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La verità sulla tragedia di Hillsborough

Le tragiche menzogne sulla morte di 96 tifosi nello stadio inglese di Sheffield vengono a galla definitivamente, ma con 23 anni di ritardo. E il governo inglese esercita ancora una volta una delle sue prerogative più comuni degli ultimi tempi: le pubbliche scuse.

(di John Foot, da Internazionale)

Hillsborough, Sheffield, 15 aprile 1989. Semifinale della coppa d’Inghilterra (Fa cup). Liverpool contro Nottingham Forest, in campo neutro (come sempre per la semifinale). Lo stadio è vecchio e pericoloso. Già nel 1981 ci sono stati feriti durante un’altra semifinale di coppa. Più di 24mila tifosi del Liverpool devono entrare nel Leppings lane end, divisi in settori recintati. In più, l’accesso al campo è bloccato da reti alte e metalliche, com’era la prassi in quasi tutti degli stadi in quegli anni. L’operazione delle forze di sicurezza si concentra sull’ordine pubblico, ma il capo è David Duckinfield, un poliziotto poco esperto di stadi e di Sheffield. In breve tempo la polizia perde il controllo della situazione. La folla non riesce a entrare attraverso i pochi tornelli. Duckinfield decide di aprire un cancello, ma è una scelta disastrosa. Moltissimi tifosi cominciano a entrare in fretta in un’area già piena di gente.
In pochi attimi cominciano a morire schiacciati, soffocati. La polizia non reagisce. Per loro i tifosi sono pericolosi. Bisogna fermarli. Sono quelli dell’Heysel. Fuori dello stadio ci sono decine di ambulanze, ma solo una entra in campo per aiutare i tifosi. Lo spettacolo è terrificante. Si vedono persone morire in diretta, davanti ai nostri occhi, con la polizia (non tutta) che li guarda dall’altra parte della rete.
Ci sono 95 vittime (un’altra, Tony Bland, morirà dopo anni di coma nel 1993). Sono soprattutto giovani. Trevor Hicks perde due figlie (Sarah, 15 anni, e Victoria, 19). Subito dopo il disastro, la polizia comincia a depistare e insabbiare la verità. La strategia è semplice. Danno la colpa alla vittime, sfruttando lo stereotipo dei sostenitori del Liverpool e dei tifosi in generale. “Erano ubriachi, senza biglietti, violenti, ladri”, viene detto. Queste bugie sono confezionate e rilasciate a un’agenzia di stampa.

Molti giornali riproducono questa versione dei fatti, ma solo uno la mette in prima pagina. Il Sun, popolare tabloid di Rupert Murdoch, pubblica tutto il 19 aprile. È una delle pagine più nere della storia del giornalismo. Il titolo è The truth e l’articolo parla di tifosi che derubano i cadaveri e urinano sulla polizia che cercava di aiutare le vittime. Incredibilmente, questa versione rovesciata della realtà per molti diventa la verità. A Liverpool, dall’aprile del 1989 è molto difficile trovare una copia del Sun. Non hanno perdonato quell’articolo.
Le famiglie cominciano una lunga e faticosa battaglia per ottenere verità e giustizia. Trevor Hicks diventa uno dei leader della protesta. Intanto le reti negli stadi cadono, per sempre, in Inghilterra e Scozia. Ma l’insabbiamento della verità continuerà per molti anni nonostante una serie d’inchieste, processi, documentari e libri. Fino al 2009, quando il ministro laburista Andy Burnham ordina una nuova inchiesta, questa volta con tutti i documenti disponibili. Finalmente, il 12 settembre 2012 è stato il giorno della svolta. Il premier David Cameron ha chiesto scusa, a nome dello stato ma anche della nazione intera, alle famiglie delle vittime. Il rapporto diffuso dal governo è devastante. La polizia ha aggiustato la verità, fin dall’inizio. Molte delle vittime potevano essere salvate. Continua la lettura di La verità sulla tragedia di Hillsborough

Argentina, ergastolo per l’Angelo della morte

Lo chiamano “l’angelo biondo della morte”, ma di certo sarebbe più corretto definirlo “diavolo”. Riconosciuto finalmente responsabile di crimini contro l’umanità, l’ex capitano di vascello della Marina argentina Alfredo Astiz è stato condannato all’ergastolo insieme ad altri ex alti ufficiali della polizia argentina. Astiz, Jorge “Tigre” Acosta e altri dieci imputati erano sotto processo a Buenos Aires per il dramma dei “desaparecidos” durante la dittatura militare tra il 1976 e il 1983. I reati per cui sono stati condannati sono rapimento, tortura e omicidio di dissidenti nel più grande centro di detenzione e tortura di Buenos Aires, la Escuela mecanica de la armada (Esma).


