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Irlanda, la frontiera impossibile

Avvenire, (9 luglio 2017)

“Pettigo, questo piccolo villaggio di quattrocento anime al confine tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, rappresenta uno dei più grandi paradossi della guerra. Alcune strade, alcune case e alcuni abitanti sono coinvolti nel conflitto ma basta attraversare un ponte per trovare la pace, cibo in quantità, alcol e tabacco”. È quanto scrisse in un giorno d’agosto del 1945 Phillip Callahan, un aviatore dell’esercito statunitense arrivato in quel paesino della contea di Donegal durante gli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale. Il suo sguardo stupito di osservatore straniero spiega come la neutralità di Dublino e la belligerenza di Belfast avessero messo impietosamente a nudo l’assurdità della divisione artificiale dell’Irlanda. Un confine schizofrenico correva ormai da oltre vent’anni lungo 500 chilometri dell’isola, dall’estuario del fiume Foyle al mare d’Irlanda, formando una delle più atipiche frontiere del mondo, la cui stessa esistenza sarebbe stata a lungo oggetto di controversie per il diritto internazionale e per la costituzione irlandese. Un paradosso geopolitico e amministrativo che rischia di riesplodere anche adesso, in tutta la sua complessità, a seguito del referendum sulla Brexit. Alla consultazione del 2016 la maggioranza assoluta degli elettori dell’Irlanda del Nord si è espressa infatti a favore del “Remain” aprendo scenari del tutto impensabili fino a qualche mese fa, e non privi di implicazioni d’interesse europeo. Con l’uscita di Londra dall’Unione anche quella tra le due parti dell’Irlanda diventerebbe infatti una frontiera esterna all’UE – e dunque sensibile come quella tra Grecia e Turchia – e alcuni, a Dublino, temono persino che l’irrigidimento di quel confine possa avere conseguenze negative per il processo di pace irlandese. In questo quadro è dunque assai interessante e opportuna la retrospettiva storica sul tema compiuta da Peter Leary, studioso di Oxford e autore del recente volume Unapproved Routes: Histories of the Irish Border, 1922-1972 (Oxford University Press). Quasi un secolo fa, dopo anni di sanguinose guerre anticoloniali, Londra impose a tutta l’Irlanda il durissimo compromesso della divisione. Sei delle nove contee dell’Ulster andarono a costituire un’entità politica mai esistita fino ad allora, frutto della convergenza di interessi tra il governo britannico e la borghesia industriale dell’Ulster: lo stato dell’Irlanda del nord, pari al 17% scarso del territorio dell’isola, con un proprio parlamento nel palazzo di Stormont, alle porte di Belfast. Formato da quattro contee a maggioranza protestante (Antrim, Armagh, Down e Londonderry) e due a maggioranza cattolica (Fermanagh e Tyrone), il nuovo staterello aveva confini tracciati in modo tale da assicurare complessivamente una maggioranza di due terzi ai protestanti. Da allora l’Irlanda sarebbe rimasta divisa sine die, contro la volontà della maggioranza della popolazione e qualsiasi logica politico-giuridica. Continua la lettura di Irlanda, la frontiera impossibile

Jim Sheridan e le verità scomode dell’Irlanda

Avvenire, 5.4.2017

Alla prima del suo nuovo film Il segreto che si è tenuta a Dublino nel febbraio scorso, Jim Sheridan ha voluto che gli ospiti d’onore fossero Mark e Cheryl, una giovane coppia di sposi rimasta vittima della bolla immobiliare e costretta a occupare l’Apollo House, un edificio pubblico nel centro della capitale. Il grande regista irlandese è stato uno degli intellettuali più impegnati in quell’occupazione che per settimane ha riempito le prime pagine dei giornali riuscendo ad attirare l’attenzione sulle gravi conseguenze sociali del tracollo finanziario di qualche anno fa.

Jim Sheridan nei giorni dell’occupazione dell’Apollo House di Dublino

“Siamo riusciti a suscitare un dibattito sul problema e a sensibilizzare il governo ottenendo la concessione di nuovi alloggi popolari, tuttavia non ho mai creduto che le cose potessero cambiare da un giorno all’altro, né che la soluzione alla crisi passasse soltanto attraverso iniziative come quella”, ci ha detto nei giorni scorsi a Roma, dov’è stato ospite dell’Irish Film Festa. Sei volte nominato all’Oscar, Sheridan è autore di pellicole memorabili che hanno scritto la storia del cinema irlandese contemporaneo come Il mio piede sinistro, Il campo, Nel nome del padre e The boxer. Alla rassegna romana ha presentato il suo nuovo film Il segreto (nelle sale italiane dal 6 aprile), tratto dal romanzo di Sebastian Barry The Secret Scripture, e incentrato su temi a lui cari da sempre come la verità, la famiglia, la politica e la religione. Vent’anni esatti dopo The boxer è tornato a girare in Irlanda per raccontare la vita tormentata di un’anziana donna, Rose McNulty (una straordinaria Vanessa Redgrave), confinata da oltre mezzo secolo in un ospedale psichiatrico della provincia irlandese, accusata di aver ucciso suo figlio. Lo psichiatra Stephen Grene (Eric Bana) indaga per far luce sul suo passato e per capire le vere ragioni che l’hanno condotta all’internamento. Grazie a lui riemerge poco a poco la storia di Rose – che conserva i suoi ricordi in una vecchia Bibbia usata come un diario – sullo sfondo di un’Irlanda lacerata dai conflitti degli anni ’40. Nel cast figurano anche Rooney Mara, Jack Reynor, Theo James e Aidan Turner.
Cosa l’ha spinta a raccontare questa storia?
Quello che mi ha colpito maggiormente del libro di Barry è il rapporto tra una madre e suo figlio, una vicenda che in un certo senso rispecchia fatti accaduti nella mia famiglia. Mia nonna che morì partorendo mia madre e la morte di uno dei miei fratelli. Mi sono sentito un po’ parte della storia raccontata nel romanzo. Continua la lettura di Jim Sheridan e le verità scomode dell’Irlanda

