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Chi disse no al Vietnam

Il rifiuto più clamoroso fu quello di Muhammad Ali, che in un giorno di fine aprile del 1967 dichiarò pubblicamente di non voler imbracciare le armi nella guerra del Vietnam. Il grande pugile venne arrestato, accusato di renitenza alla leva, privato del titolo mondiale, e soltanto quattro anni dopo vide la sua condanna annullata in appello dalla Corte Suprema. In un’epoca nella quale l’obiezione di coscienza era ancora osteggiata e considerata un reato, l’opposizione a quel conflitto segnò per sempre una linea di confine nella storia e nell’anima degli Stati Uniti. Migliaia furono i soldati americani che disertarono, in quegli anni, mentre la prospettiva antimilitarista si manifestava anche nella letteratura con voci autorevolissime, da Kurt Vonnegut a Joseph Heller, da Jack Kerouac a Noam Chomsky. Eppure pochi grandi romanzi hanno raccontato finora la guerra del Vietnam dal punto di vista di chi si rifiutò di indossare la divisa e ne pagò le conseguenze sulla propria pelle. Rappresenta una rara eccezione Saigon, Illinois di Paul Hoover, uscito negli Stati Uniti nel 1988 e pubblicato adesso per la prima volta anche in italiano da Carbonio editore nell’ottima traduzione di Nicola Manuppelli. La storia è quella del ventiduenne Jim Holder, che nell’estate del 1968 sceglie di negarsi alla leva e riesce a farsi assegnare a un servizio pubblico alternativo presso il Metropolitan Hospital di Chicago. Una struttura ospedaliera mastodontica, con novecento posti letto distribuiti su diciotto piani, nel quale dovrà occuparsi della lavanderia, delle pulizie, dei pasti e spesso anche dell’obitorio districandosi tra medici nevrotici, infermieri maldestri, pazienti in fin di vita e cadaveri in abbondanza. “Il lavoro non doveva essere degradante, anche se cercavano di renderlo tale, per semplice patriottismo. Perché quei ragazzi in Vietnam dovevano soffrire, mentre noi, obiettori di coscienza, potevamo cavarcela con lavoretti semplici?”, si chiede il protagonista. Quel microcosmo nel cuore dell’Illinois diventa con il passare del tempo il suo campo di battaglia, il suo Vietnam personale, quasi una metafora del conflitto e dell’atmosfera caotica dell’America della fine degli anni ‘60, in una quotidianità scandita da situazioni al tempo stesso grottesche e drammatiche. Scrittore, poeta e curatore delle principali antologie di poesia nordamericana contemporanea, Paul Hoover ci offre un punto di vista inedito su quella guerra con un romanzo generazionale dai tratti autobiografici. Essendo cresciuto all’ombra della chiesa pacifista di Brethren, in Ohio, dove suo padre era il pastore, la guerra è stata infatti una costante della sua infanzia e della sua giovinezza. Forse anche per questo è riuscito a descrivere magistralmente il senso di amarezza e di disillusione che segnò quell’epoca, stemperandola con robuste dosi di sarcasmo e ironia. Mentre la guerra prosegue, segnando di fatto il fallimento di una lotta politica e di una nazione intera, a Jim Holder non resterà alla fine altra scelta che la fuga. Dopo l’ennesima manifestazione pacifista perde infatti il suo status di obiettore, diventa a tutti gli effetti un disertore e come migliaia di altri giovani di quegli anni è infine costretto a scappare per evitare il carcere.
RM

Un ricordo di Norma Parenti su Radio 3

Norma Parenti è una delle figure femminili più straordinarie della Resistenza italiana, insignita della medaglia d’oro al valor militare. Visse a Massa Marittima, in provincia di Grosseto, una delle prime aree dove venne organizzata la resistenza armata contro gli occupanti nazisti: è proprio qui che il 23 giugno 1944 i nazifascisti in ritirata consumarono la loro vendetta contro di lei, uccidendola la sera prima dell’arrivo degli Alleati.
Ho curato una puntata di Wikiradio dedicata a lei, che è andata in onda su Radio Rai 3 nell’anniversario della sua morte

