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La squadra di Assad ai mondiali di calcio?

Venerdì di Repubblica, 28 aprile 2017

Può una squadra di calcio senza tifosi, senza stadio e senza soldi qualificarsi per i mondiali che si disputeranno in Russia nel 2018? La nazionale siriana potrebbe partecipare a una fase finale del campionato del mondo per la prima volta nella sua storia proprio mentre il paese è dilaniato dalla guerra civile. Quello che anche in tempo di pace è sempre stato un sogno proibito è diventato una possibilità concreta qualche settimana fa, grazie a un’inaspettata vittoria casalinga sull’Uzbekistan nel girone di qualificazione. La partita sembrava avviata verso un inutile pareggio, quando a pochi minuti dalla fine il ct Ayman Hakeem ha fatto entrare l’anziano attaccante Firas al-Khatib. Erano cinque anni che il 33enne numero dieci originario di Homs, considerato il più forte giocatore siriano di tutti i tempi, non indossava più la maglia della nazionale. Nel 2012 aveva infatti  abbandonato “la squadra del regime” per motivi politici, non facendo mistero del suo sostegno nei confronti dei ribelli anti-Assad, prima di trasferirsi in Kuwait. Ma poi ha deciso di riprendere il suo posto in squadra affermando che la nazionale è di tutti, e che vale la pena contribuire alla corsa verso il Mondiale. A un minuto dalla fine è stato proprio lui a procurarsi il rigore decisivo che è stato trasformato dal giovane compagno di squadra Omar Kharbin, proiettando la squadra a ridosso del terzo posto nella classifica del girone eliminatorio, che garantirebbe l’accesso ai playoff per Russia 2018. Per ovvi motivi di sicurezza le “aquile di Qassioun” (questo il soprannome dei giocatori siriani, dal nome del monte che sovrasta la capitale) sono costrette da anni a giocare le partite casalinghe fuori casa, anche perché lo stadio Abbasyn di Damasco che era il tempio della nazionale è stato trasformato in una base militare e molti altri sono diventati centri di detenzione. I match interni di qualificazione sono stati disputati prima in Oman, poi in Malesia: alla partita con l’Uzbekistan, giocata allo stadio Hang Jebat di Malacca, hanno assistito appena trecento tifosi. Ma il ritorno di al-Khatib – da molti considerato un traditore della patria – è stato visto come un provvidenziale segno del destino e una speranza per il futuro del paese, come hanno dimostrato le lacrime versate nel dopo partita dal ct Hakeem, che ha dedicato il successo a tutto il popolo siriano. La nazionale è da sempre un potente strumento di propaganda del regime di Bashar al-Assad e negli ultimi anni non è stata immune da tensioni politiche, con giocatori arrestati, costretti a fuggire o addirittura uccisi a causa del loro sostegno ai ribelli. Ma pur priva di tifo al seguito e costretta a convocare giocatori sparsi per il Golfo, la squadra si era già resa protagonista di un’impresa nell’ottobre scorso, quando aveva strappato una clamorosa vittoria in trasferta contro la Cina di Marcello Lippi, al Coca Cola Stadium della provincia di Shaanxi. In quell’occasione l’orgoglio siriano aveva prevalso su una squadra ricca e sostenuta da circa cinquantamila tifosi locali. Adesso, tra giugno e settembre, restano da giocare tre partite contro Qatar, Iran e Cina, e il terzo posto appare ancora alla portata dell’undici siriano, il cui segreto è lo spirito con il quale i giocatori scendono in campo. “Non importa se uno di noi è cristiano, musulmano o di qualsiasi altra confessione”, ha dichiarato al Guardian il capitano Abdulrazak al Hussein. “Siamo una squadra e giochiamo per il nostro paese”.
RM

