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Irlanda del Nord, dolore e poesia

Può un conflitto pluridecennale essere declinato in versi? Giganti della poesia come Seamus Heaney, Michael Longley, Paul Muldoon e molti altri cercarono di usare le parole per combattere l’orrore.

Avvenire, 8.4.2018

“Nessun trattato/ intravvedo che possa del tutto sanare il tuo corpo/ tracciato di solchi e smagliature, il grande dolore/ che ti lascia ferita, come terra aperta, terreno aperto, ancora.” Mentre l’Irlanda del Nord si avvia a celebrare il ventennale dell’Accordo di pace del 10 aprile 1998, questi versi della poesia Atto di Unione scritta da Seamus Heaney negli anni ‘70, suonano oggi quasi profetici. A lungo il grande bardo d’Irlanda è stato considerato estraneo al contesto politico del suo paese, sebbene i crudi temi della guerra angloirlandese ricorrano con toni evocativi e personali in molti suoi componimenti. Heaney condivise in un certo senso ciò che Picasso affermò dopo la Liberazione (“Non ho dipinto la guerra, ma senza dubbio la guerra è presente nei quadri che ho dipinto allora”). Il conflitto è infatti una delle tematiche centrali della sua raccolta “North” risalente al 1975, con liriche come Punizione, Riti funebri, Smascheramento e la bellissima Qualunque cosa tu dica non dire niente, in cui declama, “C’è una vita prima della morte? È scritto in gesso/ a Ballymurphy. Competenza con dolore/ e miserie coerenti, un morso e un sorso,/ noi abbracciamo ancora il nostro piccolo destino”. Un’altra sua celeberrima raccolta, “Field Work” del 1979, contiene invece Vittima, la straordinaria elegia per un pescatore di anguille che viola il coprifuoco proclamato dalla sua stessa parte e muore con una pinta fra le mani, in un pub dove non avrebbe dovuto essere (“Ma la mia arte esitante/ la sua schiena girata pure osserva:/ fu dilaniato/ mentre era al pub durante un coprifuoco/ rispettato da altri, tre sere/ dopo che avevano ammazzato/ i tredici di Derry./ PARA’ TREDICI, si leggeva sui muri/ BOGSIDE ZERO. Quel mercoledì/ tutti trattennero/ il respiro e tremarono”). Nel suo incessante “scavare”, alla ricerca delle radici del proprio popolo, Heaney fu anche accusato di essere un osservatore di parte, di aver interpretato quel conflitto solo attraverso lo sguardo di un cattolico, ignorando le sofferenze della comunità protestante. Mai accusa fu più ingiusta e infondata, ripensando ad esempio a una poesia appartenente al primo periodo della sua attività – L’altra parte -, nella quale torna al contesto rurale della sua nascita per indagare la differenza tra le due tradizioni religiose e politiche dell’Irlanda. Heaney volle mantenere un’equidistanza persino nel discorso che pronunciò nel 1995 di fronte all’Accademia di Svezia, il giorno del conferimento del Nobel, ricordando i tempi in cui ascoltava la pioggia negli alberi insieme alle notizie della radio, con “le bombe dell’Ira – disse – e quelle dei lealisti del nord”. Secondo alcuni quel premio ebbe anche un significato politico, poiché seguì lo storico cessate il fuoco dell’esercito repubblicano, che l’anno prima aveva finalmente spianato la strada al processo di pace. Proprio com’era accaduto nel 1923 al suo illustre connazionale William Butler Yeats.
