L’inferno ucraino di Zhadan

Avvenire, 22 gennaio 2021

Gli echi dell’ultima guerra europea ci sono arrivati da lontano, quasi impercettibili. Abbiamo smesso di ascoltarli troppo presto, anche prima che scoppiasse la pandemia, fino quasi a dimenticarci che nella remota periferia orientale del Vecchio continente prosegue ancora oggi un conflitto scoppiato nella primavera del 2014. Solo l’arma potente della letteratura poteva riportarcelo alla memoria fino a farcene percepire i suoni, gli odori e le sensazioni ma rifuggendo al tempo stesso ogni retorica. Ci è riuscito alla perfezione Serhij Zhadan, considerato il più importante scrittore ucraino contemporaneo, con un poderoso affresco sugli orrori e le assurdità di una guerra che “non ha niente di eroico, di ideologico o di predeterminato”. Continua a leggere “L’inferno ucraino di Zhadan”

Seamus Heaney: la poesia per resistere all’orrore

Intervista al premio Nobel irlandese uscita oggi su Avvenire

Virgilio, Ovidio, Dante. In tempi recenti anche Pascoli. L’Italia è una fonte d’ispirazione costante per l’opera di Seamus Heaney. Forse la principale, subito dopo la natia Irlanda, “il mio guscio – lo definisce così – “che ha cominciato a schiudersi tanti anni fa, attraverso le mie liriche”. Cresciuto in una famiglia di contadini cattolici della contea di Derry, in Irlanda del Nord, Heaney ha passato la sua infanzia in una fattoria e ha sempre rivendicato le sue radici culturali, a punto da protestare vivacemente, alcuni anni fa, per essere stato inserito in un’antologia di poeti britannici contemporanei edita da Penguin. La sua poesia, come quella del suo connazionale W.B. Yeats, parla di un’Irlanda arcaica, che emerge dai ricordi di un’infanzia contadina. Il suo è un mondo fisico che cerca di mediare tra natura e scrittura, di raccontare una realtà che non può essere facilmente descritta con le parole. Non a caso nel 1995 gli fu conferito il premio Nobel per le opere “di lirica bellezza e profondità etica, che esaltano i miracoli quotidiani e il passato che vive”. Considerato da molti il più grande poeta vivente, Heaney è tornato in questi giorni nel nostro paese, ospite dell’American Academy di Roma, dove il 16 maggio terrà una lettura pubblica di alcune sue poesie ispirate ai testi classici. Oggi e domani sarà invece l’ospite d’eccezione di due giorni di celebrazione letteraria della vita e del lavoro di Ovidio incentrati sulla sua traduzione del mito di Orfeo ed Euridice.
Che tipo di insegnamenti la lettura dei classici può fornirci nel’interpretazione della complessità del nostro tempo?
In primo luogo citerei la ricorrente attualità dei temi della tragedia greca. Penso ad esempio al rapporto tra l’individuo e il potere, penso a Sofocle. La rilettura dell’Antigone che ho fatto con la Sepoltura a Tebe conteneva riferimenti al conflitto dell’Irlanda del Nord. I personaggi di Antigone e Ismene rappresentano due modi diametralmente opposti di affrontare gli imperativi morali, gli stessi che si sono trovati ad affrontare gli irlandesi. Ma i classici possono, anzi devono, essere letti anche per il semplice piacere di farlo, per la loro bellezza.
Spesso nelle sue opere lei ha fatto riferimento a fatti tragici dell’attualità anche recente, come l’attentato dell’11 settembre. Quale ritiene che possa essere il ruolo della poesia di fronte a questi eventi?
Credo che il suo aspetto più importante sia quello della consapevolezza. Ma la poesia, come ogni altra forma d’arte, è un fatto finito, fermo, consolidato e come tale può essere soltanto una forma di resistenza di fronte alla desolazione. Continua a leggere “Seamus Heaney: la poesia per resistere all’orrore”