Il diario di Renia, l’Anne Frank polacca

Avvenire, 1 ottobre 2019

“C’è sangue ovunque io mi giri. Lo sterminio è terribile. Ovunque morte e uccisioni. Dio onnipotente, per l’ennesima volta ci umiliano davanti a te, aiutaci, salvaci! Signore Dio, lasciaci vivere, ti prego, voglio vivere! Ho vissuto così poco della vita. Non voglio morire. Ho paura della morte. È tutto così stupido, così meschino, così poco importante, così piccolo. Domani potrei smettere di pensare per sempre”. È il 31 luglio 1942 quando la diciottenne ebrea polacca Renia Spiegel, rifugiata in un nascondiglio segreto, scrive sul suo diario queste ultime, drammatiche righe. Poche ore dopo viene scoperta dai nazisti e uccisa a colpi d’arma da fuoco. Di lei rimangono soltanto sette quaderni scolastici cuciti insieme: centinaia di pagine che raccontano gli ultimi tre anni e mezzo della sua vita. Un diario fitto di appunti, ricordi, confidenze e brevi poesie ma anche osservazioni e pensieri sul mondo che le stava lentamente crollando addosso. Aveva cominciato a compilarlo il 31 gennaio 1939, alcuni mesi prima dell’invasione nazista del suo paese e dell’inizio della guerra. All’epoca era una quindicenne appassionata di poesia che viveva con la famiglia nella Polonia meridionale, non lontano dal confine con l’Ucraina. Di lì a poco sua madre sarà costretta a trasferirsi a Varsavia per lavoro e Renia, insieme alla sorella minore Ariana, rimarrà con i nonni a Przemyśl, una cittadina popolata quasi esclusivamente da famiglie ebree, nella parte di territorio controllata dai russi. Un luogo che con l’arrivo dei tedeschi si trasformerà in un gigantesco ghetto. Nelle pagine del suo diario Renia documenta la vita prima dell’invasione nazista, poi il lento precipitare degli eventi, l’inizio dei bombardamenti, la fame e le privazioni, la misteriosa scomparsa delle famiglie ebree. “Ricordate questo giorno, ricordatelo bene”, scrive il 15 luglio 1942. “Ne parlerete alle generazioni future. Dalle otto di oggi siamo stati chiusi nel ghetto. Ora vivo qua. Il mondo è separato da me e io sono separata dal mondo”. Alcuni giorni prima il diario riporta il racconto del suo primo bacio, e del suo amore per un ragazzo di nome Zygmunt Schwarzer. figlio di un importante medico ebreo, che cercherà invano di salvarla. Il giovane fa scappare lei e sua sorella dal ghetto prima che entrambe vengano deportate dai nazisti: affida Ariana al padre di un’amica e nasconde Renia nella soffitta di una casa dove viveva suo zio. Ma i soldati tedeschi scoprono il nascondiglio e la uccidono. Da quel momento in poi la storia di Renia scivola lentamente nell’oblio, dove rimane fino ai giorni nostri. Soltanto in tempi recenti si è venuti a sapere che era stato lo stesso Zygmunt a recuperare il diario, e a concluderlo aggiungendo queste parole: “Tre colpi! Tre vite perse! Tutto ciò che sento sono i colpi, i colpi”. Dopo la guerra, sopravvissuto ad Auschwitz, il ragazzo l’aveva restituito alla madre e alla sorella di Renia, che nel frattempo si erano rifugiate negli Stati Uniti. Ma quelle pagine facevano riaffiorare il ricordo della ragazza inghiottita dagli orrori dell’Olocausto ed erano troppo dolorose per i suoi familiari, che non riuscirono neanche a leggerle e preferirono dimenticarle. I sette quaderni furono depositati nella cassaforte di una banca newyorkese, dove sono rimasti confinati per quasi settant’anni, finché nel 2016 Alexandra Bellak, nipote di Renia, non ha deciso che era giunto il momento di rendere pubblico il diario della zia, facendolo pubblicare da un piccolo editore polacco. In questi giorni le memorie degli ultimi tre anni di vita di questa giovane vittima della Shoah sono uscite finalmente per la prima volta anche negli Stati Uniti e in Gran Bretagna con il titolo Renia’s Diary: A Young Girl’s Life in the Shadow of the Holocaust. Le edizioni in lingua inglese del corposo manoscritto – quasi 700 pagine – sono state pubblicate quasi in contemporanea anche in una decina di altri paesi, tra cui la Germania, la Russia e la Spagna (non ancora in Italia). Annunciando la pubblicazione del libro, la casa editrice britannica Penguin l’ha definito “un testamento straordinario sugli orrori della guerra e sulla vita che può esistere anche nei tempi più bui”. La stampa statunitense e quella inglese hanno subito ribattezzato Renia “l’Anne Frank polacca”, affrettandosi ad accostare la sua opera al celeberrimo diario della giovane ebrea tedesca. Un raffronto che lo storico Frediano Sessi, massimo esperto italiano dell’opera di Anne Frank, non può condividere: “anche senza analizzare i due testi, e compararli sul piano stilistico, le due ragazze hanno vissuto vicende assai diverse che non ci consentono un paragone credibile. Renia visse pochi giorni nel ghetto, nel quale trascorse un’esistenza difficile e di breve durata, prima di essere uccisa nell’estate del 1942. Invece Anne Frank si trasferì insieme alla sua famiglia nell’alloggio segreto di Amsterdam con scorte di cibo per appena un mese. Sperava di non restarci più di due-tre settimane ma alla fine vi rimase due anni”. Oltre alle differenti condizioni dell’ultima fase della loro vita, è dunque lo scarto temporale a tracciare un solco tra i due diari. Quando Renia Spiegel muore, Anne Frank ha iniziato a compilare il suo diario soltanto da pochi giorni. “Anne viene arrestata nell’agosto del 1944, quando la Germania è ormai in ginocchio”, prosegue Sessi. “All’epoca Hitler aveva deciso di far sterminare tutti gli ebrei e in Ungheria, per fare un’esempio, c’era quasi riuscito. Anne Frank era a conoscenza della fine degli ebrei ungheresi perché nel suo nascondiglio ascoltava Radio Londra. In quei lunghi mesi patisce la sofferenza della solitudine ma anche la paura, poiché nei diari completi alcuni passaggi testimoniano i suoi timori di essere scoperta. Anne sa che gli ebrei vengono deportati e poi uccisi nelle camere a gas. Renia invece non può ancora avere questa consapevolezza, e infatti è all’oscuro di tutto”. “Ciò non toglie – conclude lo studioso – che il diario di Renia Spiegel rappresenti un documento dall’importante valore storico e sia assai utile per conoscere la vita quotidiana degli ebrei nei ghetti durante la Seconda guerra mondiale”.
RM

