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L’Irlanda al voto sull’aborto. Intervista a Catherine Dunne

Venerdì di Repubblica, 27.4.2018

“L’aborto divide la società irlandese dal 1983, quando fu introdotto l’Ottavo emendamento alla Costituzione che equipara la vita del feto a quella della donna fin dal concepimento. Dobbiamo innanzitutto eliminare questa ingiustizia dalla Costituzione, poi la materia dovrà tornare nelle mani del legislatore”. La scrittrice Catherine Dunne è stata una delle prime ad aderire alla campagna degli artisti irlandesi a favore dell’abrogazione di quell’emendamento, insieme a Edna O’Brien, Colm Tóibín, Joseph O’Connor e a centinaia di altri intellettuali. “Tre anni fa, grazie a una campagna estremamente efficace, prevalse il sì nel referendum per il matrimonio tra persone dello stesso sesso – spiega l’autrice del recente romanzo Come cade la luce (Guanda) -, adesso abbiamo bisogno dello stesso impegno per emendare un deficit legislativo sull’aborto che contravviene anche la carta dei Diritti Umani delle Nazioni Unite”.
Il 25 maggio, dopo anni di tentennamenti e rinvii, si terrà un altro referendum indetto dal governo di Dublino che stavolta chiederà ai cittadini se vogliono mantenere l’Ottavo emendamento oppure consentire al Dáil Éireann, la camera bassa del parlamento, di legiferare permettendo l’aborto entro la dodicesima settimana di gravidanza.

Catherine Dunne

L’Irlanda ha ancora una delle leggi più restrittive del mondo, che non consente l’interruzione di gravidanza neanche in caso di stupro o incesto, e prevede pene fino a quattordici anni di carcere per le donne colpevoli di aborto illegale. La sensibilità di Catherine Dunne sull’argomento nasce anche da un’esperienza personale. Nel 1991 perse Eoin, il suo secondogenito appena nato, a causa di un distacco della placenta. Riuscì a superare quel trauma solo grazie al potere terapeutico della scrittura e all’aiuto degli amici. “Circa cinquemila donne lasciano l’Irlanda ogni anno per cercare un aborto sicuro e legale lontano da casa, in particolare nel Regno Unito. Ma i cambiamenti di paradigma culturale sono possibili. Una trentina d’anni fa il divorzio era impensabile e fino a poco tempo fa lo stesso concetto di matrimonio gay era incomprensibile. Spero che a breve anche la visione cattolica sull’aborto, finora sostenuta dallo stato irlandese, possa cambiare”. Una prima apertura c’è già stata nel 2013, con una legge che consente l’aborto se la gravidanza mette a rischio la vita della donna. Di recente il premier Leo Varadkar, del partito di centrodestra Fine Gael, ha affermato che non è più possibile continuare a esportare il problema all’estero, dal momento che in Irlanda “l’aborto esiste ma è pericoloso, non regolato e illegale”. Secondo i sondaggi più recenti circa il 56 per cento degli elettori risulta a favore dell’abrogazione dell’Ottavo emendamento ma i principali partiti irlandesi sono ancora fortemente divisi sul tema, mentre i cattolici tradizionalisti sono decisi a difendere l’ultimo argine contro la definitiva secolarizzazione del paese. “Sono ottimista”, conclude Dunne, “ma anche molto cauta, perché l’elettorato delle città è assai distante da quello delle aree rurali”.
RM

L’Irlanda apre sull’aborto?

