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L’Angola di Kapuściński al cinema

Avvenire, 3 febbraio 2019

“La povertà non ha voce: ha bisogno di qualcuno che parli per lei”. Era quanto amava ripetere il reporter polacco Ryszard Kapuściński (1932-2007), considerato uno dei più grandi giornalisti del XX secolo non solo perché fu testimone della nascita di quello che oggi conosciamo come Terzo mondo ma anche perché inventò una forma di reportage narrativo basato sull’empatia nei confronti degli ultimi e su un’attenzione meticolosa alle vicende umane delle persone comuni. In quasi cinquant’anni di carriera, i suoi straordinari scritti sull’Africa, sull’Asia e sull’America Latina ci hanno raccontato guerre, rivoluzioni e colpi di Stato come pochi altri sono riusciti a fare. Kapuściński ha all’attivo decine di libri ma curiosamente nessun film era mai stato tratto finora da un suo lavoro. Another Day of Life di Raul de la Fuente e Damian Nenow – presentato all’ultimo festival di Cannes e in uscita nelle sale italiane – ha dunque il merito di portarlo per la prima volta il reporter polacco sul grande schermo, adattando in forma cinematografica Ancora un giorno, il libro cui era maggiormente legato.
La pellicola ricostruisce la storia del suo drammatico viaggio in Angola nel 1975, durante i primi mesi della guerra civile che scoppiò subito dopo l’indipendenza dal Portogallo. Il paese africano finì fatalmente nel mirino delle grandi potenze mondiali a causa della ricchezza dei suoi giacimenti di petrolio e diamanti, e divenne in breve tempo anche un crocevia della Guerra fredda, con Stati Uniti e Unione Sovietica impegnate a sostenere le due opposte fazioni in lotta. La popolazione fu costretta a subire sofferenze indicibili. Kapuściński comprese che l’unico modo per raccontare quel girone infernale era concentrarsi sulle persone regalando loro ‘ancora un giorno di vita’, fotografandole, descrivendo le loro storie nei suoi articoli, e dunque tramandandone la memoria dopo che erano morte. Il suo viaggio avventuroso rivive oggi nel film di de la Fuente e Nenow, che mescola in modo originale animazione e documentario alternando sequenze animate, filmati d’archivio e interviste ai protagonisti dell’epoca. Il formato del graphic novel può apparire inizialmente una scelta discutibile ma si rivela in realtà estremamente efficace, poiché non nasconde niente all’orrore e alla follia di quel conflitto e anzi è in grado di aggiungere ulteriori elementi immaginifici alla narrazione. In una delle scene più tragiche e coinvolgenti della pellicola, Kapuściński attraversa un lungo tratto di strada cosparso di cadaveri di donne e bambini fatti a pezzi dai miliziani, e immagina che siano stati massacrati da una nuvola di armi che intorbida un cielo rosso color sangue. Il realismo della narrazione riappare poi in tutta la sua drammaticità negli spezzoni di documentario e nelle interviste. Almeno una di esse rappresenta un vero e proprio scoop giornalistico: gli autori di Another Day of Life sono infatti riusciti a scovare il leggendario generale Joaquim Farrusco, una sorta di Che Guevara angolano che guidò la resistenza durante la guerra, convincendolo a rilasciare una toccante testimonianza finora inedita su quegli anni. Il lungometraggio (che si è aggiudicato il premio come miglior film d’animazione all’ultima edizione degli European Awards) rappresenta anche una profonda riflessione deontologica sul mestiere di giornalista. Kapuściński fu infatti inviato in Africa dall’agenzia di stampa polacca Pap e si ritrovò a essere l’unico corrispondente estero in Angola. A un certo punto entrò in possesso di alcune informazioni che avrebbero potuto cambiare le sorti del conflitto e costare la vita a centinaia di persone. Si trovò di fronte a un terribile dilemma etico: il dovere di cronista gli imponeva di diffonderle ma la sua coscienza gli impedì di farlo. Così, quando Fidel Castro inviò in gran segreto le truppe per difendere l’Angola dall’invasione dei carri armati sudafricani, lui decise di non divulgare la notizia per non correre il rischio di scatenare un intervento statunitense, per mano della CIA. Kapuściński era un giornalista ma preferì rinunciare a uno scoop per non mettere a rischio la liberazione dell’Angola e allungare le sofferenze della popolazione.
RM