In una società squassata da quella guerra e in preda a un prolungato spasmo di paralisi sociale, la reinterpretazione della violenza in forma poetica è stata un effetto collaterale di trent’anni di conflitto. Dalla fine degli anni ‘60 in poi, i poeti irlandesi hanno fatto l’unica cosa che potevano fare per rispondere all’orrore: confezionare parole, mettere in rima sentimenti, costruire elegie per elaborare quei lutti e farsi carico del peso collettivo della memoria. Autori come Michael Longley e Paul Muldoon, solo per citare i più famosi degli ultimi cinquant’anni, hanno considerato la guerra e la politica come un terreno di continua esplorazione letteraria, molto più di quanto abbia fatto Heaney. Non uno strumento per schierarsi o per esprimere giudizi, bensì un modo per trascendere la ragione e – stando a Longley – “annotare le proprie incertezze”. I poeti della loro generazione hanno raccolto il testimone di Yeats e hanno rinverdito una tradizione poetica che risaliva ai tempi precedenti il conflitto in Irlanda del Nord, con autori come John Harold Hewitt e Patrick Kavanagh, Louis MacNeice e Cecil Day Lewis, questi ultimi due tra gli esponenti di spicco del “Circolo” fondato negli anni ‘30 da W.H. Auden.
La ricerca di simboli appropriati per descrivere l’orrore ha dato vita a un immaginario in parte ripreso dai classici che ha ispirato una moltitudine di componimenti, a partire da uno dei capolavori di Longley, nonché quella che è forse la poesia più nota sul conflitto irlandese, Tregua. Pubblicata nel 1994 subito dopo l’annuncio del cessate il fuoco dell’IRA, è un sonetto in quattordici versi ispirato all’Iliade di Omero, nel quale il re Priamo bacia la mano di Achille che ha ucciso suo figlio Ettore. Una metafora del perdono alla quale lo stesso Longley farà seguire, quattro anni più tardi, At Poll Salach, una poesia composta due giorni dopo la firma dell’Accordo del Venerdì Santo che è un’allegoria della pace e della speranza. Ma prima delle metafore di riconciliazione, delle immagini di crescita e di fioritura, c’erano stati gli scenari raffiguranti l’assenza, la morte e il gelo invernale. Risale ad esempio all’inizio del conflitto la splendida Canti dei bambini morti, una citazione dall’omonima opera di Gustav Mahler, che Longley scrisse ispirandosi al primo bambino ucciso durante il conflitto, il piccolo Patrick Rooney di nove anni, ammazzato a Belfast nell’agosto 1969 dall’esercito britannico. Anche Paul Muldoon ha sempre sentito un bisogno quasi ossessivo di scrivere sui cosiddetti “Troubles”, regalandoci opere memorabili come Raccogliendo funghi e il lungo componimento Più un uomo ha e più vuole. Altri poeti del Nord Irlanda hanno scritto sulla guerra veri e propri capolavori: Derek Mahon con Un capanno abbandonato nella contea di Wexford, Sinéad Morrissey con Pensieri in un taxi nero o Medbh McGuckian con la struggente Disegnando ballerine, composta per commemorare una ragazza uccisa da una bomba dell’IRA, il cui corpo violato risorge come un’icona di spazio e di biancore. Edna Longley, professore emerito alla Queen’s University di Belfast e tra le più autorevoli voci del panorama culturale irlandese, sostenne anni fa che la dimensione trascendente era stata indispensabile per costruire la pace, la quale “non si alimenta solo del pragmatismo dei negoziati e dello smantellamento dell’attitudine mentale alla conflitto. Poiché la pace, proprio come la poesia, deve essere prima di tutto anche immaginata”.
Oggi, a distanza di vent’anni da quell’accordo che sancì ufficialmente la fine del conflitto, la tradizione poetica dell’Irlanda del Nord appare sempre più vitale perché è alimentata dal basso, in luoghi come i pub, uno su tutti il rinomato Sunflower di Belfast, teatro di affollatissime sessioni di reading poetici che vedono protagonisti autori di successo ma anche semplici appassionati. Ed è sempre più un punto di riferimento per la letteratura in lingua inglese, come dimostrano i prestigiosi riconoscimenti ottenuti l’anno scorso proprio da Michael Longley – vincitore del PEN Pinter Prize – e da Paul Muldoon, che ha ricevuto la medaglia d’oro alla poesia conferita ogni anno dalla regina d’Inghilterra.
RM