Brexit e riunificazione, Nord Irlanda al bivio

Avvenire, 25.2.2017

Le elezioni che si terranno il 2 marzo prossimo segneranno uno spartiacque decisivo nella storia del processo di pace in Irlanda del Nord. Le dimissioni del vicepremier Martin McGuinness, storico esponente dei repubblicani di Sinn Féin, hanno fatto cadere il governo formato meno di un anno fa aprendo la strada al voto anticipato, ma hanno anche creato i presupposti per una lunga stagione di instabilità nella regione. Questa crisi è infatti la diretta conseguenza della profonda divisione che tuttora caratterizza la società nordirlandese, il sintomo inequivocabile della chiusura di una fase storica e politica avviata con la firma dell’Accordo del Venerdì Santo del 1998. Uno dei capisaldi della pace raggiunta a Belfast ormai quasi un ventennio fa era la politica del “power sharing”, ovvero la condivisione dei poteri tra i maggiori partiti del paese. Sinn Féin e Dup, espressione della comunità cattolico-repubblicana e di quella unionista-protestante, erano stati chiamati a governare insieme su una serie di questioni ‘devolute’ dal parlamento britannico. Un meccanismo istituzionale che almeno negli ultimi dieci anni ha funzionato, contribuendo a chiudere i conti con il passato e con una stagione di violenza che pareva interminabile. Al tempo stesso non è però riuscito a proiettare il paese nel futuro poiché non è stato capace di ricostruire il tessuto sociale ed economico dopo decenni di conflitto. La convivenza tra le due comunità continua a essere assai problematica a causa di una struttura sociale profondamente settaria e basata sulla segregazione religiosa. Ancora oggi, appena il 7% degli studenti dell’Irlanda del Nord frequenta scuole integrate mentre tutti gli altri seguono un percorso educativo che viaggia su binari rigidamente separati in base all’appartenenza confessionale. Le famiglie vivono in comunità divise, e sia a Belfast che in altre città sono ancora presenti numerose “peace line”, le barriere di cemento e lamiera che dividono per motivi di sicurezza i quartieri cattolici da quelli protestanti. Come se non bastasse, le statistiche più recenti parlano di una disoccupazione giovanile al 20% e della crescita costante del tasso di criminalità e della diffusione di droghe. Continua la lettura di Brexit e riunificazione, Nord Irlanda al bivio

Un centenario che ci riguarda

Intervista a Il Giornale, 8.4.2016

In Irlanda sono iniziate le commemorazioni per il centenario dell’Easter Rising, la Rivolta di Pasqua che nel 1916 diede il via al lungo processo verso la costituzione della Repubblica d’Irlanda. Ce ne parla Riccardo Michelucci, giornalista e studioso d’Irlanda, autore di Storia del conflitto anglo-irlandese. Otto secoli di persecuzione inglese (Odoya, 2009) e curatore dell’edizione italiana di The Insurrection in Dublin di James Stephens (Menthalia, 2015).