Ex spia della Marina, l’ormai 59enne Astiz si guadagnò il suo soprannome “angelico” per i tratti gentili del viso, e la spietata capacità di insinuarsi tra i contestatori del regime per poi farli arrestare. È stato ritenuto responsabile, tra l’altro, di complicità nella scomparsa, tortura e uccisione delle due suore francesi Alice Domon e Leonie Duquet, e di Azucena Villaflor, fondatrice del gruppo Madri di Plaza de Majo. Astiz si era infiltrato nel gruppo che si riuniva nella Chiesa di Santa Cruz a Buenos Aires, spacciandosi per fratello di una desaparecida. In pochi mesi fece sequestrare, torturare e assassinare dodici donne che avevano l’unico torto di aver chiesto notizia dei propri familiari scomparsi.
Astiz è stato anche giudicato colpevole della sparizione di Rodolfo Walsh, che insieme allo scrittore Gabriel Garcia Maquez fondò l’agenzia Prensa Latina e che diede voce al dissenso durante la dittatura. I crimini riguardanti tutti gli imputati includono 86 casi di tortura e omicidio di desaparecidos commessi all’Esma, ora museo aperto al pubblico. Si stima che nella struttura furono detenute circa 5mila persone e che meno della metà di loro sopravvisse. Il processo, iniziato a dicembre 2009, ha visto la condanna di altri quattro imputati al carcere per periodi di pena tra 18 e 25 anni e l’assoluzione di altri due.
Alla lettura delle sentenze centinaia di attivisti, parenti dei desaparecidos e gente comune in attesa in strada ha festeggiato, applaudendo e piangendo. “Olé olé, avranno il destino dei nazisti. Dovunque andranno, li troveremo”, cantavano, definendo quello di oggi un “giorno storico per l’Argentina”. Intanto, prosegue il processo sul rapimento sistematico dei figli delle detenute nel centro, che era utilizzato anche per far partorire le donne incinte. I neonati venivano fatti scomparire e affidati in segreto ad altre famiglie.

“Spioni, fascisti ed esaltati”, Chiarite le colpe storiche della strage di Brescia

(di Michele Brambilla)

Siccome in Italia l’impunità dei bombaroli non è una sorpresa ma una tragica routine, la lettura della sentenza non provoca più né lo stupore né la rabbia di tanti anni fa. In aula solo un’anziana signora pronuncia, anzi sussurra un quasi timido «vergogna» prima di scoppiare in lacrime: chissà chi ha lasciato, quel 28 maggio 1974. C’è amarezza. Ma non sorpresa. Nessuno si faceva illusioni. Troppo tempo è passato perché si potesse ricostruire la verità «al di là di ogni ragionevole dubbio», come il Codice impone. Troppi depistaggi, troppe omertà, troppe ritrattazioni avevano reso l’inchiesta un puzzle impazzito e non più ricomponibile. Ma proprio quei depistaggi, quelle omertà e quelle ritrattazioni, se da una parte impediscono di arrivare a una verità giudiziaria, dall’altra consentono di giungere a una verità storica.E cioè che per piazza della Loggia, così come per quasi tutte le altre stragi, uomini dello Stato hanno coperto, nascosto, deviato. Al di là delle assoluzioni, un quadro fosco di connivenze e intrecci inconfessabili sembra fissato per essere consegnato, se non ai giudici, agli storici. La formula scelta ieri dalla Corte d’assise per assolvere equivale alla vecchia insufficienza di prove. Vuol dire che le prove non bastano, ma almeno in parte ci sono. Non le prove delle responsabilità personali degli imputati; ma quelle del folle agitarsi di un mix di vecchi nostalgici del fascismo, di giovani ed esaltati estremisti, di spie, di ufficiali infedeli. E’ lo scenario che vede al centro Maurizio Tramonte, 58 anni, l’unico degli imputati a prendersi il disturbo di venire almeno qualche volta in aula a rispondere alla Corte.
Tramonte è l’uomo che ha dato il la al processo. Nei primi anni Settanta bazzicava la sede del Msi di Padova, tanto frequentata da teste calde da indurre Almirante a chiuderla. Per teste calde si intendono gli aderenti a Ordine Nuovo, un’organizzazione con due livelli, uno palese e uno clandestino. Così come tanti altri della sua risma, anche Tramonte era, oltre che un militante di estrema destra, anche un confidente dei servizi segreti: in codice, la «fonte Tritone».
Al centro di controspionaggio padovano mandava informative tenute in gran conto, se è vero che proprio in questo processo l’ex generale del Sid Gianadelio Maletti (già condannato per depistaggio per la strage di piazza Fontana) ha raccontato che Tramonte è stato, dal ’72 al ’76, «una fonte molto attendibile». Dunque che cosa dicevano quelle informative di Tramonte? Che si stava preparando un grosso attentato al Nord. Attenzione alle date. Continua la lettura di “Spioni, fascisti ed esaltati”, Chiarite le colpe storiche della strage di Brescia

