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Annie Ernaux: solo la realtà mi aiuta a scrivere

Avvenire, 6 giugno 2019

Si definisce “una cattolica sotto mentite spoglie”, perché col tempo si è allontanata dall’educazione religiosa ricevuta da bambina ma Dio continua a essere presente nei suoi libri. E afferma di credere nel potere salvifico della letteratura, nella quale ha trasferito l’insegnamento evangelico conservato dentro di sé. Considerata la più grande scrittrice francese vivente, Annie Ernaux è la vincitrice della XIII edizione del premio Gregor Von Rezzori Città di Firenze. Un’autrice dalla voce originalissima che ha avuto un successo molto tardivo nel nostro paese, dov’era già stata tradotta negli anni ‘80 ma ha dovuto poi attendere trent’anni per ottenere i dovuti riscontri. Nel 2017 ha raggiunto la consacrazione internazionale vincendo il Premio Strega Europeo con il romanzo Gli anni. Da allora le sue opere – riproposte da l’Orma editore nella nuova traduzione di Lorenzo Flabbi – sono diventate quasi un oggetto di culto per schiere di lettori folgorati dalla sua raffinatezza stilistica e dalla sua scrittura tagliente, implacabile, spietata. Ma la sua originalità nasce anche dal fatto di raccontare sempre storie autobiografiche, rispettando l’imperativo di scrivere soltanto quello che conosce, fino a trasformare il racconto della propria vita in uno strumento di indagine sociale e politica. I suoi libri descrivono frammenti d’infanzia e storie famigliari sullo sfondo di una Francia operaia e contadina, utilizzando immagini e suggestioni che trasformano un racconto intimo in un romanzo sociale. Il suo è un continuo interrogarsi per capire chi siamo, un’incessante rielaborazione del dolore interiore, della vergogna e dei sensi di colpa, quasi una forma di auto-analisi antropologica. Non a caso sostiene di lavorare come un’archeologa che scava dentro sé stessa alla ricerca della sua memoria. Nata nel 1940 da genitori quasi analfabeti (il padre aveva origini contadine ed era diventato poi un piccolo commerciante di paese), Ernaux ha potuto studiare fino a diventare prima insegnante, poi scrittrice di successo. Tra le sue opere più note ci sono Il posto, un romanzo di formazione incentrato sul rapporto con suo padre, L’altra figlia, sulla sorella morta prima che lei nascesse, Memoria di ragazza, in cui rievoca l’estate del suo primo rapporto sessuale e Gli anni, uno straordinario romanzo-mondo nel quale attraverso le sue vicende personali ripercorre la storia europea dal Dopoguerra a oggi. Il libro in concorso al premio Von Rezzori era invece Una donna, l’intenso resoconto dei mesi che seguirono la morte di sua madre, una cronaca scritta di getto poche settimane dopo il funerale, uscito in Francia nel 1988 ma tradotto in italiano soltanto di recente.
Ha scritto questo libro molto personale ormai oltre 30 anni fa. Lo sente ancora suo dopo tutto questo tempo o pensa di aver lasciato per strada qualcosa dei suoi ricordi di allora?
È evidente che il tempo abbia scavato un solco tra me e questo libro. Quando l’ho scritto ero in lutto per la morte di mia madre che soffriva di Alzheimer ed è morta all’improvviso, quando io non ero ancora per niente preparata. All’epoca mi ero ripromessa di scrivere il più bel libro mai scritto su una madre anzi, su una donna. Perché il libro parla della sua intera esistenza, non solo del suo ruolo di madre. Lo ritengo ancora il mio libro più necessario. Considero sacra ogni singola parola, e non la cambierei mai. È chiaro che oggi lo scriverei diversamente perché non sono più sull’onda di quel lutto. Ma rileggerlo mi riporta alla mente una grande quantità di ricordi sull’amore profondo che c’era tra me e mia madre.
Perché nelle sue opere ha deciso di discostarsi completamente dalla finzione?
Quando decisi di scrivere quello che è poi diventato Il posto, il libro su mio padre, volevo elaborare la distanza tra me e lui ma sentii che la finzione mi lasciava insoddisfatta. Solo sul versante del reale ho trovato la forma giusta e da allora quello è diventato il mio registro perché ho scoperto la grande ricchezza del reale, la proliferazione di immagini che nascono da esso. È stata una scelta che poi ha trovato il suo compimento definitivo in Gli anni, dove il tema principale è proprio la realtà.
Non è stata però soltanto una scelta di carattere stilistico.
Assolutamente no. Credo che la letteratura debba avere un ruolo sociale. In passato ho tratto ispirazione dal pensiero dei formalisti russi e dalla letteratura del periodo tra le due guerre, quella più legata all’elemento documentale. Penso che soltanto attraverso la letteratura del reale sia possibile denunciare ad esempio le gerarchie e le dominazioni sociali, a partire da quella maschile. Continua la lettura di Annie Ernaux: solo la realtà mi aiuta a scrivere

