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I segreti di Asperger, complice del nazismo

Avvenire, 2.12.2018

Fino a non molto tempo fa il pediatra viennese Hans Asperger era considerato una sorta di Oskar Schindler della psichiatria. Non solo un pioniere della ricerca sull’autismo ma anche un eroe che riuscì a salvare molti bambini dal programma di sterminio nazista. Dopo la guerra fu nominato direttore della clinica pediatrica universitaria di Vienna dove proseguì una lunga carriera accademica nella quale gettò le basi per una definizione dell’autismo come forma di diversità, aprendo la strada a una corretta comprensione della malattia. Nel 1981, subito dopo la sua morte, il suo nome è stato associato alla sindrome dello spettro autistico che da allora è riconosciuto dall’intera comunità scientifica mondiale. Ma fino a qualche anno fa nessuno si era interrogato davvero sul ruolo svolto da Asperger durante il Terzo Reich. Ben pochi avevano ad esempio ritenuto anomalo che il medico viennese, pur non iscrivendosi al partito, fosse riuscito a entrare in ruolo nel 1943 e a raggiungere posizioni di primo piano in istituzioni accademiche e statali senza compromettersi con il regime. Dopo la guerra non gli venne d’altra parte contestato alcun reato e lui fu assai convincente nell’affermare di essersi sempre opposto al cosiddetto Aktion T4 – il programma di eutanasia nazista -, definendolo “assolutamente inumano”, e nel costruirsi una solida reputazione di oppositore del Reich sostenendo di aver rischiato in prima persona per salvare bambini e disabili dallo sterminio. Alcune ricerche recenti hanno però raccontato una storia assai diversa, facendo venire a galla molti elementi oscuri della psichiatria viennese negli anni tra le due guerre mondiali e descrivendo Hans Asperger come un uomo che ebbe molteplici legami con il regime e operò consapevolmente all’interno di quel sistema omicida. Dopo anni di studi approfonditi lo storico della medicina dell’Università di Vienna Herwig Czech è stato in grado di dimostrare che Asperger usò diagnosi di autismo e disabilità per sostenere l’eugenetica nazista e contribuì quindi alla soppressione di bambini “inadeguati”, ovvero devianti dall’ideale ariano. Le conclusioni del lavoro di Czech sono state pubblicate sulla prestigiosa rivista statunitense Molecular Autism e poi riprese e ampliate da un libro della storica di Stanford Edith Sheffer recentemente tradotto in italiano con il titolo I bambini di Asperger. La scoperta dell’autismo nella Vienna nazista (Marsilio). Sheffer ha ricostruito il quadro completo della vita e del lavoro di Asperger durante il Terzo Reich affermando che “il sistema di sterminio fu reso possibile proprio da persone come lui, che si destreggiavano in maniera acritica tra diversi ruoli”. Avvalendosi di una mole imponente di fonti d’archivio finora in parte inedite, la studiosa è riuscita a dimostrare che Asperger fu di fatto complice di Erwin Jekelius, il famigerato direttore della clinica di pedagogia curativa Spiegelgrund, a Vienna, dove fu applicata l’eutanasia a bambini disabili, orfani e “degenerati razziali”. Asperger era a conoscenza del fatto che all’interno di quella clinica i bambini considerati “geneticamente inferiori” erano lasciati morire di fame oppure uccisi con iniezioni letali, tuttavia non si fece alcuno scrupolo nel farvi trasferire dozzine di piccoli pazienti affetti da varie forme di disabilità. Sia Czech che Sheffer citano il caso eloquente di due bambine che arrivarono allo Spiegelgrund in seguito a una raccomandazione del medico viennese che segnò di fatto la loro condanna a morte: Herta Schreiber, di due anni e mezzo, aveva sofferto di meningite e difterite, mentre Elisabeth Schreiber, di cinque anni, era affetta da “irrequietezza motoria”. Tra il 1940 e il 1945 circa ottocento bambini morirono nella clinica degli orrori alle porte di Vienna e tra questi, almeno una quarantina furono fatti entrare proprio su suggerimento di Asperger, come dimostra inequivocabilmente la sua firma in calce alle lettere di trasferimento. In molti casi i genitori affidarono in buona fede i propri figli ai medici e quando si recavano in ospedale per riprenderli, scoprivano che erano morti “di polmonite” o in circostanze misteriose. Il libro di Sheffer non si limita però a denunciare le responsabilità di Asperger nell’abisso che inghiottì le vite di tanti bambini, ma dimostra in modo convincente che le idee fondamentali sull’autismo emersero in una società che propugnava l’opposto della neurodiversità e fa quindi comprendere come certe diagnosi vengano spesso influenzate in modo decisivo dalle forze sociali e politiche. Sotto il regime di Hitler la psichiatria divenne parte di un progetto per classificare la popolazione come “geneticamente” adatta o inadatta. La stessa definizione di autismo come “psicopatia” fu modellata dall’ideologia nazista e introdotta da Asperger nel 1938, pochi mesi dopo l’annessione dell’Austria da parte del Reich. Il medico viennese – spiega Sheffer – ricorse all’immagine degli individui “asociali” e “dissociali” della psichiatria nazista, attribuì loro tratti sadici e maliziosi, e sostenne che nei casi più gravi sarebbero cresciuti “vagando per le strade come automi grotteschi”. Altri passaggi-chiave del libro vedono Asperger pronunciarsi chiaramente a favore delle leggi sulla sterilizzazione forzata, affermando che alcune persone erano un peso per la comunità ed era quindi giusto impedire che si riproducessero. Proprio da quelle leggi sarebbe poi scaturita la famigerata operazione Aktion T4, che impose il ricovero di adulti e bambini affetti da determinate patologie in apposite strutture per la “purificazione della razza”.
Inevitabilmente, le rivelazioni agghiaccianti sulla complicità e il sostegno attivo di Hans Asperger con la macchina dello sterminio nazista non hanno mancato di creare scalpore all’interno della comunità accademica internazionale. Lo stesso uso del suo nome per identificare la sindrome è diventato argomento di dibattito all’interno del mondo scientifico e nel 2019 l’Organizzazione Mondiale della Sanità dovrebbe decidere di rimuoverlo definitivamente dalla classificazione internazionale delle malattie.
RM