Ci può riassumere il conflitto storico nord-irlandese?
Il conflitto nordirlandese non è che l’ultima propaggine del plurisecolare conflitto anglo-irlandese, una delle guerre più lunghe della storia dell’umanità, le cui radici affondano nell’Alto Medioevo. Nel 1921, non potendo più mantenere il controllo dell’intera isola, Londra impose con la forza all’Irlanda una divisione del tutto arbitraria che ha dato vita a un’entità geopolitica artificiale – l’Irlanda del Nord – col solo obiettivo di costruire una maggioranza protestante all’interno di un paese a stragrande maggioranza cattolica per perpetuare quel dominio iniziato tanto tempo fa. Ma l’elemento religioso, almeno negli ultimi tre secoli, è stato sempre usato strumentalmente per far apparire il conflitto irlandese come uno scontro tra cattolici e protestanti. La realtà è assai più complessa e deriva le sue origini dal settarismo inculcato nei discendenti dei coloni inglesi e scozzesi che hanno sempre mantenuto il potere nella parte settentrionale dell’Irlanda, l’Ulster, peraltro l’unica parte dell’isola che ha visto uno sviluppo industriale. In Irlanda del Nord la minoranza cattolica è stata vessata per decenni, privata del lavoro, della casa, del diritto di voto. Quando negli anni ’60 ha cercato di alzare la testa per reclamare uguaglianza e parità di diritti è stata repressa senza pietà, facendo stragi di civili (vedi la “Bloody sunday” di Derry del 30 gennaio 1972), favorendo la rinascita dell’IRA e incancrenendo il problema fino ai giorni nostri.
La presunta contrapposizione di natura religiosa è una mistificazione alimentata dalla propaganda britannica, perché funzionale a far credere che l’esercito britannico abbia operato in qualità di forza d’interposizione tra due comunità in lotta. Invece i soldati e i servizi segreti di Sua Maestà hanno sempre agito in qualità di alleati di una parte – quella unionista protestante fedele alla Corona – come dimostrano gli innumerevoli casi di collusione tra i gruppi paramilitari unionisti, i servizi di Londra e la polizia britannica dell’Irlanda del Nord.
Cosa è successo nel 1916?
Un secolo fa tutta l’Irlanda era ancora una colonia britannica soggetta alle leggi di Londra e priva di un proprio parlamento. A Westminster era in corso da tempo un estenuante dibattito sulla Home Rule, l’autogoverno, che doveva garantire una prima forma di autonomia ma che secondo molti irlandesi rischiava di svilire per sempre l’identità nazionale. Tra il 24 e il 30 aprile 1916, nel breve volgere di una settimana, poco più di un migliaio di uomini e donne irlandesi dotati di coraggio e amore per la libertà, ma con scarsi mezzi militari, insorsero contro la Gran Bretagna per liberare il paese e ottenere finalmente quell’indipendenza che nei secoli precedenti si era tentato invano di raggiungere, attraverso una serie di rivolte fallite. Si cercò di sfruttare il momento di difficoltà nel quale si trovava Londra, che in quei mesi era impegnata nella Prima guerra mondiale, scegliendo il giorno di Pasqua per cercare d’identificare la rivolta e la liberazione del paese con la Pasqua di resurrezione. Per riuscirci non sarebbe stato necessario ottenere una vittoria militare sugli inglesi – cosa che nessuno credeva possibile – bensì compiere un atto di ribellione armata capace di risvegliare la coscienza nazionale. Sul piano strettamente militare la rivolta fallì e i principali leader degli insorti furono fucilati, ma il loro eroismo avrebbe cambiato per sempre la storia dell’Irlanda radicalizzando definitivamente l’opinione pubblica del paese, fino a quel momento riluttante a rivoltarsi contro gli inglesi, e dando il colpo di grazia al decadente Impero britannico.
Quali sono stati i passaggi che hanno portato alla nascita della Repubblica d’Irlanda nel 1922?
In realtà, dopo la divisione imposta da Londra che citavo prima, nel 1922 nacque soltanto il cosiddetto Stato Libero d’Irlanda, che coincide con le ventisei dell’attuale Repubblica irlandese, ed ebbe una prima forma di autonomia all’interno del Commonwealth, quindi rimase sempre legata alla Corona britannica. L’Irlanda ha avuto la sua prima costituzione repubblicana nel 1937, anche se il legame con il re fu reciso definitivamente soltanto nel 1949, con la definitiva uscita dal Commonwealth. Quindi oltre 30 anni dopo la rivolta del 1916, che gettò comunque i semi decisivi di una svolta culturale, prima ancora che politico-costituzionale.
Che significato ha, oggi, dopo cento anni la Rivolta di Pasqua?
Al netto dell’inevitabile bagno di retorica che purtroppo in queste occasioni è sempre presente, il centenario della Easter Rising è un’occasione importante per riflettere sui grandi ideali che quegli uomini e quelle donne portarono avanti a costo della loro stessa vita. Non è un caso che la Rivolta irlandese del 1916 continui ancora oggi a rappresentare uno dei momenti più alti di resistenza contro il potere coloniale e di martirio per la libertà dell’epoca contemporanea. Secondo lo storico Eric Hobsbawm il processo di decolonizzazione è stato uno dei principali progressi del ‘Secolo breve’, un processo favorito e accelerato proprio dalla Rivolta irlandese del 1916, che dette anche il colpo di grazia al decadente Impero britannico e fu d’esempio per altri paesi in lotta per l’emancipazione, come India, Australia e Sudafrica.
I ribelli di cento anni fa non sono stati soltanto d’esempio e d’ispirazione per le generazioni che vennero dopo di loro, ma hanno lasciato anche un’importante eredità grazie ai principi formulati nella Proclamazione che fu letta in pubblico da Patrick Pearse il primo giorno della rivolta. Il documento delineava il sogno di un’Irlanda che in futuro avrebbe dovuto essere un paese inclusivo, senza alcuna discriminazione di classe, di religione, di genere. Era il progetto di una nazione ideale, forse irrealizzabile, ma che sarebbe rimasto un punto di riferimento fino ai giorni nostri, purtroppo in larga misura disatteso. L’Irlanda odierna sembra infatti molto più il risultato di una sorta ‘controrivoluzione’: un paese ancora profondamente settario nel Nord e caratterizzato da una forte emigrazione e grandi disuguaglianze al sud. La riunificazione appare lontana, ed è quasi uscita del tutto dalle agende politiche di quei partiti che un tempo la consideravano imprescindibile. È accaduto qualcosa di simile in molti paesi usciti da esperienze coloniali: alla liberazione nazionale è subentrato una sorta di tradimento nazionale. Il centenario rappresenta un’occasione per ricollegarsi a quegli ideali e a quel progetto di emancipazione e farne tesoro per il futuro.
Quali sono state le maggiori iniziative promosse nel nord e nel sud dell’isola verde?
Da mesi sono in corso in tutta l’Irlanda grandi celebrazioni che coinvolgono lo Stato, la società civile e il mondo accademico e culturale. L’elenco completo si trova sul sito www.ireland.it. Le celebrazioni proseguiranno per tutto l’anno e segneranno un momento storico per l’Irlanda, anche se purtroppo non mancano i revisionisti. Coloro cioè che continuano a vedere nella rivolta di un secolo fa la genesi della violenza che ha insanguinato l’Irlanda del Nord in tempi più recenti.
Nell’ultimo periodo alcuni gruppi hanno ripreso la lotta armata… Cosa ne pensa?
Che sono la conseguenza inevitabile del malcontento generato in molti settori della popolazione – specie quelli economicamente più deboli ed emarginati – dal mancato raggiungimento di quegli obiettivi di cui parlavo sopra. Nessuno mette in dubbio che la politica debba essere anche compromesso, ma è evidente che l’attuale mantenimento dello status quo costituisce agli occhi di molti il tradimento di un ideale, di un sogno, di una lotta che è costata decenni di dolore e sangue.
Che futuro prevede per i repubblicani irlandesi?
È sempre difficile fare previsioni perché la politica conosce spesso sorprese e sviluppi inaspettati. Credo sia impossibile che il suddetto malcontento e l’azione dei gruppi dissidenti possano favorire un ritorno al conflitto come talvolta qualcuno ancora sostiene. La dinamica socio-politica attuale è troppo diversa da quella di 30-40 anni fa. Purtroppo il problema dello scarso spessore dei leader politici odierni che l’Europa sta soffrendo un po’ ovunque tocca anche i repubblicani irlandesi. Mi riferisco al loro maggior partito, il Sinn Féin, che non riesce a trovare un ricambio dopo essere stato guidato dalla stessa persona per oltre tre decenni. Sarà interessante capire chi succederà a Gerry Adams, e con quali obiettivi.