La tragedia del Bangladesh e le colpe di Kissinger

“Il nostro governo non ha condannato l’abolizione della democrazia, non ha denunciato le atrocità, non ha preso misure drastiche per proteggere i propri cittadini ma al contrario, ha cercato di nascondere all’opinione pubblica internazionale l’operato del Pakistan dell’ovest […] Noi, in qualità di funzionari dello stato, dissentiamo con l’attuale politica del nostro governo e speriamo fermamente che i nostri interessi possano essere chiariti e la nostra politica riorientata allo scopo di recuperare la posizione del nostro paese come guida morale del mondo libero”. Il clamoroso telegramma che giunse al Dipartimento di Stato di Washington il 6 aprile 1971 resta ancora oggi una pietra miliare del dissenso interno della politica statunitense. La durissima requisitoria recava la firma di Archer Blood, console generale a Dacca e veterano della diplomazia statunitense in Pakistan, e di un’altra ventina di funzionari a stelle e strisce. “Qui a Dacca siamo testimoni muti e inorriditi del regno del terrore innescato dai militari pakistani”, aveva scritto lo stesso Blood in una comunicazione inviata appena una decina di giorni prima, nella quale definiva senza mezzi termini “genocidio selettivo” quanto stava accadendo in quella fetta di territorio pakistano che di lì a poco avrebbe preso il nome di Bangladesh. Il diplomatico aveva elencato una lunga sequela di aggressioni, omicidi, razzie chiedendo a gran voce un intervento per porre fine al massacro. Ma le sue precise e circostanziate denunce erano destinate a rimanere tragicamente inascoltate e a non spostare di una virgola la politica degli Stati Uniti, guidati dal presidente Richard Nixon e dal suo potente consigliere per la sicurezza nazionale, Henry Kissinger. Quello di Washington fu un silenzio assordante e complice, considerando che all’epoca erano proprio gli Stati Uniti a rifornire l’esercito e l’aviazione pakistana di armamenti e aerei da guerra per massacrare i bengalesi.
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1961, l’inizio della fine del regime comunista

Eretto esattament cinquant’anni fa, il Muro di Berlino divise due mondi in conflitto tra loro, e segnò il lento, inesorabile fallimento del blocco sovietico.

Quel giorno di metà agosto del 1961 John Fitzgerald Kennedy tirò un sospiro di sollievo. In una sola notte, i sovietici erano riusciti a erigere una barriera intorno a Berlino, isolando la parte occidentale della città e dividendo strade, case e intere famiglie. In poche ore issarono decine di chilometri di filo spinato che furono presto sostituiti da blocchi di cemento e lamiera, e dettero vita al simbolo più tetro della Guerra Fredda. “Non è certo una soluzione soddisfacente, ma è sempre meglio un muro di una guerra”, confidò il presidente degli Stati Uniti d’America, in carica da pochi mesi, ai suoi più stretti collaboratori. Eppure, poche settimane prima, il leader della Ddr Walter Ulbricht aveva assicurato che nessuno era intenzionato a costruire una barriera per fermare l’esodo della popolazione della Germania Est. La decisione, presa repentinamente con la benedizione di Mosca, concludeva di fatto un annus horribilis per il giovane inquilino della Casa Bianca, che in aprile aveva già mandato in frantumi il mito dell’invincibilità statunitense con la fallita invasione della Baia dei Porci. Questi fatti avvantaggiarono inevitabilmente il suo rivale, l’anziano e irascibile Nikita Kruscev, che sembrò volgere la partita a suo favore. Ma la storia di eventi così complessi non può essere analizzata attraverso i singoli episodi e dunque stupisce che oggi, a cinquant’anni esatti di distanza, l’operato di Kennedy in quella crisi sia messo in discussione nel nuovo saggio di Frederick Kempe, “Berlin 1961. Kennedy, Khrushchev, and the Most Dangerous Place on Earth”. Continua la lettura di 1961, l’inizio della fine del regime comunista