Martin McGuinness 1950-2017

Avvenire, 22.1.2017

Da leader della guerriglia a uomo-chiave del processo di pace. Da capo di stato maggiore dell’IRA a candidato presidente della Repubblica d’Irlanda. La parabola politica di Martin McGuinness – morto ieri a Belfast all’età di 66 anni – può raccontare da sola il lungo percorso che ha fatto uscire l’Irlanda del Nord dal più lungo conflitto europeo del XX secolo. Originario di una famiglia operaia del ghetto cattolico di Derry, James Martin Pacelli McGuinness abbandonò la scuola a quindici anni ed entrò nell’IRA giovanissimo, prima della famigerata Bloody Sunday, la strage di civili compiuta dai paracadutisti inglesi nella sua città natale il 30 gennaio del 1972. L’anno dopo finì in carcere per possesso di esplosivi e in tribunale dichiarò di essere “orgoglioso di far parte dell’esercito repubblicano irlandese”. In breve tempo divenne una delle figure più importanti e rispettate all’interno dell’IRA, fino a ricoprire la carica di Capo di Stato Maggiore dal 1978 al 1982. Tra gli innumerevoli attentati compiuti dagli indipendentisti irlandesi in quel periodo ci fu quello nel quale perse la vita il cugino della regina, Lord Louis Mountbatten. Ma quelli furono anche anni decisivi perché segnarono la svolta ‘politica’ del movimento repubblicano, seguita allo scontro carcerario che portò alla morte di Bobby Sands e altri nove attivisti per sciopero della fame.
Fin dagli anni ’70 McGuinness si era dimostrato formidabile anche nelle vesti di politico. Eletto all’assemblea di Belfast per la prima volta nel 1982, grazie al suo carisma riuscì a rassicurare i militanti più scettici agli albori del processo di pace. “La guerra contro il dominio britannico – affermò pubblicamente nel 1986 – continuerà finché non sarà conquistata la libertà”. Nella fase cruciale che precedette la firma dell’Accordo del Venerdì Santo del 1998 fu il capo negoziatore del partito repubblicano Sinn Féin – all’epoca il braccio politico dell’IRA – e in seguito entrò nel governo di Belfast con la carica di ministro dell’educazione. Il suo fascino personale gli consentì di conquistare la fiducia di alcuni dei suoi più acerrimi nemici di un tempo, tra tutti il reverendo Ian Paisley, campione dell’estremismo presbiteriano filobritannico.

Un giovane McGuinness con Gerry Adams (a sinistra) e Ruairi O Bradaigh (al centro)

Candidato alla presidenza della Repubblica d’Irlanda nel 2011 (ottenne circa il 15% dei voti), è stato vice primo ministro dell’Irlanda del Nord dal 2006 al gennaio scorso, quando è stato costretto a rassegnare le dimissioni per motivi di salute. La sua eredità politica è però destinata a restare controversa e a dividere chi, nel suo paese, lo ritiene un eroe e chi invece lo considera un traditore che ha sacrificato gli ideali di un tempo sull’altare del pragmatismo e della realpolitik. Assai più delle strette di mano con la regina Elisabetta fece scalpore, nel 2009, quando fu proprio lui a definire pubblicamente “traditori” i dissidenti che si ostinavano a non accettare i compromessi del processo di pace. Molti di loro erano stati suoi compagni di lotta in passato. Da circa un anno soffriva di una grave malattia genetica che l’ha portato alla morte e gli ha impedito di vedere realizzato il suo sogno: la riunificazione dell’Irlanda.
RM

Bobby Sands, l’internazionalismo inciso sul corpo

La recensione uscita ieri sul Manifesto del mio “Bobby Sands. Un’utopia irlandese”, a firma di Enrico Terrinoni, traduttore di Joyce e docente di letteratura inglese all’Università di Perugia.

