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Guerra alla Libia: così la comunità internazionale crea Stati figli e figliastri

di Massimo Fini

L’Onu ha autorizzato i raid aerei sulla Libia. Francia e Gran Bretagna sono già pronte a far intervenire i loro caccia perché abbattano quelli di Gheddafi che bombardano i rivoltosi libici, e non è escluso che l’Italia metta a disposizione della Nato le sue basi aeree. Non è una dichiarazione di guerra alla Libia, non sia mai, oggi ci si vergogna di fare la guerra e si preferisce chiamarla “operazione di peace keeping” a difesa dei “diritti umani”.
Salta definitivamente il principio internazionale di “non ingerenza militare negli affari interni di uno Stato sovrano” insieme al diritto di autodeterminazione dei popoli sancito a Helsinki nel 1975 e sottoscritto da quasi tutti i Paesi del mondo, compresi quelli che stanno per intervenire in Libia. Qui siamo in una situazione diversa dagli interventi in Iraq nel 1990 e nel 2003 e in Afghanistan nel 2001. Nel primo conflitto del Golfo, l’Iraq aveva aggredito il Kuwait, uno   Stato sovrano, sia pur fasullo creato nel 1960, esclusivamente per gli interessi petroliferi degli Stati Uniti. L’intervento quindi era legittimo, anche se il modo con cui fu condotta quella guerra fu bestiale perché gli americani, pur di non affrontare fin da subito, sul terreno, l’imbelle esercito iracheno (che era stato battuto perfino dai curdi, in quel caso Saddam fu salvato dalla Turchia il grande alleato Usa nella regione) e correre il rischio di perdere qualche soldato, bombardarono per tre mesi le principali città irachene facendo 160mila morti civili, fra cui 32.195 bambini (dati del Pentagono). Nel 2003 c’era il pretesto delle “armi di distruzione di massa”. Si scoprì poi che queste armi, che Stati Uniti, Urss e Francia gli avevano fornito, Saddam non le aveva più, ma intanto gli americani hanno ridotto l’Iraq a un loro protettorato dove è in corso una feroce guerra civile fra sciiti e sunniti che provoca decine e a volte   centinaia di morti quasi ogni giorno tanto che in Occidente non se ne dà più notizia. In Afghanistan si voleva prendere Bin Laden, ma dopo dieci anni la Nato è ancora lì e occupa quel Paese, avendo provocato, direttamente o indirettamente, 60mila morti civili (e nessun Consiglio di sicurezza si è mai sognato di imporre una “no fly zone” ai caccia americani che, per battere gli insorti, bombardano a tappeto cittadine e villaggi facendo ogni volta decine di vittime civili, come sta facendo Gheddafi in Libia). La situazione è invece identica all’intervento Nato in Serbia dove, all’interno di uno Stato sovrano, c’era un conflitto fra Belgrado e gli indipendentisti albanesi, foraggiati dagli americani, del Kosovo che della Serbia faceva parte.   Noi, che non abbiamo baciato la mano a Gheddafi, che non abbiamo permesso ai suoi cavalli berberi di esibirsi alla caserma Salvo d’Acquisto e al dittatore di volteggiare liberamente per Roma avendo al seguito 500 troie, e che parteggiamo per i rivoltosi di Bengasi, siamo assolutamente contrari a qualsiasi intervento armato in Libia. Per ragioni di principio e perché questi interventi internazionali sono del tutto arbitrari. Dividono gli Stati in figli e figliastri. Nessuno ha mai proposto una “no fly zone” in Cecenia dove le armate russe di Eltsin e dell’ “amico Putin” hanno consumato il più grande genocidio dell’era moderna: 250 mila morti su una popolazione di un milione. Nessuno si sogna di intervenire in Tibet (chi si metterebbe mai, oggi, contro la succulenta Cina?) o in Birmania a favore dei Karen. E così via. In ogni caso bisogna essere consapevoli delle conseguenze delle proprie azioni. Se l’Italia presterà le proprie basi   per l’intervento militare in Libia non potrà poi mettersi a “chiagne” se Gheddafi dovesse bombardare Brindisi, Bari, Sigonella, Aviano o una qualsiasi delle nostre città. Gli abbiamo, di fatto, dichiarato guerra, è legittimato a renderci la pariglia.