Quelle del 26 febbraio prossimo saranno le elezioni generali dall’esito più incerto e dalle conseguenze sociali potenzialmente più profonde della storia della Repubblica irlandese. Appena cinque anni fa l’Irlanda si trovava sull’orlo della bancarotta, strozzata da una bolla speculativa immobiliare che aveva gettato in crisi l’intero sistema bancario nazionale. Oggi, dopo una ripresa economica da molti considerata sorprendente, il paese ha un debito pubblico che nell’ultimo anno è sceso di quasi nove punti percentuali in proporzione al Pil, un tasso di disoccupazione ai livelli minimi dell’area UE e previsioni di crescita che secondo la BCE sfioreranno il 5% nel 2016. Anche se la ripresa è più evidente nelle città che nelle aree rurali, tutti gli indicatori economici confermano che in Irlanda la crisi è finita e, dopo anni assai difficili, è stato varato il primo bilancio che non prevede nuove tasse né tagli alla spesa pubblica, mentre la creazione di nuovi posti di lavoro appare finalmente una prospettiva concreta. Tuttavia la coalizione di governo formata dal partito di centrodestra Fine Gael insieme ai laburisti non è riuscita a prendersi il merito dell’uscita dalla crisi e, stando agli ultimi sondaggi, difficilmente otterrà i seggi necessari per essere confermata. Secondo gli osservatori più attenti le dure politiche di austerità pagate dalla classe media e dai lavoratori puniranno soprattutto il Labour, e ad oggi l’ipotesi più gettonata contempla un accordo senza precedenti tra i due principali partiti, il Fianna Fail e il Fine Gael, la cui rivalità risale ai tempi della guerra civile degli anni ’20.
Gli orientamenti degli elettori irlandesi, anche prima della crisi, sono sempre stati condizionati molto più dai temi economici che dalle questioni sociali. Eppure il terremoto politico innescato dal referendum che il 22 maggio scorso ha equiparato i diritti delle coppie omosessuali ed eterosessuali ha aperto anche una breccia con possibili conseguenze per quanto riguarda una futura legalizzazione dell’aborto. Anche nella cattolicissima Irlanda c’è infatti chi da tempo chiede a gran voce un analogo referendum per abrogare l’Ottavo emendamento della Costituzione irlandese, che equipara il diritto alla vita della madre a quello del feto, stabilendo pene detentive fino a 14 anni per chi pratica aborti illegali. Negli ultimi mesi, a Dublino e dintorni, i gruppi dell’area radicale e femminista hanno organizzato vaste campagne di mobilitazione, sono state lanciate petizioni che hanno coinvolto personaggi della cultura e dello spettacolo, mentre centinaia di medici hanno firmato l’appello di Amnesty international che chiede al governo irlandese di depenalizzare l’interruzione di gravidanza.
In questi giorni la grande incertezza politica ha trasformato il tema dell’aborto nel convitato di pietra dell’attuale campagna elettorale. La questione non compare infatti nei manifesti dei principali partiti che, condizionati dal risultato del referendum dell’anno scorso e dai sondaggi che vedrebbero la maggioranza degli irlandesi favorevoli all’abolizione, preferiscono sfuggire il dibattito sull’argomento, affidandosi ai machiavellismi e rimandando il problema a dopo le elezioni. Il partito di maggioranza relativa Fine Gael ha rischiato di spaccarsi, tanto che il premier Enda Kenny ha imposto il silenzio ai suoi e ha concesso in cambio la libertà di voto nella convenzione costituzionale che si terrà dopo le elezioni, promettendo che il referendum si farà se il suo partito uscirà vincitore dalle urne. Micheál Martin, leader del Fianna Fáil, il maggiore partito d’opposizione, ha detto invece che non intende toccare l’Ottavo emendamento e neanche promuovere un referendum, ma metà dei suoi parlamentari hanno preferito non pronunciarsi, lasciando intravedere una possibile apertura. Appena un anno fa, al suo ultimo congresso, il partito repubblicano Sinn Féin, già braccio politico dell’IRA e protagonista di un’ascesa politica senza precedenti, ha abbandonato in modo del tutto strumentale la sua storica opposizione nei confronti dell’aborto, dichiarandosi a favore almeno in presenza di gravi anormalità del feto. Non hanno invece scelto una linea chiara, preferendo lasciare un sostanziale libertà di coscienza ai propri candidati, tutte le realtà politiche minori, tra cui il nuovo partito di centrodestra Renua Ireland. La verità è che nell’Irlanda odierna non esiste un partito politico espressamente impegnato a promuovere i valori cattolici e i singoli candidati stanno molto attenti all’umore dei loro elettori prima di prendere posizione su un tema così sensibile. Giorni fa l’arcivescovo di Armagh Eamon Martin, primate di tutta l’Irlanda, ha elencato con estrema chiarezza le priorità per i cattolici alle prossime elezioni. “A chi vuole il nostro voto – ha detto – dovremo chiedere fino a che punto sarà disposto a sostenere la famiglia e la vita, la libertà di educazione e di coscienza, oltre a un corretto equilibrio tra la vita e il lavoro che rispetti il ruolo delle madri e dei padri. Le politiche sociali ed economiche dovranno concentrarsi sul problema delle famiglie più povere, affrontando in particolare i bisogni dei bambini, degli anziani e dei giovani che vogliono metter su famiglia ma sono spesso costretti dalla situazione economica a restare da soli”. Alle parole di Martin ha fatto eco il monito del Primate della Chiesa d’Irlanda, l’arcivescovo anglicano Richard Clarke, anch’egli nettamente contrario a qualsiasi ipotesi di liberalizzazione dell’aborto.
È utile ricordare che l’Ottavo emendamento alla Costituzione irlandese venne adottato nel 1980 proprio da un governo Fine Gael-Labour al fine d’impedire che la Corte Suprema potesse sancire il diritto all’aborto su base giurisprudenziale, com’era già accaduto nei primi anni ’70. L’emendamento venne all’epoca approvato per via referendaria da un’ampia maggioranza di irlandesi e poi attenuato nel 1992, quando fu garantito alle donne il diritto di andare ad abortire all’estero. A chi sostiene che la vita delle madri viene messa in pericolo è stato già risposto nel 2013 con una legge che consente alle donne di interrompere la gravidanza se la loro vita è a rischio, includendo anche i casi di suicidio. Ma per il fronte abolizionista è ancora troppo poco e la richiesta è quella di cancellare il divieto una volta per tutte. Tutti i partiti irlandesi sembrano concordare sul fatto che la legislazione vada resa più chiara, stabilendo dei paletti ben precisi sulla concezione di rischio per la vita della madre. Proprio questa mancanza di chiarezza potrebbe alla fine spianare la strada agli abolizionisti tout court, consentendo loro di sostituire l’Ottavo emendamento con quello che è stato definito ‘aborto su richiesta’, uno scenario che equivarrebbe a una svolta storica per la Repubblica irlandese che proprio quest’anno celebra il centenario del suo evento fondativo, la Rivolta di Pasqua del 1916. Il prossimo governo irlandese, quale che sia, è atteso da sfide importanti come la riforma del settore pubblico, la grave emergenza abitativa, l’atteggiamento nei confronti di ‘Brexit’ (l’eventuale uscita di Londra dall’UE) e dovrà contenere la forte protesta popolare per la nuova tassa sull’acqua. Ma non potrà in alcun modo sottrarsi al dibattito sull’Ottavo emendamento, dal cui esito dipende il futuro dell’identità dell’Irlanda.
RM