«Di tutti i rivoluzionari irlandesi del passato che avevi imparato a conoscere in carcere, era quello che ammiravi di più. Per le sue idee, per il suo coraggio, per il sacrificio che mezzo secolo prima l’aveva visto cadere, abbattuto da un plotone di esecuzione nei giorni della guerra civile. Aveva ventisette anni, gli stessi che avevi tu, quando il tuo corpo si spense per sempre dopo quei sessantasei giorni di agonia. Chissà se avresti mai immaginato di ritrovarti al suo fianco tra i martiri repubblicani del cimitero di Milltown».
Pochi studiosi possono permettersi di dare del tu a Bobby Sands. Riccardo Michelucci è uno di questi. Già autore di una imprescindibile storia del conflitto anglo-irlandese, pubblica in questi giorni, per la collana «Sorbonne» delle Edizioni Clichy, Bobby Sands, un’utopia irlandese (p. 117, euro 7,90).
È un libro composito. Al suo nucleo e cuore, un monologo drammatico già perfetto per il palcoscenico che ripercorre l’esistenza di Sands, affianca pagine di puntuale biografia, a stralci dagli scritti di questo rivoluzionario che fu anche poeta, e a significative foto di quel conflitto che in tanti vogliono dimenticato.
Michelucci non è solo un attento osservatore della situazione in Irlanda del Nord. A Belfast e dintorni è addirittura di casa: «Oggi stenteresti a riconoscerla, Falls Road, il luogo che più di ogni altro fu il crocevia della vostra lotta. C’è chi dice che quegli odierni simboli del benessere rappresentino la svendita dei vostri ideali. Forse è davvero così, ma mi conforta sapere che quando torno a Belfast ci sei tu ad accogliermi con quel sorriso senza tempo, a indirizzare in uno spazio fisico la geografia della memoria che mescola le emozioni del presente con quelle del passato».
Sono parole vere più che mai oggi, in un momento storico in cui l’ebbrezza economica di parti dell’isola stona ancor di più con la situazione delle periferie dell’ultima colonia d’Europa, dove il tasso di disoccupazione è il più alto della Gran Bretagna.
A Derry, seconda città dell’Irlanda del Nord, spetta persino il primato doppio della disoccupazione giovanile e dei suicidi.
È certo un tradimento degli ideali di Sands, che a muso duro aveva dichiarato: «Non mi fermerò finché non raggiungerò la liberazione della mia nazione, finché l’Irlanda non diventerà una repubblica socialista, sovrana e indipendente».
Bobby non fu il primo né l’ultimo dei socialisti che hanno sperato di poter fondere le lotte di autodeterminazione con la speranza di un futuro di uguaglianza. Si muoveva sul solco di James Connolly, per cui la causa del lavoro e quella della nazione erano un tutt’uno. Ma anche di Wolfe Tone, che come ricorda Michelucci, aveva giurato, duecento anni prima di «rovesciare il dominio inglese in Irlanda», a due passi dalla prima casa di Sands.
Ma Wolfe Tone aveva anche lottato per una repubblica di people of no property, iscrivendo così sin dai suoi albori il repubblicanesimo nel novero delle lotte che oggi chiameremmo anticapitaliste.
In carcere, il giovanissimo Bobby si formò agli scritti di Marx, Fanon, Connolly e Guevara, e mai scinderà il suo impegno per il proprio popolo da una visione socialista e internazionalista del mondo. Un retaggio per fortuna sopravvissuto in scenari in cui il repubblicanesimo contemporaneo si muove quasi esclusivamente a sinistra dei conservatorismi bigotti.
Bobby Sands iniziò lo sciopero della fame il 1 marzo del 1981, e la sua esistenza si concluderà il 5 maggio. Un sacrificio, il suo, che ancora riecheggia tra le strade di Belfast, sui cui murales spesso campeggia la scritta, improntata a un eroico ottimismo della volontà, «la nostra vendetta sarà il sorriso dei nostri bambini». Una certezza grazie a cui Bobby e i nove compagni morti dopo di lui hanno saputo resistere a condizioni disumane, volute da apparati di una delle più antiche democrazie del mondo: «Quanto dolore per quelle madri che venivano a farvi visita e scoppiavano a piangere vedendovi ridotti a cadaveri ambulanti, con i capelli e la barba lunga, avvolti in quelle luride coperte. Ma il vostro fisico scheletrico e segnato dalle percosse mascherava in realtà la superiorità morale degli oppressi, la furia del pensiero indomabile di chi lotta per la giustizia».

(Enrico Terrinoni, da “Il Manifesto”, 1.3.2017)

Una spia di origine italiana a Belfast

Venerdì di Repubblica, 13.1.2017

“Quando chi fa le leggi è anche colui che le infrange, non esiste più legge”: una scritta a caratteri cubitali sulle mura di Derry, cittadina martire dell’Irlanda del Nord, esprime con eloquenza lo scontento della popolazione dopo quasi vent’anni di pace senza giustizia. Dalla firma degli Accordi del Venerdì Santo nel 1998 lo stato britannico resta ancora sotto accusa per la cosiddetta ‘guerra sporca’, una prassi sistematica di collusione ad altissimo livello che per anni ha visto le sue forze di sicurezza alleate con i gruppi paramilitari protestanti e coinvolte in omicidi settari e operazioni sotto copertura contro i civili. Uno scandalo più grande e diffuso della Bloody Sunday, la strage compiuta dall’esercito inglese nel 1972, sulla quale un’inchiesta lunga dodici anni ha già stabilito come andarono le cose, pur senza punire i colpevoli. Proprio sulla falsariga di quell’inchiesta è appena cominciata l’“Operation Kenova”, un’indagine giudiziaria che intende far luce sul ruolo dell’esercito, dei servizi segreti MI5 e della squadra politica della polizia nordirlandese nell’omicidio di decine di sospetti informatori. La figura-chiave sulla quale un gruppo di esperti britannici e internazionali è chiamato a indagare è l’agente soprannominato “Stakeknife”, da anni noto come la più importante spia infiltrata dall’esercito all’interno dell’IRA, ritenuto responsabile della morte di almeno una cinquantina di persone e pagato 80.000 sterline l’anno dal governo su un conto bancario segreto a Gibilterra. La sua identità è stata rivelata alcuni anni fa da fonti molto attendibili: si tratterebbe di Alfredo “Freddie” Scappaticci, ormai ultrasettantenne, originario di una famiglia italiana immigrata a Belfast nel Dopoguerra, per anni internato nel carcere di Long Kesh prima che il Consiglio militare dell’IRA lo mettesse a capo di una squadra speciale incaricata di eliminare i presunti informatori.