Quei bambini nello Spiegelgrund

Avvenire, 7.3.2018

È il marzo del 1997 quando in uno scantinato chiuso a chiave dell’ospedale viennese di Steinhof vengono ritrovati centinaia di barattoli di vetro accuratamente catalogati e numerati. Al loro interno, conservati in una densa soluzione di formalina, galleggiano i resti di parti anatomiche appartenenti a quasi ottocento bambini. Quella macabra scoperta dà la svolta decisiva al processo a carico del dottor Heinrich Gross, un ex criminale nazista che fino ad allora era sempre riuscito a scampare alla giustizia, facendo definitivamente riemergere dall’oblio una delle vicende più tragiche accadute in Austria durante la Seconda guerra mondiale. Prima che fosse abbattuto, l’ospedale viennese di Spiegelgrund, aveva funzionato come parte del programma di igiene razziale nazista. Al suo interno si applicava l’eutanasia a bambini disabili, orfani e “degenerati razziali”. Per eliminare tutti gli Ausmerzen, ovvero gli individui non in grado di affrontare la marcia nello sforzo bellico tedesco, nel 1936 i nazisti avevano varato la famigerata operazione Aktion T4, imponendo il ricovero di adulti e bambini affetti da determinate patologie in apposite strutture per la “purificazione della razza”. Molte famiglie furono convinte dai medici a far internare i loro cari per essere curati, ignorando che sarebbero stati invece sottoposti a terribili sofferenze e a esperimenti criminali, prima di essere uccisi. In molti casi i genitori affidarono in buona fede i propri figli a quei medici e, quando si recavano in ospedale per riprenderli, scoprivano che erano morti in circostanze misteriose. Le stime più attendibili parlano di circa duecentomila persone morte a causa dell’Aktion T4, che Hitler decise ufficialmente di sospendere nel 1941 in seguito alle reiterate proteste della popolazione, e ai coraggiosi sermoni del vescovo Clemens Von Galen. Ma il terrificante programma di eutanasia nazista non si fermò mai del tutto, e l’uccisione di disabili di qualunque età proseguì, sebbene in modo meno sistematico, fino al termine del conflitto. Proprio nel 1941 la clinica viennese di Spiegelgrund viene trasformata in un campo di internamento per bambini con presunti handicap mentali. La loro “idoneità alla vita” è messa alla prova: vengono misurati, catalogati, picchiati, torturati e infine uccisi. Vengono falsificate le cartelle cliniche e i certificati di morte. Si calunniano i genitori, ingannandoli e dichiarando che avevano abbandonato i loro figli. Oggi sappiamo che i teorici dell’igiene della razza avevano programmato l’epurazione di almeno il quindici per cento dell’intera popolazione di Vienna. Soltanto in pochi riuscirono a sfuggire in quel diabolico istituto. Per decenni, i sopravvissuti hanno testimoniato sui fatti accaduti a Spiegelgrund denunciando, inascoltati, i torturatori e gli assassini, alcuni dei quali nel frattempo avevano continuato a esercitare indisturbati la professione.
Questa vicenda a lungo dimenticata è stata ricostruita nel dettaglio dallo scrittore svedese Steve Sem-Sandberg nel suo ultimo romanzo, I prescelti (Marsilio, traduzione di Alessandra Albertari), che dà voce a due personaggi contrapposti: Adrian Ziegler, uno dei bambini che quasi per miracolo riuscì a scampare all’eutanasia, e l’infermiera Anna Katschenka, che nel 1948 venne poi processata per quei crimini. Continua la lettura di Quei bambini nello Spiegelgrund

