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Una spia di origine italiana a Belfast

Venerdì di Repubblica, 13.1.2017

“Quando chi fa le leggi è anche colui che le infrange, non esiste più legge”: una scritta a caratteri cubitali sulle mura di Derry, cittadina martire dell’Irlanda del Nord, esprime con eloquenza lo scontento della popolazione dopo quasi vent’anni di pace senza giustizia. Dalla firma degli Accordi del Venerdì Santo nel 1998 lo stato britannico resta ancora sotto accusa per la cosiddetta ‘guerra sporca’, una prassi sistematica di collusione ad altissimo livello che per anni ha visto le sue forze di sicurezza alleate con i gruppi paramilitari protestanti e coinvolte in omicidi settari e operazioni sotto copertura contro i civili. Uno scandalo più grande e diffuso della Bloody Sunday, la strage compiuta dall’esercito inglese nel 1972, sulla quale un’inchiesta lunga dodici anni ha già stabilito come andarono le cose, pur senza punire i colpevoli. Proprio sulla falsariga di quell’inchiesta è appena cominciata l’“Operation Kenova”, un’indagine giudiziaria che intende far luce sul ruolo dell’esercito, dei servizi segreti MI5 e della squadra politica della polizia nordirlandese nell’omicidio di decine di sospetti informatori. La figura-chiave sulla quale un gruppo di esperti britannici e internazionali è chiamato a indagare è l’agente soprannominato “Stakeknife”, da anni noto come la più importante spia infiltrata dall’esercito all’interno dell’IRA, ritenuto responsabile della morte di almeno una cinquantina di persone e pagato 80.000 sterline l’anno dal governo su un conto bancario segreto a Gibilterra. La sua identità è stata rivelata alcuni anni fa da fonti molto attendibili: si tratterebbe di Alfredo “Freddie” Scappaticci, ormai ultrasettantenne, originario di una famiglia italiana immigrata a Belfast nel Dopoguerra, per anni internato nel carcere di Long Kesh prima che il Consiglio militare dell’IRA lo mettesse a capo di una squadra speciale incaricata di eliminare i presunti informatori.

Nella foto: Freddie Scappaticci
Nella foto: Freddie Scappaticci

Un uomo violento e senza scrupoli che agiva da giudice, da giuria e da carnefice determinando la vita o la morte di decine di persone spesso innocenti, e che per almeno quindici anni sarebbe stato anche il collaboratore più prezioso dell’esercito britannico, tanto che il generale John Wilsey, ufficiale in comando in Irlanda quegli anni, l’ha definito “una gallina dalle uova d’oro”. Dopo aver negato con forza ogni accusa, Scappaticci ha fatto perdere le sue tracce, sapendo di rischiare non tanto il carcere quanto l’ineluttabile vendetta dei suoi ex compagni. Molti ritengono che sia già morto, altri sostengono invece che viva in Italia, dalle parti di Cassino, ormai irriconoscibile grazie a una plastica facciale.
L’indagine che lo riguarda durerà almeno cinque anni e sarà guidata da Jon Boutcher, capo della polizia del Bedfordshire, che ha già reso nota l’esistenza di nuove prove. Se andrà a buon fine scoprirà finalmente il vaso di Pandora sulla ‘guerra sporca’ accertando quanti e quali crimini sono stati compiuti dai membri dell’esercito e dei servizi di sicurezza collusi con i paramilitari protestanti. La ricercatrice Anne Cadwallader del Pat Finucane Centre, un’ong irlandese che si batte per i diritti umani, si dice fiduciosa. Molto più scettico è invece Ed Moloney, veterano dei giornalisti investigativi irlandesi: “l’inchiesta rischia di scoprire fatti talmente sensibili che non potranno essere resi pubblici, e i suoi esiti saranno secretati com’è già accaduto in passato”.
RM

Derry, quella domenica di sangue e menzogna

Intervista a Eamonn McCann (Avvenire, 18.11.2016)

