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Il genocidio in Bosnia e le colpe dello stato serbo

Pubblicare i verbali delle sedute del Consiglio Supremo della Difesa di Belgrado sarebbe l’unico modo per fare luce definitivamente sul ruolo della Serbia nel genocidio bosniaco. È quanto sostiene un gruppo di 54 docenti universitari, intellettuali e attivisti per i diritti umani che in una lettera aperta alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja critica la sentenza che nel febbraio 2007 ha negato il coinvolgimento dello stato serbo nelle mattanze dei primi anni ’90. “Il verdetto della Corte è il risultato dell’assenza di prove e di concessioni politiche al governo serbo. E tenere segreti quei verbali è come svolgere il processo di Norimberga celando le prove a carico dei gerarchi nazisti”, si legge nell’appello, firmato tra gli altri da Bianca Jagger e dalla presidentessa del Comitato dei giuristi serbi per i diritti umani, Biljana Kovacevic.

L’Olocausto dei bambini ceceni

Già autrice de “Il libraio di Kabul” e tra le più accreditate reporter di guerra d’Europa, la giornalista norvegese Asne Seierstad è tornata in Cecenia, nel disastrato paese dov’era già stata alla fine del 1995, quando da giovane cronista seguì gli eserciti di Yeltsin che avevano appena attaccato Grozny. “Il bambino dal cuore di lupo. Storie dall’inferno della Cecenia in guerra” è il suo drammatico libro a metà tra reportage e racconto letterario appena uscito in edizione italiana per Rizzoli. Di fronte all’incancrenimento di un conflitto che ha ucciso più di centomila civili, Seierstad ha sentito il bisogno di dare un volto alle vittime documentando l’umiliazione di un paese schiacciato dalla politica russa dell’era Putin. Una recensione del libro è uscita qualche giorno fa su “Avvenire”.

Il Tibet come Tien an Men (ma i politici e il Papa non se ne sono accorti)

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1989 – 2008

tibet2.jpg Mentre il governo cinese massacra i tibetani, i politici italiani si azzuffano sulle solite beghe da repubblica delle banane. E la politica estera continua a rimanere fuori da una campagna elettorale troppo occupata a parlare di Ciarrapico o di Calearo. Non una parola sui fatti di Lhasa è giunta ancora da Benedetto XVI. I politici di ogni colore e anche il Papa non hanno il coraggio né l’interesse di prendere una posizione nei confronti di quanto sta accadendo in Tibet. Il loro silenzio assordante assomiglia a quello che ci fu nel 1989, in occasione del massacro di piazza Tien an Men. Fare affari con la Cina, si sa, è troppo importante. E questa estate tutti davanti al televisore ad ammirare le coreografie dell’inaugurazione dei giochi olimpici di Pechino. I cerchi olimpici di quest’anno grondavano sangue anche prima che iniziasse la repressione di questi giorni. Ma adesso ci sarebbe un motivo in più per boicottarli. E quando si parla di diritti umani e repressione della democrazia, gli Stati Uniti dimostrano come sempre di essere i più avanzati, nonché i più originali di tutti: per una tragica ironia del destino, solo pochi giorni che iniziasse il massacro in Tibet un rapporto del Dipartimento di Stato Usa ha tolto la Cina dalla “lista nera” dei paesi che violano massicciamente i diritti umani.

Il governo cinese ha anche bloccato l’accesso a Youtube dopo che sul sito erano apparse immagini delle violenze in Tibet. Chi voglia accedervi dal territorio cinese, trova solo uno schermo bianco e l’indicazione di ‘errore’.

Impossibile dunque, vedere filmati come questo qui:

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=SBhhOPXMCFk&hl=en]

Il massacro di Halabja e il doppio gioco Usa

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La mattina del 15 marzo 1988 venti aerei dell’aviazione di Saddam Hussein sorvolarono il cielo sopra la cittadina curda irachena di Halabja. Il più massiccio e letale attacco con armi chimiche su civili che la storia ricordi durò quattro interminabili giorni, causando la morte di almeno 5000 civili, in gran parte donne e bambini. Oggi, mentre ricorre il ventesimo anniversario, l’attuale governo iracheno ha affermato di voler intentare azioni legali contro i fornitori – occidentali – dell’agente chimico usato nell’attacco e ha approvato un finanziamento di 6 milioni di dollari per la ricostruzione della città.

Ma aggiungendo ulteriore barbarie a quanto accadde esattamente 20 anni fa, alcuni giorni fa il Consiglio presidenziale iracheno ha anche approvato l’esecuzione di Ali Hassan al-Majid, detto “Ali il chimico”, uno dei più stretti collaboratori di Saddam. Al Majid è considerato il responsabile dell’attacco chimico sulla città curda per questo è stato condannato a morte insieme ad altri ex gerarchi del regime. Sulla vicenda di Halabja e sul doppio gioco degli Usa in proposito è assai lluminante quanto scrive il media indipendente americano “Democracy now”.

La banalità del male

C’è un genocida tra noi. O meglio, c’è stato. Ha vissuto accanto a noi, a un passo dalle nostre case, ha fatto lezioni di catechismo ai nostri figli, ha recitato messa e confessato tanti fiorentini. Ma qualche anno prima di riempirsi la bocca con parole come “perdono”, “pace” e “solidarietà”, si era reso responsabile della morte di almeno 1500 ruandesi di etnia tutsi. Stiamo parlando di “Don Atanasio”, al secolo Athanase Seromba, il simpatico e brillante prete di colore che nella seconda metà degli anni ’90 ha fatto parte attivamente della parrocchia fiorentina di S. Martino a Montughi, nei pressi di via Vittorio Emanuele. seromba.jpg

Ieri la Corte d’Appello del tribunale internazionale per il crimini del Ruanda l’ha condannato all’ergastolo per aver commesso atti di genocidio e sterminio durante la mattanza che sconvolse il piccolo Paese africano nel 1994. Una valanga di prove e testimonianze hanno accertato che don Atanasio aveva attirato all’interno della sua parrochia a Nyange, nella prefettura di Kibuye, almeno 1500 persone. Aveva assicurato a tutti che lì, al cospetto di Gesù e della Madonna, protettrice del Ruanda, sarebbero stati in salvo. Le bande armate hutu non avrebbero osato entrare nella cattedrale. Invece mentre i rifugiati pregavano, ha chiuso a chiave le porte della chiesa, e ha ordinato all’autista di un bulldozer di abbattere l’edificio mentre gli assassini sparavano e lanciavano granate dalle finestre. Fu un massacro soprattutto di donne, vecchi e bambini. Dicono che durante il lungo processo il candido don Atanasio non abbia mostrato alcun segno di pentimento e non abbia riconosciuto le sue responsabilità. La corte ha constatato che senza la sua autorità morale quel massacro non sarebbe stato commesso.
A coprire la sua fuga in Italia era stato il Vaticano: con l’aiuto delle gerarchie vaticane si era rifugiato a Firenze, aveva cambiato nome, (padre Anastasio Sumbabura) e aveva continuato a officiare messa come se nulla fosse accaduto. Era stato poi riconosciuto e denunciato, ma l’allora procuratrice del Tribunale dell’Onu, Carla del Ponte, aveva avuto difficoltà a ottenere l’estradizione perché il Vaticano aveva esercitato pressioni sul governo italiano per evitare che prendesse una decisione in proposito. I parrocchiani fiorentini, convinti a priori della sua innocenza, avevano addirittura costituito un comitato in sua difesa. Chissà cosa penseranno adesso che la sentenza del tribunale internazionale ha finalmente chiuso l’incredibile storia di questo genocida della porta accanto.