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Un eroe italiano nell’inferno di Buenos Aires

Da “Avvenire” di oggi

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Enrico Calamai è stato un eroe dei nostri tempi, al pari di figure come Giorgio Perlasca, Guelfo Zamboni, Raoul Wallenberg. Nel 1976, quando la giunta militare prese il potere in Argentina con un colpo di stato, era un giovane diplomatico di stanza al Consolato italiano a Buenos Aires. Vide coi suoi occhi, nonostante tutti i tentativi di celare una repressione tanto brutale quanto silenziosa, un’intera generazione che veniva lentamente inghiottita in un buco nero fatto di rapimenti, torture, uccisioni. La sua coscienza si ribellò di fronte all’orrore e il suo coraggio gli consentì di salvare centinaia di oppositori politici del regime. Li nascose, fornì loro i documenti per l’espatrio, infine riuscì a farli scappare, mettendo spesso a rischio la propria vita. Purtroppo ebbe poco tempo per rendersi utile perché fu richiamato in Italia nel maggio 1977, poco più di un anno dopo il Golpe che innescò la repressione. “A Roma non vedevano di buon occhio il mio operato – ci racconta – e anche a causa degli schemi imposti all’epoca dalla Guerra Fredda, si preferì fingere di non sapere qual era la sorte di migliaia di persone, molte delle quali avevano origini italiane”.
È impossibile stabilire con certezza quante persone abbia salvato, anche perché Enrico Calamai è un uomo schivo che afferma di non sentirsi un eroe, ma di aver fatto solo quello che la sua coscienza gli impose di fare. Minimizza anche quando viene chiamato a raccontare la sua esperienza nelle scuole o in incontri pubblici come ha fatto nei giorni scorsi in Toscana, a Sesto Fiorentino e a Pontedera. Eppure, nel poco tempo che ebbe a disposizione, riuscì a impedire che gli elenchi dei desaparecidos diventassero ancora più lunghi e salvò tante vite umane, compromettendo infine anche la sua carriera. Si rese conto ben presto di cosa stava accadendo, anche perché anni prima aveva vissuto una situazione simile in Cile, in un consolato italiano che dopo il Golpe di Pinochet si era riempito rapidamente di rifugiati. “Quando la gente ha cominciato a venire al Consolato di Buenos Aires per chiedere aiuto, io non potevo far finta di non sapere che se queste persone fossero state respinte avrebbero fatto una brutta fine. Sarebbero state rapite, torturate, molto probabilmente anche uccise”. Fu allora che quel giovane funzionario divenne l’ultima frontiera tra la vita e la morte per un numero imprecisato di italiani d’Argentina. Era disposto a provarle tutte pur di salvare chi chiedeva il suo aiuto: fondamentale fu la collaborazione con un giornalista, l’inviato del Corriere della Sera Giangiacomo Foà, e con pochi altri che all’epoca accettarono rischi gravissimi pur di rispondere alla propria coscienza. “Ci fu il caso di un giovane sacerdote italiano, di cui purtroppo non ricordo il nome, al quale affidai un uomo e i suoi due figli in attesa di far loro avere i documenti necessari per l’espatrio. I tre furono tenuti nascosti per due mesi in un convento, prima di riuscire finalmente a imbarcarsi su un volo per Roma, dove trovarono la salvezza”.
Calamai ha atteso tanti anni per raccontare la sua storia. Al suo ritorno dall’Argentina era terribilmente scosso e a livello politico trovò una chiusura totale. “Fui portato a pensare – spiega – che ciò che mi portavo dentro fosse una manifestazione soggettiva stravolta di una realtà che non poteva esistere. Era talmente contraria alla logica, alle nostre categorie mentali e a quello che dovrebbe essere lo Stato, che non mi pareva vero. Nessuno mi ha mai interrogato, né si è mai interessato, per anni, a quello che avevo da raccontare. Nessuno di quelli con cui ho parlato mi ha creduto. Avevo la percezione di dire delle cose che non stavano né in cielo né in terra. Come se fossero, alla fine, solo delle mie fantasie stravolte, senza riscontro nella realtà”. Invece era tutto drammaticamente vero e anzi, la realtà superava di gran lunga l’immaginazione. La tortura sistematica nei centri di detenzione clandestina. Gli “aerei della morte” che gettavano le persone ancora vive nell’Oceano o nel Rio de la Plata. Circa trentamila persone scomparse. Il genocidio di un’intera generazione.
In anni recenti Calamai ha portato una testimonianza decisiva al processo, di fronte alla Corte d‘Assise di Roma, che è sfociato nella condanna di un gruppo di militari argentini. Il suo coraggio è stato pubblicamente riconosciuto dai parenti dei desaparecidos e dallo stesso stato argentino che nel 2004, per mano dell’allora presidente Kirchner, gli ha conferito la prestigiosa Cruz dell’Orden del Libertador San Martin. Oggi, questo eroe dei nostri tempi non vive di ricordi e ci tiene a sottolineare un parallelismo tra i desaparecidos argentini di trent’anni fa e i disperati di Lampedusa dei giorni nostri: “purtroppo certi fatti tragici della storia tendono a ripetersi. Il comportamento della società argentina e di quella internazionale, che all’epoca ignorarono o non trovarono la forza per reagire ai militari, ricorda in modo sinistro quello che accade oggi nel Mediterraneo. Con un’opinione pubblica italiana ed europea che ignora i danni collaterali della politica di potere dell’Occidente in Medioriente e in Africa. Le migliaia di persone che cercano la salvezza attraverso le nostre cose sono i desaparecidos del nuovo millennio”.
RM