La più lunga e costosa inchiesta dell’intera storia giudiziaria britannica non è riuscita a far emergere la verità sulla Bloody Sunday, la “Domenica di sangue” di Derry del 30 gennaio 1972, e a far archiviare definitivamente la strage di civili compiuta quel giorno dall’esercito britannico. Iniziata nel 1998 e durata dodici anni, l’inchiesta condotta dal giudice Lord Saville ha contato 434 giorni di udienze in aula e oltre 2500 testimonianze per un costo totale di circa 200 milioni di sterline: nel 2010 un tribunale britannico ha riconosciuto per la prima volta che i colpi dei paracadutisti inglesi avevano causato la morte di quattordici civili e il ferimento di altri sedici, che non vi fu nessuna battaglia per le strade di Derry ma soltanto una brutale aggressione a sangue freddo contro cittadini inermi. In un discorso alla Camera dei Comuni passato ormai alla storia, l’allora primo ministro britannico David Cameron definì “ingiustificato, ingiustificabile e sbagliato” ciò che accadde quel giorno maledetto, riconoscendo l’innocenza delle vittime, stigmatizzando l’operato dei soldati responsabili della strage ma scagionando di fatto gli alti vertici dell’esercito. In cambio, Londra impose al Bloody Sunday Trust – la fondazione dei familiari delle vittime – di interrompere la storica marcia che veniva svolta ogni anno in occasione dell’anniversario della strage, e che creava non poco imbarazzo al processo di pace. Ne nacque una spaccatura all’interno del fronte della protesta: secondo alcuni familiari era necessario reclamare la verità e la giustizia fino in fondo, e quindi continuare a marciare finché i colpevoli non fossero stati puniti. Tra quelli che abbandonarono la Fondazione vi fu anche Eamonn McCann, l’anziano scrittore e attivista per i diritti civili di Derry che organizzò la marcia del 1972 finita nel sangue. “Finché ci sarà qualcuno legato alle vittime che continuerà a marciare per l’anniversario, io marcerò con lui. Chiediamo la verità da 44 anni e continueremo a farlo all’infinito, finché non la otterremo”, ci dice a Firenze, dov’è stato ospite di un convegno sulla Bloody Sunday organizzato dall’Ateneo fiorentino.

