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Da Pat a John, a Belfast nel nome del padre

Venerdì di Repubblica, 14 giugno 2019

È quasi incredibile la somiglianza tra John Finucane, neoeletto sindaco di Belfast, e suo padre Pat, una delle vittime più illustri del conflitto angloirlandese. John non aveva ancora compiuto nove anni quando un commando di paramilitari protestanti fece irruzione in casa sua all’ora di cena e crivellò di colpi il noto avvocato Pat Finucane. Era una domenica di febbraio del 1989, e il piccolo John assistette alla scena insieme alla madre e ai due fratelli maggiori, Michael e Katherine. Oggi ha 39 anni – la stessa età che aveva suo padre allora –, è avvocato come lui e lavora in uno dei più famosi studi legali dell’Irlanda del Nord. Ha quattro figli e si è avvicinato alla politica solo in tempi recenti, nelle file dei repubblicani del Sinn Féin, dopo l’incessante campagna della sua famiglia per ottenere verità e giustizia sull’assassinio del padre. Durante il conflitto Pat Finucane fu preso di mira perché difendeva nei tribunali i membri dell’IRA: uno dei suoi clienti più illustri era Bobby Sands, morto di sciopero della fame in carcere nel 1981. L’omicidio di Finucane fu opera dell’Ulster Defence Association (UDA), un famigerato gruppo lealista protestante, ma le inchieste hanno accertato anche la partecipazione di agenti dello stato britannico. Nel 2012 l’allora primo ministro David Cameron ha dovuto ammettere l’esistenza di “sconvolgenti livelli di collusione” nell’assassinio del noto avvocato irlandese. Appena eletto sindaco, John Finucane non ha avuto alcuna perplessità a incontrare i membri della famiglia reale britannica durante una delle loro frequenti visite in città. “Voglio rappresentare tutti i cittadini di Belfast e non mi farò condizionare in alcun modo dal mio passato”, ha garantito. Ma la polizia dell’Irlanda del Nord ha confermato che sono già arrivate intimidazioni e minacce di morte dei gruppi lealisti contro di lui.
RM

Loughinisland, la strage deve restare un mistero

Venerdì di Repubblica, 23.11.2018

Quando nel 2012 l’allora primo ministro inglese David Cameron denunciò l’esistenza di “un livello impressionante di collusione” tra lo stato britannico e i gruppi paramilitari lealisti dell’Irlanda del Nord non fu preso troppo sul serio. Eppure molte inchieste avevano già rivelato il coinvolgimento delle forze di sicurezza in omicidi indiscriminati e operazioni sotto copertura contro i civili irlandesi tra gli anni ‘70 e i ‘90. Il tema è riemerso con forza nelle settimane scorse, quando decine di poliziotti armati si sono presentati la mattina presto a casa di Barry McCaffrey, uno dei più noti giornalisti di Belfast, e l’hanno arrestato. La stessa sorte è toccata poi anche al produttore cinematografico Trevor Birney. Entrambi avevano lavorato recentemente a No Stone Unturned, il documentario uscito un anno fa con la regia del premio Oscar Alex Gibney, che indaga sul più controverso massacro avvenuto negli ultimi mesi del conflitto in Irlanda del Nord. Il 18 giugno 1994 un commando del gruppo paramilitare lealista UVF fece irruzione in un pub del piccolo villaggio di Loughinisland, nella contea di Down, e aprì il fuoco sulle persone riunite a guardare la partita dei mondiali di calcio tra Italia e Irlanda. Sei cattolici irlandesi rimasero uccisi a sangue freddo in quello che fu definito “il massacro della coppa del mondo”, i cui colpevoli sono tuttora in libertà. Fin da subito emersero fondati sospetti che i killer avessero agito d’intesa con le forze di sicurezza britanniche e un recente rapporto del Police Ombudsman, il Difensore civico della polizia, Michael Maguire ha confermato che si trattò dell’ennesimo caso di collusione tra i paramilitari protestanti e le forze di polizia dell’Ulster.