Se la campagna elettorale strumentalizza la Memoria

In Italia, purtroppo, la campagna elettorale ammette qualsiasi genere di scorrettezza o pusillanimità. Dunque non stupisce che Giuliano Ferrara si produca in un uso fuorviante e truffaldino della Memoria dell’Olocausto per i suoi fini elettorali. Distorcendo pro domo sua la realtà storica in un articolo uscito sul suo quotidiano “Il Foglio”. Il pezzo (firmato da Giulio Meotti, candidato nella lista anti-abortista di Ferrara) racconta la storia di Wanda Poltawska, ex deportata nel lager nazista di Ravensbruck per cercare di ribadire ancora una volta che la vita va difesa sempre e comunque. Anche a costo, ovviamente, di raccontare falsità. Meno male che a ristabilire i fatti, come sono realmente andati, ci ha pensato il sempre illuminante Wlodek Goldkorn.

Morta la psichiatra del processo di Norimberga

Alice Ricciardi Von Platen è morta a Cortona alcune settimane fa. Era rimasta uno degli ultimi simboli della Germania che usciva dal nazismo. Nel 1946 prese parte alla Commissione medica del secondo processo di Norimberga, quello che vide salire sul banco degli imputati medici, psichiatri e personale sanitario. Il suo lavoro iniziò a suscitare dibattito in Germania soltanto mezzo secolo più tardi a causa del lungo processo di rimozione cui fu sottoposta la memoria della “soluzione finale”. Soltanto nel 1993, a riunificazione avvenuta, il suo libro “Il nazismo e l’eutanasia dei malati di mente” è stato ristampato ed è cominciato a circolare, divenendo quasi un best-seller.

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Il volume (tradotto anche in italiano nel 2000) contiene la più meticolosa e agghiacciante ricostruzione dei crimini compiuti dalla psichiatria nazionalsocialista con il ‘programma di eutanasia’ che ebbe ufficialmente avvio con una breve lettera datata 1 settembre 1939, con la quale Hitler incaricò Karl Brandt, suo medico personale, di operare affinché venisse concessa “la morte per grazia ai malati considerati incurabili”. Nacque così Aktion T4, il piano che dal gennaio 1940 all’agosto dell’anno successivo portò all’eliminazione di circa 70.000 persone tra disabili, malati di mente e malati cronici considerati inguaribili. Per la prima volta i nazisti sperimentarono l’uso delle camere a gas, in una spaventosa prova generale dell’Olocausto. Nel settembre 1941 Aktion T4 venne ufficialmente sospesa ma le uccisioni proseguirono fino alla fine della guerra: almeno altre 120.000 persone vennero uccise nelle cliniche, negli ospedali e negli ospizi con diete di fame, con overdose di tranquillanti e medicinali per uso psichiatrico. Von Platen sintetizzò magistralmente i comportamenti dei medici, spiegando che “nessuna distinzione scientifica veniva fatta tra i malati, tutti ugualmente considerati folli, mentre i cervelli venivano scambiati, per gli esperimenti di frenologia, tra un istituto e l’altro. Nel progetto furono coinvolti un centinaio di medici, fra cui alcuni giovani molto ideologizzati, le nuove leve mediche delle Ss”.
La giovane scienziata aveva frequentato le scuole insieme a uno dei figli di Thomas Mann, Golo (poi diventato uno dei più grandi storici tedeschi), si era laureata in medicina nel 1934 e aveva iniziato a dedicarsi alla psichiatria frequentando gli istituti che accoglievano pazienti affetti da epilessia, schizofrenia e disturbi mentali. Ebbe poi modo di spiegare che l’avevano sempre colpita la diversità e il modo in cui queste persone venivano maltrattate e non considerate malate. Divenne presto allieva di Michael Balint, lo psicanalista ungherese che predicava il recupero del paziente come “persona” e cercava di sensibilizzare i medici alle componenti interpersonali della terapia. Dopo la guerra continuò a lavorare a lungo su follia e pulizia etnica, continuando a battersi contro l’eutanasia e contro la violazione dei diritti dei malati negli ospedali psichiatrici. Fondò istituzioni per la formazione di gruppo analisi in Inghilterra, in Germania e in Ucraina. Dopo aver sposato un italiano cominciò a dividere la sua vita tra Roma e Cortona, dove ha trascorso i suoi ultimi anni lavorando come psicoterapeuta. Accettando sempre – anche negli ultimi anni – di portare la sua preziosa testimonianza a dibattiti, incontri nelle scuole e a seminari sulla psicanalisi.
(Riccardo Michelucci, da “Diario” n 4/2008)