Eamonn McCann
Eamonn McCann

Subito dopo la pubblicazione dell’inchiesta Saville, i familiari delle vittime hanno incaricato i propri legali di procedere per via giudiziaria contro i responsabili della strage ma da allora, nonostante l’esistenza di prove schiaccianti, sono trascorsi altri quattro anni senza incriminazioni a carico dei soldati o di chi dette l’ordine di sparare.
Che ricordi ha di quel giorno?
All’epoca la campagna per i diritti civili, a Derry e nel resto del paese, vedeva una grande partecipazione popolare. Nei quartieri a maggioranza cattolica della nostra città avevamo eretto barricate e creato una specie di stato indipendente per difenderci dai continui soprusi della polizia asservita a Londra. Il 30 gennaio 1972 tanti cittadini, famiglie e persone di tutte le età scesero in piazza per partecipare a una marcia pacifica per l’uguaglianza, reclamando i più fondamentali diritti civili, chiedendo la fine delle discriminazioni sul lavoro e nel diritto alla casa e la fine del voto per censo, che all’epoca esisteva ancora in Irlanda del Nord. Quella marcia è stata uno spartiacque perché per la prima volta il massacro fu compiuto alla luce del sole, durante una bella e luminosa giornata d’inverno, davanti agli occhi di centinaia di testimoni. Ogni singola vittima, ogni persona uccisa o ferita, è stata vista da centinaia di altre persone. Provenivano tutti dai quartieri cattolici della città e ci conoscevamo quasi tutti, io conoscevo personalmente tre delle vittime. Fu un attacco omicida e premeditato contro un’intera comunità.
Perché ancora oggi ritiene che sia necessario continuare a marciare nell’anniversario della strage?
Gli esiti dell’inchiesta Saville prevedevano una specie di scambio con gli inglesi. Alle famiglie fu chiesto di cessare la protesta per il bene del processo di pace. Bussarono alle porte delle case, una ad una, per far firmare loro un accordo nel quale si impegnavano a non scendere più in piazza. Purtroppo però l’inchiesta non ha rivelato tutta la verità su quanto accadde. In primo luogo ha esonerato, con una sola eccezione, tutti gli ufficiali di alto grado del reggimento dei paracadutisti che aprirono il fuoco sulla gente. È passata la tesi che tutto sia stato causato da un gruppo di soldati indisciplinati che ha disobbedito agli ordini. Ma noi sappiamo che non è vero. Il giudice ha fatto una scelta politica incolpando soltanto soldati di basso rango, senza citare per esempio le responsabilità di uomini come Michael Jackson, all’epoca vicecomandante dei parà, divenuto poi comandante in capo delle forze Nato in Bosnia, e infine Capo di Stato Maggiore dell’esercito britannico. Cameron ha affermato che la strage è stata compiuta da un piccolo gruppo di soldati non rappresentativi dell’esercito inglese, ma è una menzogna. Non un errore, non un equivoco, ma una vera e propria menzogna. È necessario continuare la protesta anche perché ad oggi nessuno dei soldati incolpati della strage è stato processato. Ci chiediamo perché i soldati incolpati di crimini così gravi da un’inchiesta giudiziaria così lunga e approfondita non siano stati ancora messi sotto processo. Il giudice Saville si è limitato a dire che tutte le vittime erano innocenti e disarmate, e che i soldati non le colpirono per legittima difesa. Riteniamo che lo Stato, quando uccide i suoi stessi cittadini debba essere chiamato a rispondere, non solo a Derry nel 1972 ma in qualunque parte del mondo.
A che punto è la nuova inchiesta affidata alla polizia nordirlandese? E quali sono le speranze di ottenere finalmente giustizia?
Per il momento è stato arrestato solo un soldato, un anno fa, per essere interrogato ma nessuno è stato ancora messo sotto processo. Londra sta facendo pressioni enormi sulle famiglie che non hanno accettato l’accordo. Io sono sempre al loro fianco, abbiamo incontrato tre diversi segretari di Stato, ai quali abbiamo ripetuto che i responsabili devono essere individuati e incriminati. Non solo i soldati ma anche i funzionari dello Stato, gli alti comandi militari che hanno pianificato, reso possibile e perpetrato la strage del 1972. Siamo consci che ci sono pochi precedenti storici in questo senso, ma teniamo a mente quello che accadde in seguito al massacro di My Lai, in Vietnam, del 1968. In quel caso un soldato statunitense fu dichiarato colpevole di omicidio premeditato per aver ordinato di sparare ed è stato condannato all’ergastolo.
RM

Robert Ford, il criminale di guerra morto da eroe

La vita gli ha riservato le massime onorificenze civili e militari ma la storia, presto o tardi, non potrà che esprimere un giudizio di condanna nei confronti del generale Robert Ford, morto il 24 novembre scorso all’età di 91 anni, da uomo libero. Oltre quarant’anni fa era stato il comandante in capo delle forze militari britanniche di stanza in Irlanda del Nord che il 30 gennaio del 1972 si macchiarono della terrificante mattanza di civili nota come “Bloody Sunday”. La strage di Derry (13 uomini uccisi, un quattordicesimo che morì poco dopo a causa delle ferite riportate) fu un  brutale atto punitivo che il governo britannico intese perpetrare per stroncare la resistenza messa in atto dalla città, dove nei quartieri cattolici erano state erette barricate a difesa della popolazione. In più occasioni, anche dopo quella fatale domenica che incendiò definitivamente la regione facendo del 1972 l’anno più sanguinoso del conflitto, Ford non esitò a prendere le parti degli estremisti protestanti. Anche quando questi attaccarono i quartieri cattolici lanciando veri e propri pogrom.