Il luogo della strage

Il documentario di Gibney si spinge oltre: fa i nomi degli assassini e rivela che le indagini furono insabbiate perché il capo del commando era un informatore di spicco del governo britannico, che oggi vive indisturbato non lontano dal luogo del massacro. Ma invece dell’arresto e dell’incriminazione dei colpevoli sono scattate le manette per McCaffrey e Birney, sospettati di aver sottratto indebitamente documenti riservati dagli uffici di Maguire. Rilasciati su cauzione, i due dovranno essere interrogati di nuovo il 30 novembre, sebbene nel frattempo nessuna accusa sia stata formalizzata nei loro confronti e l’Ombudsman abbia fatto sapere di non aver denunciato alcun furto dai suoi uffici. Il regista Alex Gibney non ha dubbi: “gli arresti sono un chiaro atto intimidatorio per prevenire ulteriori inchieste sull’operato della polizia e delle forze di sicurezza in quegli anni”.
RM

Irlanda, pace a rischio con la Brexit?

Avvenire, 25.6.2016

Tony Blair e Bill Clinton, i principali artefici degli Accordi di Pace del Venerdì Santo del 1998, erano stati i primi a paventare le conseguenze della Brexit sulla fragile architettura istituzionale dell’Irlanda del Nord. Un paio di settimane fa, nel corso di una conferenza all’università di Derry, l’ex primo ministro britannico Tony Blair aveva detto che l’uscita della Gran Bretagna dall’UE avrebbe messo seriamente a rischio la pace e la stabilità della provincia, costruite con grande sforzo e consolidate in seguito con altrettanta difficoltà. L’ex presidente statunitense Bill Clinton, grande regista dello storico accordo di diciotto anni fa, aveva invece confessato al New Statesmen le sue preoccupazioni sulla tenuta della pace in Irlanda del Nord in caso di voto favorevole alla Brexit. I timori di Blair e di Clinton, ai quali si era aggiunto l’ex premier conservatore John Major – anch’egli impegnato a suo tempo nel processo di pace –, erano stati liquidati come “allarmistici” dal ministro britannico per l’Irlanda del Nord Theresa Villiers, secondo la quale l’uscita di Londra dall’UE, peraltro da lei auspicata, non avrebbe necessariamente richiesto il ripristino di una frontiera tra le due Irlande, triste retaggio dei lunghi anni del conflitto. Ma secondo quanto previsto dalla legislazione europea, sarà inevitabile limitare la libera circolazione di persone e merci e il risorgere di quella frontiera porrà non pochi interrogativi sul processo di pace, che era incentrato anche sulla sua graduale eliminazione. I rapporti tra Londra, Dublino e Belfast dovranno essere ridisegnati secondo quanto prevedono gli stessi accordi, sempre che la Brexit non abbia tra i suoi effetti collaterali anche quello di favorire un terremoto istituzionale all’interno della stessa Gran Bretagna.
Gli elettori nordirlandesi, in assoluta controtendenza con il resto del paese, si sono infatti espressi chiaramente a favore della permanenza nell’UE (56% del totale con 11 collegi elettorali su 18), legittimando il vicepremier dell’Irlanda del Nord Martin McGuinness a invocare a gran voce un altro referendum, stavolta per la riunificazione l’isola, la cui divisione fu imposta da Londra nel lontano 1921. “L’esito del voto ha dimostrato che il governo britannico non ha più alcun titolo per rappresentare gli interessi politici ed economici della nostra gente”, ha detto. Il suo partito Sinn Féin, pur antieuropeista, aveva chiesto in campagna elettorale di votare per il Remain, spiegando che l’uscita dall’UE sarebbe stata una catastrofe per i lavoratori e per tutta l’economia della regione. Ma il primo ministro nordirlandese Arlene Foster, esponente del principale partito unionista DUP, ha ribadito anche a urne chiuse di avere un’opinione diametralmente opposta, ha rassicurato i cittadini e ha accusato McGuinness di opportunismo. La Brexit rischia dunque di creare una spaccatura insanabile all’interno dell’esecutivo di Belfast, nato appena un mese fa e incentrato come i precedenti sulla condivisione dei poteri tra i due partiti Sinn Féin e DUP, rimettendo in discussione il fragile status quo politico raggiunto negli ultimi anni ed esacerbando le tensioni tra le due comunità. Quanto al referendum sulla riunificazione dell’Irlanda, solo il ministro Villiers può indirlo, ma ha fatto sapere che al momento mancano i presupposti politici per farlo.
RM