Il dramma degli ebrei italiani in Libia

Avvenire, 8.12.2018

Nel giugno 1967 la Guerra dei Sei giorni scatena una terribile ondata di violenze contro gli ebrei italiani residenti in Libia. Case e negozi bruciati, beni confiscati, sinagoghe e cimiteri profanati. Chi viene trovato in strada finisce ammazzato senza pietà. Sono giorni di terrore, rabbia e incredulità. Solo alcune settimane più tardi circa cinquantamila membri della comunità di Tripoli riescono a fuggire partendo per Roma con un ponte aereo. Gran parte di loro proseguirà alla volta di Israele o degli Stati Uniti, altri si fermeranno per sempre in Italia, cominciando una nuova vita. Daniela Dawan aveva appena dieci anni quando visse in prima persona quei tragici giorni. La sua famiglia fu costretta come tante altre a lasciare precipitosamente quello che considerava il proprio paese, aprendo un vuoto doloroso e incolmabile con il passato. Nel bel romanzo Qual è la via del vento (edizioni e/o), Dawan rievoca quei drammatici fatti che coinvolsero migliaia di ebrei italiani raccontando una vicenda in parte autobiografica. La storia – liberamente ispirata alla sua infanzia – è quella di Micol Cohen, una bambina ebrea che vive a Tripoli con il padre e la madre, Ruben e Virginia. Personaggi tratteggiati con garbo e senza retorica all’interno di un quadro familiare segnato dalla morte misteriosa di una sorella che Micol non ha mai conosciuto. Quando si scatena la violenza nelle strade anche i Cohen sono costretti a nascondersi nell’appartamento dei nonni materni della piccola, Ghigo e Vera Asti, in attesa di fuggire grazie all’aiuto di un amico arabo che fornirà loro i visti per l’espatrio. Due anni più tardi, nel 1969, il colpo di Stato del Colonnello Gheddafi e la cacciata di re Idris fanno perdere agli ebrei ogni residua speranza: tornare a casa è ormai impossibile. Fra i primi provvedimenti del nuovo regime c’è l’ordine di esproprio dei beni degli italiani, spariscono conti correnti, immobili, terreni, finché dell’antica comunità ebraica della Libia non resterà più alcuna traccia. La drammatica fuga della famiglia Cohen chiude la prima parte del libro, che ricostruisce accuratamente i fatti e il clima politico della Libia di quegli anni. La trama del romanzo riprende poi molti anni anni dopo, raccontando le conseguenze di quello sradicamento. “Ci sono due generi di uomini – scrive Dawan -, quelli che piantano più solide radici altrove e quelli che invece, anche senza averne consapevolezza, si disgregano”. Ruben, il padre di Micol, appartiene alla seconda categoria e in Italia non riuscirà mai a costruirsi una nuova vita. Sarà invece Micol, ormai diventata un avvocato di successo, a tornare finalmente a Tripoli nel 2004 insieme a un gruppo di vecchi esuli ebrei. È quello il momento in cui Gheddafi sta compiendo una serie di gesti di distensione nei confronti dell’Occidente e dell’Italia. Forse esiste la concreta possibilità di ottenere risarcimenti. “Saranno ancora imbevuti di odio?” è la domanda che la protagonista, ormai adulta, si pone iniziando un viaggio nei luoghi della memoria della sua infanzia, in cui scoprirà anche il segreto della morte di sua sorella. Un viaggio che nella realtà l’autrice del libro non ha mai compiuto ma è stata capace di rendere con grande efficacia narrativa, riportando alla luce la memoria di una tragedia sulla quale è caduto il silenzio.
RM

Il cinese che salvò gli ebrei di Vienna

Avvenire, 4.4.2018

Ho Feng Shan (1901-1997)