Irlanda 1916: Pasqua di libertà

Avvenire, 24.3.2016

Easter1916460Il foro di un proiettile esploso cento anni fa, nei giorni della grande insurrezione di Dublino della Pasqua 1916, è ancora oggi ben visibile su uno degli angeli alati che circondano il monumento bronzeo di Daniel O’Connell, nel cuore della capitale irlandese. Può sembrare quasi una tragica ironia della sorte, poiché nell’Ottocento colui che gli irlandesi hanno ribattezzato il “Liberatore” lottò per tutta la vita con metodi nonviolenti per raggiungere l’emancipazione dei cattolici del suo paese. Ma un secolo fa tutta l’Irlanda era ancora una colonia britannica soggetta alle leggi di Londra e priva di un proprio parlamento. I ribelli che insorsero contro l’Impero non avevano scelto a caso quei giorni. Volevano infatti compiere un gesto catartico capace di risvegliare la coscienza nazionale identificando la rivolta e la liberazione del paese con la Pasqua di Resurrezione. “Nel nome di Dio e delle generazioni scomparse dalle quali deriva la sua lunga tradizione nazionale, l’Irlanda per mezzo nostro chiama i suoi figli sotto la sua bandiera e lotta per la propria libertà”: così iniziava la storica proclamazione del governo provvisorio della Repubblica, letta da Patrick Pearse il Lunedì di Pasqua del 1916 davanti all’edificio delle Poste Centrali di Dublino, nell’odierna O’Connell Street. L’elemento spirituale della rivolta fu dunque scolpito nel documento su cui il moderno stato irlandese affonda le proprie radici. Per giorni, il New York Times dedicò all’insurrezione di Dublino articoli firmati da un reporter dal nome evocativo – Joyce Kilmer – che non mancò di sottolineare come gran parte dei leader degli insorti erano poeti, insegnanti e letterati che andarono in battaglia “con la pistola in una mano e un libro di Sofocle nell’altra”, mentre monsignor Michael O’Riordan, all’epoca rettore del Pontificio Collegio irlandese di Roma, raccontò in un famoso resoconto: “negli edifici occupati e difesi dagli insorti, si recitarono senza interruzione corone del rosario e altre devozioni. Nella domenica durante la sommossa, cercarono di avere un prete che celebrasse la messa per loro, onde compiere il precetto festivo”.
Eppure, la Easter Rising era stata organizzata e combattuta da un gruppo assai eterogeneo di ribelli. A Patrick Pearse, il rivoluzionario-poeta che nelle sue liriche aveva esaltato la necessità di un sacrificio di sangue per liberare il paese, aveva fatto da contraltare il marxismo di James Connolly; ai combattimenti presero parte esponenti della borghesia anglo-irlandese ma anche operai, sindacalisti, giovani e donne delle classe popolari. Nei sei giorni che seguirono la Settimana Santa di cento anni fa, i ribelli riuscirono a impadronirsi di postazioni strategiche in gran parte della città e a sfidare apertamente il potente esercito britannico, sebbene fossero soltanto una milizia male armata composta da poco meno di duemila effettivi. Alla fine furono costretti ad arrendersi, ma il loro eroismo cambiò per sempre la storia dell’Irlanda radicalizzando definitivamente l’opinione pubblica del paese, fino a quel momento riluttante a rivoltarsi contro gli inglesi. Ma dette anche il colpo di grazia al decadente Impero britannico e fu d’esempio per altri paesi in lotta per l’emancipazione – India, Australia e Sudafrica in primis – che riconobbero il valore universale della lotta irlandese. In pochi giorni, gli inglesi fucilarono i principali leader della rivolta trasformandoli in martiri agli occhi del popolo e in figure quasi leggendarie che avrebbero ispirato a lungo la letteratura contemporanea. Come il leader socialista James Connolly, che nelle sue ultime ore di vita si comunicò dopo essersi lasciato confessare in carcere e il diplomatico Roger Casement, originario di una famiglia protestante, che si convertì al cattolicesimo in punto di morte, chiedendo l’eucaristia prima di essere impiccato. Il primo a suggellare il simbolismo perfetto del loro sacrificio fu il premio Nobel William Butler Yeats nella sua famosa poesia Easter 1916. “Ora e nei tempi che verranno – scrisse con toni elegiaci – ovunque si indossi il verde / sono cambiati, cambiati completamente / è nata una terribile bellezza”. Cinquant’anni dopo, anche una grande scrittrice inglese come Iris Murdoch, nel suo romanzo Il rosso e il verde, riconobbe che i ribelli “erano rimasti giovani e perfetti per l’eternità perché si erano immolati in nome della giustizia, della libertà, dell’Irlanda”. Fino ad arrivare ai giorni nostri, quando un altro premio Nobel, il peruviano Mario Vargas Llosa, ha decantato la valenza mistica, oltre che civile, della libertà irlandese nel suo recente romanzo Il sogno del celta. Sono soltanto i casi letterari più noti – almeno in Italia – ma neanche il potere della letteratura basta per rendere giustizia al profondo significato politico e sociale che la Easter Rising continua ad avere per l’Irlanda. In questi giorni culmineranno in tutta l’isola le grandi celebrazioni del centenario che da mesi sta impegnando lo Stato, la società civile e il mondo accademico e culturale con l’obiettivo d’interpretare un evento-chiave della recente storia europea e trarne una spinta benefica per il futuro. Nel giorno di Pasqua il testo della storica Proclamazione sarà letto davanti all’edificio delle Poste centrali, poi il presidente della Repubblica Michael Higgins deporrà una corona di fiori alla memoria dei caduti, infine una grande parata militare attraverserà il centro di Dublino solcando i luoghi simbolo della rivolta di cento anni fa. Le celebrazioni proseguiranno per tutto l’anno e segneranno un momento storico per l’Irlanda, anche se purtroppo non saranno prive di malumori e polemiche a causa della ferita ancora aperta rappresentata dal Nord. Non pesano tanto le defezioni di qualche politico nordirlandese o i timori di possibili azioni eclatanti dei gruppi contrari al Processo di pace, quanto piuttosto l’ottuso revisionismo di chi continua a vedere nella rivolta di un secolo fa la genesi della violenza che ha insanguinato l’Irlanda del Nord in tempi più recenti. La speranza non può che arrivare dalle generazioni più giovani. Nelle settimane scorse tutte le classi delle scuole primarie del paese hanno ricevuto una copia della Proclamazione del 1916. Ai bambini è stato chiesto quali dovrebbero essere, oggi, le priorità per il futuro in un’ipotetica nuova proclamazione. Le risposte più frequenti? Porre fine alle ingiustizie economiche, offrire a tutti una corretta assistenza sanitaria e combattere ogni forma di discriminazione.
RM

