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Uno sguardo femminile sulla guerra dell’Eta

Avvenire, 1 maggio 2019

Gli “anni di piombo” del paese basco visti attraverso una prospettiva intima e familiare, con la violenza politica che fa da sfondo alla violenza patriarcale e i traumi che si accumulano fin dall’infanzia. Amaia, la piccola protagonista del romanzo Meglio l’assenza (ed. Lindau, traduzione di Thais Siciliano), potente esordio letterario della scrittrice basca Edurne Portela, è una bambina che si fa donna nella provincia di Bilbao tra gli anni ‘80 e ‘90, costretta a crescere in una famiglia lacerata dalla lotta indipendentista e in una società fortemente patriarcale. Tutto sembra crollare intorno a lei: il padre manesco che scompare sempre più spesso, la madre che si perde nell’alcol ed entra in un vortice di depressione. Lei e i suoi fratelli sembrano non avere scampo, in un ambiente ostile dominato dall’eroina e dalla disoccupazione, dai proiettili di gomma e dai gas lacrimogeni, tra le botte del padre e la violenza che scoppia improvvisamente nelle strade. I lividi guariscono ma le paure e le ferite interiori si sedimentano e l’unico conforto per Amaia è Buni, il coniglio di peluche che stringe a sé nei momenti di disperazione. Originaria dei Paesi Baschi, Edurne Portela ha vissuto a lungo negli Stati Uniti, dove ha insegnato letteratura latinoamericana all’Università della Pennsylvania. Questo suo romanzo d’esordio ha vinto l’anno scorso il premio come miglior opera di narrativa dall’associazione delle librerie madrilene e sta riscuotendo grande successo in Spagna.
Meglio l’assenza è un romanzo autobiografico?
Non in senso stretto. Io non sono Amaia e la sua infanzia e la sua vita non corrispondono alle mie. Tuttavia condividiamo molte cose, in primo luogo le nostre origini. Entrambe siamo nate nel 1974 a Santurce, una cittadina a poca distanza da Bilbao, nel paese basco. A lei ho affidato parte dei miei ricordi, in particolare quelli che fanno riferimento all’atmosfera di violenza e di crisi economica nella quale sono cresciuta.
Ha trovato la ‘voce’ della protagonista del suo romanzo soltanto durante la stesura del libro. Ciò ha in qualche modo cambiato la prospettiva della narrazione?
All’inizio del processo di scrittura il romanzo era narrato in terza persona e si concentrava soprattutto sul padre di Amaia, Amadeo, e sulle sue vicende di doppio agente per l’Eta e il governo spagnolo. Ma poi mi sono resa conto che non ero realmente interessata a quella storia. Era divertente da scrivere ma non mi consentiva di imparare niente di nuovo sull’esperienza della violenza nel paese basco e come questa aveva coinvolto me e quelli della mia generazione. Dopo aver scritto un’ottantina di pagine ho cominciato a provare maggior interesse nei confronti del personaggio di Amaia, quella dolce e sveglia ragazzina che stava crescendo in un contesto realmente ostile, sia all’interno della sua casa che all’esterno. Allora ho cominciato a scrivere dal suo punto di vista ed è stata una scoperta straordinaria. Osservare il mondo attraverso i suoi occhi, servirsi della sua voce, mi ha fatto entrare in quel tipo di approccio che ero interessata ad esplorare. Quanto ci condiziona crescere in una società fondata sulla violenza, dove essa è normale? E non sto parlando soltanto della violenza politica ma anche della violenza di genere. Il romanzo è diventato la voce e la percezione di Amaia. Tutto quello che sappiamo lo apprendiamo attraverso di lei: da quando ha cinque anni a quando ne ha trentacinque.
Il suo lavoro è stato paragonato a “Patria” di Fernando Aramburu perché l’ambientazione è la stessa. Però il suo romanzo non spiega il contesto politico del passato recente nel paese basco come ha fatto lui. Qual è l’obiettivo che si era proposta con il suo lavoro?
Infatti, è proprio così. Io non cerco di spiegare la storia o il contesto politico, soprattutto perché non penso che la letteratura debba avere il ruolo di spiegare, bensì quello di fornire suggestioni. Credo che possa far luce su quelle parti della realtà che spesso restano oscure, indefinite, o nelle quali talvolta abbiamo timore di addentrarci. Quando ho deciso di scrivere questa storia non disponevo di un messaggio, di una teoria o di un’interpretazione della storia da poter offrire a nessuno. Volevo soltanto esplorare un’epoca del nostro passato recente che è piena di ombre ed è assai difficile da comprendere, dove le famiglie e le comunità sono state colpite da molte forme di violenza. Volevo indagare tutto questo attraverso una storia molto intima, evitando interpretazioni manichee della storia. Tutti i miei personaggi hanno lati oscuri e sono al tempo stesso vittime e colpevoli.
Quali sono le ferite rimaste aperte nel paese basco dopo la fine della lotta armata?
Molte cose sono cambiate negli ultimi anni. Il fatto che non ci sia più la violenza armata, che lo scontro politico sia terminato non significa che i problemi sociali siano risolti. Al contrario, resta ancora molto lavoro da fare per delegittimare ogni tipo di violenza, non solo quella che dell’Eta e dei suoi sostenitori. Anche lo stato spagnolo deve riconoscere gli orrori del passato, ad esempio l’uso della tortura da parte della polizia, la creazione di gruppi paramilitari come il GAL negli anni ‘80 e altre forme di abuso. Ma soprattutto il paese basco è ancora una società patriarcale, una situazione purtroppo ancora comune a molti paesi europei.
Il suo romanzo è stato definito un romanzo femminista. Condivide questa descrizione?
Io stessa mi definisco una scrittrice femminista perché scrivo da quel punto di vista, e quello è il modo attraverso il quale interpreto la realtà. Nel mio romanzo racconto la violenza sessuale e la violenza di genere, quelle forme di violenza che molte volte hanno luogo all’interno delle famiglie, dentro le mura di casa, ma che riflettono il tipo di società in cui stiamo vivendo.
Quando ritiene che sia giusto dire Meglio l’assenza?
Quando ciò che sta intorno a noi ci ferisce o ci fa soffrire. In quel caso credo che sia meglio andarsene.
RM