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Le baracche di Dachau, laboratorio del Reich

Avvenire, 24 gennaio 2020

Dachau (Germania) – La memoria dell’orrore è in mezzo alle case, a un passo dal centro abitato della cittadina di Dachau, proprio come allora. I muri di cinta del campo di concentramento costeggiano la strada principale che in poco più di venti minuti porta a Monaco di Baviera. Il sentiero che percorriamo a piedi è lo stesso su cui venivano spinti i deportati all’arrivo, la Lagerstrasse, in fondo al quale si trova lo Jourhaus, l’edificio di ingresso principale che ospitava gli uffici amministrativi e di comando del campo. Superato il grande cancello in ferro battuto con la famigerata scritta “Arbeit macht frei” si accede al gigantesco piazzale delle adunate dove ogni giorno, mattino e sera, veniva effettuata la conta e si decideva la sorte dei prigionieri. Quello di Dachau fu il primo campo di concentramento nazista, l’unico che esistette per tutti i dodici anni del Terzo Reich. Heinrich Himmler, all’epoca comandante del presidio SS di Monaco, lo inaugurò il 22 marzo 1933, appena due mesi dopo la nomina a cancelliere di Adolf Hitler. Bastò riconvertire gli spazi di una precedente costruzione, un’ex fabbrica di munizioni in disuso della Prima guerra mondiale, installare torrette di controllo, piantare metri e metri di filo spinato. Fin dagli albori della dittatura Dachau divenne il modello e il centro d’addestramento per tutti gli altri campi di sterminio nazisti. Tra il 1936 e il 1938, sfruttando la manodopera degli stessi prigionieri, il campo fu ampliato fino ad assumere la sua forma definitiva. Al suo interno transitarono circa 200mila persone, oltre il venti percento delle quali – secondo i dati del museo di Dachau – vi persero la vita. Le storie di chi fu costretto a vivere e a morire qui dal 1933 al 1945 riprendono forma nel grande museo allestito all’interno dell’ex palazzo dell’economato, un edificio basso e lungo che costeggia il piazzale. Le sue pareti interne, screziate dal trascorrere dei decenni, sono rimaste intatte come se il tempo si fosse fermato. Lunghe file di visitatori e scolaresche percorrono queste stanze ogni giorno, confrontandosi con l’orrore, alla ricerca di una spiegazione introvabile all’interno della dimensione della razionalità umana. I primi ad arrivare al campo furono gli oppositori politici, seguiti dagli austriaci arrestati dopo l’annessione del loro paese. Poi vi furono imprigionati i rom, i sinti, i disabili, gli omosessuali e tutti coloro che il regime considerava soggetti indesiderabili. Ma a partire dalla fine del 1940 arrivarono in massa i religiosi: nel campo furono deportati 2579 tra preti, seminaristi e monaci cattolici, insieme a 141 pastori protestanti e preti ortodossi. Il Vaticano non poté impedire la loro deportazione ma riuscì almeno a farli mandare tutti insieme a Dachau. Oltre la metà di essi erano polacchi, il resto proveniva da ogni parte d’Europa: Francia, Cecoslovacchia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Italia. Centinaia i tedeschi e gli austriaci. I nazisti li arrestarono perché si opponevano al programma di eutanasia, perché avevano partecipato alla Resistenza o erano anche soltanto sospettati di aver contribuito in qualche modo alla lotta antinazista. Molti vennero deportati semplicemente perché avevano osato condannare il regime dai pulpiti. Furono fin da subito isolati dagli altri prigionieri e alloggiati nella baracca 26, il cosiddetto “Pfarrerblock” (reparto dei preti), che oggi non esiste più. Soltanto due delle trentaquattro