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Quanta confusione sul federalismo

(di Alessandro Michelucci)

Tutti dovrebbero usare con la massima cura gli strumenti del proprio lavoro, si tratti del pasticcere o del giornalista. Gli strumenti di quest’ultimo sono le parole, ma sulla carta stampata si continuano a utilizzare come sinonimi termini che hanno significati ben diversi. Un esempio è la confusione che anche i più togati quotidiani continuano a fare fra federalismo e federalismo fiscale. Quest’ultimo, come sappiamo, rappresenta uno degli obiettivi prioritari dell’attuale governo. Tutti sanno che la scelta dell’aggettivo può dare al sostantivo significati molto diversi. Tanto per restare in tema, pensiamo al termine repubblica: senza aggettivi si intende quella centralista di tipo francese, mentre quella federale (Austria, Belgio, Germania, etc.) rappresenta qualcosa di completamente diverso. Esistono poi repubbliche presidenziali (come la suddetta Francia) e altre che sono al tempo stesso presidenziali e federali (come gli Stati Uniti). Come si vede, basta un aggettivo perché il sostantivo connesso assuma un contenuto completamente diverso. Lo stesso accade oggi con la deprecabile confusione che viene fatta fra federalismo e federalismo fiscale. In realtà è molto difficile immaginare che possa esistere una struttura fiscale di tipo federale senza che questo sia il riflesso di un ordinamento statale analogo. In paesi federali come l’Austria e la Germania, per esempio, le questioni fiscali sono concepite in sintonia con la struttura federale dello stato. Comunque non è questa la sede adatta per approfondire un tema così ampio e complesso.
Il punto che ci preme chiarire è un altro. Le trasmissioni televisive come “L’infedele”, “Ballarò” e “Otto e mezzo” dedicano ampio spazio al federalismo fiscale, toccando talvolta anche il federalismo tout court, ma non ci è mai capitato di vedere fra gli ospiti sentire uno studioso belga, un politico svizzero o un giurista tedesco. Insomma, qualcuno che portasse l’esperienza di chi vive in un paese federale (fosse anche soltanto per parlare di questioni fiscali). Evidentemente i curatori di queste trasmissioni pensano che noi italiani non abbiamo niente da imparare. O che non vogliamo imparare niente. Ma se confondere il federalismo con il federalismo fiscale è un errore enorme, continuare a illudere gli italiani sulla possibilità di trasformare l’Italia in una repubblica federale, come spesso accade, rappresenta un colossale inganno. Infatti riferimento al federalismo scatena spesso una certa prudérie che si esprime negli appelli – ieri di Ciampi, oggi di Napolitano – al federalismo nell’unità, come se questo costituisse una minaccia per la coesione statale. Eppure il termine deriva da foedus, che in latino significa patto: quindi qualcosa che unisce. Questi pudori verbali inducono a pensare che l’Italia non sarà mai un paese federale, perché dalla sua nascita sono passati 147 anni e nel frattempo si è consolidata una forma mentis centralista inattaccabile, che anni di dibattiti confusi e inconcludenti non potevano scalfire. Questo indirizzo era già chiaro al tempo dell’Assemblea Costituente, dove bastò che alcuni parlassero di regionalismo perché questo venisse percepito come un pericolo per l’unità nazionale. Eppure lo stato regionale (che fu poi attuato nel 1970) è pur sempre unitario. Quindi rassegnamoci: purtroppo il nostro non sarà mai un paese federale.

La Francia colpevole del genocidio ruandese?

L’accusa è di quelle infamanti, non solo per un governo, ma per tutta una nazione. La Francia avrebbe preso parte attiva nel genocidio del 1994 in Ruanda, quando circa 800mila persone furono barbaramente uccise. L’accusa è contenuta nel rapporto di una Commissione indipendente, presentato al governo del Ruanda lo scorso novembre, ma reso pubblico solo ora. Il ministro della Giustizia ruandese Karugarama Tharcisse ne ha presentato le conclusioni: “il rapporto – ha detto – mostra il ruolo giocato dalla Francia durante il genocidio ed evidenzia anche il ruolo giocato dalla Francia dopo il genocidio nel proteggere le forze che hanno perpetrato il genocidio, rendendo difficile la loro consegna alla giustizia”.  Il rapporto, frutto di un’attività investigativa durata due anni, mette sotto accusa 33 persone tra alti funzionari militari e politici, tra i quali spiccano l’allora primo ministro Dominique de Villepen e il presidente Francois Mitterrand. La Bbc riferisce che la diplomazia francese si è riservata di rispondere nel merito delle accuse solo dopo aver letto e valutato il rapporto. Il ministro degli esteri di Parigi, Bernard Kouchner, ha avuto in quest’anno già occasione di negare ogni responsabilità pur ammettendo gli errori politici fatti nella gestione della crisi.

Il Senato in buone mani

Certo non si può dire che la seconda carica dello Stato italiano non sia in buone mani. Negli anni ’80 Renato Schifani è stato socio del futuro boss di Villabate Antonino Mandalà (8 anni in primo grado per associazione mafiosa) e dell’imprenditore Benny D’Agostino (condannato per concorso esterno in associazione mafiosa) nella società di brokeraggio Sicula Brokers. Quelli di Mandalà e D’Agostino sono nomi che a Palermo indicano quella zona grigia in cui impresa, politica e mafia si confondono.
Politico di scuola democristiana, Schifani è stato eletto nel collegio di Corleone, cuore di quella Sicilia che ha dato il cento per cento degli eletti a Forza Italia. Qualche anno prima di diventare presidente del Senato, Schifani si segnala anche per aver firmato il lodo che porta il suo nome e che prevedeva l’immunità e la sospensione dei processi in corso per le cinque più alte cariche dello Stato. Quasi un atto premonitore. Peccato che la Corte costituzionale l’abbia bocciato nel gennaio 2004.