Nella foto: Freddie Scappaticci
Nella foto: Freddie Scappaticci

Un uomo violento e senza scrupoli che agiva da giudice, da giuria e da carnefice determinando la vita o la morte di decine di persone spesso innocenti, e che per almeno quindici anni sarebbe stato anche il collaboratore più prezioso dell’esercito britannico, tanto che il generale John Wilsey, ufficiale in comando in Irlanda quegli anni, l’ha definito “una gallina dalle uova d’oro”. Dopo aver negato con forza ogni accusa, Scappaticci ha fatto perdere le sue tracce, sapendo di rischiare non tanto il carcere quanto l’ineluttabile vendetta dei suoi ex compagni. Molti ritengono che sia già morto, altri sostengono invece che viva in Italia, dalle parti di Cassino, ormai irriconoscibile grazie a una plastica facciale.
L’indagine che lo riguarda durerà almeno cinque anni e sarà guidata da Jon Boutcher, capo della polizia del Bedfordshire, che ha già reso nota l’esistenza di nuove prove. Se andrà a buon fine scoprirà finalmente il vaso di Pandora sulla ‘guerra sporca’ accertando quanti e quali crimini sono stati compiuti dai membri dell’esercito e dei servizi di sicurezza collusi con i paramilitari protestanti. La ricercatrice Anne Cadwallader del Pat Finucane Centre, un’ong irlandese che si batte per i diritti umani, si dice fiduciosa. Molto più scettico è invece Ed Moloney, veterano dei giornalisti investigativi irlandesi: “l’inchiesta rischia di scoprire fatti talmente sensibili che non potranno essere resi pubblici, e i suoi esiti saranno secretati com’è già accaduto in passato”.
RM

Derry, quella domenica di sangue e menzogna

Intervista a Eamonn McCann (Avvenire, 18.11.2016)

La più lunga e costosa inchiesta dell’intera storia giudiziaria britannica non è riuscita a far emergere la verità sulla Bloody Sunday, la “Domenica di sangue” di Derry del 30 gennaio 1972, e a far archiviare definitivamente la strage di civili compiuta quel giorno dall’esercito britannico. Iniziata nel 1998 e durata dodici anni, l’inchiesta condotta dal giudice Lord Saville ha contato 434 giorni di udienze in aula e oltre 2500 testimonianze per un costo totale di circa 200 milioni di sterline: nel 2010 un tribunale britannico ha riconosciuto per la prima volta che i colpi dei paracadutisti inglesi avevano causato la morte di quattordici civili e il ferimento di altri sedici, che non vi fu nessuna battaglia per le strade di Derry ma soltanto una brutale aggressione a sangue freddo contro cittadini inermi. In un discorso alla Camera dei Comuni passato ormai alla storia, l’allora primo ministro britannico David Cameron definì “ingiustificato, ingiustificabile e sbagliato” ciò che accadde quel giorno maledetto, riconoscendo l’innocenza delle vittime, stigmatizzando l’operato dei soldati responsabili della strage ma scagionando di fatto gli alti vertici dell’esercito. In cambio, Londra impose al Bloody Sunday Trust – la fondazione dei familiari delle vittime – di interrompere la storica marcia che veniva svolta ogni anno in occasione dell’anniversario della strage, e che creava non poco imbarazzo al processo di pace. Ne nacque una spaccatura all’interno del fronte della protesta: secondo alcuni familiari era necessario reclamare la verità e la giustizia fino in fondo, e quindi continuare a marciare finché i colpevoli non fossero stati puniti. Tra quelli che abbandonarono la Fondazione vi fu anche Eamonn McCann, l’anziano scrittore e attivista per i diritti civili di Derry che organizzò la marcia del 1972 finita nel sangue. “Finché ci sarà qualcuno legato alle vittime che continuerà a marciare per l’anniversario, io marcerò con lui. Chiediamo la verità da 44 anni e continueremo a farlo all’infinito, finché non la otterremo”, ci dice a Firenze, dov’è stato ospite di un convegno sulla Bloody Sunday organizzato dall’Ateneo fiorentino.

