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Quello di Long Kesh fu un martirio inutile?

“Mio padre è stato lasciato morire per niente”

La figlia di Mickey Devine accusa il Sinn Fein

La 35enne Louise Devine ha trascorso tutta la sua vita senza suo padre, dopo averlo visto morire di fame in carcere quando era solo una bambina piccola. È cresciuta forte e temprata dal dolore, convinta che suo padre è stato un eroe e che il suo sacrificio sovrumano è servito a dare la libertà agli irlandesi scrivendo la storia di uno dei momenti-chiave del conflitto con Londra. Nella primavera- estate del 1981 dieci giovani prigionieri rinchiusi nel carcere di Long Kesh cominciarono uno sciopero della fame che li avrebbe portati alla morte in rapida successione. Il primo era Bobby Sands, l’ultimo sarebbe stato Mickey Devine, il papà di Louise. Una manciata di anni fa la giovane donna ha visto incrinarsi tutte le tragiche ma confortanti certezze nelle quali aveva fino ad allora avvolto il suo incubo personale.

I martiri di Long Kesh. Mickey Devine è l'ultimo a destra, nella seconda fila

I capisaldi della sua vita hanno cominciato a sprofondare lentamente leggendo le pagine del libro Blanketmen, nel quale l’autore Richard O’Rawe – anch’egli reduce da quella tragica esperienza carceraria di trent’anni fa – ha raccontato l’esistenza di un accordo segreto formulato dal governo britannico che avrebbe potuto salvare la vita agli ultimi sei irlandesi in sciopero della fame. Un accordo che la leadership del partito Sinn Féin avrebbe rifiutato senza sottoporlo alle famiglie dei prigionieri in sciopero, perché voleva ottenere il massimo beneficio in termini elettorali dallo scontro carcerario. Se quell’accordo fosse stato accettato si sarebbero salvati in sei, tra questi c’era anche “Red Mickey”, il ragazzo di Derry con i capelli rossi, padre di due figli e militante del gruppo di estrema sinistra INLA. E’ certo che un libro – anche se contiene rivelazioni clamorose e molto documentate – non può bastare da solo a riscrivere la storia di un martirio contemporaneo, svalutandone l’utilità concreta oltre al significato epico. Ma da quando Blanketmen è apparso sugli scaffali delle librerie sono accadute molte cose che hanno purtroppo confermato la tesi del suo autore, che due anni fa è uscito con un altro volume – Afterlives – che arricchisce la vicenda di ulteriori particolari. Liam Clarke, uno dei veterani del giornalismo irlandese, ha poi scovato l’accordo originale consegnato in carcere da un emissario del governo di Londra. E a confermare tutto, alcune settimane fa, è giunta anche la pubblicazione di una serie di documenti declassificati dagli archivi di Stato britannici allo scadere della regola dei trent’anni. Ecco perché oggi Louise Devine si sente crollare la terra sotto i piedi e lancia un pesante atto d’accusa contro la dirigenza del Sinn Féin. “Esiste ormai una montagna di prove sull’esistenza di un’offerta degli inglesi, che fu accettata dalla direzione carceraria dell’IRA, ma venne respinta dalla dirigenza esterna – ha affermato la ragazza in un’intervista al quotidiano Sunday World – se papà avesse saputo di quella proposta, avrebbe terminato il suo sciopero. Era un uomo giovane con due figli che adorava e meno di due anni ancora da scontare in prigione. Aveva tutte le ragioni per continuare a vivere. Invece ha trascorso sessanta giorni d’agonia ed è morto per niente, perché gli inglesi erano già disposti a soddisfare quasi tutte le richieste dei prigionieri”. Louise ha detto di essere disgustata dai vertici partito repubblicano e ha chiesto un incontro urgente con Gerry Adams, Martin McGuinness e altri personaggi-chiave che 30 anni fa gestirono da fuori dal carcere quella fase drammatica. “Voglio delle risposte. Avevo solo cinque anni quando ho visto mio padre agonizzare e poi morire in quel campo di concentramento che era la prigione di Long Kesh. Mi sono seduta sul suo letto e lui non riusciva neanche a vedere me e mio fratello perché era cieco. Mi ricordo le lacrime che gli colavano sul viso quando l’abbiamo lasciato per l’ultima volta”. I Devine sono la prima famiglia di una vittima dello sciopero del 1981 che si scaglia frontalmente contro la leadership del Sinn Féin in seguito alle recenti rivelazioni.
RM