“Nessuna verità nella guerra dei Balcani”

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Lo scrittore serbo Saša Stojanović

Diceva Eschilo che la verità è la prima vittima della guerra. Il grande drammaturgo classico, uno dei padri della tragedia greca, sembra aver ispirato almeno indirettamente una delle opere contemporanee che indagano più a fondo la natura dell’animo umano nel tentativo di comprendere la psicologia dell’ultimo conflitto nei Balcani. L’indagine letteraria costruita dal grande scrittore serbo Saša Stojanović nel suo capolavoro, il romanzo Var – appena portato in Italia dalla coraggiosa casa editrice romana Ensemble, con l’ottima traduzione di Anita Vuco – ha riscosso un successo straordinario in tutti i paesi nei quali è stata finora proposta. A cominciare dalla Repubblica Ceca, dove ha gareggiato fino all’ultimo con Il Cimitero di Praga di Umberto Eco come miglior libro dell’anno. La sua è una voce spietata di denuncia dei crimini commessi dal regime serbo, dell’uso e dell’abuso della guerra nel suo paese come in ogni altra parte del mondo. Il romanzo ha una struttura complessa sviluppata attraverso una raffinata metafora, che vede scendere sulla Terra i quattro evangelisti canonici Marco, Matteo, Luca e Giovanni insieme agli apocrifi Giuda e Maria Maddalena per cercare di stabilire la verità sulla guerra in Kosovo. Attraverso un mosaico composto da trenta dichiarazioni, i sei indagano su Čarli, un infermiere di guerra che altri non è se non l’alter ego dello scrittore, che ai tempi di Milosevic fu realmente incarcerato tra gli oppositori del regime. Una dopo l’altra, con continue variazioni di stile, si susseguono una pluralità di voci narranti, ciascuna delle quali presenta una fitta rete di allusioni ai capolavori della letteratura occidentale, ai classici russi e ai grandi scrittori serbi del passato come Danilo Kiš e Ivo Andric, ai quali Stojanovic viene oggi accostato da molti. Tutto è funzionale a rappresentare l’assurdità e la ferocia degli eventi, la paura e l’egoismo, ma anche l’amore e la speranza. Fino a farci capire che il compito degli evangelisti non può essere portato a termine perché in quella guerra – forse in nessuna guerra – esiste più la verità.

Originario dell’area più derelitta della Serbia meridionale, una zona caratterizzata da povertà, disoccupazione ed emigrazione, Stojanović ci guida in quell’inferno in Terra che è stato il conflitto balcanico con una lingua dura, a tratti spiazzante, e racconta l’orrore e la follia del conflitto con una scrittura profondamente autobiografica. “Ho preso parte anch’io a quella guerra – ci racconta – e mi sono ritirato una settimana prima che finisse quando mi fu diagnosticato un disturbo da stress post traumatico. All’epoca mi proibirono di parlare di quei fatti, ma non di scriverne”. La stesura di Var è stata per lui un processo catartico che ha accompagnato la sua vita per nove lunghi anni, al termine dei quali dice di essersi convinto del potere salvifico della letteratura. “Questo lavoro è iniziato come una sorta di autoterapia e si è poi trasformato gradualmente in una scoperta di me stesso. Credo che la letteratura possa contribuire alla scoperta delle caratteristiche divine dell’uomo, che sono ben nascoste. A prima vista affiora soltanto il male ma scavando nel profondo dell’anima si possono sempre trovare l’amore, la speranza e la fede, quelle caratteristiche e quei valori che ci rendono umani. In questo senso penso che la letteratura sia indispensabile all’uomo, e serva a fargli trovare una via d’uscita quando ha perso la speranza”. Dopo una guerra vissuta in prima persona alla quale è seguito un lungo viaggio interiore, Stojanović sostiene che ci sia ancora spazio per la riconciliazione tra i popoli dell’ex Jugoslavia. “I Balcani sono da sempre noti come il luogo dove vengono allevate le piccole differenze, molti sostengono che non vi sia spazio per la convivenza tra tanti popoli. Io credo invece che siamo talmente simili che non possiamo che vivere gli uni accanto agli altri. Odiavamo i nostri vicini perché in loro vedevamo rispecchiati i nostri difetti. Invece la letteratura potrebbe agire come uno specchio anche in un altro senso, mostrandoci nei nostri vicini quello che ci piace di noi stessi, facendo quindi nascere in noi non un sentimento di odio, ma di amore”. Da agnostico, Stojanović sostiene che l’arte sia una strada verso il Signore, che lui ha voluto percorrere attraverso un viaggio “costellato da dubbi e incertezze”. In fondo, osservava George Bernard Shaw, le opere d’arte servono proprio a quello: a guardare la propria anima.
RM