Siria, un poeta contro il baratro

La Siria avrà un futuro di pace perché non si possono sconfiggere le colombe “che continuano a volare istericamente in cielo durante i bombardamenti, per resistere all’aereo che ha invaso la loro patria e il loro spazio (…). Come l’aereo sparisce dal cielo, patria delle colombe, così la tirannia sparirà dalla mia patria, perché le colombe ci sono alleate nel viaggio verso la libertà”. La letteratura e la poesia hanno aiutato Muhammad Dibo, giornalista e scrittore siriano non ancora quarantenne, ad affrontare la mostruosa esperienza delle carceri siriane, l’angoscia, l’umiliazione, la tortura. Adesso rappresentano la stella polare delle speranze che nutre per il futuro del suo paese. Arrestato, incarcerato e torturato per aver preso parte fin dal 2011 alla rivoluzione contro il regime di Bashar al-Assad, i suoi compagni di cella l’avevano soprannominato “il poeta perfido” perché nei lunghi periodi di detenzione recitava a memoria le poesie del mistico al-Hallaj e del grande poeta arabo al-Mutanabbi. “Farlo mi rendeva felice – ci racconta oggi dal suo esilio a Beirut – perché nei loro visi vedevo il desiderio di libertà e riuscivo, almeno in quei momenti, a farli evadere da un mondo di oppressione verso il mondo dell’amore e della poesia. La bellezza della poesia ci aiutava a dissolvere le tenebre e a resistere al carcere e alla morte”. Proprio in questi giorni è arrivato nelle librerie italiane il suo ultimo libro E se fossi morto? (pubblicato dalle edizioni Il Sirente con la traduzione di Federica Pistono), un’opera assolutamente originale, a metà strada tra il romanzo, il trattato politico e il diario intimistico, nella quale Muhammad Dibo ci offre una lunga testimonianza sulla Siria contemporanea, dalle primavere arabe alla successiva repressione, fino agli odierni interventi stranieri.

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Quale può essere il ruolo degli intellettuali siriani di fronte a quanto sta accadendo?
Gli intellettuali hanno un compito molto importante oggi in Siria, perché devono raccontare alla gente la verità, e devono farlo senza ambiguità. Devono spiegare al popolo la complessità di questo momento e renderlo comprensibile a tutti. L’intellettuale deve essere critico e radicale nel dire la verità, senza curarsi del consenso. Il suo compito oggi appare più importante che in passato, perché in virtù della sua cultura è il solo capace di guardare oltre la superficie, attraverso le tenebre e il caos, di vedere gli errori di un popolo e di affrontare la verità, a qualunque prezzo. L’intellettuale ha inoltre il compito di trasmettere la speranza alle persone, rassicurandolole sul fatto che ciò che sta accadendo oggi non rappresenta la fine della storia. In fondo al tunnel c’è la speranza, nonostante tutte le difficoltà, e bisogna lavorare per realizzarla.
Ma come può lei nutrire ancora speranza nel futuro?
Quando mi interrogano sul futuro, mi piace rispondere che vedo con pessimismo il futuro a breve termine ma sono molto ottimista per quello a lungo termine. Ciò significa che i prossimi cinque-dieci anni saranno un periodo molto duro per noi siriani, un inferno in cui ci sarà caos e assoluta mancanza di orizzonti. Una fase simile a quella che la Siria ha vissuto tra il 1920 e il 1936. Ma sono sicuro che la Siria riuscirà a rialzarsi con le proprie gambe, troverà la strada verso la libertà e il posto che merita nel mondo, nonostante il disastro di oggi. Ne sono sicuro come sono sicuro del fatto che sto scrivendo queste righe.
Lei è caporedattore della testata dissidente “Syria Untold” e collabora con numerose testate internazionali, occupandosi di attivismo civile. Ha quindi uno sguardo privilegiato sull’attualità. Come immagina il suo paese tra dieci o vent’anni?
Personalmente, sto lavorando oggi per la Siria del futuro dal momento che, nonostante la cupa disperazione e la morte, spero che la Siria, tra venti o trent’anni, sia diventato uno Stato unitario, laico e democratico. Mi auguro di raggiungere questo obiettivo, anche dopo un lungo percorso.
In che modo l’Occidente dovrebbe affrontare la crisi siriana?
Innanzitutto dovrebbe impegnarsi a non mantenere in piedi la dittatura con il pretesto della lotta al Daesh, perché la sopravvivenza della dittatura implica la continuazione della guerra. Poi credo che la risposta al terrorismo dello stato islamico non debba essere solo di natura militare, ma sia necessario anche eliminare le cause che hanno prodotto fenomeni come il Daesh.
Com’è oggi, la sua vita in esilio?
Sono in Libano perché amo il mio Paese e voglio restargli vicino ma non sono stato io a scegliere l’esilio: è lui che ha scelto me. Non ho scelto il Libano, sono stati la necessità e il caso a trattenermi fino ad ora in questo paese. Ogni mattina mi chiedo cosa ci faccio qui, mentre la vita passa. Resto in Libano perché è il paese più vicino alla Siria, e da qui è possibile aiutare i miei a casa, restare in contatto con ciò che succede e con coloro che escono dal mio paese. La mia famiglia è ancora in patria, ma qui i miei familiari possono venire a trovarmi e io posso comunicare con loro. Sono qui perché rifiuto l’idea di essere un profugo costretto a elemosinare cibo, acqua e protezione, perché l’inferno costruito da Assad costringe il nostro popolo a una vita disumana. E poi, forse sono in Libano anche perché mi sono immerso nel lavoro e non ho pensato a un’altra opzione.
RM