A sinistra: Robert Ford
A sinistra: Robert Ford

In anni recenti, il generale dalle mani insanguinate ha testimoniato più volte nell’ambito dell’inchiesta-fiume del giudice Saville sui fatti della domenica di Derry, il cui rapporto conclusivo (pubblicato nel 2010) ha stabilito che non esistono prove a suo carico. Ovvero che non fu lui a consentire ai suoi uomini di ammazzare i manifestanti nelle strade di Derry. Una conclusione che appare quantomeno curiosa, se si pensa che appena tre settimane prima della “Bloody Sunday”, Ford scrisse una nota confidenziale al suo diretto superiore, il luogotenente generale Sir Harry Tuzo, affermando che per ristabilire la legge e l’ordine sarebbe stato necessario eliminare almeno i principali capibanda tra i “giovani teppisti” – sue testuali parole – di Derry. E fu infatti proprio lui a stabilire che quel giorno, per reprimere una pacifica manifestazione di protesta, sarebbero intervenuti i paracadutisti armati di fucili da guerra carichi di proiettili calibro 22. Il loro compito era quello di forzare l’accesso al quartiere “liberato” di Bogside, a qualunque costo. “Le decisioni di Ford risultano criticabili – ha concluso il rapporto Saville – ma il generale non poteva sapere che ciò avrebbe portato i paracadutisti ad aprire il fuoco in modo ingiustificato”. Un conclusione a dir poco incredibile, dal momento che i parà non sono unità militari addestrate per fronteggiare civili inermi in un contesto urbano. Ma nella periferia dell’Impero britannico, negli anni ’70, tutto era consentito e per gli assassini l’impunità era sempre garantita. La prestigiosa carriera militare di Robert Ford si è conclusa nel 1981. Per elencare le medaglie e le cariche che ha ottenuto durante la sua vita non basterebbe un intero libro. E se la giustizia ha fallito, la speranza è che almeno la storia, prima o poi, stabilisca davvero cos’è stato: un criminale di guerra.
RM

NELLA FOTO: Il generale Robert Ford con la regina Elisabetta, nel 1982
NELLA FOTO: Il generale Robert Ford con la regina Elisabetta, nel 1982

Bloody Sunday, arrestato il primo parà britannico

Ci sono voluti quasi 44 anni e due inchieste giudiziarie – l’ultima delle quali durata oltre dodici anni – per arrivare finalmente al primo arresto di uno dei militari britannici accusati della strage di civili nota come “Bloody Sunday”, la domenica di sangue di Derry, in Irlanda del Nord. Ieri un ex militare britannico di 66 anni, all’epoca in servizio nel reggimento dei paracadutisti di Sua Maestà, è stato arrestato con l’accusa d’aver sparato ad alcuni dei manifestanti irlandesi uccisi durante la marcia pacifica per i diritti civili che si svolse il 30 gennaio del 1972: William Nash di 19 anni, John Young (17 anni) e Michael McDaid (20), tutti e tre freddati nei pressi di Rossville Street, nel quartiere di Bogside. L’ex soldato è sospettato anche del tentato omicidio del padre di William Nash, che accorse per cercare di salvare suo figlio, rimanendo a sua volta ferito dai colpi dei parà. L’uomo – il primo militare arrestato per i fatti del 1972 – è stato preso in consegna dalle forze di polizia e trasferito in un centro di detenzione della Contea di Antrim dopo essere stato sottoposto a interrogatorio a Belfast da inquirenti del pool del cosiddetto Legacy Investigation Branch dell’Irlanda del Nord, chiamato a indagare proprio sulle vicende storiche del conflitto.

One of the images to emerge from Bloody Sunday.
One of the images to emerge from Bloody Sunday.