Le ferite aperte di Sarajevo

Intervista ad Azra Nuhefendić uscita oggi su Avvenire (versione integrale)

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Sono passati vent’anni ma le ferite di Sarajevo sanguinano ancora. Chi è sopravvissuto al più lungo assedio della storia moderna, iniziato il 5 aprile del 1992 e durato quasi quattro anni, ancora non riesce a spiegarsi come sia stato possibile che l’incolpevole popolazione di una moderna città europea sia stata lasciata sola per 44 mesi a fronteggiare le granate, i cecchini, il freddo, la fame. Oltre 11000 persone – tra cui almeno 1500 bambini – hanno perso la vita in quell’interminabile accerchiamento che ha trasformato Sarajevo nel simbolo della disfatta della civiltà. “Ancora mi chiedo come abbiamo fatto a sopravvivere”, spiega Azra Nuhefendić, una delle più autorevoli giornaliste bosniache, che all’inizio della guerra lavorava per il quotidiano Oslobodjenje e la tv di Stato e che dal 1995 vive a Trieste. “Il dopoguerra bosniaco non è ancora finito perché non abbiamo avuto veri programmi di ricostruzione, e soprattutto perché è mancata la voglia di punire i colpevoli”. Quella che ci racconta oggi è una Sarajevo diversa, con una geografia urbana asservita agli interessi economici degli investitori stranieri ma che è riuscita, nonostante tutto, a mantenere in vita la sua anima tollerante. Nuhefendić è anche autrice del recente libro “Le stelle che stanno giù” (ed. Spartaco), diciotto istantanee sulla memoria della guerra in Bosnia raccontate con coraggio, incredulità e dolcezza.
Cosa prova guardandosi alle spalle e pensando che sono passati ormai due decenni dall’inizio dell’assedio?
Incredulità, ancora. Non riesco a capire come siamo riusciti a sopravvivere. Una media di 350 granate al giorno, i cecchini, la fame, il freddo. Da una parte c’era l’ex armata jugoslava, all’epoca la quarta potenza militare in Europa, e dall’altra i bosniaci disarmati, con le mani legate anche dalle Nazioni Unite, che avevano imposto un embargo all’importazione di armi che di fatto colpiva solo le vittime. E poi l’indifferenza, anzi la falsa obiettività della comunità internazionale. Chi rimane imparziale di fronte a un’aggressione, diceva l’arcivescovo Desmond Tutu, sta dalla parte dell’aggressore.
Che rapporto hanno i sarajevesi con la memoria di quegli anni?
La gente non vuole parlarne. Quattro anni di guerra sono stati fin troppi e le persone sentono di aver perso ogni ora, ogni secondo di quegli interminabili 1427 giorni d’assedio. Quello che è successo a Sarajevo e nel resto della Bosnia unisce la tragedia collettiva con migliaia di tragedie intime, individuali, e la popolazione ha imparato che il mondo non crede alle lacrime, né all’innocenza. Chi per quattro anni ha ripetuto che “tutti sono colpevoli” deve spiegarci com’è stato possibile che i cittadini di una moderna città europea siano stati lasciati soli a fronteggiare il più lungo assedio della storia contemporanea. Continua la lettura di Le ferite aperte di Sarajevo