“Il male che l’uomo fa vive oltre di lui. Il bene, sovente, rimane sepolto con le sue ossa”: ciò che Shakespeare faceva dire a Marco Aurelio nell’orazione funebre di Giulio Cesare pare non essersi verificato nel caso di Ho Feng Shan, “lo Schindler cinese”, il cui eroismo fu rivelato alcuni anni dopo la sua morte consentendo finalmente al memoriale di Yad Vashem di inserirlo nell’elenco dei Giusti tra le Nazioni. Console cinese a Vienna durante la Seconda guerra mondiale, Ho Feng Shan fu uno dei primi diplomatici a impegnarsi per salvare gli ebrei in fuga dal Terzo Reich, fornendo loro passaporti cinesi per sfuggire alle deportazioni. Era arrivato nella capitale austriaca nella primavera del 1937, pochi mesi prima dell’Anschluss di Hitler, in una città che all’epoca ospitava la terza comunità di ebrei più grande d’Europa. Ma con l’annessione del paese alla Germania nazista tutte le ambasciate straniere in Austria vennero chiuse e circa 185mila ebrei iniziarono a vivere nel terrore. La rappresentanza diplomatica di Pechino fu sostituita con un consolato generale cinese guidato dallo stesso Ho Feng Shan che in quei mesi cruciali, mentre l’indifferenza generale amplificava la crudeltà delle persecuzioni, si trovò di fronte a un bivio. Mentre il ministero degli esteri cinese gli chiedeva di mostrarsi accondiscendente verso le richieste degli ebrei, l’ambasciatore cinese a Berlino faceva pressioni su di lui affinché assecondasse la politica tedesca, per il bene delle relazioni tra Cina e Germania. Costretto a scegliere tra gli interessi della propria nazione e la salvezza degli ebrei, Ho preferì obbedire alla propria coscienza e commise, proprio come Antigone, quello che nella tragedia di Sofocle veniva definito un “santo crimine”: ‘crimine’ rispetto alla legge, ‘santo’ rispetto alla giustizia che esprimeva. Fece rilasciare un numero imprecisato – ma elevatissimo – di visti per il suo paese, pur sapendo che la maggior parte degli ebrei, una volta usciti dall’Austria, non avrebbero intrapreso un viaggio verso la Cina. Ci riuscì usando uno stratagemma: spiegò al suo collega in Germania che si sarebbe adeguato alle nuove istruzioni non appena avesse ricevuto una chiara direttiva, ma nel frattempo incaricò il suo vice di proseguire con il rilascio dei visti. È impossibile stabilire con esattezza quante persone abbia salvato nell’Austria occupata dai nazisti tra il 1938 e il 1939, anche perché molti non hanno neanche mai saputo di dovergli la vita. Secondo i calcoli più attendibili sarebbero state almeno tremila. Continua a leggere “Il cinese che salvò gli ebrei di Vienna”

Nessun “giusto” per Sara

di Gianni Sartori

Ci sono storie che insegui inconsapevolmente per anni, o forse sono quelle storie che ti inseguono…Una prima volta ne avevo sentito parlare circa trenta anni fa. Un giro in bici, una sosta nella piazzetta di un paese mai visto prima, un casuale incontro con un’anziana che aveva assistito ai fatti di persona. Mi parlò di un evento all’epoca poco conosciuto (“obliterato”), su cui poco pietosamente veniva steso un velo di silenzio: la deportazione in una antica villa padronale di Vò Vecchio (Villa Contarini-Venier) di un gruppo di ebrei rastrellati nel Ghetto di Padova (dicembre 1943). E mi accennò ad un episodio ancora più inquietante, il tentativo di una bambina (forse spinta dalla madre) di nascondersi in una barchessa per evitare la definitiva deportazione (luglio 1944).