Eamonn McCann
Eamonn McCann

Subito dopo la pubblicazione dell’inchiesta Saville, i familiari delle vittime hanno incaricato i propri legali di procedere per via giudiziaria contro i responsabili della strage ma da allora, nonostante l’esistenza di prove schiaccianti, sono trascorsi altri quattro anni senza incriminazioni a carico dei soldati o di chi dette l’ordine di sparare.
Che ricordi ha di quel giorno?
All’epoca la campagna per i diritti civili, a Derry e nel resto del paese, vedeva una grande partecipazione popolare. Nei quartieri a maggioranza cattolica della nostra città avevamo eretto barricate e creato una specie di stato indipendente per difenderci dai continui soprusi della polizia asservita a Londra. Il 30 gennaio 1972 tanti cittadini, famiglie e persone di tutte le età scesero in piazza per partecipare a una marcia pacifica per l’uguaglianza, reclamando i più fondamentali diritti civili, chiedendo la fine delle discriminazioni sul lavoro e nel diritto alla casa e la fine del voto per censo, che all’epoca esisteva ancora in Irlanda del Nord. Quella marcia è stata uno spartiacque perché per la prima volta il massacro fu compiuto alla luce del sole, durante una bella e luminosa giornata d’inverno, davanti agli occhi di centinaia di testimoni. Ogni singola vittima, ogni persona uccisa o ferita, è stata vista da centinaia di altre persone. Provenivano tutti dai quartieri cattolici della città e ci conoscevamo quasi tutti, io conoscevo personalmente tre delle vittime. Fu un attacco omicida e premeditato contro un’intera comunità.
Perché ancora oggi ritiene che sia necessario continuare a marciare nell’anniversario della strage?
Gli esiti dell’inchiesta Saville prevedevano una specie di scambio con gli inglesi. Alle famiglie fu chiesto di cessare la protesta per il bene del processo di pace. Bussarono alle porte delle case, una ad una, per far firmare loro un accordo nel quale si impegnavano a non scendere più in piazza. Purtroppo però l’inchiesta non ha rivelato tutta la verità su quanto accadde. In primo luogo ha esonerato, con una sola eccezione, tutti gli ufficiali di alto grado del reggimento dei paracadutisti che aprirono il fuoco sulla gente. È passata la tesi che tutto sia stato causato da un gruppo di soldati indisciplinati che ha disobbedito agli ordini. Ma noi sappiamo che non è vero. Il giudice ha fatto una scelta politica incolpando soltanto soldati di basso rango, senza citare per esempio le responsabilità di uomini come Michael Jackson, all’epoca vicecomandante dei parà, divenuto poi comandante in capo delle forze Nato in Bosnia, e infine Capo di Stato Maggiore dell’esercito britannico. Cameron ha affermato che la strage è stata compiuta da un piccolo gruppo di soldati non rappresentativi dell’esercito inglese, ma è una menzogna. Non un errore, non un equivoco, ma una vera e propria menzogna. È necessario continuare la protesta anche perché ad oggi nessuno dei soldati incolpati della strage è stato processato. Ci chiediamo perché i soldati incolpati di crimini così gravi da un’inchiesta giudiziaria così lunga e approfondita non siano stati ancora messi sotto processo. Il giudice Saville si è limitato a dire che tutte le vittime erano innocenti e disarmate, e che i soldati non le colpirono per legittima difesa. Riteniamo che lo Stato, quando uccide i suoi stessi cittadini debba essere chiamato a rispondere, non solo a Derry nel 1972 ma in qualunque parte del mondo.
A che punto è la nuova inchiesta affidata alla polizia nordirlandese? E quali sono le speranze di ottenere finalmente giustizia?
Per il momento è stato arrestato solo un soldato, un anno fa, per essere interrogato ma nessuno è stato ancora messo sotto processo. Londra sta facendo pressioni enormi sulle famiglie che non hanno accettato l’accordo. Io sono sempre al loro fianco, abbiamo incontrato tre diversi segretari di Stato, ai quali abbiamo ripetuto che i responsabili devono essere individuati e incriminati. Non solo i soldati ma anche i funzionari dello Stato, gli alti comandi militari che hanno pianificato, reso possibile e perpetrato la strage del 1972. Siamo consci che ci sono pochi precedenti storici in questo senso, ma teniamo a mente quello che accadde in seguito al massacro di My Lai, in Vietnam, del 1968. In quel caso un soldato statunitense fu dichiarato colpevole di omicidio premeditato per aver ordinato di sparare ed è stato condannato all’ergastolo.
RM