L’Irlanda apre sull’aborto?

Quelle del 26 febbraio prossimo saranno le elezioni generali dall’esito più incerto e dalle conseguenze sociali potenzialmente più profonde della storia della Repubblica irlandese. Appena cinque anni fa l’Irlanda si trovava sull’orlo della bancarotta, strozzata da una bolla speculativa immobiliare che aveva gettato in crisi l’intero sistema bancario nazionale. Oggi, dopo una ripresa economica da molti considerata sorprendente, il paese ha un debito pubblico che nell’ultimo anno è sceso di quasi nove punti percentuali in proporzione al Pil, un tasso di disoccupazione ai livelli minimi dell’area UE e previsioni di crescita che secondo la BCE sfioreranno il 5% nel 2016. Anche se la ripresa è più evidente nelle città che nelle aree rurali, tutti gli indicatori economici confermano che in Irlanda la crisi è finita e, dopo anni assai difficili, è stato varato il primo bilancio che non prevede nuove tasse né tagli alla spesa pubblica, mentre la creazione di nuovi posti di lavoro appare finalmente una prospettiva concreta. Tuttavia la coalizione di governo formata dal partito di centrodestra Fine Gael insieme ai laburisti non è riuscita a prendersi il merito dell’uscita dalla crisi e, stando agli ultimi sondaggi, difficilmente otterrà i seggi necessari per essere confermata. Secondo gli osservatori più attenti le dure politiche di austerità pagate dalla classe media e dai lavoratori puniranno soprattutto il Labour, e ad oggi l’ipotesi più gettonata contempla un accordo senza precedenti tra i due principali partiti, il Fianna Fail e il Fine Gael, la cui rivalità risale ai tempi della guerra civile degli anni ’20.
Gli orientamenti degli elettori irlandesi, anche prima della crisi, sono sempre stati condizionati molto più dai temi economici che dalle questioni sociali. Eppure il terremoto politico innescato dal referendum che il 22 maggio scorso ha equiparato i diritti delle coppie omosessuali ed eterosessuali ha aperto anche una breccia con possibili conseguenze per quanto riguarda una futura legalizzazione dell’aborto. Anche nella cattolicissima Irlanda c’è infatti chi da tempo chiede a gran voce un analogo referendum per abrogare l’Ottavo emendamento della Costituzione irlandese, che equipara il diritto alla vita della madre a quello del feto, stabilendo pene detentive fino a 14 anni per chi pratica aborti illegali. Negli ultimi mesi, a Dublino e dintorni, i gruppi dell’area radicale e femminista hanno organizzato vaste campagne di mobilitazione, sono state lanciate petizioni che hanno coinvolto personaggi della cultura e dello spettacolo, mentre centinaia di medici hanno firmato l’appello di Amnesty international che chiede al governo irlandese di depenalizzare l’interruzione di gravidanza.
In questi giorni la grande incertezza politica ha trasformato il tema dell’aborto nel convitato di pietra dell’attuale campagna elettorale. La questione non compare infatti nei manifesti dei principali partiti che, condizionati dal risultato del referendum dell’anno scorso e dai sondaggi che vedrebbero la maggioranza degli irlandesi favorevoli all’abolizione, preferiscono sfuggire il dibattito sull’argomento, affidandosi ai machiavellismi e rimandando il problema a dopo le elezioni. Il partito di maggioranza relativa Fine Gael ha rischiato di spaccarsi, tanto che il premier Enda Kenny ha imposto il silenzio ai suoi e ha concesso in cambio la libertà di voto nella convenzione costituzionale che si terrà dopo le elezioni, promettendo che il referendum si farà se il suo partito uscirà vincitore dalle urne. Micheál Martin, leader del Fianna Fáil, il maggiore partito d’opposizione, ha detto invece che non intende toccare l’Ottavo emendamento e neanche promuovere un referendum, ma metà dei suoi parlamentari hanno preferito non pronunciarsi, lasciando intravedere una possibile apertura. Appena un anno fa, al suo ultimo congresso, il partito repubblicano Sinn Féin, già braccio politico dell’IRA e protagonista di un’ascesa politica senza precedenti, ha abbandonato in modo del tutto strumentale la sua storica opposizione nei confronti dell’aborto, dichiarandosi a favore almeno in presenza di gravi anormalità del feto. Non hanno invece scelto una linea chiara, preferendo lasciare un sostanziale libertà di coscienza ai propri candidati, tutte le realtà politiche minori, tra cui il nuovo partito di centrodestra Renua Ireland. La verità è che nell’Irlanda odierna non esiste un partito politico espressamente impegnato a promuovere i valori cattolici e i singoli candidati stanno molto attenti all’umore dei loro elettori prima di prendere posizione su un tema così sensibile. Giorni fa l’arcivescovo di Armagh Eamon Martin, primate di tutta l’Irlanda, ha elencato con estrema chiarezza le priorità per i cattolici alle prossime elezioni. “A chi vuole il nostro voto – ha detto – dovremo chiedere fino a che punto sarà disposto a sostenere la famiglia e la vita, la libertà di educazione e di coscienza, oltre a un corretto equilibrio tra la vita e il lavoro che rispetti il ruolo delle madri e dei padri. Le politiche sociali ed economiche dovranno concentrarsi sul problema delle famiglie più povere, affrontando in particolare i bisogni dei bambini, degli anziani e dei giovani che vogliono metter su famiglia ma sono spesso costretti dalla situazione economica a restare da soli”. Alle parole di Martin ha fatto eco il monito del Primate della Chiesa d’Irlanda, l’arcivescovo anglicano Richard Clarke, anch’egli nettamente contrario a qualsiasi ipotesi di liberalizzazione dell’aborto.
È utile ricordare che l’Ottavo emendamento alla Costituzione irlandese venne adottato nel 1980 proprio da un governo Fine Gael-Labour al fine d’impedire che la Corte Suprema potesse sancire il diritto all’aborto su base giurisprudenziale, com’era già accaduto nei primi anni ’70. L’emendamento venne all’epoca approvato per via referendaria da un’ampia maggioranza di irlandesi e poi attenuato nel 1992, quando fu garantito alle donne il diritto di andare ad abortire all’estero. A chi sostiene che la vita delle madri viene messa in pericolo è stato già risposto nel 2013 con una legge che consente alle donne di interrompere la gravidanza se la loro vita è a rischio, includendo anche i casi di suicidio. Ma per il fronte abolizionista è ancora troppo poco e la richiesta è quella di cancellare il divieto una volta per tutte. Tutti i partiti irlandesi sembrano concordare sul fatto che la legislazione vada resa più chiara, stabilendo dei paletti ben precisi sulla concezione di rischio per la vita della madre. Proprio questa mancanza di chiarezza potrebbe alla fine spianare la strada agli abolizionisti tout court, consentendo loro di sostituire l’Ottavo emendamento con quello che è stato definito ‘aborto su richiesta’, uno scenario che equivarrebbe a una svolta storica per la Repubblica irlandese che proprio quest’anno celebra il centenario del suo evento fondativo, la Rivolta di Pasqua del 1916. Il prossimo governo irlandese, quale che sia, è atteso da sfide importanti come la riforma del settore pubblico, la grave emergenza abitativa, l’atteggiamento nei confronti di ‘Brexit’ (l’eventuale uscita di Londra dall’UE) e dovrà contenere la forte protesta popolare per la nuova tassa sull’acqua. Ma non potrà in alcun modo sottrarsi al dibattito sull’Ottavo emendamento, dal cui esito dipende il futuro dell’identità dell’Irlanda.
RM