index Qualche anno dopo (sempre casualmente) raccolsi altri particolari da una parente, forse una nipote, dell’anziana ormai scomparsa. La bambina sarebbe stata riportata ai tedeschi il giorno dopo, forse per timore di rappresaglie. Fatto sta che emerse nel racconto una precisa responsabilità delle Suore Elisabettiane (incaricate di occuparsi della cucina del campo di concentramento) nel “restituire” Sara agli aguzzini. Ricordo che il controllo del campo di Vò Vecchio, uno dei circa 30 istituiti dalla R.S.I. di Mussolini, era affidato a personale di polizia italiano (presenti anche alcuni carabinieri). Invece la lapide sulla facciata della villa in memoria di quanti non ritornarono (posta soltanto nel 2001) ne parla come di un evento avvenuto “durante l’occupazione tedesca” senza un accenno alle responsabilità del fascismo italiano.Il tragitto dei 43 ebrei da Vò Vecchio verso la soluzione finale è ormai noto e ben documentato. La macchina burocratica funzionava alla perfezione e la pratica di ognuno dei deportati proseguì regolarmente grazie a decine di anonimi complici, esecutori senza volto. Fatti salire su due camion, vennero prima richiusi nelle carceri Padova e poi inviati a Trieste, nella Risiera di San Sabba. Tappa definitiva, Auschwitz.
Quanto alla bimba, si chiamava Sara Gesses (doveva avere sei o sette anni, ma alcune fonti parlano di dieci) e, questo l’ho saputo solo recentemente, venne riportata a Padova con la corriera (quella di linea) dal comandante del campo in persona, Lepore (in alcuni scritti viene definito “più umano”  rispetto al suo predecessore). Anche al momento di salire sulla corriera Sara si sarebbe ribellata, avrebbe pianto, gridato, forse scalciato. Vien da chiedersi come il zelante funzionario abbia poi potuto convivere con il ricordo di questa creatura condotta al macello. Ma in fondo Lepore non era altro che una delle tante indispensabili rotelline dell’ingranaggio, un cane da guardia addomesticato, servo docile incapace di un gesto sia di ribellione che di compassione. Pare che un maldestro tentativo di giustificarsi sia poi venuto da parte delle suore che dissero di aver agito in quel modo “per riportarla insieme alla mamma”. L’ipocrisia a braccetto con la falsa coscienza.
In precedenza, insieme ai genitori, la bambina era stata catturata vicino al confine con la Svizzera durante un tentativo di fuga e quindi riportata nel padovano. Sembra anche che la madre riuscisse a farla scivolar fuori dal finestrino di un’altra corriera, quella che dal carcere di Padova stava portando i prigionieri a Trieste. Purtroppo invano. Sara venne immediatamente ripresa dagli sgherri nazifascisti.
In Polonia la maggior parte dei 47 deportati (tra cui Sara) venne immediatamente “selezionata” per le camere a gas. Solo una decina venne momentaneamente risparmiata e di questi solo tre sopravvissero.
Sara che non aveva incontrato nessun “giusto” sul suo cammino venne avviata alla camera a gas appena scesa dal convoglio 33T sulla rampa di Birkenau, nella notte tra il 3 e il 4 agosto agosto 1944.La sua “morte piccina” (come quella della bambina di Sidone cantata da De André) rimane un delitto senza possibile redenzione, ma di cui dobbiamo almeno conservare la memoria.