L’ispettore Ian Harrison ha sottolineato che questo primo arresto “segna una fase nuova dell’intera inchiesta”, destinata a “proseguire per qualche tempo”. La speranza dei familiari delle vittime è che l’arresto di ieri sia soltanto l’inizio e che serva a scoprire finalmente a portare di fronte al banco degli imputati i 29 soldati accusati della strage e mai finora né arrestati, né formalmente incriminati.
Lord Peter Mandelson, già Segretario di Stato britannico per l’Irlanda del Nord negli anni cruciali del processo di pace, ha affermato invece che è pericoloso scavare in un passato così lontano. Noi crediamo che l’unico pericolo – quasi una certezza – è che non sia mai fatta giustizia per le quattordici vittime della strage di domenica 30 gennaio 1972.
RM

In memoria di Peggy O’Hara

di Gianni Sartori

Avevo conosciuto Peggy e Jim O’Hara, la madre e il padre di Patsy O’Hara (il quarto tra i dieci prigionieri politici repubblicani irlandesi che nel 1981 si erano lasciati morire di fame a Long Kesh), nella sua casa di Hardfoyle, a Derry, nel 1985. L’avevo poi rivista in occasione di altri viaggi in Irlanda e nel 1986 l’avevo intervistata sulla tragica vicenda del figlio, morto il 21 maggio 1981 dopo 60 giorni di sciopero della fame. Patsy, militante dell’INLA (Esercito Irlandese di Liberazione Nazionale, considerato il braccio armato dell’IRSP), ebbe un ruolo fondamentale nell’organizzare e gestire la protesta del 1981, in perfetta coerenza con l’impegno fino ad allora dimostrato all’interno delle lotte del quartiere dove viveva. Il padre, Jim, ricordava come Patsy avesse “combattuto con la parola prima ancora che con le armi contro l’occupazione inglese, nella strada, nel quartiere, ovunque…” sottolineando anche la portata della sua volontà di lottare, la sua preparazione politica, ideologica e culturale.

Patsy O'Hara (1957-1981)
Patsy O’Hara (1957-1981)

Una conferma mi venne data nel 1994 dallo scrittore Ronan Bennet che per circa un anno condivise con Patsy la cella N.14 a Long Kesh nel 1975. “Quando uno arrivava in carcere – mi raccontò – per prima cosa gli si chiedeva che cosa avesse detto alla polizia. Non aveva dato altro che il suo nome. Questo, dati i metodi usati abitualmente dalle forze di repressione (percosse, tortura…), era abbastanza raro e venne considerato un segno di forza, di determinazione. Questa impressione venne poi confermata dal comportamento tenuto in carcere da Patsy. Era un leader nato, anche se non in modo ostentato, era sempre molto calmo, non alzava mai la voce. Nonostante fosse molto giovane, si capiva che era molto preparato politicamente. In cella abbiamo parlato a lungo di come ognuno di noi fosse arrivato alle sue convinzioni politiche. Sostanzialmente avevamo gli stessi punti di riferimento: Bloody Sunday del 30 gennaio 1972, l’internamento, l’incendio di Long Kesh…Uscì di prigione e in seguito venne nuovamente arrestato. Quando ho saputo che aveva iniziato lo sciopero della fame, ho subito pensato che sarebbe andato fino in fondo”.
Nel cimitero di Derry, sulla lapide dedicata a Patsy O’Hara e a Micky Devine (altro militante dell’INLA morto in sciopero della fame) si legge “morti perché altri fossero liberi”.
Il padre di Patsy, Jim, se n’era andato qualche anno fa. Peggy ci ha lasciati nel luglio di quest’anno.