Easter 1916, cronaca di una rivolta

E’ stato finalmente tradotto anche in italiano, per la prima volta, un libro leggendario sulla rivolta irlandese della Pasqua 1916: The Insurrection in Dublin di James Stephens, uno dei massimi esponenti della letteratura Irish del XX secolo. Stephens fu un testimone d’eccezione di quella rivolta che era destinata a cambiare per sempre le sorti del suo paese. Vi assistette attonito e raccontò poi sotto forma di diario i sette giorni di combattimenti che segnarono l’atto di nascita della moderna Repubblica d’Irlanda e dettero il colpo di grazia al decadente Impero britannico.Stephens
Pubblicato per la prima volta poche settimane dopo la conclusione della rivolta, L’Insurrezione di Dublino descrive con efficace immediatezza la paura e lo smarrimento della popolazione, la tensione e l’attesa di una città che diventa teatro di una rivolta improvvisa e memorabile. Una cronaca dei fatti che, anche un secolo dopo, mantiene intatta la sua freschezza e racconta una Dublino inedita, dal fascino straordinario. La prima edizione italiana, tradotta da Enrico Terrinoni e curata da Riccardo Michelucci, arriva finalmente nelle librerie del nostro paese grazie all’editore Menthalia, in concomitanza con le imminenti celebrazioni del centenario della Rivolta di Pasqua.

Il presidente della Repubblica d'Irlanda, Michael D. Higgins, con la prima copia del libro
Il presidente della Repubblica d’Irlanda, Michael D. Higgins, con la prima copia del libro

Ancora oggi – a cento anni di distanza – la Easter Rising rappresenta uno straordinario atto di martirio per la libertà, uno dei momenti più alti di resistenza al potere coloniale.

Il libro può essere acquistato nelle migliori librerie oppure direttamente qui

Leggi l’intervista al curatore del libro

Pasqua 1916: fu vera rivolta?

