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Si parla dell’I.R.A. a Reggio Calabria

sundayUna giornata di studi sul conflitto in Irlanda del nord, organizzata dal circolo culturale “L’Agorà”, si terrà domani, sabato 21 marzo alle 17 alla saletta convegni della chiesa di San Giorgio al Corso di Reggio Calabria. Il titolo è “Sunday Bloody Sunday: I.R.A. – movimenti sociali politici e culturali nell’Ulster”.
Interverranno Richard English, docente di dottrine politiche alla Queen’s University di Belfast e autore del bel volume sull’I.R.A. uscito qualche anno fa nella versione italiana (“La vera storia dell’IRA”). Oltre ad altri volumi, tra i suoi numerosi scritti di storia e politica irlandese si ricordano quelli pubblicati da «Newsweek», «Times Literary Supplement» e da periodici irlandesi quali «Fortnight» e «Dublin Review». Ha collaborato come commentatore di politica irlandese anche con il «New York Times», la BBC e il «Guardian». Alla conferenza reggina parteciperà anche il giornalista italiano Gustavo Pregoni e il presidente del circolo Agorà Gianni Aiello.

Belfast e i rischi di una “pace fredda”

Due morti, quattro feriti e un processo di pace ormai consolidato che torna (almeno potenzialmente) in discussione è il tragico bilancio dell’attacco messo a segno sabato sera dal gruppo repubblicano dissidente Real I.R.A. alla base militare britannica di Massereene, nella contea di Antrim. Belfast e l’Irlanda del nord sono tornate così prepotentemente – e inopinatamente – in prima pagina, facendo sollevare addirittura dubbi sulla tenuta di un percorso di pacificazione ritenuto esemplare fino ad appena tre giorni fa. Perplessità, queste, che ci sembrano completamente fuori luogo: le lancette della Storia, a Belfast, non torneranno indietro di 15 o 20 anni, perché proprio in questo periodo la crescita economica nella (ex?) provincia britannica ha portato quel benessere che costituisce un’affidabile garanzia di pace per il futuro. Ma se l’attentato di Massereene non è senz’altro sufficiente a far temere un ritorno al passato, quanto accaduto sabato sera può costituire un brusco risveglio per chi aveva dato ormai per conclusa la partita del conflitto anglo-irlandese. È vero, l’esercito di Sua Maestà non perdeva un uomo in Irlanda dall’ormai lontano 1997 e Mark Quinsey e Patrick Azimkar, i due soldati poco più che ventenni del 38esimo reggimento del Genio freddati dai colpi della Real I.R.A. sono i primi militari inglesi ammazzati dopo la firma dell’Accordo del Venerdì Santo (1998). Tuttavia, né il definitivo disarmo dell’I.R.A. (datato 2005), né la parziale smobilitazione delle postazioni militari inglesi, né l’implementazione di uno storico governo bipartisan sono riusciti a sciogliere una serie di nodi politici cruciali che restano tuttora fatalmente irrisolti. A dispetto del trionfalismo da anni ostentato dai politici, quella irlandese continua purtroppo a essere una pace “fredda”, a causa dell’odio ancora profondamente radicato nelle sei contee dell’Ulster britannico, retaggio indistruttibile di lunghi secoli di giogo inglese. Ed è anche una pace senza giustizia, perché continua a mancare qualsiasi verità giudiziaria sugli innumerevoli casi di collusione come gli assassini degli avvocati Finucane (1989) e Nelson (1999) o del giornalista O’Hagan (2001), solo per citarne alcuni. Così come senza colpevole rimangono sia gli “omicidi di stato” commissionati da Londra a partire dalla metà degli anni ’70 che il famigerato eccidio compiuto a Derry, l’ultima domenica di gennaio del 1972. I mandanti del massacro, in quest’ultimo caso, restano ancora misteriosamente ignoti anche dopo la conclusione dell’inchiesta più costosa della storia giudiziaria britannica. Non può dunque stupire, in questo quadro, che trovino ancora spazio di manovra piccoli gruppi dissidenti composti da giovani reclute come la Real I.R.A.. Incapaci di far ripiombare l’Irlanda del nord nel caos, ma comunque in grado di esprimere un disagio che suona ormai anacronistico, e di uccidere.
RM

