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“I Carabinieri ci dissero: stuprate Franca Rame”

In memoria di una delle più grandi artiste italiane dell’ultimo secolo, è giusto ricordare oggi la storia del brutale stupro politico che Franca Rame dovette subire per il suo impegno civile. L’articolo che segue, a firma di Giovanni Maria Bellu, fu pubblicato da “La Repubblica” il 10 febbraio 1998. Tutto il suo contenuto fu poi confermato due anni dopo dalla Commissione Stragi nella relazione “Stragi e terrorismo in Italia dal dopoguerra al 1974”.

Furono alcuni ufficiali dei carabinieri a ordinare lo stupro di Franca Rame. L’ aveva detto dieci anni fa l’ ex neofascista Angelo Izzo, l’ ha confermato al giudice istruttore Guido Salvini un esponente di spicco della destra milanese, Biagio Pitarresi. Il suo racconto occupa due delle 450 pagine della sentenza di rinvio a giudizio sull’ eversione nera degli Anni 70. La sentenza è stata depositata pochi giorni fa, il 3 di questo mese. Lo stupro avvenne il 9 marzo del 1973, venticinque anni orsono. Un tempo che fa scattare la prescrizione e che garantisce l’ impunità alle persone chiamate in causa. Pitarresi ha fatto il nome dei camerati stupratori: Angelo Angeli e, con lui, “un certo Muller” e “un certo Patrizio”. Neofascisti coinvolti in traffici d’ armi, doppiogiochisti che agivano come agenti provocatori negli ambienti di sinistra e informavano i carabinieri, balordi in contatto con la mala. Fu proprio in quella terra di nessuno dove negli Anni 70 s’ incontravano apparati dello Stato e terroristi che nacque la decisione di colpire la compagna di Dario Fo. Ha detto Pitarresi: “L’ azione contro Franca Rame fu ispirata da alcuni carabinieri della Divisione Pastrengo. Angeli ed io eravamo da tempo in contatto col comando dell’ Arma”. Commenta il giudice Guido Salvini nella sua sentenza di rinvio a giudizio: “Il probabile coinvolgimento come suggeritori di alcuni ufficiali della divisione Pastrengo non deve stupire… il comando della Pastrengo era stato pesantemente coinvolto, negli Anni 70, in attività di collusione con strutture eversive e di depistaggio delle indagini in corso, quali la copertura di traffici d’ armi, la soppressione di fonti informative che avrebbero potuto portare a scoprire le responsabilità nelle stragi dei neofascisti Freda e Ventura”. Quando, nel 1987, Angelo Izzo parlò per la prima volta di un coinvolgimento dei carabinieri nell’ aggressione a Franca Rame, molti non ci credettero: la storia sembrava assurda, e Izzo era considerato, in generale, un personaggio poco attendibile, uno psicopatico sadico: era in carcere per lo stupro-omicidio del Circeo, una delle vicende più atroci della cronaca nera degli Anni 70. Poi i sospetti si erano rafforzati, ma senza determinare l’ avvio di una apposita indagine, durante l’ inchiesta sulla strage di Bologna quando era stato trovato un appunto dell’ ex dirigente dei Servizi Gianadelio Maletti. Raccontava di un violento alterco tra due generali: Giovanni Battista Palumbo (un iscritto alla loggia P2 che poi sarebbe andato a comandare proprio la “Pastrengo”) e Vito Miceli (futuro capo del servizio segreto). Il primo, si leggeva nella nota di Maletti, durante la lite aveva rinfacciato al secondo “l’ azione contro Franca Rame”. Era stata una delle più spregevoli, tra le tante ignobili, commesse dai neofascisti negli Anni 70. La sera del 9 marzo del 1973, nella via Nirone, a Milano, Franca Rame era stata affiancata da un furgone. C’ erano cinque uomini che l’ avevano obbligata a salire. La violentarono a turno. Gridavano: “Muoviti puttana, devi farmi godere”. Le spegnevano sigarette sui seni, le tagliavano la pelle con delle lamette. Una sequenza allucinante, che la Rame avrebbe inserito in un suo spettacolo, “Tutta casa, letto e chiesa”. Fu subito chiaro che la violenza contro la compagna di Dario Fo veniva dagli ambienti neofascisti. E infatti, come in quasi tutti i crimini compiuti in quegli anni dai neofascisti, i responsabili non furono scoperti”.