I quesiti irrisolti della guerra di Bosnia

10 luglio 2008, camera ardente presso l’ex base Onu di Potocari, con le 308 bare da inumare nella cerimonia del giorno dopo

Tante sono le immagini e le emozioni, gli odori e le sensazioni che ho portato con me in Italia dopo la breve, ma memorabile visita a Srebrenica. Su tutte però ci sono le domande: chiare, inequivocabili e allo stesso tempo rimaste drammaticamente prive di risposta, relativamente a quanto è accaduto solo 13 anni fa. Da allora, da quel tragico 1995 che vide la fine del conflitto nella ex Jugoslavia, non uno dei problemi rimasti sul tappeto è stato risolto. Srebrenica, un tempo cittadina turistica con quasi 40.000 abitanti per il 70% bosgnacchi (musulmani di Bosnia), è adesso un paesone spettrale, popolato da meno di 10.000 persone, ora in gran parte serbe di religione ortodossa. Gli effetti della pulizia etnica sono evidenti dai numeri e dall’odio palpabile che si respira in città: dove i manifesti della cerimonia dell’11 luglio – il genocidio accertato dalla giustizia internazionale – si mescolano a quelli del giorno successivo, una sorta di ‘contromanifestazione’ organizzata dai nazionalisti serbi per commemorare i loro morti. Rivendicando un improbabile ruolo di vittime che puzza di negazionismo nei confronti del genocidio attuato dagli uomini di Mladic nel 1995 con la benedizione dell’Onu. Tra i monti che circondano i palazzi ancora crivellati dalle granate e dai colpi dei cecchini, la popolazione vive drammaticamente divisa, lacerata, come sospesa in un limbo di ‘assenza di guerra’, più che di vera e propria pace. Qui si capisce molto chiaramente che il potenziale incendiario della ‘polveriera balcanica’ è rimasto intatto, e che nessuna delle domande relative alle responsabilità dell’Onu e dei governi occidentali ha ancora ricevuto una spiegazione. Srebrenica è il simbolo del fallimento della comunità internazionale e di una rimozione dalle coscienze dell’Occidente. Quell’Occidente che ancora ragionava con l’incoscienza e il dinsicanto che seguiva la caduta del Muro di Berlino ma ancora non immaginava l’11 settembre. Perché la Nato non intervenne in quell’occasione, a difesa delle migliaia di disperati mandati al macello a Srebrenica e nei vicini prati di Potocari? Perché le Nazioni Unite scomparvero dalla zona delle operazioni e lasciarono via libera ai carnefici serbi? Che senso ha avuto affrettarsi a ricostruire alcuni luoghi simbolici (tra tutti il ponte di Mostar e il parlamento di Sarajevo), se poi i Balcani sono oggettivamente usciti dalle agende politiche delle grandi potenze mondiali? Come si può essere così miopi – o in malafede – e non vedere che i Balcani rischiano di diventare in questo modo sempre più un territorio fertile per il radicalismo islamico fomentato dai paesi arabi? Come pensare di ridare una speranza a questi popoli, di creare democrazie stabili e durature se non riusciremo ad assicurare una volta per tutte i colpevoli alla giustizia? RM