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“La Scozia è già indipendente”

Intervista allo scrittore scozzese James Robertson (Avvenire, 31.3.2018)

Sessant’anni di storia della Scozia raccontati attraverso tre generazioni, dalla fine della Seconda guerra mondiale fino ai giorni nostri. L’appassionato ritratto di un popolo in una fase storica cruciale che va dal declino del carbone, dell’acciaio e dell’industria navale alla scoperta del petrolio nel mare del Nord e all’ascesa del nazionalismo. James Robertson, uno dei più grandi scrittori scozzesi contemporanei, segue il solco tracciato dai suoi illustri connazionali – Robert Burns, Alasdair Gray e Irvine Welsh – dando voce alla gente comune nel suo capolavoro, il ponderoso romanzo Solo la terra resiste (ed. Paginauno, traduzione di Sabrina Campolongo, Carmine Mezzacappa e Clara Pezzuto). Un viaggio lungo quasi settecento pagine nel cuore di un paese dalle grandi speranze e dai sogni infranti ma anche un’opera profondamente politica, che prende avvio dall’esperienza personale dell’autore: “fin da quando ho iniziato a lavorarci, circa una decina d’anni fa, avevo ben chiara l’intenzione di scrivere un romanzo ‘politico’, che raccontasse in un’opera di finzione i cambiamenti sociali, industriali e culturali che avevano interessato il mio paese a partire dal Secondo dopoguerra”. Autore di una ventina di libri, da circa tre decenni Robertson affianca a una brillante carriera di scrittore un impegno per la diffusione della cultura del suo paese. Nel 2002 ha fondato insieme al poeta Matthew Fitt la casa editrice Itchy Coo, che ha tradotto per la prima volta in lingua scozzese classici per bambini e ragazzi come Harry Potter e Winnie-the-Pooh, integrando la didattica nelle scuole primarie. Alcuni anni fa è stato il primo scrittore residente ospitato all’interno del parlamento scozzese. Il suo Solo la terra resiste, scritto interamente in inglese, con una molteplicità di stili e passando dalla prima alla terza persona, si svolge sullo sfondo “delle desolate lande della Scozia de-industrializzata, quella Scozia così reale che sfugge all’immaginazione”. Il libro inizia raccontando la storia di Michael Pendreich, intento ad allestire una retrospettiva dedicata al padre, il famoso fotografo Angus Pendreich, morto qualche anno prima. E proprio dalla necessità di dare un ordine filologico a quelle immagini prende forma il trascorrere del tempo, il susseguirsi dei volti e delle generazioni in un caleidoscopio di figure che descrivono l’identità di un popolo in continua evoluzione. Mentre la narrazione procede, attraverso le foto di Angus ci imbattiamo nell’eccentrico insegnante belga che sposa la causa del nazionalismo scozzese, nel vagabondo senza casa che colleziona ciottoli, nel deputato conservatore con una passione segreta, nell’agente dei servizi segreti tradito dai colleghi e in molti altri personaggi, anche femminili, che costruiscono una coralità dal respiro dell’epopea.
Leggendo il suo libro si comprende che negli ultimi decenni, in Scozia, è progressivamente crollato il senso di appartenenza alla cultura britannica. Da cosa è stato sostituito?
Credo che la Scozia abbia raggiunto l’apice della “britishness” dopo la Seconda guerra mondiale. All’epoca il senso di appartenenza all’Impero era ancora molto forte, poiché era stata appena vinta la guerra contro il fascismo e nell’immediato dopoguerra il governo laburista creò il nuovo welfare state e il servizio sanitario nazionale. Ma a partire dagli anni ‘60 e ‘70 questo sentimento ha cominciato a scricchiolare: l’Impero non c’era più, la memoria della guerra era ormai lontana e la gente iniziava a ribellarsi contro le tendenze centralizzatrici dello stato britannico. A poco a poco è riemersa l’identità scozzese, insieme al desiderio di ottenere maggiore democrazia e di avere un potere politico più vicino alla gente. È stato un percorso complesso e tutt’altro che omogeneo, che sotto molti aspetti ha visto una politica basata sul concetto di classe sostituita da una politica incentrata sull’identità. Molti, oltre al rinnovato orgoglio di sentirsi scozzesi, hanno sviluppato anche un forte senso di appartenenza all’Europa.
La crescita del nazionalismo e la questione della devolution rappresentano lo spartiacque principale nella storia recente della Scozia?
Sicuramente. L’istituzione di un parlamento scozzese e delle assemblee dell’Irlanda del Nord e del Galles nel 1999 sono stati i principali cambiamenti costituzionali della politica del Regno Unito dai tempi del suffragio universale degli anni ‘20. Ormai, qualsiasi cosa succeda, è impossibile che il parlamento scozzese venga abolito, e in effetti continuerà a accrescere il suo potere anche se la Scozia non diventerà mai indipendente. Continua la lettura di “La Scozia è già indipendente”