Siria, la speranza è in biblioteca

Da “Avvenire” di oggi

Quattro anni d’assedio non sono riusciti a cancellare lo spirito e l’umanità del popolo siriano. In una strada alla periferia di Darayya, una città a pochi chilometri da Damasco dove secondo alcune fonti della tradizione sarebbe avvenuta la conversione di San Paolo, si nasconde un tesoro che è stato creato poco dopo l’inizio della guerra civile e che da allora viene curato, alimentato, vissuto. Un luogo che con la sua stessa esistenza è in grado di dare speranza a chi è costretto a vivere in un paese sempre più martoriato dai bombardamenti quotidiani. È una piccola biblioteca pubblica dove un gruppo di giovani ha portato i libri salvati dalle macerie dopo averli sottratti alla distruzione e all’oblio, e li ha restituiti alla popolazione. Il progetto è nato quasi per caso nel 2012 quando alcuni studenti di Damasco e delle aree limitrofe, ormai impossibilitati a proseguire gli studi in un paese in guerra, decisero di dedicare parte del loro tempo al recupero dei libri dagli edifici distrutti dalle bombe, oltre a quelli scampati dai roghi delle biblioteche e delle librerie. h01Mentre il numero di volumi raccolti cresceva in modo esponenziale, anche il gruppo di volontari si allargava e individuava un posto sicuro dove portare tutto il materiale: una grande cantina sotterranea, al riparo dalle bombe, che non doveva però diventare un semplice deposito ma un luogo nel quale favorire la circolazione della cultura e lo scambio delle idee. Uno spazio di resistenza culturale dove salvare i libri dalla furia iconoclasta della dittatura, oltre che un antidoto alla disperazione e alla paura. Col tempo, il lavoro appassionato di tanti volontari ha trasformato la cantina in una vera e propria biblioteca, con scaffali, arredi e tavoli creati artigianalmente su misura e un sistema di indicizzazione che consente di trovare velocemente un libro tra gli oltre undicimila che sono stati finora catalogati per tema e in ordine alfabetico. Presto la biblioteca sarà anche ampliata con una raccolta di film e documentari. Oggi è un luogo aperto a tutti, confortevole e molto frequentato, dove si possono consultare e prendere in prestito opere di letteratura araba e straniera, libri di filosofia, teologia, scienze sociali e tanti altri argomenti. Si possono trovare classici del presente e del passato come Cent’anni di solitudine di Garcìa Marquez, L’alchimista di Coelho e Don Chisciotte, ma anche testi di letteratura manageriale come Le sette regole per avere successo di Stephen Covey.
Molti dei libri salvati dall’orrore siriano sono stati anche dotati di un’ulteriore e originalissima forma di catalogazione che consentirà di risalire alla loro provenienza. I volontari hanno infatti annotato con cura e passione il luogo di ritrovamento di ciascun volume, per farli tornare nelle mani dei loro legittimi proprietari, se lo vorranno, quando la guerra civile sarà finita.