Bobby Sands, ombre sull’I.R.A.

da “Avvenire” di oggi

Martiri per la libertà o uccisi da un cinico calcolo politico dei loro compagni? Lo sciopero della fame in carcere che nel 1981 portò alla morte Bobby Sands e altri nove prigionieri irlandesi in poco più di tre mesi è oggetto di un dibattito dai toni sempre più accesi, che rischia di trasformarsi in un terremoto politico alla vigilia del trentesimo anniversario a causa del libro “Afterlives” di Richard O’Rawe, arrivato da qualche settimana nelle librerie britanniche. L’autore, all’epoca responsabile dei comunicati inviati all’interno della prigione di Long Kesh a Belfast, fornisce prove clamorose sull’esistenza di un accordo segreto offerto dal governo britannico all’I.R.A. che avrebbe potuto salvare la vita agli ultimi sei prigionieri in sciopero per ottenere le famose “cinque rivendicazioni” (non indossare l’uniforme carceraria, non svolgere lavoro in carcere, poter organizzare attività ricreative, ricevere una visita, una lettera e un pacco a settimana, poter frequentare gli altri detenuti). All’inizio di luglio del 1981 Londra avrebbe accolto le prime quattro richieste e ciò sarebbe bastato a far interrompere la protesta salvando la vita a Joe McDonnell, Martin Hurson, Kevin Lynch, Kieran Doherty, Thomas McElwee e Michael Devine, che invece morirono in rapida successione tra luglio e agosto. Gerry Adams e i leader del partito – secondo quanto afferma O’Rawe – avrebbero infatti respinto l’offerta nascondendola ai compagni per sfruttare l’onda emotiva della protesta e ottenere il massimo profitto politico dalla radicalizzazione dello scontro carcerario. Il retroscena fu rivelato cinque anni fa dallo stesso O’Rawe in “Blanketmen”, il suo precedente libro diventato ormai un bestseller, che ha fatto gridare allo scandalo la leadership e gran parte dei militanti del partito Sinn Fein. L’ipotesi dell’esistenza di un simile accordo segreto è stata definita un’eresia che infanga la memoria della fase più eroica della lotta per la libertà dell’Irlanda e O’Rawe è stato accusato di averne tradito gli ideali. Continua la lettura di Bobby Sands, ombre sull’I.R.A.

“Fu Gerry Adams a ordinare quegli omicidi”

Le testimonianze di Brendan “The Dark” Hughes contenute nel nuovo libro di Ed Moloney gettano nuove pesanti ombre sul passato del presidente di Sinn Fein. Ma stavolta con possibili conseguenze giudiziarie.

