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L’utopia operaia di Bruno Borghi

Avvenire, 5.8.2017

La fabbrica rappresentava per lui l’utopia di un mondo nuovo, “un luogo dov’era possibile tutto”, dove poteva compiersi il cambiamento della società e la trasformazione delle persone. È il 1950 quando don Bruno Borghi entra alla fonderia del Pignone, si sfila la tonaca e indossa la tuta da lavoro. Il cardinale di Firenze, Elia Dalla Costa, l’aveva autorizzato a entrare come operaio nella storica fabbrica fiorentina, riconoscendo nella sua scelta un ideale di povertà, non uno stratagemma per contrastare l’ateismo diffuso tra i lavoratori, meno che mai un tentativo di convertire gli operai. Don Bruno si immedesimò incondizionatamente in quella nuova realtà, diventando simile alla gente che viveva del proprio lavoro e lottava ogni giorno per conservarlo. In poco tempo riuscì a stabilire ottime relazioni con gli altri operai, con i quali affrontò tutti i passaggi più faticosi e pericolosi del processo produttivo, confrontandosi con il problema del cottimo, degli scioperi, delle rivendicazioni.
Fin dagli anni del seminario, Bruno Borghi aveva visto nella condizione operaia “l’annuncio autentico di quei valori evangelici capaci di rivitalizzare una realtà ecclesiale ferma al Medioevo”. Insieme ad alcuni compagni seminaristi – tra i quali c’era anche Lorenzo Milani – aveva attinto alle riflessioni teologiche provenienti soprattutto dalla Francia, che cercavano di rompere con il conservatorismo della Chiesa dell’epoca. Nell’immediato dopoguerra, da poco ordinato sacerdote, aveva trascorso le sue prime esperienze nei quartieri popolari, condividendo la volontà di riscatto di giovani, operai e contadini. A Barbiana, don Milani si sarebbe fatto indirizzare proprio da lui verso la lotta di classe e la conoscenza del mondo del lavoro, sostenendo che Borghi era l’unico prete che sapeva parlare con la classe operaia. “Da lui ho tutto da imparare”, affermò. Si racconta che fosse anche la sola persona di cui don Lorenzo avesse mai avuto soggezione. La storia straordinaria e assai poco nota di Bruno Borghi è stata ricostruita nel dettaglio da Antonio Schina in una biografia appena uscita, Bruno Borghi. Il prete operaio (Editrice Centro di documentazione Pistoia, 128 pagg.) che riporta in appendice anche alcuni dei suoi scritti più significativi.
Proprio mentre in Francia i preti operai stavano per essere sospesi per decreto papale, a Firenze veniva avviata la prima esperienza italiana di un prete in fabbrica. Il provvedimento di sospensione arriverà di lì a poco anche in Italia, e il valore di quell’esperimento sarà riconosciuto soltanto nel 1971, durante il papato di Paolo VI. Una scelta simile, in anni di feroce contrapposizione fra cattolici e comunisti, non avrebbe mancato di creare scandalo. Insieme a figure come Ernesto Balducci, Giulio Facibeni, Luigi Rosadoni, Enzo Mazzi e lo stesso don Milani, Borghi favorì la nascita di quel laboratorio politico ed ecclesiale che a partire dagli anni ‘50 diede origine all’apertura del dialogo tra cattolici e comunisti. Lui fu senza dubbio quello che fece le scelte più estreme e dirompenti. Nel 1958 era cappellano alla parrocchia di Sant’Antonio al Romito, nel cuore del quartiere operaio di Rifredi, quando scoppiò il caso delle officine Galileo. La più grande fabbrica metalmeccanica fiorentina aveva deciso di licenziare quasi un migliaio di lavoratori, esasperando le lotte operaie iniziate qualche anno prima. La fabbrica fu occupata per diciotto giorni e dopo lo sgombero, centocinquanta operai e sindacalisti finirono sotto processo. Tra questi c’era anche don Bruno, che durante la protesta si era recato tutti i giorni in fabbrica per partecipare alle riunioni, per avere notizie sulle trattative, per portare la solidarietà dei parrocchiani. Scrisse anche una lettera che sosteneva l’occupazione definendola “un atto rispondente in pieno alla morale evangelica” e finì rinviato a giudizio per istigazione a delinquere.
Fino ad allora il cardinale Dalla Costa l’aveva tollerato, ma fu infine costretto a revocargli il permesso per lavorare in fabbrica. Fu poi il suo successore, il vescovo Ermenegildo Florit, a esiliarlo a Quintole, un pugno di case sperdute nel comune di Impruneta, quasi una Barbiana sulle colline di Firenze. Ma la parabola di questo “operaio-prete” – come amava definirsi lui – proseguì in altre realtà fiorentine, dalla Galileo alla Gover, una fabbrica di gomme ad alta nocività dalla quale venne poi licenziato per attività sindacale. Intanto altri sacerdoti avevano seguito il suo esempio in tutta Italia, entrando in fabbrica o cominciando a lavorare come artigiani, a fianco del popolo. L’amicizia e la vicinanza con Lorenzo Milani li avrebbe portati anche a iniziative comuni – come la denuncia del ruolo ambiguo dei cappellani militari sull’obiezione di coscienza – ma non impedì che i due si trovassero talvolta anche in disaccordo. Un giorno, mentre il priore e i suoi ragazzi stavano scrivendo la famosa Lettera a una professoressa, Borghi andò a Barbiana per criticare il suo approccio. “A voi – gli disse – pare tanto importante che i ragazzi vadano a scuola e ci stiano tutto il giorno. Ne usciranno individualisti e apolitici come gli studenti. Il terreno che occorre per il fascismo. Finchè gli insegnanti e le materie sono quelli che sono, meno i ragazzi ci stanno e meglio è. È una scuola migliore l’officina. Per mutare insegnanti e contenuto ci vuole ben altro che la vostra lettera. Questi problemi vanno risolti sul piano politico”. Nel 1981 arrivò infine lo strappo definitivo con la Chiesa: don Bruno decise di abbandonare il sacerdozio e la parrocchia di Quintole, ma non prima di aver ottenuto l’impegno scritto dalla Curia che la canonica avrebbe continuato ad ospitare disabili. Spiegò che non si riconosceva più nella Chiesa come istituzione ma non avrebbe mai smesso di occuparsi dei poveri, degli emarginati, degli operai con l’obiettivo di liberarli dall’oppressione e dallo sfruttamento. Negli ultimi venticinque anni della sua vita avrebbe fatto il contadino sulle colline di Firenze, l’operaio in una cooperativa agricola in Nicaragua, e fino alla fine avrebbe prestato la sua opera come volontario a fianco dei detenuti del carcere fiorentino di Sollicciano. È morto nel 2006, all’età di 85 anni.
RM