Lo Schindler argentino

Lo tenevo da qualche mese impilato tra i libri da leggere. Alla fine mi sono deciso ad affrontarlo consapevole che, come tutti i libri sulla dittatura che ha insanguinato l’Argentina dalla metà degli anni ‘70, non si trattava di un piacevole intrattenimento letterario. Certo non immaginavo che “Niente asilo politico” (Feltrinelli) raccontasse una vicenda di straordinario coraggio, la storia di una coscienza che si ribella di fronte all’orrore e cerca di usare con destrezza e grande umanità una posizione di privilegio per aiutare il prossimo. Enrico Calamai, autore del libro in questione, è stato console italiano a Buenos Aires durante gli anni del terrore, dei desaparecidos, delle brutalità e delle torture inflitte a un’intera generazione mentre la vita del paese scorreva come se niente fosse. È stato un eroe perché – proprio come Oskar Schindler al tempo della persecuzione degli ebrei – ha messo a rischio la propria vita per aiutare le vittime dei militari durante gli anni in cui dominava una concezione fondamentalista della Ragion di Stato. Contravvenendo leggi, regolamenti e convenzioni ha salvato alcune centinaia di persone, nascoste in casa propria, in un negozio, in un convento per settimane, fornendo loro documenti falsi per apparire turisti italiani e un passaggio in nave o in aereo con destinazione Roma. Calamai era convinto che quello fosse il modo migliore anche per servire il proprio paese: non il governo che come molti altri all’interno del mondo occidentale si rese complice dei militari argentini, ma la popolazione, quella popolazione sdegnata (e poco informata) di quanto accadeva in Argentina. In sette anni, dal 1976 al 1983, trentamila persone vennero uccise o furono fatte scomparire nei centri di tortura argentini o con i voli della morte. Contrariamente al Cile di Pinochet, osserva Calamai, gli orrori della dittatura argentina furono una sorta di delitto perfetto, perché quasi del tutto privo di visibilità. Mentre la vita a Buenos Aires e nel resto del paese proseguiva in un’apparente normalità, il nostro governo, imbrigliato negli schemi imposti dalla Guerra Fredda, preferì fingere di non sapere qual’era la sorte di migliaia di persone – molte delle quali con origini italiane – e scelse un’inerzia che divenne complicità con i macellai. Rientrato in Italia, Calamai è stato chiamato in anni recenti a testimoniare nel processo che ha portato alla condanna di otto militari argentini. Il suo libro è una lezione di vita.

Chi ricorda le vittime dei regimi comunisti?

Il processo di integrazione europea, ormai da anni aperto ai paesi ex comunisti, rischia di favorire indirettamente un meccanismo di rimozione nei confronti della memoria delle vittime delle dittature filo-sovietiche. In alcuni casi questo atteggiamento è funzionale ai governi in carica, che preferiscono evitare di confrontarsi con un passato tanto recente quanto scomodo. Meno male che a cercare di contrastare questa tendenza ci pensano gli storici, aiutati dall’accesso a nuove fonti archivistiche. È il caso, per esempio, di Stefan Appelius, docente di scienza politica all’università di Oldenburg, che un giorno si è imbattuto quasi per caso in un referto sull’assassinio di un giovane tedesco in Bulgaria. Appelius ha cominciato a indagare e attraverso le interviste ad anatomopatologi e ed ex guardie di frontiera bulgare è riuscito a ricostruire una delle vie verso la libertà.

Secondo le sue ricerche almeno 4500 persone di vari paesi comunisti cercarono di attraversare la frontiera fra la Bulgaria e la Grecia. Almeno un centinaio di essi vennero uccisi. Una coppia di Lipsia nel 1975 venne eliminata con una raffica di colpi sparati a breve distanza: 35 pallottole toccarono a lui, 25 a lei. La polizia bulgara e la Stasi cercarono di catalogare questi omicidi come “incidenti stradali” ma ora le ricerche d’archivio stanno riportando a galla la verità. Quello che emerge dalle ricerche di Appelius è un fenomeno di grandi dimensioni, se si pensa  che furono mille le persone uccise durante i tentativi di lasciare la Germania Est. I caduti nel tentativo di attraversare il muro di Berlino furono 134. Purtroppo, pare che l’attuale governo bulgaro non stia collaborazndo alla ricostruzione dei fatti.
A raccontare questa storia è stato l’International Herald Tribune