Da “Avvenire” di oggi

In Irlanda si accende il dibattito storiografico in vista dell’attesissimo “anno del centenario”, quando tutto il paese celebrerà i cento anni della rivolta di Pasqua del 1916, l’atto di nascita della Repubblica e il momento più alto della resistenza contro il potere coloniale inglese in epoca moderna. Un anniversario che stavolta – contrariamente a quanto accadde nel 1966 per il cinquantesimo – non dovrà più fare i conti con la guerra in Irlanda del Nord e potrà quindi onorare gli eroi della Easter Rising senza rischiare di giustificare al contempo le azioni dell’IRA. Per molti studiosi il 2016 rappresenta già un terreno di scontro intellettuale dove non mancano prese di posizione provocatorie. Lo dimostra il tempismo dell’uscita dell’ultimo libro di Roy Foster, il prestigioso storico dell’Hertford College di Oxford, che ha battuto tutti sul tempo dando alle stampe il suo controverso Vivid Faces: the Revolutionary Generation in Ireland 1890-1923.
Capofila della corrente degli storici revisionisti, biografo ufficiale di W.B. Yeats e già autore di un monumentale saggio sugli ultimi quattro secoli di storia irlandese, Foster riprende la tesi dell’esistenza di una “generazione” di rivoluzionari, già lanciata alcuni decenni fa da un altro studioso irlandese assai discusso, Conor Cruise O’Brien. Lo fa attingendo a una gigantesca mole di materiale privato e a documenti d’archivio in parte inediti, cercando di evidenziare più il lato umano che quello politico dei protagonisti di quella stagione, per mettere in risalto le loro debolezze con un chiaro intento iconoclasta. “Ho voluto cercare di restituire loro un’immagine di giovani laici e moderni – ci ha spiegato – che avevano le loro vite sentimentali e iniziavano a mettere in discussione i tradizionali ruoli di genere, oltre al puritanesimo nella sfera sessuale, come emerge chiaramente dai loro diari e dalle loro lettere. In seguito sono stati invece ricordati in modo agiografico, come stinchi di santo, ma sono stati invece figure assai più interessanti”. Quei rivoluzionari – sostiene Foster – erano un gruppo di giovani radicali, insegnanti, artisti, poeti, femministe e socialisti che appartenevano a una generazione desiderosa di esplorare forme di liberazione che andavano oltre la sfera politica in un mondo che stava cambiando. “La rivoluzione scoppiò nelle loro menti e nei loro cuori, portandoli a ribellarsi non tanto contro il governo britannico, come affermano da sempre gli storici nazionalisti, ma piuttosto contro le generazioni che li avevano preceduti, cioè contro le aspirazioni, i valori e gli stili di vita dei loro genitori”.
Dublin A sostegno di una tesi a dir poco singolare, che descrive una sorta di ’68 ante litteram con epicentro a Dublino, lo storico analizza nel dettaglio le vite di alcuni dei principali protagonisti, soffermandosi sulle presunte relazioni proibite della contessa Constance Markievicz, sulle (note) avventure extraconiugali di Maud Gonne, la pasionaria musa di Yeats e sulla gravidanza segreta di una Grace Gifford non ancora sposata. Arrivando infine, basandosi solo sull’interpretazione del verso di una sua poesia, a insinuare l’omosessualità di uno dei simboli di quella rivolta, Patrick Pearse, il rivoluzionario-poeta teorico di un nazionalismo mistico intriso di elementi romantici.
Gli obiettivi dell’autore sono chiariti nell’ultimo capitolo del libro, che descrive la tragica eredità di quella rivolta, e cioè la “disillusione” dei rivoltosi nei confronti del futuro, dovuta in gran parte al trauma della Guerra civile che lacerò il paese tra il 1922 e il 1923, ma anche alla soppressione degli ideali laici, del libero pensiero, del femminismo e del socialismo progressista che la ‘generazione rivoluzionaria’ auspicava di far prevalere spezzando il legame con l’Impero britannico. “Certamente – conclude Foster – l’Irlanda odierna, come abbiamo potuto vedere con il recente referendum sui matrimoni senza distinzione di sesso, si è liberata dal potere politico e sociale della Chiesa cattolica, che ha dominato a lungo il paese dopo l’indipendenza. E ciò mi sembra sia in piena sintonia con gli ideali dei principali esponenti di quella generazione rivoluzionaria”.
Ma il curriculum accademico e le grandi doti di narratore dello storico di Oxford non devono trarre in inganno: questo libro cerca in modo assai velleitario di relativizzare l’esperienza del 1916 e di decostruire una volta per tutte l’epos della Rivolta di Pasqua, sminuendo il momento culminante della lotta per la libertà dell’Irlanda proprio in occasione del suo centenario. Foster ci aveva già provato nel suo monumentale Modern Ireland 1600-1972, affermando che il 1916 era stato un atto irrazionale, che aveva gettato le basi della violenza che mezzo secolo più tardi sarebbe scoppiata in Irlanda del Nord. Una tesi che aveva scatenato un acceso dibattito e diviso a lungo sia il mondo accademico che l’opinione pubblica irlandese.
Vivid Faces appare un tentativo ancora più goffo di riscrivere la storia irlandese. Innanzitutto perché non racconta la “generazione rivoluzionaria” nella sua interezza, ma si limita alla sua élite, a quella parte cioè che proveniva dalla media borghesia anglo-irlandese, istruita e abituata a scrivere lettere, memorie, diari e poesie. Al dramma di quegli anni Foster non fa partecipare le masse popolari, i tanti protagonisti anonimi di una storia che senza il loro fondamentale contributo avrebbe avuto un esito assai diverso. Inoltre, ben più di una singola generazione prese parte a quella storica rivolta e rivoluzionari come Pearse – come testimoniano le parole della dichiarazione d’indipendenza letta nei giorni della rivolta – erano in realtà ossessionati dal desiderio non di emanciparsi dalle generazioni precedenti, bensì di ristabilire una continuità con i martiri del passato, a cominciare dai padri del repubblicanesimo, Theobald Wolfe Tone e Robert Emmet. Più anime confluirono in quegli anni all’interno della galassia separatista irlandese: quella cattolica, rurale e conservatrice, il nazionalismo culturale che era espressione del Gaelic Revival e infine la tradizione socialista. Tutte furono unite però dal desiderio di rompere per sempre il giogo coloniale inglese.
È difficile che questo libro, nonostante il prestigio dell’autore, riesca a sminuire il potere dei simboli creati nel 1916, che costituiscono le fondamenta dell’identità repubblicana dell’Irlanda moderna. Ancora oggi, un secolo dopo, risuonano forti le grida di Patrick Boyle, un giovane volontario impegnato nei combattimenti nel cuore di Dublino: “non è questo un grande giorno per l’Irlanda? Non dovremmo essere tutti grati a Dio che ci ha permesso di prendere parte ad una battaglia come questa?”
RM

Il museo della “Grande fame”

