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L’indignazione si trasforma in best seller

S’intitola “Indignez-vous!” (indignatevi), supera appena le trenta pagine e con quasi un milione di copie vendute è già diventato uno dei più clamorosi casi editoriali francesi degli ultimi anni. L’autore del libretto è il 93enne Stephane Hessel, ex combattente della Resistenza al nazismo, che lancia un passionale appello all’indignazione e all’impegno politico di fronte alle ingiustizie del mondo contemporaneo. Non pochi intellettuali d’Oltralpe l’hanno già accusato di superficialità per i suoi temi piuttosto generici, eppure ha convinto il pubblico, costringendo parecchi editori a una vera e propria asta internazionale per ottenere i diritti di traduzione.
Con il suo libro, Hessel chiede alla società francese di recuperare i valori della Resistenza e di recuperare ambizioni e voglia di cambiare la società: “Il motivo di base della Resistenza era l’indignazione. Noi, veterani di quel movimento, chiediamo alle giovani generazioni di far rivivere gli stessi ideali”, scrive. Punta il dito sul divario crescente fra i “molto ricchi” e i “molto poveri”, contro “la dittatura dei mercati finanziari”, contro l’erosione delle conquiste della Resistenza francese, vedi un sistema pensionistico solidale e il sistema di sicurezza sociale. Non mancano le allusioni dirette a Nicolas Sarkozy e la rabbia scatenata dalla sua politica fiscale, studiata “a misura” per favorire i ceti più abbienti. Si scaglia inoltre contro il trattamento riservato ai clandestini. E ai Rom, buttati fuori dalla Francia spesso senza neppure uno straccio di sentenza giudiziaria. “Comprarlo è un atto militante – ha scritto il quotidiano Liberation – un gesto di comunione, la partecipazione a un’emozione collettiva”.

La Francia dice addio al revisionismo

Il potere legislativo non potrà più pronunciarsi su leggi che qualifichino o esprimano apprezzamento su fatti storici.

1874La nazione esprime la sua riconoscenza alle donne e agli uomini che hanno partecipato all’opera compiuta dalla Francia negli ex dipartimenti francesi di Algeria, Marocco, Tunisia e Indocina, così come in quelli appartenuti alla sovranità francese”. Recitava così la contestata legge del 23 febbraio 2005, in seguito alla quale si aprì nel Paese un dibattito molto esteso, incentrato sulla necessità di riconoscere la storia coloniale come parte integrante della nazione. Il voto sulla legge corrispose a rivendicazioni di varie lobby, prima fra tutte quelle delle associazioni di rimpatriati, che intesero fare pressione sull’Assemblea Generale affinché intervenisse in materia di insegnamento della storia coloniale. Il legislatore che recepì tali richieste preconizzò un controllo governativo sui testi di storia, considerando che “il ministro dell’istruzione nazionale esercita un diritto di supervisione sul contenuto dei manuali”. Un emendamento alla legge, poi ‘declassato’ dalla Corte costituzionale su indicazione di Chirac, prevedeva che anche i programmi scolastici riconoscessero il ruolo positivo della presenza francese oltremare. Da oggi non sarà più possibile legiferare su fatti inerenti alla storia nazionale. Una commissione parlamentare francese ha infatti pubblicato le sue conclusioni sulle cosiddette leggi della memoria, raccomandando che in futuro non vengano più votate simili leggi di natura storica. Dopo aver ascoltato una settantina di storici, ricercatori, sociologi e insegnanti, la commissione ha innanzitutto stabilito che il Parlamento non dovrà più pronunciarsi sui provvedimenti già adottati relativi alla lotta al razzismo, all’antisemitismo o alla xenofobia (legge Gayssot), o al riconoscimento della schiavitù come crimine contro l’umanità (legge Taubira). In aggiunta a questo, si è deciso che non spetterà più al potere legislativo pronunciarsi su leggi che qualifichino o esprimano apprezzamento su fatti storici. La necessità di affrontare nuovamente il problema nacque immediatamente dopo l’approvazione della legge del 2005, che mise in luce, per usare la parole dei detrattori del provvedimento, i ‘rapporti incestuosi’ tra storia e legge, sollevando una polemica nazionale e provocando la furiosa rabbia degli algerini, che accusarono i francesi di aver approvato una legge che “glorifica l’atto coloniale, consacra una visione retrograda della storia” e cerca di giustificare “la barbarie delle gesta coloniali attenuando gli atti più odiosi”. La storia è come un coltello – diceva Marc Bloch -, serve a tagliare il pane, ma può servire anche a uccidere.
(Da “Peacereporter”)