Londra caput Europae

Avvenire, 21.6.2016

“A quanto dicono sembra quasi che l’Inghilterra non faccia parte dell’Europa”. Nel XVIII secolo il grande filosofo Edmund Burke, critico nei confronti della Rivoluzione francese, rispondeva così a chi sosteneva che quanto stava accadendo in Francia non avrebbe avuto alcuna conseguenza sull’Inghilterra, semplicemente perché era un’isola. Secondo Burke, passato alla storia come il Cicerone britannico, era vero il contrario: Londra era il cuore dell’Europa, oltre che la capitale di un immenso impero nato essenzialmente dalle rivalità tra gli stati europei. Burke era in realtà di origini irlandesi, proprio come lo storico contemporaneo di Cambridge Brendan Simms, che ha ripreso anche le riflessioni del grande pensatore del ‘700 per costruire la sua storia dei rapporti tra l’Inghilterra e l’Europa con l’obiettivo di dimostrare quanto sarebbe anti-storica un’uscita di Londra dall’UE in seguito al referendum del prossimo 23 giugno. Studioso noto per le sue capacità di collegare l’analisi storica con l’attualità, anni fa Simms pubblicò un libro che fece scalpore, nel quale condannava la politica estera britannica durante la guerra in Bosnia sostenendo che in quell’occasione furono ripetuti gli errori commessi con Hitler nel 1938.
Brexit-EU-remainIn questo nuovo autorevole saggio (Britain’s Europe. A Thousand Years of Conflict and Co-operation, Penguin, pagg. 352) lo studioso di Cambridge esamina invece i profondi e plurisecolari legami che rendono ormai inscindibile il rapporto tra l’Inghilterra e il continente europeo. Legami che risalgono ai tempi della Cristianità medievale, e che videro l’Inghilterra nascere dalle lotte contro i Vichingi per poi consolidare la propria identità nazionale in risposta alle minacce provenienti dall’altra parte della Manica, da Filippo II a Luigi XIV, da Napoleone alla Germania imperiale. Un rapporto sempre biunivoco, considerando il ruolo cruciale giocato dalla Gran Bretagna nell’equilibrio dei poteri sul continente. Il legame di carattere territoriale con l’Europa, sostiene Simms, fu perduto alla metà del XV secolo, al termine della guerra dei Cento anni, una data che da sempre la storiografia prende come punto di riferimento per segnare la fine del Medioevo europeo. Ma quello stesso legame fu poi recuperato all’inizio del ‘700, quando il casato di Hannover, di origine tedesca, succedette agli Stuart sul trono britannico governando ininterrottamente per quasi due secoli, da Giorgio I a Vittoria. La tesi di questo libro sembra dunque dare pienamente ragione al primo ministro inglese David Cameron che alcune settimane fa, per sostenere il suo ‘no’ deciso alla Brexit, ha affermato che l’uscita della Gran Bretagna dall’UE costituirebbe persino una minaccia alla pace, e ha citato in questo senso le antiche guerre con la Spagna e la Francia, dalla Invincibile Armata alla battaglia di Blenheim, da Trafalgar a Waterloo.
Ma nel corso dei secoli non furono soltanto le guerre a consolidare un concetto di Europa del quale anche l’Inghilterra è da sempre parte integrante: il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda, ad esempio, fu creato come unione parlamentare proprio in risposta alle influenze e alle pressioni provenienti dal sistema politico europeo. Simms contesta dunque apertamente le argomentazioni di quegli storici che anche in epoche recenti hanno sottolineato il carattere ‘insulare’ della storia britannica – come se le differenze geografiche, da sole, bastassero per scavare un solco geopolitico e strategico – e afferma al contrario che la storia dell’Inghilterra, e poi della Gran Bretagna, è stata essenzialmente una storia ‘continentale’ poiché costante è stata la centralità dell’Europa nella storia britannica, i cui destini sono stati indirizzati e modellati proprio dai rapporti col resto d’Europa.
A suo avviso, l’eventuale uscita di Londra dall’Europa non sarebbe soltanto anti-storica ma anche controproducente, poiché creerebbe un inevitabile effetto domino – con altri paesi che deciderebbero di andarsene – nonché seri rischi per la sicurezza di tutto l’Occidente. L’articolato excursus storico contenuto nei primi otto capitoli del libro si rivela così l’architrave delle sue conclusioni di carattere strettamente politico. Oggi che l’Europa sta vivendo una delle sue crisi più gravi dal 1945, stretta tra la minaccia del terrorismo internazionale, l’autoritarismo russo e una crisi economica senza precedenti – sostiene Simms -, tornano di grande attualità le parole pronunciate da Winston Churchill all’Università di Zurigo il 19 settembre 1946, cioè il suo famoso Appello agli Stati Uniti d’Europa. “Se l’Europa dev’essere salvata da una miseria senza fine e dalla rovina finale – disse l’ex primo ministro conservatore – è necessario un atto di fede nella famiglia europea e un atto di oblio verso tutti i crimini e le follie del passato”.
Non solo Londra non deve assolutamente lasciare l’UE, afferma lo storico di Cambridge, ma deve farsi promotrice di un’unione federale sul modello degli Stati Uniti d’America, un’unione fiscale e militare formata dai paesi della zona euro. Quanto alla Gran Bretagna e agli altri paesi fuori dall’unione monetaria, questi manterrebbero legami di carattere confederale col continente attraverso la difesa, ovvero tramite la Nato. È qui che l’affascinante ricostruzione storica da lui compiuta attraverso i secoli cede il passo a un’argomentazione politica che appare discutibile, specie in un momento come questo, con i paesi dell’UE costretti a fare fronte a un elettorato sempre più euroscettico e al proliferare dei nazionalismi in Grecia, in Ungheria, in Polonia, ma anche in Francia e in Olanda. E dunque assai poco disposti a ulteriori cessioni di sovranità.
RM