“Questi libri erano di proprietà della gente che è stata costretta a scappare dalle proprie case e ad abbandonare tutto. Questa biblioteca è dedicata a loro”, ci spiega Marvin, una ragazza siriana di 25 anni che per motivi di sicurezza si cela dietro a uno pseudonimo maschile, e che siamo riusciti a contattare via Facebook. Il tentativo di recuperare almeno una piccola parte del patrimonio culturale è anche un modo per resistere all’orrore discutendo di letteratura, di cultura, di vita, e ricorda molto da vicino quello che accadde a Sarajevo, durante il terribile assedio dei primi anni ’90. Anche nella città bosniaca la resistenza culturale fu un modo per ribellarsi contro le violenze quotidiane e tornare a vivere, uno straordinario atto di coraggio col quale la popolazione volle dimostrare che niente avrebbe distrutto il loro lato artistico e intellettuale. Che il patrimonio culturale andava difeso a qualunque costo. Una bibliotecaria, Aida Buturovic, rimase uccisa mentre cercava di strappare i volumi alle fiamme del rogo della biblioteca nazionale  di Sarajevo. In città nacquero gruppi di lettura, iniziative teatrali e artistiche. Una di queste, il progetto Ars Aevi, sarebbe addirittura sopravvissuta alla guerra confluendo poi nell’attuale museo di arte contemporanea, che oggi porta quello stesso nome. “Anche la nostra biblioteca, come tanti altri progetti culturali in corso oggi in Siria, è un modo per cercare di affrontare un assedio psicologico che è duro quanto quello fisico, se non di più”, ci dice Marvin, che è una delle coordinatrici di Humans of Syria, un’associazione di artisti siriani che raccontano su internet la resistenza quotidiana della popolazione. Darayya è stata infatti una delle principali roccaforti delle proteste anti-governative ed è tuttora al centro di uno scontro estenuante tra l’esercito regolare di Bashar al-Assad e alcuni gruppi islamisti locali. “Ogni giorno – prosegue la ragazza – piovono sulla città in media una trentina di barrel bomb, i micidiali barili bomba imbottiti di esplosivo, rottami e bulloni che uccidono e feriscono i civili in modo indiscriminato”. Alcune settimane fa sono rimasti feriti anche due degli ideatori della biblioteca, Abu Malek e Abu Al-Ezz, entrambi poco più che ventenni. Il primo, appassionato di pittura, ha dipinto nell’ultimo anno oltre una ventina di murales usando le pareti degli edifici distrutti come tele improvvisate. Il secondo è invece il ragazzo ritratto nella foto mentre sta studiando nella biblioteca di Darayya. È rimasto ferito alla testa dall’esplosione di una bomba e non ha potuto ricevere cure adeguate perché in città non mancano le attrezzature mediche. “Entrambi adesso stanno meglio – garantisce Marvin – e la loro resistenza, come quella dei giovani siriani, proseguirà a qualunque costo”.
RM