Roccatederighi, il lager in affitto dalla Curia

Viaggio nel campo d’internamento voluto dalla Repubblica di Salò nella provincia di Grosseto, e ospitato nei locali di un seminario vescovile.

Roccatederighi è un piccolo paese a 500 metri d’altezza a una trentina di chilometri da Grosseto, con un bel borgo medievale e una macchia terribile nella sua storia recente. È qui che alla fine del 1943 il prefetto dell’epoca Alceo Ercolani, fascista convinto e solerte collaborazionista degli invasori nazisti, si mise alla ricerca di una sede adatta per rinchiudere i circa centocinquanta ebrei censiti tra Grosseto, Pitigliano e altre località della Maremma. La sua non fu una ricerca lunga, né difficile, perché la Curia grossetana guidata dal vescovo Paolo Galeazzi corse presto in suo aiuto proponendogli di affittare un’ala dei locali del Seminario estivo vescovile, una bella struttura situata nel cuore del bosco, a circa un chilometro dal paese. Dal dicembre del 1943 le stanze del Seminario vescovile cominciarono a essere adibite a campo di internamento e quindi a riempirsi di persone arrestate, italiane e straniere, oltre ad ebrei stranieri già custoditi in carceri della provincia. La vicenda è stata scoperta non molto più di un decennio fa in seguito alle ricerche della direttrice dell’Istituto storico della Resistenza di Grosseto, la professoressa Luciana Rocchi. È saltata fuori una copia del contratto di affitto firmato dal vescovo e dal maresciallo di Pubblica sicurezza Gaetano Rizziello, che fu designato a dirigere il campo d’internamento.
20140615_124435Il contratto dice che “dietro invito motivato dalle emergenze di guerra” e “in prova di speciale omaggio presso il nuovo Governo” (quello di Salò), la Curia cede in affitto il Seminario Estivo presso Roccatederighi per farvi la sede del “Campo di Concentramento Ebraico” a un canone di locazione mensile di 5000 lire, una cifra ragguardevole per l’epoca, e includeva l’opera di cinque suore per “la cucina, dispensa, guardaroba, infermeria, nonché per l’ordine nelle camerate delle donne”. Si sarebbe scoperto in seguito che lo stesso Monsignor Galeazzi visse per mesi accanto agli internati perché, a causa dei bombardamenti, la sede vescovile era stata trasferita nel seminario di Roccatederighi.
Questo lager toscano, maremmano, era recintato col filo spinato e posto sotto la sorveglianza di alcune decine di soldati della Repubblica di Salò. Vi furono internate in totale 80 persone (41 italiani e 39 stranieri). Fra l’aprile e il giugno del 1944 oltre la metà di questi furono trasferiti in campi più a Nord. Ad Auschwitz finirono 33 di loro, soltanto quattro dei quali sopravvissero. Dopo la fine della guerra, il prefetto Ercolani fu processato per le stragi ordinate nella zona e condannato a trent’anni di carcere. Fu rilasciato nel 1953, dopo averne scontati appena sette. Il vescovo rimase invece al suo posto fino al 1960 senza subire alcuna sanzione, neanche da parte del Vaticano. Al contrario, come un buon esattore presentò formale richiesta di risarcimento al governo italiano per l’affitto e gli stipendi che i repubblichini non avevano pagato.
Da tempo volevo visitare quello che resta del campo di internamento di Roccatederighi e oggi ci sono finalmente riuscito. Una memoria fredda e sbiadita avvolge quel che resta di questo luogo, che è privo di qualunque rimando a quei fatti tremendi accaduti appena settant’anni fa. Meno male che in occasione del Giorno della Memoria del 2008 – meglio tardi che mai -, una lapide per commemorare gli ebrei che da lì partirono per la Germania è stata collocata fuori dal complesso, che da anni si trova in ristrutturazione per farne un ricovero per malati di Alzheimer. La struttura è chiusa e abbandonata. I lavori, come testimoniano le erbacce e la desolante incuria, sono fermi da tempo, e tutto fa pensare che lo resteranno ancora a lungo.
RM

