interno accade un fatto che innesca l’intera storia. “Nasce tutto da un ricordo di mio nonno Walter, che ha lavorato nella fabbrica per lunghi anni come operaio – spiega Sacchetti – non l’ho mai conosciuto ma in famiglia sentivo parlare spesso di quelle porcellane artistiche di grande valore che sarebbero state caricate, di notte, su un treno per essere trasportate in Germania mentre gli aerei americani bombardavano l’area”. Obiettivo delle bombe alleate era il feldmaresciallo Göring, braccio destro di Hitler e tra i principali responsabili delle razzie di opere d’arte nei paesi occupati durante la guerra. Il “Ciccione”, così è apostrofato nel romanzo, era arrivato a Firenze in quei giorni per sovrintendere al furto dei pezzi più pregiati dai musei fiorentini. Col tempo il suo straordinario tesoro sarebbe diventato talmente introvabile da trasformarsi in una sorta di Sacro Graal per gli Indiana Jones dell’era moderna. Nella vicenda raccontata in Tusitala, oltre a Göring, compaiono altri personaggi reali come Rodolfo Siviero, detto lo “007 dell’arte”, l’agente segreto che dedicò tutta la vita alla ricerca di opere razziate dai nazisti in Italia e anche i membri del movimento neonazista “Stille Hilfe”, per decenni impegnato nell’aiuto agli ex gerarchi e qui intento a ricostruire Karinhall, la leggendaria casa-museo di Göring “per far tornare a splendere il sole sul Reich”. Ma ciò che l’autore fa emergere con maggiore efficacia dalla narrazione sono i frammenti della memoria di suo nonno, il suo amore per la Manifattura, le sofferenze del Dopoguerra e le lotte sindacali che negli anni ‘50 gli costarono il licenziamento. E riesce a far rivivere, d’un sol colpo, la storica fabbrica sestese che per due secoli ha avuto sede in una villa medicea recentemente riconvertita in biblioteca. “Da anni la storia costruita intorno a queste memorie familiari era appuntata su decine di fogli sparsi”, spiega Sacchetti. “È come se col tempo questi fogli si fossero assemblati prima nella mia testa e poi, con non poco impegno, in una struttura a romanzo popolare d’avventura, trovando una chiave narrativa come il giallo per parlare d’amicizia, di storia e di rapporti con il passato”. La vicenda si ricollega infatti ai giorni nostri raccontando un’altra sparizione, stavolta di testi antichi dalla casa di un anziano collezionista. La conseguente ricerca del tesoro perduto diventa un viaggio nella memoria che fornisce ai protagonisti l’occasione per fare i conti con il proprio passato. Tusitala (“il racconta-storie”, in lingua samoana) è il nome della barca dove s’incontrano i protagonisti del libro ma anche un omaggio al grande Robert Louis Stevenson, che così fu soprannominato dagli indigeni dei mari del Sud. Un ritmo veloce ma non frenetico, una scrittura asciutta e un intreccio narrativo che si dipana attraverso varie epoche storiche, tra realtà e finzione verosimile: tutto contribuisce a fare di Tusitala un esordio più che convincente.
RM

(Recensione uscita su “Left” del 9 marzo 2012)

Auschwitz in Africa

da “Avvenire” di oggi

C’è un “cuore di tenebra” alle radici delle ideologie che portarono allo sterminio nazista, una vicenda coloniale di conradiana memoria che ha insanguinato l’Africa tra la fine del XIX e gli albori del XX secolo e ha spianato la strada all’Olocausto sia sul piano teorico che su quello pratico. È quanto sostengono David Olusoga e Casper Erichsen, autori di “Kaiser’s Holocaust”, il libro che ricostruisce in modo dettagliato e aggiornato la storia e le implicazioni del genocidio dei popoli indigeni dell’attuale Namibia – gli Herero e i Nama – da parte della Germania guglielmina. Il materiale inedito reperito negli archivi nazionali namibiani consente ai due storici di confermare che molte delle idee criminali di Hitler affondano le proprie radici nel colonialismo africano del Secondo Reich. E che analogamente, esistono diversi punti in comune tra le tecniche di genocidio usate in Africa dagli eserciti del Kaiser e i ben più noti metodi impiegati dai nazisti. Tra il 1904 e il 1909 le truppe di Gugliemo II spazzarono via decine di migliaia di indigeni delle tribù Herero e Nama per offrire nuovo “spazio vitale” alla Germania. Uno sterminio di massa che fu favorito e giustificato sul piano morale dalle teorie del razzismo scientifico e dalle letture più distorte del Darwinismo sociale di fine ‘800. Fu proprio così, sostengono i due storici, che i colonizzatori tedeschi riuscirono a mettere da parte la morale cristiano-giudaica della compassione per i più deboli e a considerare le tribù africane come esseri inferiori e subumani. “I fucili e la forca sono armi accettabili perché distruggendo razze inferiori si offriranno nuove terre e nuovi beni alle razze più forti”, sentenziava l’accademico Friedrich Ratzel, uno dei primi a parlare del Lebensraum, lo spazio vitale, e ad auspicare che i tedeschi l’ampliassero con qualsiasi mezzo. Continua la lettura di Auschwitz in Africa