baracche che un tempo componevano il campo sono rimaste a testimoniare, fedelmente ricostruite, di fronte all’edificio del museo, sull’altro lato della piazza delle adunate. Le altre sono state rimosse lasciando però ben visibili i perimetri a terra. Anche un ateo come Primo Levi ebbe modo di riconoscere nelle sue opere l’enorme statura morale dei preti deportati a Dachau, i quali cercarono in tutti i modi di rafforzare la loro fede, non persero la speranza e si dedicarono all’aiuto e all’assistenza spirituale ai malati e ai moribondi. Le pressioni del Vaticano riuscirono perlomeno a far aprire una piccola cappella all’interno del blocco 26, dove il 21 gennaio 1941 venne celebrata la prima messa nel campo. Il tabernacolo fu costruito di nascosto nel laboratorio dei falegnami ma il prete era costretto a celebrare da solo. Ai detenuti era vietato partecipare e la comunione venne distribuita segretamente, a costo di gravi rischi. A Dachau si tenne anche l’ordinazione clandestina di un seminarista in punto di morte. Il tedesco Karl Leisner ricevette il sacramento dal vescovo francese di Clermont-Ferrand, monsignor Gabriel Piguet. Sottoposti allo stesso trattamento disumano di tutti gli altri prigionieri, 1034 religiosi cattolici non uscirono vivi dal campo, morendo di fame, di stenti, di prostrazione e di malattie. Su molti di essi furono anche effettuati esperimenti medici fatali. Fu un lento martirio che ricordò le persecuzioni subite dalla Chiesa dei primi secoli e trasformò il lager bavarese nel più grande cimitero di sacerdoti cattolici del mondo. Tra i tanti volti che compaiono nell’allestimento del museo di Dachau, c’è quello del domenicano Giuseppe Girotti, che morì il giorno di Pasqua del 1945, pochi giorni prima dell’arrivo degli Alleati. Restò accanto ai malati del campo fino alla fine ma poi crollò anche lui: venne trasferito in infermeria dove fu ucciso con un’iniezione letale dai nazisti. Anni fa il museo dello Yad Vashem di Gerusalemme l’ha riconosciuto “Giusto tra le Nazioni” perché prima del suo arresto era riuscito a salvare la vita di tanti ebrei. A Dachau venne deportato anche Michal Kozal, vescovo della città polacca di Wloclawek. Al suo arrivo, nel 1941, ricevette il numero 24544 e un’uniforme a strisce con un triangolo rosso che lo identificava come prigioniero politico. Quando morì di tifo, due anni dopo, il comandante del campo si oppose alla sua sepoltura nel cimitero di Dachau e stabilì che il suo corpo dovesse finire nel forno crematorio. I registri del museo testimoniano l’accanimento dei nazisti nei confronti dei religiosi polacchi, molti dei quali si rifiutarono di accettare la cittadinanza tedesca che avrebbe garantito loro un trattamento speciale. In un solo giorno, il 5 maggio 1942, furono uccisi ventidue preti polacchi. In fondo al lungo viale che un tempo era costeggiato dalle baracche dei prigionieri sorge la cappella dell’Agonia Mortale di Cristo. Inaugurata in occasione del Congresso Eucaristico Mondiale del 1960, fu il primo monumento religioso eretto nell’ex campo di concentramento. Sul retro della cappella una targa ricorda il martirio dei sacerdoti polacchi. Intorno, a poca distanza dall’area dove sono conservate le camere a gas e il grande crematorio in muratura, si trovano anche il memoriale ebraico, la chiesa protestante e la cappella russo-ortodossa. Può apparire strano, ma la prima storica visita di un capo di governo tedesco a Dachau risale a pochi anni fa. Era il 2013. In quell’occasione la cancelliera Merkel non mancò di collegare l’orrore del passato ai rigurgiti estremisti del presente.
RM