Alex Langer, un addio lungo 20 anni

“Non siate tristi. Continuate in ciò che era giusto”. Uno dei foglietti che furono ritrovati quella mattina d’inizio estate nell’auto di Alex Langer conteneva un’esortazione a chi restava, uno struggente invito a continuare anche in suo nome quelle battaglie sotto il cui peso lui alla fine era rimasto schiacciato. Poche parole che rappresentavano quasi il testamento politico di un uomo che aveva consumato la vita a ritmi forsennati, senza mai risparmiarsi per i suoi ideali, per la pace e la convivenza tra i popoli, per l’utopia di un mondo migliore.
Lunedì 3 luglio 1995. Dopo ore di ricerche in tutta Firenze una volante della polizia individua finalmente la vecchia Fiat Uno bianca di Langer, targata Bolzano. È parcheggiata sul ciglio della strada nel viuzzo di Monteripaldi, dietro le colline del Pian dei Giullari, una delle zone più verdi e panoramiche di Firenze, tra ulivi, cipressi secolari e alberi da frutto che nascondono ville antiche. Il corpo senza vita dell’europarlamentare verde si trova poco più in là, impiccato ai rami di un albicocco, a piedi nudi. “I pesi mi sono diventati insostenibili, non ce la faccio più”, aveva lasciato scritto ai compagni di partito in un altro messaggio che fu ritrovato dentro la sua macchina. Alexander-LangerLanger aveva 49 anni e abitava con la moglie a un chilometro di distanza dal posto in cui aveva deciso di morire, in via Benedetto Fortini. La sera prima era uscito per andare in un’agenzia di viaggi a cambiare il biglietto aereo che avrebbe dovuto utilizzare per il suo rientro a Bruxelles. Non vedendolo ritornare, la moglie aveva dato l’allarme facendo scattare le ricerche. La sua fine sorprese e commosse tutti, lasciando senza risposta non pochi interrogativi sull’imperscrutabile fragilità dell’animo umano.
Nato nel 1946 a Vipiteno, l’ultima cittadina in territorio italiano prima del Brennero, Alexander Langer era cresciuto in una famiglia laica, colta e progressista che anni prima aveva sofferto le persecuzioni nazifasciste. Suo padre, un medico ebreo viennese, era sopravvissuto grazie all’aiuto di alcuni italiani a Firenze. La madre, una farmacista altoatesina cattolica, era stata tra i protagonisti della battaglia contro le “opzioni”, cioè la scelta imposta ai sudtirolesi dal patto tra Mussolini e Hitler: l’esodo in Germania o l’italianizzazione. Quel passato avrebbe avuto un’influenza pesante sulla formazione del giovane Alex che da piccolo venne mandato dai genitori all’asilo italiano, non senza creare scandalo tra i compaesani. Frequentò in seguito la scuola tedesca e il liceo francescano a Bolzano, per trasferirsi poi a Firenze, dove nel 1968 si laureò in giurisprudenza e divenne fiorentino d’adozione. Per un breve periodo abitò nella parrocchia dell’Isolotto, alla periferia della città, contribuendo alla nascita del notiziario della comunità e alla sua distribuzione sulla passerella che unisce il quartiere al parco delle Cascine. Sempre a Firenze incontra Don Lorenzo Milani, padre Ernesto Balducci e Giorgio La Pira. Traduce in tedesco la Lettera a una professoressa. Milita in Lotta Continua e inizia un percorso politico forgiato sul dissenso critico che ruota fin da subito intorno ai temi del rifiuto del nazionalismo e della convivenza tra le comunità linguistiche. A Bolzano è tra gli animatori di un gruppo cattolico dissidente che si propone di spezzare le barriere tra tedeschi e italiani e pubblica il giornale “Die Brücke” (il Ponte). Viene eletto in Consiglio provinciale nella lista Neue Linke/Nuova Sinistra, poi nei primi anni ’80 è tra i promotori del movimento politico dei Verdi di cui sarà poi uno dei principali esponenti europei. A vederlo, sembra quasi impossibile che quel ragazzo magrissimo, dal viso aguzzo e i denti sporgenti, possa diventare uno dei più innovativi leader politici della sua epoca. Indossa occhiali tondi e maglioni da montagna ma nonostante il suo aspetto curioso ha un carattere di ferro ed è in grado di emanare uno straordinario fascino intellettuale.