Belgrado. L’obbligo della memoria contro la strategia del silenzio

(di Ennio Remondino)

La memoria personale contro la strategia del silenzio. La memoria per ciò che è accaduto 10 anni fa e su cosa hanno significato i bombardamenti Nato sulla Jugoslavia. La strategia della dimenticanza, dopo l’esplodere delle bombe, risponde con un assordante silenzio. L’obbligo storico della memoria imporrebbe, infatti, anche l’obbligo della riflessione e, probabilmente, della vergogna. La strategia del silenzio è quindi la malizia conclusiva della più recente formula di guerra, quella della “Ingerenza umanitaria”, autentica svolta nell’ordine mondiale.
La legalità internazionale delle Nazioni Unite, per la prima volta dal 1945, messa ai margini dai vincitori della Seconda guerra mondiale (tranne la Russia). Oggi non c’è più regola. Resta soltanto la Nato, il cui intervento nell’ex Jugoslavia è stato fondamentale per reinventare un suo ruolo dopo la fine della guerra fredda. La “guerra umanitaria” che ha il brevetto sul nome è comunque la nostra, 24 marzo 1999, ore 20 e qualche minuto con la prima esplosione su Belgrado. Qualche successivo tentativo di motivare altre azioni militari col nome di “guerra umanitaria”, dopo i risultati balcanici, è stato bocciata dagli addetti al marketing e alla Idealpolitik delle guerre per riguardo al buon gusto. Le guerre umanitarie hanno caratteristiche che le distinguono da tutte quelle del passato. Pochi sanno che l’Onu ha catalogato ben 20 tipi di guerra, compresa una ormai dimenticata “guerra del pallone” tra Honduras ed El Salvador, 1969, dopo una partita tra le due nazionali di calcio e 5 mila morti successivi. Nella guerra umanitaria si sa subito chi è destinato a vincere. In genere sono guerre veloci nella parte militare e lunghissime nella pace da costruire dopo. Per la “nostra” guerra hanno sbagliato anche le previsioni di durata: “Qualche giorno di bombe, una settimana al massimo ed è finita”. I teologi della guerra umanitaria usano sempre ordigni “intelligenti”, che ammazzano un sacco di civili, ma risparmiano i soldati di chi la decide. Per perfezionare il meccanismo delle guerre umanitarie, resta il problema futuro di concordare sui buoni da soccorrere e sui cattivi da punire. Attorno a questo problema prima o poi scoppierà una guerra per decidere chi ha ragione.
La vera sfortuna dei narratori “reduci” di quella guerra da archiviare al più presto è che il “Cattivo” era certo. Nessuno a rimpiangere o a difendere lo scomparso Slobodan Milosevic, ma sulle ragioni e sulle conseguenze di quei tre mesi di bombardamenti tanto invece ci sarebbe da dire e tanti “Buoni” ufficiali da sputtanare. Il problema è che nessuno vuol sentire. Un anno fa avevo proposto un libro a quattro mani, pensato assieme ad un intelligente ex generale Nato, e dagli editori ho ricevuto pernacchie. Ho lanciato l’allarme televisivo per il decennale ed attendo ancora risposta sul minuto e 15 “massimo” che andrà in onda. L’EBU, l’organismo televisivo europeo che garantisce i punti di trasmissione necessari per l’evento non ha ancora deciso se evento sarà. La ragazza alla reception del residence dove alloggio qui a Belgrado, quando ho fatto riferimento al giorno 24, mi ha guardato interrogativa come fossi un matto.
(da “Il Manifesto”)