Shoah-Ruanda: orrori a confronto

Ci sono tanti, troppi punti in comune tra il genocidio del Ruanda – di cui ricorre adesso il ventennale – e l’Olocausto, che fino a non molto tempo fa veniva considerato un evento unico e quindi incomparabile nella storia recente dell’umanità. Evidenziare le analogie e le somiglianze tra questi due orrori non è un esercizio accademico né una sterile comparazione tra contabilità delle vittime e atti di brutalità. È piuttosto un’esigenza dettata dalla memoria e dal bisogno di comprendere le responsabilità e le cause di due eventi che risultano assai meno distanti del mezzo secolo di storia che li separa. In un saggio breve ma intenso, Shoah, Ruanda. Due lezioni parallele (Giuntina), Niccolò Rinaldi declina in modo efficace l’inevitabile parallelismo tra i due maggiori orrori del XX secolo, senza scordare le inevitabili differenze. Shoah RuandaLa prima e più eloquente di queste sta nella modalità: le vittime dell’Olocausto morirono nelle camere a gas, nei forni crematori e nei campi di concentramento; in Ruanda fu invece distrutto circa un milione di vite umane a colpi di machete, oppure bruciando gruppi di persone chiusi in chiese o scuole, o ancora seppellendo i vivi e i morti insieme. Differente è stata anche la presa di coscienza post-genocidio, poiché nel caso del Ruanda non c’è ancora stata una condanna unanime, al contrario di quanto è accaduto invece per l’Olocausto. Rinaldi – esperto di “memorie” e già autore di altri libri importanti su Afghanistan e Africa – delinea invece il parallelismo Shoah-Ruanda attraverso un caleidoscopio di parole attorno alle quali fa ruotare una narrazione che non scade mai nella retorica. Parole che hanno in alcuni casi un significato opposto (crudeltà e pietà, oblio e memoria, revisionismo e riconoscimento, rassegnazione e resistenza) e che rappresentano i punti di partenza di un percorso di approfondimento che risulta assai utile per fugare una volta per tutte l’equivoco più pericoloso: considerare ciò che è accaduto in Ruanda vent’anni fa uno “scontro tribale”, come a lungo l’Occidente  ha volu­to credere. Fu invece anch’esso, al pari della Shoah, uno sterminio pianificato basato su divisioni antiche e causate da politiche che, finita l’epoca colonialista, non hanno mai smesso nei fatti d’essere colo­nialiste, sostituendo il dominio territoriale con il con­trollo e lo sfruttamento economico. Dagli anni ’50 in poi il Ruanda è stato violentato per decenni da studiosi e da antropologi che hanno raccontato la storia del paese in termini di guerra tra razze, e a lungo le tradizioni del piccolo paese africano sono state demonizzate e occultate dagli hutu che le attribuivano solo alla cultura tutsi. È quindi confortante che in questi ultimi anni sia apparsa una nuova generazione di storici capace di fornire un’altra lettura della storia antica ruandese, non basata su pregiudizi razzisti ma su un passato comune. La tragedia del Ruanda conferma purtroppo che affermare “mai più” non basta per evitare gli orrori del passato. “C’è poco da stare tranquilli – conclude Rinaldi – ma se conosciamo siamo tutti più forti”.
RM