20 anni fa la distruzione del Ponte Vecchio di Mostar

Centinaia di uomini, donne, bambini sbalorditi fissavano il vuoto e la voragine. Il Vecchio non c’era più. Gridavano, piangevano, minacciavano, maledicevano, alzavano le mani verso il cielo e chiedevano: perchè?

Alle 10,15 di mattina del 9 novembre 1993, dopo due giorni di bombardamenti da parte dell’esercito croato bosniaco, il Ponte Vecchio di Mostar crollò nelle acque del fiume Neretva. Non era soltanto uno dei tesori più preziosi dell’architettura ottomana della Bosnia Erzegovina, ma anche uno straordinario simbolo di dialogo tra Oriente e Occidente. Il suo abbattimento fu uno degli eventi cruciali delle guerre balcaniche degli anni ’90.

Il ponte ricostruito dopo anni di lavori fu inaugurato il 23 luglio 2004. Quel giorno c’eravamo e fu un’emozione che non potremo scordare mai

Se questo è un prete

“Priebke era un mio amico. Era un cittadino tedesco, cristiano cattolico, soldato fedele. E’ stato l’unico caso di un ultrasettantenne innocente dietro le sbarre. È uno scandalo come è stato trattato in Italia, è stato perseguitato mentre si accolgono modo dignitoso gli immigrati a Lampedusa. E’ una vergogna”. Sono le parole di Don Floriano Abrahamowicz, sacerdote lefebvriano, intervistato da Giuseppe Cruciani a “La Zanzara”, su Radio24. Il religioso veneto difende strenuamente l’ufficiale nazista e si rende protagonista di un rovente alterco con David Parenzo, a suon di insulti e di ingiurie. “Mettete una palla da tennis in bocca a Parenzo per farlo tacere” – insorge Don Floriano al disappunto del giornalista – “È lui il nazista, perché ha la camera a gas in testa. Dalla sua bocca esce pestifero gas ogni volta che la apre”. E prosegue la sua filippica pro Priebke: “Lui era semplicemente un poliziotto che ha applicato la legge marziale internazionale. È innocente, non è un criminale, è stato prosciolto due volte per la tragedia delle Fosse Ardeatine. Criminali sono quelli che hanno fatto saltare in aria i ragazzi di via Rasella, perché erano dei privati cittadini senza uniforme. E invece” – prosegue – “ai partigiani vengono date medaglie d’oro. Dite a loro di pentirsi. Priebke invece ha rispettato la legge”. E aggiunge: “Negli stati cattolici di una volta dove c’era la tremenda pena di morte, ahi ahi ahi che oscurantismo, il condannato a morte aveva la sepoltura e i sacramenti. E questa pseudo-democrazia rifiuta a un innocente vegliardo anche la sepoltura. Io sabato prossimo dirò una messa per il riposo dell’anima di Priebke”. Il sacerdote esprime la sua sulle camere a gas: “È una vergogna che nel ventunesimo secolo non si sia fatto ancora un vero studio scientifico sulle camere a gas. Quattro anni fa ho detto che servivano almeno a disinfettare. Confermo tutto. L’Olocausto? L’unico vero che c’è stato, nel senso pieno e biblico del termine, è la morte di nostro Signore Gesù Cristo. Quello ebraico” – continua – “non è stato un Olocausto, ma un eccidio. Vieto a chiunque al mondo, ebreo o non ebreo, di rivendicare per sé quello che è unico per Gesù Cristo”.