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Ricordare il genocidio armeno, non solo per il centenario

Niccolò Rinaldi

armenian_genocide_turkey2Hitler aveva avvertito: “Chi parla ancora oggi dell’annientamento degli armeni?” (Wer redet noch heute von der Vernichtung der Armenier?), secondo questa frase attribuitagli nel 1939 da Louis Lochner, capo dell’ufficio berlinese dell’Associated Press, e ripresa in un rapporto trasmesso a Londra, il 25 agosto del 1939 dall’ambasciatore britannico sir Nevil Henderson. A cento anni esatti dal genocidio degli armeni, possiamo rispondere: oggi sono pochi a parlarne, a scriverne, a ricordarsi di quell’immane carneficina.
Il prossimo 24 aprile, data della commemorazione, ci sarà un soprassalto istituzionale – qualche solenne dichiarazione, una cerimonia, un po’ di articoli – ma poi, verosimilmente, cadrà lo stesso silenzio che ha accompagnato finora questi mesi dell’anno del centenario del primo genocidio del Novecento. Peccato, perché si dovrebbe arrivare all’anniversario del 24 aprile preparati in quanto società collettivamente consapevole del suo dovere di memoria condivisa, e non commemorando un centenario con improvvisazione o addirittura come si timbrerebbe il cartellino dell’atto dovuto.
“Dovere” di memoria, ma anche, soprattutto, “interesse”. Potrebbe bastare l’attualità, la cruda cronaca di quanto accade anche agli armeni di Aleppo, o alle altre minoranze abbattute dal sedicente Stato Islamico, per convincersi che senza memoria siamo condannati a rivivere gli incubi del passato – la piccola grande verità detta tante volte, e mai capìta. Tanto più per una tragedia che ha fatto da apripista alla sequela di atrocità del secolo, una vicenda che ha fatto scuola, come le parole di Hitler tristemente confermavano.
Tra le poche iniziative editoriali in occasione del centenario, la Giuntina ha pubblicato Voci ebraiche per l’Armenia, con gli scritti di quattro intellettuali ebrei – rappresentanti di un popolo che ha fatto della memoria una ragione di identità e di forza interiore – che all’epoca del genocidio avevano attivato le loro antenne e recepivano con preveggenza le conseguenze terribili di quanto avveniva. Denunciavano il nazionalismo spinto dei Giovani Turchi, ma non sfuggì loro nemmeno il ruolo collaborazionista della Germania, la “mentalità sconcertante” e l’ottuso “spirito di disciplina” dei suoi funzionari che, alleati dell’Impero Ottomano, furono complici del genocidio.
Così nel 1915, tra massacri turchi, condiscendenza tedesca, strumentalizzazione russa, e lontananza se non indifferenza di troppi europei, sugli armeni si riversò una furia omicida di antica data. Dietro al milione mezzo di vittime – tutte civili, tutte morte per esecuzioni sommarie o di stenti nelle deportazioni che non risparmiarono né bambini né donne – si erano dati appuntamento secoli di persecuzioni contro il primo popolo ad aver accettato, come nazione, il cristianesimo, e sul quale si sono accaniti nella loro storia millenaria Nabucodonosor, Serse, Alessandro, i romani, i parti, i bizantini, i mongoli di Tamerlano, i saraceni, i crociati, fino agli ottomani e ai curdi.
Il Novecento volle pareggiare i conti di questa lunga storia con il suo metodo maniacale: accumulando cadaveri con il primo genocidio da parte di un esercito regolare contro una popolazione inerme. Ammazzata spesso all’arma bianca e con metodi efferati anche solo per risparmiare le pallottole. Affamata fino alla morte. Sterminata in modo da tentare di annientare questa anomalia storica quale è da sempre la comunità armena, popolo unito dalla sua chiesa, popolo disperso ormai in tre continenti, eppure sempre capace di resistere. Perché la lezione del genocidio armeno è anche, come fu per la Shoah, la capacità di risorgere, grazie anche a una conoscenza che rende più forti. Simmetricamente, il rifiuto a riconoscere il genocidio da parte della Turchia contemporanea, che peraltro niente avrebbe da spartire con l’eredità ottomana, è una crepa di debolezza, l’insicurezza di chi non riesce a fare i conti con il passato.
Ma biasimare la Turchia è ormai fuori luogo, perché ciascuno dovrebbe assumersi le proprie responsabilità. Nemmeno gli Stati Uniti hanno riconosciuto il genocidio, nonostante una sollecitazione del Congresso, per non incrinare l’amicizia di un alleato prezioso, e generoso anche di commesse militari, anche se ormai forse meno affidabile di prima. E se il parlamento italiano, come molti altri europei, ha riconosciuto il genocidio armeno da tempo, non per questo possiamo dire di “conoscere” e nemmeno di “riconoscere” questo evento per la centralità che ha nel XX secolo e per le conseguenze che si spingono fino a noi.
Per la storia cento anni sono pochi. Allora almeno in questo 2015 si dia un senso all’anniversario moltiplicando le occasioni: una lezione specifica in ogni scuola superiore, iniziative diffuse da parte degli enti locali, l’inaugurazione di qualche monumento, un’attenzione speciale da giornali e televisioni, parole significative da parte della politica. Siamo ancora a inizio 2015, ma non si perda altro tempo: non possiamo mica dare ragione a Hitler.