Guerra alla Libia: così la comunità internazionale crea Stati figli e figliastri

di Massimo Fini

L’Onu ha autorizzato i raid aerei sulla Libia. Francia e Gran Bretagna sono già pronte a far intervenire i loro caccia perché abbattano quelli di Gheddafi che bombardano i rivoltosi libici, e non è escluso che l’Italia metta a disposizione della Nato le sue basi aeree. Non è una dichiarazione di guerra alla Libia, non sia mai, oggi ci si vergogna di fare la guerra e si preferisce chiamarla “operazione di peace keeping” a difesa dei “diritti umani”.
Salta definitivamente il principio internazionale di “non ingerenza militare negli affari interni di uno Stato sovrano” insieme al diritto di autodeterminazione dei popoli sancito a Helsinki nel 1975 e sottoscritto da quasi tutti i Paesi del mondo, compresi quelli che stanno per intervenire in Libia. Qui siamo in una situazione diversa dagli interventi in Iraq nel 1990 e nel 2003 e in Afghanistan nel 2001. Nel primo conflitto del Golfo, l’Iraq aveva aggredito il Kuwait, uno   Stato sovrano, sia pur fasullo creato nel 1960, esclusivamente per gli interessi petroliferi degli Stati Uniti. L’intervento quindi era legittimo, anche se il modo con cui fu condotta quella guerra fu bestiale perché gli americani, pur di non affrontare fin da subito, sul terreno, l’imbelle esercito iracheno (che era stato battuto perfino dai curdi, in quel caso Saddam fu salvato dalla Turchia il grande alleato Usa nella regione) e correre il rischio di perdere qualche soldato, bombardarono per tre mesi le principali città irachene facendo 160mila morti civili, fra cui 32.195 bambini (dati del Pentagono). Nel 2003 c’era il pretesto delle “armi di distruzione di massa”. Si scoprì poi che queste armi, che Stati Uniti, Urss e Francia gli avevano fornito, Saddam non le aveva più, ma intanto gli americani hanno ridotto l’Iraq a un loro protettorato dove è in corso una feroce guerra civile fra sciiti e sunniti che provoca decine e a volte   centinaia di morti quasi ogni giorno tanto che in Occidente non se ne dà più notizia. In Afghanistan si voleva prendere Bin Laden, ma dopo dieci anni la Nato è ancora lì e occupa quel Paese, avendo provocato, direttamente o indirettamente, 60mila morti civili (e nessun Consiglio di sicurezza si è mai sognato di imporre una “no fly zone” ai caccia americani che, per battere gli insorti, bombardano a tappeto cittadine e villaggi facendo ogni volta decine di vittime civili, come sta facendo Gheddafi in Libia). La situazione è invece identica all’intervento Nato in Serbia dove, all’interno di uno Stato sovrano, c’era un conflitto fra Belgrado e gli indipendentisti albanesi, foraggiati dagli americani, del Kosovo che della Serbia faceva parte.   Noi, che non abbiamo baciato la mano a Gheddafi, che non abbiamo permesso ai suoi cavalli berberi di esibirsi alla caserma Salvo d’Acquisto e al dittatore di volteggiare liberamente per Roma avendo al seguito 500 troie, e che parteggiamo per i rivoltosi di Bengasi, siamo assolutamente contrari a qualsiasi intervento armato in Libia. Per ragioni di principio e perché questi interventi internazionali sono del tutto arbitrari. Dividono gli Stati in figli e figliastri. Nessuno ha mai proposto una “no fly zone” in Cecenia dove le armate russe di Eltsin e dell’ “amico Putin” hanno consumato il più grande genocidio dell’era moderna: 250 mila morti su una popolazione di un milione. Nessuno si sogna di intervenire in Tibet (chi si metterebbe mai, oggi, contro la succulenta Cina?) o in Birmania a favore dei Karen. E così via. In ogni caso bisogna essere consapevoli delle conseguenze delle proprie azioni. Se l’Italia presterà le proprie basi   per l’intervento militare in Libia non potrà poi mettersi a “chiagne” se Gheddafi dovesse bombardare Brindisi, Bari, Sigonella, Aviano o una qualsiasi delle nostre città. Gli abbiamo, di fatto, dichiarato guerra, è legittimato a renderci la pariglia.