Per conoscere la più terribile tragedia che il Vecchio Continente abbia vissuto nell’era moderna prima dell’Olocausto basta spingersi un centinaio di chilometri a nord Dublino, nell’entroterra irlandese. Nel villaggio di Strokestown, nascosto tra i meravigliosi boschi della contea di Roscommon, all’interno di una delle più belle ville neopalladiane di tutta l’Irlanda, si trova il museo che meglio di ogni altro racconta la storia di quei terribili cinque anni che videro un milione di persone uccise dalla fame, dal tifo e dal colera, e gli altri due milioni di irlandesi costretti all’emigrazione a bordo delle “coffin-ship”, le navi bara che li trasportarono nei centri di quarantena del Canada o degli Stati Uniti. Tra il 1845 e il 1850 quello che era all’epoca il paese più sovrappopolato d’Europa fu colpito da un’ecatombe di dimensioni epocali, nota da allora come la Great Famine (Grande Carestia). Il museo che esattamente vent’anni fa è stato allestito qui per raccontarla, si trova in un luogo la cui bellezza contrasta apertamente con la drammaticità di quella storia, e col cupo dolore che evocano i documenti e gli oggetti d’epoca conservati al suo interno. La sua collocazione non è stata scelta a caso perché i giardini, i viali e gli immensi terreni circostanti alla villa sono stati uno degli epicentri di quell’immane tragedia della nostra storia recente. Alcune delle sue austere stanze, tra cui l’immensa cucina, sono state lasciate com’erano alla metà del XIX secolo, quand’erano di proprietà del maggiore Denis Mahon, un ricco latifondista inglese discendente di un avventuriero giunto in Irlanda due secoli prima, al seguito degli eserciti di Oliver Cromwell. Era lui il proprietario di tutto qui, quando un fungo sconosciuto in Europa fece marcire i raccolti di patate nell’intera isola scatenando la carestia. Continua la lettura di Il museo della “Grande fame”

A 40 anni dalle stragi di Brescia, Dublino e Monaghan

Sabato 29 novembre a Brescia un convegno organizzato dall’ANPI accosterà questi due tragici eventi tuttora impuniti della nostra storia recente.

loggia_strage_giornale-400x300Quarant’anni di impunità e di omertà accomunano tragicamente due stragi di stato compiute nel cuore d’Europa nella primavera del 1974. Il 28 maggio di quell’anno si consuma la strage di piazza della Loggia, a Brescia, una delle peggiori atrocità compiute in Italia durante la cosiddetta strategia della tensione. Ma solo undici giorni prima, il 17 maggio, l’Irlanda è scossa dalla strage più sanguinosa della storia del conflitto anglo-irlandese, con tre autobombe che esplodono contemporaneamente a Dublino e nella cittadina di Monaghan, al confine con l’Irlanda del Nord, causando in totale 33 morti e centinaia di feriti.
Contrariamente a quello che si era abituati a sentire nei notiziari di quegli anni, in occasione dei frequenti attentati, non si tratta di un attentato dell’IRA. L’attentato viene compiuto (e sarà rivendicato molti anni dopo) da una milizia paramilitare filobritannica, anti-irlandese, decisa a far fallire il primo tentativo di processo di pace dall’inizio dei Troubles nel 1969.
Dal 1973 sono infatti in corso i negoziati di Sunningdale, con la partecipazione di Londra e dei rappresentanti politici moderati filoirlandesi e filobritannici (ma non dell’IRA). Nella primavera del 1974 le sei contee dell’Irlanda del Nord vengono paralizzate dallo sciopero generale indetto dagli unionisti filobritannici che non vogliono sentire parlare di dialoghi che possano portare a un avvicinamento delle Sei contee a Dublino.
Nel terzo giorno di questo lungo sciopero viene colpito il Sud dell’Irlanda, con 4 potenti autobombe che esplodono senza preavviso nell’ora di punta. La manovalanza viene fornita dal UVF, uno dei due principali gruppi armati antiirlandesi attivi nell’Irlanda del Nord dal 1966, ma molti elementi puntano fin da subito a una possibile collusione della polizia nordirlandese e dei servizi segreti britannici nell’azione.
Nel corso degli anni le indagini sugli attentati sono state ostacolate da una pervicace campagna di insabbiamento favorita da Londra, senza che Dublino facesse molto per rompere il muro dell’omertà.
I lavori di diverse commissioni d’inchiesta delle Camere irlandesi, le testimonianze emerse negli anni (anche da ex membri delle forze armate britanniche) lasciano pochi dubbi sul fatto che Londra fu direttamente o indirettamente coinvolta in questa azione.
Nonostante gli sforzi, tuttavia, nessuno è mai stato perseguito o condannato per gli attentati.

Partendo dalla coincidenza temporale di queste due terribili pagine della nostra storia recente, quella di piazza della Loggia e quelle di Dublino e Monaghan, l’Anpi di Brescia ha organizzato nella città lombarda un convegno per sabato 29 novembre che intende riflettere sui possibili elementi in comune fra due operazioni stragistiche così lontane geograficamente e per contesto storico-politico.
Due importanti elementi sembrano avvicinare queste due storie: l’impunità che accomuna le due stragi, con il seguito di una lunga ricerca della verità da parte delle famiglie delle vittime; e la strategia della tensione. Formula, quest’ultima, tipicamente italiana, ma perfettamente applicabile all’operazione di Dublino/Monaghan, chiaramente pianificata per far affondare il processo di pace di Sunningdale.

L’iniziativa, organizzata dall’Anpi di Brescia e intitolata “Stragi politiche e violenza. Uno sguardo internazionale. Maggio 1974: i casi di Piazza della Loggia e dell’operazione stragista di Dublino e Monaghan” si terrà per l’intera mattinata di sabato 29 novembre al teatro di S. Afra (vicolo dell’Ortaglia 6).
È rivolto agli studenti delle scuole ma è aperto a tutta la cittadinanza. Tra i relatori ci saranno esperti italiani e irlandesi

Il programma dell’iniziativa