Ucciso dai nazisti, 63 anni dopo la liberazione di Mauthausen

Era il 5 maggio 1945 quando fu liberato l’ultimo campo di concentramento e di sterminio nazista: Mauthausen insieme con tutti i suoi sottocampi fra i quali Ebensee e Gusen. Come ci ricorda l’Aned, l’associazione degli ex deportati politici, proprio ieri ricorreva il 63esimo anniversario della liberazione del campo. E’ passato tanto tempo ma purtroppo è ancora possibile morire per mano dei nazifascisti. Ieri ha infatti perso la vita un ragazzo a Verona, Nicola Tommasoli, colpevole solo di essersi rifiutato di dare una sigaretta ad altri 5 ragazzi. Nel leggere questo episodio la mente ci riporta subito all’interno dei lager nazisti nei quali si poteva perdere la vita per niente, magari per aver rivolto lo sguardo ad una SS o magari per essersi rifiutati di dare una sigaretta ad un kapò. L’amico testimone di Nicola, descrive gli aggressori come cinque bestie che si sono accanite sul corpo del ragazzo, ed anche qui ci vengono in mente tutte le volte che i nostri ex deportati hanno definito le SS come bestie. “Purtroppo – dice l’Aned – ancora oggi dopo 63 anni dall’apertura del cancello di Mauthausen si può morire senza motivazione per mano di nazifascisti. Cercheranno di sminuire questo episodio, catalogandolo come di semplice cronaca nera e non di matrice politica, ma questo è un errore che vogliono indurci a fare ma che noi non possiamo tollerare con il silenzio. Possibile che dopo tutti questi anni, dobbiamo ancora raccomandare ai nostri figli di stare attenti ai nazifascisti, e come facciamo a riconoscerli? Come poteva Nicola riconoscerli, non avevano uniforme, non avevano segni evidenti di distinzione, proprio come quei fascisti che 64 anni fa fecero deportare i nostri cari con destinazione Mauthausen, Ebensee, Gusen”.

Ciao “Foco”, Firenze non dimenticherà

Si è spento ieri, a 82 anni, il partigiano Enio Sardelli detto “Foco”, uno dei simboli della Liberazione di Firenze, da sempre impegnato per far conoscere i valori e la storia della Resistenza. Ormai cieco e malato, dal suo ricovero in ospedale continuava a essere responsabile della sezione Oltrarno dell’Anpi. Non ha mai rinunciato a raccontare la sua storia e a parlare ai giovani, nelle piazze, nelle scuole, ovunque possibile. Qualche giorno prima delle ultime elezioni politiche, ha voluto lasciare una toccante testimonianza alle giovani generazioni su Youtube.
Intanto sempre ieri, nel giorno dell’elezione di Gianni Alemanno a sindaco di Roma, qualcuno ha distrutto a martellate la targa in memoria delle vittime delle Fosse Ardeatine che si trovava in piazza della Stazione vecchia ad Ostia, quartiere del litorale romano. Al suo posto hanno lasciato la scritta “il popolo di Ostia inneggia al Duce”. Ovviamente il gesto si commenta da solo.

Italiani brava gente?

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Lidia Santarelli, storica italiana della New York University, ha realizzato un documentario “La guerra sporca di Mussolini”, nel quale fa luce su uno dei tanti crimini italiani dimenticati della Seconda Guerra Mondiale. È l’eccidio di Domenikon del 1943, la piccola Marzabotto di Tessaglia, e fu il primo massacro di civili in Grecia durante l’occupazione delle nostre truppe. Gli uomini della Divisione Pinerolo circondarono il villaggio, rastrellarono la popolazione e la radunarono sulla piazza centrale. Poi i caccia scaricarono bombe incendiarie cancellando cose e persone. Ovviamente il documentario va in onda su History Channel. La Rai, come sempre troppo impegnata tra fiction istituzionali, marchette politiche e intrattenimento-spazzatura, non ha tempo per informare la popolazione su fatti del genere. Per fortuna ne ha parlato L’Espresso.