L’iraniano eroe della Shoah

da “Avvenire” di oggi

Era il VI secolo avanti Cristo, quando Ciro il Grande salvò la vita agli ebrei deportati a Babilonia dopo la distruzione di Gerusalemme. L’editto dell’imperatore persiano li liberò e li fece rientrare in patria, consentendo loro anche la ricostruzione del tempio. Quella lontana vicenda, tramandata nei secoli anche dal profeta Isaia, era ben chiara nella mente del diplomatico iraniano Abdol-Hossein Sardari, quando si ritrovò nelle mani la sorte di migliaia di ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Il diplomatico di religione islamica riuscì a usarla per far credere ai nazisti che gli ebrei iraniani, da lui ribattezzati “Djuguten”, erano in realtà i discendenti di una setta convertita all’ebraismo all’epoca dell’imperatore Ciro, e che per questo non avevano legami di sangue con gli ebrei europei. Da responsabile della missione diplomatica di Teheran nella Parigi occupata dai nazisti, Sardari usò la storia antica per ingannare gli uomini della Gestapo e per salvare gli ebrei iraniani dalla persecuzione e dai campi di sterminio. Con la sua abilità di avvocato riuscì a garantire loro un trattamento speciale sfruttando le contraddizioni insite nelle leggi razziali, mentre in Germania gli “esperti” di tali questioni cercavano di verificare la sua teoria senza giungere a una conclusione univoca. Poi si spinse oltre, compilando personalmente passaporti falsi, impiegando a questo scopo anche le proprie finanze personali e mettendo a rischio la propria vita. Quando Adolf Eichmann in persona, alla fine del 1942, scoprì e denunciò la geniale macchinazione, circa duemila ebrei, non solo iraniani, erano già riusciti a mettersi in salvo con l’aiuto del giovane diplomatico. Continua a leggere “L’iraniano eroe della Shoah”

Due letture consigliate

La Shoah e la tragedia dei desaparecidos sono gli argomenti al centro dei due libri – entrambi molto belli – che ho letto recentemente. Il primo si chiama “Una famiglia” (Giuntina) ed è l’ultima fatica del prolifico scrittore fiorentino Paolo Ciampi. Dopo il notevole “Un nome” uscito due anni fa,  Ciampi prosegue nella sua encomiabile opera di ricostruzione di vicende poco note, sepolte dall’oblio ma estremamente significative. Stavolta racconta la storia dei Ventura, una famiglia di ebrei toscani spezzata ma non distrutta dalle leggi razziali fasciste. Prima la persecuzione, gli stenti, la deportazione e la morte. Poi la lenta e inarrestabile rinascita di una ‘pianta’ familiare che ritrova la propria linfa vitale grazie alla rocambolesca salvezza dei figli a loro volta poi diventati padri, madri e nonni. La penna sempre più brillante e sensibile di Ciampi riannoda i fili di una vicenda struggente e drammaticamente ‘normale’, riuscendo nel non semplice compito di raccontare la speranza che segue la tragedia, la vita che prevale sulla barbarie. E di farlo senza scivolare mai nella retorica. A cavallo del recente Giorno della Memoria l’autore ha peraltro accompagnato Saul (uno dei ragazzi scampati all’Olocausto) in un lungo giro di presentazioni nelle scuole e nei comuni di tutta la Toscana. “Facendo” memoria sul serio, tra i più giovani.