Quando gli ex SS erano alleati della CIA

Da “Avvenire” di oggi

Se venisse raccontata al cinema, questa storia potrebbe cominciare nel salotto di un elegante appartamento del centro di Zurigo, nel marzo del 1945. Seduti davanti al camino come vecchi amici, con un bicchiere di whisky in mano, ci sono Allen Dulles, ambiziosa spia statunitense di stanza in Europa, e Karl Wolff, ex braccio destro del capo delle SS Heinrich Himmler. L’America è ancora in guerra contro Hitler, e gli ultimi colpi della battaglia di Berlino saranno sparati soltanto due mesi più tardi ma i due uomini – l’uno, futuro direttore della CIA, l’altro, generale delle famigerate Waffen-SS – hanno interessi comuni di cui parlare. Il generale Wolff ha capito che la guerra è perduta, e vuole proteggersi dalle accuse che di lì a poco gli pioveranno addosso. Dulles vuole invece convincere Wolff a diventare suo alleato in chiave anti-sovietica. Poco importa che Wolff sia un uomo vicinissimo a Hitler, un nazista convinto definito il “burocrate della morte” per la gelida precisione con la quale ha contribuito a organizzare i vagoni merci diretti ai campi di sterminio, abbia assistito agli esperimenti medici eseguiti sui prigionieri di Dachau e guidato le truppe delle SS responsabili dell’uccisione di migliaia di donne e bambini in Italia. È uno dei massimi esponenti del regime nazista rimasti in vita dopo la guerra ma grazie all’appoggio di Dulles il suo nome sarà cancellato dal gruppo dei principali criminali di guerra che a breve finiranno davanti ai giudici del processo di Norimberga. Condannato soltanto per reati minori, Wolff tornerà in libertà nel 1949 e con l’aiuto dei servizi segreti statunitensi continuerà a vivere in un paesino della Baviera. Uomini come lui erano considerati un’imprescindibile fonte di informazioni contro la Russia di Stalin, e dunque andavano protetti. Nel 1962 finì sotto processo per aver preso parte alla deportazione degli ebrei italiani ad Auschwitz, venne condannato a quindici anni fu ma ne scontò appena sei. Massimo rappresentante delle SS in Italia durante la Seconda guerra mondiale, il generale Karl Friedrich Wolff rivelò nel 1974 di essere stato incaricato da Hitler in persona di eseguire l’Operazione Rabat, che dopo la caduta di Mussolini prevedeva il rapimento di papa Pio XII. Le truppe delle SS al suo comando avrebbero dovuto occupare il Vaticano e deportare papa Pacelli in Germania. Ma Wolff, d’accordo con l’Ambasciatore tedesco presso la Santa Sede Ernst von Weizsacker, avrebbe disobbedito agli ordini del fuhrer informando di persona Pio XII in un colloquio avvenuto il 10 maggio 1944. Gli storici dibattono tuttora sulla veridicità delle rivelazioni di Wolff.
Altrettanto emblematica è la storia di un altro ufficiale SS di spicco: Otto von Boschwing. Tra i primi teorizzatori della “Soluzione finale”, durante la guerra von Boschwing lavorò a stretto contatto con Adolf Eichmann impegnandosi per mettere in pratica i piani di sterminio degli ebrei. Anch’egli fu assoldato dalla CIA come informatore per stanare i comunisti, nuovi nemici d’America, e per oltre vent’anni visse indisturbato a New York con la sua famiglia. I casi di Wolff e von Bolschwing sono soltanto la punta dell’iceberg dell’imbarazzante vicenda raccontata dal giornalista premio Pulitzer Erich Lichtblau in un libro appena uscito anche in edizione italiana (I nazisti della porta accanto. Come l’America divenne un porto sicuro per gli uomini di Hitler, Bollati Boringhieri, traduzione di Susanna Bourlot).
index “L’Occidente – scrisse nel 1953 un alto funzionario della CIA citato nel libro – sta combattendo una battaglia disperata contro i sovietici e noi sceglieremo chiunque ci aiuterà a sconfiggerli. Chiunque, non importa se ha un passato da nazista”. Secondo quanto rivelato da Lichtblau, nel corso degli anni Cinquanta sia l’FBI di J. Edgar Hoover che la CIA di Allen Dulles misero in atto piani di reclutamento senza scrupoli, assoldando gli ex nazisti in funzione anti-sovietica, garantendo loro libero accesso negli Stati Uniti oltre a una protezione totale, che arrivò persino ad ostacolare le indagini che negli anni vennero aperte nei loro confronti. Il libro, basato su anni di ricerche su materiale d’archivio finora inedito e corredato da una mole imponente di dati, aggiunge numeri e prove inquietanti su una vicenda in parte nota, ma della quale finora si ignoravano i particolari, oltre al coinvolgimento diretto di molti elementi di primissimo piano del Terzo Reich. Sulla base dei documenti citati dal giornalista del New York Times, “le spie naziste d’America” furono almeno un migliaio e nella gran parte dei casi non si trattava di semplici simpatizzanti del regime di Hitler bensì di alti ufficiali delle SS, alcuni dei quali veri e propri criminali di guerra, il cui passato fu coperto al punto da consentire loro di ricostruirsi una vita come rispettabili cittadini americani. Al danno, racconta inoltre Lichtblau, si sarebbe poi aggiunta anche la beffa, poiché il lavoro svolto dagli ex nazisti per la CIA e l’FBI fu nella maggior parte dei casi anche inutile. Le informazioni che rifilarono al governo statunitense si rivelarono infatti del tutto errate, se non addirittura false.
RM