Lo Schindler argentino

Lo tenevo da qualche mese impilato tra i libri da leggere. Alla fine mi sono deciso ad affrontarlo consapevole che, come tutti i libri sulla dittatura che ha insanguinato l’Argentina dalla metà degli anni ‘70, non si trattava di un piacevole intrattenimento letterario. Certo non immaginavo che “Niente asilo politico” (Feltrinelli) raccontasse una vicenda di straordinario coraggio, la storia di una coscienza che si ribella di fronte all’orrore e cerca di usare con destrezza e grande umanità una posizione di privilegio per aiutare il prossimo. Enrico Calamai, autore del libro in questione, è stato console italiano a Buenos Aires durante gli anni del terrore, dei desaparecidos, delle brutalità e delle torture inflitte a un’intera generazione mentre la vita del paese scorreva come se niente fosse. È stato un eroe perché – proprio come Oskar Schindler al tempo della persecuzione degli ebrei – ha messo a rischio la propria vita per aiutare le vittime dei militari durante gli anni in cui dominava una concezione fondamentalista della Ragion di Stato. Contravvenendo leggi, regolamenti e convenzioni ha salvato alcune centinaia di persone, nascoste in casa propria, in un negozio, in un convento per settimane, fornendo loro documenti falsi per apparire turisti italiani e un passaggio in nave o in aereo con destinazione Roma. Calamai era convinto che quello fosse il modo migliore anche per servire il proprio paese: non il governo che come molti altri all’interno del mondo occidentale si rese complice dei militari argentini, ma la popolazione, quella popolazione sdegnata (e poco informata) di quanto accadeva in Argentina. In sette anni, dal 1976 al 1983, trentamila persone vennero uccise o furono fatte scomparire nei centri di tortura argentini o con i voli della morte. Contrariamente al Cile di Pinochet, osserva Calamai, gli orrori della dittatura argentina furono una sorta di delitto perfetto, perché quasi del tutto privo di visibilità. Mentre la vita a Buenos Aires e nel resto del paese proseguiva in un’apparente normalità, il nostro governo, imbrigliato negli schemi imposti dalla Guerra Fredda, preferì fingere di non sapere qual’era la sorte di migliaia di persone – molte delle quali con origini italiane – e scelse un’inerzia che divenne complicità con i macellai. Rientrato in Italia, Calamai è stato chiamato in anni recenti a testimoniare nel processo che ha portato alla condanna di otto militari argentini. Il suo libro è una lezione di vita.