La verità sull’“Operazione Valchiria”

clausEsce oggi nelle sale italiane l’attesissimo film sul fallito complotto per uccidere Hitler nel 1944, “Operazione Valchiria” con Tom Cruise. Il consueto buonismo della trasposizione cinematografica hollywoodiana è smascherato da tre libri che ricostruiscono la vicenda nella sua complessità, riportando a galla non poche ombre sugli autori del famoso attentato che stava per cambiare le sorti della Germania e del secondo conflitto mondiale. Gli autori sono un testimone dell’epoca e due storici, uno dei quali è Ian Kershaw, uno dei più accreditati biografi del Fuhrer. Ne ho scritto nel dettaglio in un articolo uscito qualche giorno fa su “Avvenire”.

Onore alla blogger cubana

Nel suo popolarissimo blog “Generación Y”, la 32enne Yoani Sanchez racconta tutta l’insofferenza dei cubani nei confronti del regime. Sebbene sia filtrato dai server ufficiali del governo, lo spazio di dibattito senza censure creato da questa blogger dell’Avana ha raggiunto nel marzo scorso i quattro milioni di contatti ed è diventato il simbolo del cambiamento a Cuba, paese definito da Reporters Sans Frontieres “uno dei principali nemici di internet”. Ma se si escludono gli assalti degli hacker, nessuno ha finora cercato di intimidire Yoani, che spiega il suo successo con la scelta di non usare pseudonimi: il suo nome e la sua faccia sono infatti bene in vista nel suo blog. E all’inizio di aprile si è aggiudicata uno dei più prestigiosi riconoscimenti giornalistici spagnoli, il premio “Ortega y Gasset” per il giornalismo digitale. L’indirizzo del blog di Yoani Sanchez è http://www.desdecuba.com/generaciony

Lo Schindler argentino

Lo tenevo da qualche mese impilato tra i libri da leggere. Alla fine mi sono deciso ad affrontarlo consapevole che, come tutti i libri sulla dittatura che ha insanguinato l’Argentina dalla metà degli anni ‘70, non si trattava di un piacevole intrattenimento letterario. Certo non immaginavo che “Niente asilo politico” (Feltrinelli) raccontasse una vicenda di straordinario coraggio, la storia di una coscienza che si ribella di fronte all’orrore e cerca di usare con destrezza e grande umanità una posizione di privilegio per aiutare il prossimo. Enrico Calamai, autore del libro in questione, è stato console italiano a Buenos Aires durante gli anni del terrore, dei desaparecidos, delle brutalità e delle torture inflitte a un’intera generazione mentre la vita del paese scorreva come se niente fosse. È stato un eroe perché – proprio come Oskar Schindler al tempo della persecuzione degli ebrei – ha messo a rischio la propria vita per aiutare le vittime dei militari durante gli anni in cui dominava una concezione fondamentalista della Ragion di Stato. Contravvenendo leggi, regolamenti e convenzioni ha salvato alcune centinaia di persone, nascoste in casa propria, in un negozio, in un convento per settimane, fornendo loro documenti falsi per apparire turisti italiani e un passaggio in nave o in aereo con destinazione Roma. Calamai era convinto che quello fosse il modo migliore anche per servire il proprio paese: non il governo che come molti altri all’interno del mondo occidentale si rese complice dei militari argentini, ma la popolazione, quella popolazione sdegnata (e poco informata) di quanto accadeva in Argentina. In sette anni, dal 1976 al 1983, trentamila persone vennero uccise o furono fatte scomparire nei centri di tortura argentini o con i voli della morte. Contrariamente al Cile di Pinochet, osserva Calamai, gli orrori della dittatura argentina furono una sorta di delitto perfetto, perché quasi del tutto privo di visibilità. Mentre la vita a Buenos Aires e nel resto del paese proseguiva in un’apparente normalità, il nostro governo, imbrigliato negli schemi imposti dalla Guerra Fredda, preferì fingere di non sapere qual’era la sorte di migliaia di persone – molte delle quali con origini italiane – e scelse un’inerzia che divenne complicità con i macellai. Rientrato in Italia, Calamai è stato chiamato in anni recenti a testimoniare nel processo che ha portato alla condanna di otto militari argentini. Il suo libro è una lezione di vita.