Quel silenzio francese sul Ruanda

(di Niccolò Rinaldi)*

I risultati della Commissione d’inchiesta ruandese dicono cose gravissime, terribili. Raccontano forse la peggiore onta di cui si sia macchiato un paese della civile Europa dal dopoguerra a oggi. Delineano una notte oscura dove ogni etica è morta. La forma più depravata di politica estera, di ingerenza, di giocare con la vita dei civili africani. Oltre questo abisso della politica, se ne sta aprendo un altro. Per molto meno, a Srebrenica, un governo olandese, seppure col tempo, si dimise. Per colpe ben meno gravi il Belgio ha chiesto formalmente scusa al Ruanda. Le denunce del Ruanda sul ruolo della Francia nel genocidio meriterebbero quantomeno di aprire un dibattito agitato in Francia e nel resto dell’Europa, dovrebbero provocare articoli e inchieste, trasmissioni televisive e ricerca delle responsabilità individuali, dovrebbero agitare le coscienze dei cittadini e quelle dei politici. Dovrebbero installare il sacro dubbio sulle nostre fragili certezze, scalfire la nostra sicurezza di civiltà. Kouchner, che della moral politik faceva una bandiera, ha balbettato poche cose. La stampa preferisce mescolare il tutto alla diatriba con l’indagine di Bruguière, come se questo riducesse di un palmo la pesantezza di quegli interrogativi: noi (francesi, europei) chi eravamo nel 1994? Noi dove eravamo nel 1994? Forse eravamo dove si trovava, nell’aprile di quell’anno, il Primo Ministro Balladur, che poneva una corona di fiori ad Auschwitz e pronunciava giuste parole sulle responsabilità del collaborazionismo di stato del suo paese nella caccia all’ebreo, mentre, in quegli stessi momenti, il suo paese armava i genocidari in Ruanda, quel paese per il quale, secondo Mitterand, “un genocidio non è una questione troppo importante”.
Intanto, oltre alla colpevole indifferenza con la quale media, politica e opinione pubblica guarda a queste cose, ci sfugge anche qualcos’altro che la Commissione d’inchiesta ruandese indica. Per la prima volta – è, sì, la prima volta – una paese che fu a lungo colonizzato mette a nudo le responsabilità di una potenza europea, una di quelle che in Africa è abituata da tempo a fare il bello e il cattivo tempo. La Francia ha perso la guerra in Ruanda, sconfitta militarmente dall’FPR. Adesso perdiamo tutti anche un’altra guerra, quella di capire che la storia sta cambiando, che pian piano c’è un’Africa che sta alzando la testa, che comincia a giudicare, perfino a rompere relazioni diplomatiche se si sente profondamente ferita, che sfida l’Europa mostrandoci più deboli di quello che siamo, meno padroni di un mondo che ci illudiamo poter dominare per sempre.

* Segretario generale aggiunto al Parlamento europeo, scrittore e saggista. Il suo ultimo libro è “L’invenzione dell’Africa”

La Francia colpevole del genocidio ruandese?

L’accusa è di quelle infamanti, non solo per un governo, ma per tutta una nazione. La Francia avrebbe preso parte attiva nel genocidio del 1994 in Ruanda, quando circa 800mila persone furono barbaramente uccise. L’accusa è contenuta nel rapporto di una Commissione indipendente, presentato al governo del Ruanda lo scorso novembre, ma reso pubblico solo ora. Il ministro della Giustizia ruandese Karugarama Tharcisse ne ha presentato le conclusioni: “il rapporto – ha detto – mostra il ruolo giocato dalla Francia durante il genocidio ed evidenzia anche il ruolo giocato dalla Francia dopo il genocidio nel proteggere le forze che hanno perpetrato il genocidio, rendendo difficile la loro consegna alla giustizia”.  Il rapporto, frutto di un’attività investigativa durata due anni, mette sotto accusa 33 persone tra alti funzionari militari e politici, tra i quali spiccano l’allora primo ministro Dominique de Villepen e il presidente Francois Mitterrand. La Bbc riferisce che la diplomazia francese si è riservata di rispondere nel merito delle accuse solo dopo aver letto e valutato il rapporto. Il ministro degli esteri di Parigi, Bernard Kouchner, ha avuto in quest’anno già occasione di negare ogni responsabilità pur ammettendo gli errori politici fatti nella gestione della crisi.