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I funerali di Peggy O’Hara

Al suo funerale la bara era scortata da un centinaio di militanti dell’IRSP e dell’INLA (volto coperto, basco con la stella rossa: se lo ricordino i neofascisti che hanno avuto l’impudenza di ricordarla sui loro giornali). Prima della sepoltura le sono stati resi gli onori militari con tre colpi di fucile sparati in aria. La cosa è stata stigmatizzata da Martin McGuinness (esponente del Sinn Fein, viceministro nel governo nordirlandese “benedetto” da Londra e Washington) che ha partecipato al funerale nonostante l’IRSP (nelle cui liste Peggy era stata candidata) e i familiari avessero definito “non gradita” la sua presenza.

Intervista a Peggy O’Hara (1986)

Quali erano le speranze di suo figlio quando prese la fatale decisione di smettere di alimentarsi?
Patsy e gli altri cominciarono lo sciopero della fame ben sapendo che ne sarebbero stati segnati irreparabilmente nella salute, nel fisico già provato da anni di lotte e proteste, spesso pacifiche ma non certo indolori.Tuttavia pensavano che il rispetto per la vita umana avrebbe convinto Mrs. Thatcher a soddisfare le loro cinque richieste. Quando poi capirono che ciò non sarebbe successo, che li avrebbero lasciati morire, compresero anche che ormai non avevano più scelta: dovevano andare fino in fondo, per non concedere al nemico una vittoria politica che il movimento di liberazione, gli oppressi, la gente avrebbero scontato per molti anni…Fu così che la vita di alcuni divenne il prezzo di un po’ più di giustizia per altri.
Che cosa pensò lei della scelta di suo figlio?
Gli dissi che ritenevo più utile che restasse vivo per continuare a lottare. Che altro poteva dire una madre? Ma sia io che mio marito rispettammo la consapevole determinazione di Patsy e assecondammo la sua volontà di non essere alimentato artificialmente quando entrò in coma. È stato atroce: perdere un figlio è già contro ogni corso naturale delle cose, ma una morte così è inaccettabile. Soprattutto se si pensa alle sevizie che rendevano ancora più terribile il suo spegnersi giorno dopo giorno.
Che genere di sevizie?
I secondini, spesso ubriachi, lo picchiavano in continuazione, anche durante lo sciopero della fame. A causa dei maltrattamenti subì due arresti cardiaci. Una volta venne scoperta addosso ad un detenuto una macchina fotografica e Patsy, accusato di esserne il responsabile, fu picchiato con particolare durezza, tanto da procurargli la rottura del setto nasale. Le percosse continuarono anche quando era già costretto in una carrozzella, incapace di camminare. Durante il periodo in cui rimase in coma, il medico del carcere – lo stesso che poi si rifiutò di riportare sulla cartella clinica i segni evidenti delle percosse – lo prendeva a schiaffi durante le mie visite per costringerlo a “riprendersi”, a riconoscermi, sperando in un cedimento dell’uno o dell’altra*. Io sono convinta che Patsy sia morto per un collasso cardiaco in conseguenza delle sevizie subite: sarebbe morto ugualmente, ma lo odiavano tanto da volerlo uccidere con le loro mani. Quando morì mi dissero che se non mi sbrigavo a portarlo via l’avrebbero buttato in un sacco di plastica e scaricato davanti a casa. Il suo corpo era pieno di ecchimosi, i suoi occhi erano stati bruciacchiati con le sigarette e portava sul volto i segni delle ultime percosse.
Che cosa lascia, nell’animo di una madre, il gesto di un figlio che sacrifica la propria vita in nome dei propri ideali?
Non c’è retorica letteraria né politica che possa consolare da una simile brutalità. Rimane solo la convinzione profonda e sofferta che altro non si poteva fare per rivendicare la dignità umana, propria e altrui. E rimane la rabbia, la lotta contro gli oppressori. E rimane la solidarietà, la speranza, nonostante tutto…Bisogna continuare ad andare avanti, perché se non lo facciamo i martiri che sono morti per me, per noi, per questa Nazione ci perseguiteranno per l’eternità.
Gianni Sartori