L’altro libro è invece un romanzo che si chiama “Giorni di neve, giorni di sole” (Marna), con la prefazione del premio Nobel per la pace Adolfo Perez Esquivel. Gli autori sono Fabrizio e Nicola Valsecchi, due giovani gemelli comaschi che secondo quanto riporta la quarta di copertina “scrivono realmente a quattro mani, procedendo insieme, senza ripartirsi i compiti”. Una doppia penna dallo stile asciutto, scarno e molto efficace narra la storia vera dell’emigrante italiano Alfonso Dell’Orto, che dopo più di settant’anni trascorsi in Argentina, ritorna al suo paese natale per ricordare la giovane figlia Patricia, desaparecida con il marito Ambrosio. La sua è una delle tante terribili storie di emigranti italiani scappati dal fascismo per diventare vittime della brutale dittatura dei militari argentini, genocidi del loro stesso popolo. Anche il romanzo dei Valsecchi è un efficace antidoto contro l’oblio che rischia di inghiottire nuovamente un’intera generazione che reclama giustizia.

Foibe e Risiera, una strana ”simmetria” per pacificare la memoria

L’Italia è l’unica nazione europea che ha ben due giorni dedicati alla Memoria. Ed è anche l’unica che se ne serve non tanto per chiedere scusa quanto per esigere scuse da altri.

(Paolo Rumiz da “Il Piccolo di Trieste”)

A due settimane dal Giorno della Memoria, il 10 febbraio ritorna il Giorno del Ricordo dedicato agli esuli d’Istria e Dalmazia e ai morti nelle foibe. Torna con la sua carica di emozioni forti e il suo seguito di dispetti diplomatici fra Italia, Slovenia e Croazia. Ogni volta la stessa storia. Quasi un tormentone a orologeria. Come noto, per metterci una pietra sopra, Roma chiede a Lubiana e Zagabria di concordare un atto simbolico di omaggio ai due luoghi contrapposti della barbarie: le foibe appunto, e la Risiera di Trieste, unico forno crematorio nazista in terra italiana. Un doppio atto catartico, si afferma. Una contrizione equanime e simmetrica, come i due piatti di una bilancia. Ma è qui il punto. So bene che molti non saranno d’accordo, ma a mio avviso quella tra le foibe e il Lager triestino è una falsa simmetria. Mi spiego. Noi chiediamo ai nostri vicini di riconoscere una colpa loro, e in cambio offriamo di dolerci di una colpa niente affatto nostra. La Risiera è un simbolo pesante. Ma ha un difetto: venne gestita da tedeschi, e Trieste era territorio del Reich. È difficile che funzioni. È come saldare un debito con moneta altrui. Perché non si cerca altro? Strano che l’Italia antifascista non ci pensi. Di luoghi alternativi ce n’è d’avanzo. Per esempio l’infame e italianissimo campo di concentramento di Gonars in Friuli, dove civili sloveni e croati furono fatti morire di fame; o il villaggio di Podhum sopra Fiume, una Marzabotto firmata Italia del ‘42, con cento civili fucilati, incendio e deportazione dei sopravvissuti. Sarebbe facile, ma temo che se le nostre controparti ci dicessero davvero “offriteci un pentimento un po’ più italiano”, saremmo colti da amnesia collettiva. Da troppi anni il Paese evita il nodo del pentimento; si genuflette ad Auschwitz ma sorvola sui delitti del Ventennio. Continua a leggere “Foibe e Risiera, una strana ”simmetria” per pacificare la memoria”