Dedicherà la sua intera esistenza a tentare di ricucire le divisioni dell’Alto Adige e del mondo intero, fino a diventare un simbolo europeo del dialogo interetnico. “Leggo nella situazione sudtirolese – scrisse un giorno – una quantità di insegnamenti ed esperienze generalizzabili ben oltre un piccolo caso provinciale”. In Alto Adige si batte contro quelle che definisce le “gabbie etniche”, cioè il censimento nominativo voluto dagli indipendentisti sudtirolesi che a suo avviso rafforza la politica di divisione etnica. Rifiuterà sempre di dichiararsi tedesco o italiano, violando la legge che impone la dichiarazione d’appartenenza e sarà proprio la sua ostinata obiezione al censimento etnico a impedirgli di diventare sindaco di Bolzano nell’ultimo periodo della sua vita.
Convinto sostenitore della nonviolenza, parla correntemente cinque lingue e viaggia in tutto il mondo per predicare la convivenza tra i popoli. Nel 1989 diventa il primo presidente del gruppo Verde al Parlamento europeo – dove sarà rieletto anche nel 1994 – e intensifica il suo impegno per contrastare i nazionalismi, impegnandosi in un’infaticabile missione di pace nei territori della ex Jugoslavia. Nei mesi in cui si consuma la tragedia bosniaca e il genocidio in Ruanda, lui lavora per una politica estera di pace, per relazioni più giuste tra il nord e il sud del mondo, per la conversione ecologica della società, dell’economia e degli stili di vita.
In molti, nei giorni del lutto, leggono le ragioni del suo gesto ricordando le parole che lui stesso aveva scritto in ricordo di Petra Kelly, leader verde tedesca morta nel 1992: “forse è troppo arduo essere individualmente degli ‘Hoffnungsträger’, dei portatori di speranza: troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande il carico di amore per l’umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere”.
RM

Ciao Enzo

Firenze piange don Mazzi, il parroco del dissenso, animatore per quattro decenni della Comunità dell’Isolotto, uno dei grandi quartieri popolari fiorentini. Era l’ultimo erede di una corrente di pensiero che ha annoverato laici e religiosi come Giorgio La Pira, Ernesto Balducci e Lorenzo Milani, era stato tra gli animatori del cattolicesimo di base degli anni ’60.
La Comunità abolì la separazione fra ricchi e poveri, clero e laici: in canonica furono alloggiati tre nuclei familiari, ex carcerati, disabili. La Comunità solidarizzava con quell’area cattolica che non si riconosceva più nella Dc. Don Mazzi contribuì a realizzare dentro la canonica un asilo, una piccola fabbrica, un laboratorio per invalidi. Le sue posizioni erano sempre più in contrasto con la curia fino ad arrivare allo scontro dell’autunno del 1968 quando un’assemblea della Comunità richiamò 10mila persone e la vicenda divenne un caso internazionale. Il cardinale Ermenegildo Florit, decise di reprimere duramente il dissenso: intimò a Mazzi e ai suoi collaboratori di lasciare la chiesa sostituendolo con un nuovo parroco. Cinque sacerdoti e tre laici furono incriminati dalla magistratura.

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