Irlanda 1916, verso un centenario senza memoria?

Dopo anni di dibattiti il governo di Dublino ha finalmente lanciato le grandi celebrazioni che si terranno nel 2016 per il centenario della Rivolta di Pasqua, l’evento fondativo della Repubblica irlandese. Ma le linee guida del programma che sono state presentate giorni fa hanno scatenato l’ira dei familiari dei caduti e di chi ritiene che un tema così importante per l’identità nazionale non possa essere liquidato come l’ennesimo spot promozionale dell’“isola verde” allo scopo di attrarre turisti in anni di vacche assai magre per l’economia del paese.
Il malumore stava montando da almeno un anno, da quando è stata ufficializzata la presenza della famiglia reale inglese alle celebrazioni che si terranno tra un anno e mezzo. Una presenza che dovrebbe suggellare il processo di riconciliazione ma che molti irlandesi ritengono inopportuna, se non addirittura controproducente. La settimana scorsa è stato reso pubblico un video promozionale dal titolo Ireland Inspires 2016 che sintetizza gli ultimi cento anni di storia irlandese in un minuto e mezzo di immagini accattivanti ma ‘dimentica’ di menzionare i firmatari della dichiarazione di Pasqua del 1916, i leader della rivolta che furono mandati al patibolo dagli inglesi. Eppure, non sarà celebrato proprio il centenario di quello storico evento? Sarebbe come se in Italia organizzassimo un anniversario della Liberazione senza citare i partigiani, o dell’Unità d’Italia senza ricordare Garibaldi. Stavolta l’Irlanda è dunque riuscita nella non facile impresa di essere un paese ancora più ‘smemorato’ dell’Italia. Il problema è sempre lo stesso: quando l’Irlanda prova a fare i conti con il suo recente passato, a prevalere è sempre la sudditanza psicologica nei confronti dell’Inghilterra, peraltro accentuata da una dipendenza economico-commerciale che non è mai venuta meno.
Resisi conto del clamoroso autogol, gli organizzatori hanno cercato di correre ai ripari modificando il video: hanno inserito un lungo fotogramma della famosa Easter Declaration sullo sfondo delle rovine dell’edificio delle Poste centrali di Dublino, il simbolo della rivolta. Troppo poco per risolvere il problema, poiché nel video continuano a far bella mostra di sé la regina Elisabetta e David Cameron, il reverendo Ian Paisley e i musicisti Bono e Bob Geldof, ma continuano drammaticamente a mancare all’appello Patrick Pearse, James Connolly e tutti gli altri padri della Repubblica. Figure a quanto pare ancora assai scomode per gli attuali partiti di governo (ma Michael Collins non è forse il padre putativo del principale di questi, il Fine Gael?).

Come se non bastasse, si è scoperto poi che i testi in gaelico pubblicati sul sito ufficiale Ireland 2016 (tra cui un estratto della Dichiarazione di Pasqua) erano stati tradotti da Google Translate e risultano di conseguenza carichi di errori grammaticali e di punteggiatura. Un’ennesima mancanza di rispetto nei confronti dei martiri del 1916, che avevano fatto della riscoperta del gaelico uno dei capisaldi delle loro lotte. Ce n’era a sufficienza per scatenare durissime proteste dei familiari dei caduti del 1916, le cui associazioni si stanno già organizzando per boicottare le celebrazioni ufficiali e realizzare un programma alternativo, visto che il governo ha dimostrato – come hanno detto loro – “di non essere disposto a impegnarsi in modo significativo”.
RM