La Tigre celtica non ha perso la fiducia

reportage uscito ieri su Avvenire

Il nuovo e avveniristico terminal 2 dell’aeroporto di Dublino, costato oltre 600 milioni di euro, è diventato la metafora della crisi irlandese. Doveva rappresentare il simbolo della solidità economica del paese e il nuovo ponte per collegare l’Irlanda agli Stati Uniti, al Canada e all’Australia, ma da quando è stato inaugurato nel novembre scorso – con il paese divorato dalla crisi – è subito diventato il punto di raccolta per le nuove generazioni di emigranti. Quasi una versione moderna e tecnologica delle banchine dei porti dai quali, a partire dal XIX secolo, milioni di irlandesi salparono per scampare alla miseria e cercare fortuna Oltreoceano. Oggi come allora, l’Irlanda assiste inerme alla fuga di un’intera generazione convinta di non avere alcun futuro a casa propria. Ma assai diversamente da allora, il paese possiede adesso alcune tra le migliori scuole e università del mondo dove i giovani si formano sapendo che molto probabilmente troveranno lavoro soltanto all’estero. Nel 2010, per la prima volta dopo tanti anni, il numero di irlandesi che hanno scelto di emigrare – oltre 40mila – ha superato il numero degli immigrati. Una tendenza che è proseguita anche quest’anno, in un paese che appena due anni fa vantava la piena occupazione e il secondo reddito pro-capite più elevato dell’Unione Europea. Soltanto nelle tre settimane dell’ultima campagna elettorale circa 3mila persone hanno lasciato l’Irlanda, semplicemente perché non avevano alcun motivo per restare. A convincerli è stata anche la paura, tramandata di padre in figlio, di ritrovarsi come trent’anni fa, quando un terzo della popolazione viveva al di sotto della soglia di povertà. “Ma stavolta il distacco è meno doloroso – spiega Tiziana Brancaccio, docente di economia all’University College di Dublino – perché quella che sta emigrando oggi è la generazione che negli ultimi quindici anni ha sperimentato l’emigrazione per divertimento e sa che può tornare a casa spesso grazie ai voli economici e può vedere la famiglia quando vuole attraverso Skype. È anche un’emigrazione meno disperata, perché i giovani sono molto più consapevoli del valore dei loro titoli di studio. Sicuramente gli anni del boom economico hanno dato agli irlandesi una nuova fiducia in loro stessi. Oggi sanno di avere le carte in regola per riuscire e di aver bisogno soltanto di opportunità, e questo li aiuterà psicologicamente”. A dare speranza è anche l’ineluttabile svolta politica arrivata puntualmente alla fine di febbraio, attraverso l’esito delle urne. Le ultime elezioni hanno portato in Irlanda il più clamoroso cambiamento dai tempi della guerra civile del 1922, con il principale partito politico del paese – il Fianna Fail – che ha visto crollare i propri consensi dopo aver governato per oltre sessanta degli ultimi ottant’anni, mentre il suo principale oppositore – il centrista Fine Gael – ha ottenuto il miglior risultato della sua storia. Continua la lettura di La Tigre celtica non ha perso la fiducia