È appena uscito nelle librerie irlandesi e britanniche Voices from the Grave, il nuovo attesissimo libro del giornalista Ed Moloney, basato sulle testimonianze di due figure centrali del conflitto anglo-irlandese: Brendan Hughes, ex comandante della brigata dell’IRA di Belfast e David Ervine, leader del gruppo paramilitare protestante Ulster Volunteer Force. Il libro è basato sulle interviste raccolte alcuni anni fa dagli studiosi del Boston College. L’obiettivo dei ricercatori era quello di raccogliere le testimonianze degli ex leader dei gruppi paramilitari prima che fosse troppo tardi: il patto era che questi rompessero il codice del silenzio e parlassero con la massima franchezza, ricevendo in cambio la promessa che niente sarebbe stato pubblicato prima della loro morte (Hughes è morto nel 2008, Ervine un anno prima). Il libro era talmente atteso in Irlanda che 85 copie sono state vendute in mezz’ora subito dopo il loro arrivo negli scaffali della piccola libreria di Andersonstown, quartiere popolare repubblicano di Belfast ovest. Anche nel sud dell’isola si sono registrati molti casi simili. Appare particolarmente rilevante il fatto che nelle sue pagine un uomo di spicco dell’esercito repubblicano come “The Dark” confermi, per la prima volta, il coinvolgimento di Gerry Adams nella lotta armata: Hughes è stato per lunghi anni amico e compagno di lotta di Adams, che ha sempre invece negato di aver fatto parte dell’IRA. Secondo le rivelazioni di Hughes (un estratto qui), il presidente di Sinn Fein avrebbe ordinato personalmente alcuni noti omicidi ‘punitivi’ compiuti dall’IRA nei primi anni ’70. Uno di questi vide la morte e la sparizione del cadavere di Jean McConville nel 1972. La donna, che abitava nel quartiere nazionalista di Falls Road con i suoi dieci figli, fu punita per aver collaborato con l’esercito britannico, divenendo forse la più famosa tra le vittime dell’IRA “scomparse”, cioè sepolte in luoghi segreti per depistare le indagini sulla loro fine. “Non ho mai compiuto un’operazione del genere senza l’ordine o l’avallo da parte di Gerry – racconta Hughes – e vederlo seduto in parlamento negando il suo passato è come vedere Hitler che nega l’esistenza dell’Olocausto”. “La donna – prosegue Hughes – era un’informatrice degli inglesi. Inviai un’unità a perquisire la sua abitazione e trovò una ricetrasmittente. L’arrestammo e la interrogammo. L’ordine di ucciderla arrivò dall’uomo che da anni guida il Sinn Fein”. Far parte dell’Ira, per Brendan “The Dark” Hughes, era un onore, non una vergogna. Le sue dichiarazioni postume sono quindi una sorta di vendetta, perché il defunto volontario repubblicano riteneva inammissibile che Gerry Adams, suo vecchio amico e compagno, continuasse a negare il suo coinvolgimento. Lo considerava anche una mancanza di rispetto nei confronti dei compagni caduti. Adams avrebbe guidato il gruppo degli “sconosciuti”, un’unità speciale dell’esercito repubblicano che divenne attiva dal 1972, subito dopo il suo rilascio dalla prigione di Long Kesh, per prendere il comando della brigata di Belfast. Quando si scopriva che un nazionalista di Belfast lavorava come informatore per la polizia o l’esercito britannico, veniva ammazzato con un colpo alla testa e il suo corpo veniva lasciato sulla strada, perché fosse da monito per gli altri. Ma quando un omicidio veniva considerato imbarazzante per l’IRA – come nel caso della McConville, madre di dieci figli – il suo corpo ‘spariva’, veniva cioè sepolto in un luogo ignoto. Se il diretto coinvolgimento di Adams fosse confermato anche a livello giudiziario, il leader di Sinn Fein potrebbe fare la fine dell’ex presidente peruviano Fujimori, condannato un anno fa per violazioni dei diritti umani, tra cui la ‘sparizione’ di alcuni studenti.
Riccardo Michelucci

La pace in Irlanda appartiene anche a Ted

kennedyadams

Edward “Ted” Kennedy, morto ieri a 77 anni, ha avuto un ruolo importante anche negli anni cruciali del processo di pace anglo-irlandese. Da sempre guardato con sospetto, quando non con odio, dagli inglesi e dagli unionisti dell’Ulster per il suo presunto sostegno finanziario nei confronti dell’I.R.A., l’ultimo grande vecchio della più famosa famiglia di irlandesi d’America non aveva mai fatto mistero delle sue simpatie politiche e aveva sempre creduto fermamente, fin dai primi anni ‘70, nella necessità di un ritiro dei contingenti militari britannici dall’Irlanda del Nord. Ma fu durante l’amministrazione Clinton che l’anziano senatore democratico spese fino in fondo tutta l’influenza politica del suo clan familiare, convincendo il presidente statunitense a far cessare la pluridecennale scomunica nei confronti del Sinn Fein e contribuendo a far finalmente accogliere Gerry Adams negli Stati Uniti. Un viaggio che durò un paio di settimane, quello di Adams nel settembre 1994, e che fu all’epoca contrastato con durezza dal Dipartimento di Stato di Washington, dall’Fbi e da gran parte dei politici statunitensi, oltre che dal governo di Londra. Il lasciapassare di Clinton alla fine arrivò, grazie anche al decisivo consiglio di Kennedy. Per l’I.R.A., da pochi giorni impegnata nel primo, difficile cessate il fuoco, si trattò di un passaggio politico importantissimo sulla strada della fine del conflitto armato.
RM