Siria, la pace era solo silenzio

Più profetico di 1984 di Orwell, più surreale della Metamorfosi di Kafka. Quando dieci anni fa il romanziere siriano Nihad Sirees scrisse The Silence and the Roar, non poteva immaginare che quella riuscitissima satira politica avrebbe rispecchiato così fedelmente il futuro del suo paese. “Non volevo scrivere un romanzo premonitore – ci spiega oggi dall’esilio dove vive da alcuni anni, per motivi di sicurezza, – ma solo un libro che rappresentasse correttamente il dittatore siriano e la situazione del mio paese. Qualcuno – prosegue – doveva pur scrivere che Bashar era un dittatore che governava con la paura mentre all’epoca molti, soprattutto in Occidente, credevano che fosse un uomo mite e gentile, e che fosse amato dal suo popolo. Nessuno aveva raccontato che egli costringeva invece la gente a mostrare amore nei suoi confronti. In seguito, purtroppo, abbiamo visto tutti che è stato capace di portarci all’inferno”.
Pubblicato nel 2004 in Libano e circolato per anni in Siria solo attraverso canali clandestini, due anni fa il romanzo di maggior spicco di questo scrittore e sceneggiatore originario della città di Aleppo è stato tradotto in inglese e diffuso anche in Occidente; nelle prossime settimane arriverà finalmente nelle librerie anche in traduzione italiana, col titolo Il silenzio e il tumulto, edito dalla casa editrice Il Sirente, da tempo impegnata in un’interessante opera di diffusione della letteratura araba. È un romanzo sulla vita durante la dittatura, ambientato in un paese immaginario ma con chiari riferimenti alla Siria, l’affresco di un popolo le cui vite sono dominate dalla paura, reso con una scrittura brillante, ironica e fortemente allegorica attraverso una vicenda che prefigura l’attuale situazione siriana. La trama si svolge tutta all’interno delle ventiquattr’ore di un giorno particolare, quello in cui il regime festeggia il ventennale dell’ascesa al potere di un anonimo dittatore. Il tumulto richiamato dal titolo è quello prodotto dalle grida e dai festeggiamenti dei sostenitori scesi in strada a sfilare per dimostrare il loro ardore verso il grande leader, ma anche quello dei pestaggi riservati a chi non manifesta. Un rumore e un caos che servono anche a impedire al popolo di pensare, di commettere cioè il crimine dell’uso del pensiero. Il silenzio è invece la condizione alla quale è costretto il giovane protagonista del romanzo, lo scrittore 31enne Fathi Sheen, messo a tacere dal regime perché accusato di idee antipatriottiche. Un silenzio che rischia di diventare definitivo – in prigione o addirittura nella tomba – se oserà opporsi al regime che gli chiede di schierarsi dalla parte della propaganda. E lui ne è ben consapevole, al punto da ammettere: “non faccio più niente, non leggo, non scrivo, non penso nemmeno. In tempi come questi, il silenzio è saggezza”.
Molteplici sono i riferimenti letterari che si possono individuare nel testo: da quelli più immediati – a Orwell e al surrealismo di Kafka – fino a opere completamente diverse, come L’autunno del patriarca di Garcia Marquez. “Gli uomini e le donne sconfitti dalla tirannia smetteranno di amare”, sostiene Sirees, e infatti il tema dominante di un libro che è inevitabilmente anche autobiografico è la metafora dell’artista che cerca di resistere sotto la dittatura, che prova a tenere in vita la sua arte tra rumorosi e silenziosi stati d’animo. Ci riuscirà soltanto grazie all’amore per Lama, una donna che richiama alla mente Julia, la figura femminile che in 1984 fa ritrovare il desiderio di libertà a Winston Smith, l’impiegato preposto alla riscrittura della storia. La passione per Lama diventa per Fathi una forma di resistenza, “il solo modo per urlare in faccia al silenzio”. Ma c’è anche un’altra arma, assai potente, con la quale gli uomini possono sconfiggere la dittatura, ed è il sarcasmo, che può essere usato per reagire all’insensata crudeltà del regime al potere. I toni da commedia dell’assurdo utilizzati nella narrazione intendono ridicolizzare la devozione che il popolo è costretto a mostrare nei confronti della dittatura ma anche l’assurdità di uno stato costruito attorno alla personalità del suo leader. Fino al tragicomico finale, carico di significati simbolici e premonitori. “Il merito principale di questo libro – sostiene Sirees – è quello di aver fatto vedere al mondo che la pace nella quale si trovava la Siria prima della guerra civile era artefatta e costruita sulla paura. Non era pace, era soltanto silenzio”. Ma il sarcasmo non riesce a nascondere la sua disillusione nei confronti del futuro: “in questi anni ho visto un incubo trasformarsi in realtà sotto i miei occhi. Oltre alle morti, alle violenze e alle distruzioni, è particolarmente doloroso vedere Aleppo, la mia città, sulla quale ho scritto tutti i miei libri, la cui cultura e la cui storia stanno scomparendo. Sul futuro non mi faccio illusioni, spero che le persone cui voglio bene siano ancora vive. Quanto all’ISIS, non sarebbe mai nato se i regimi vari – Iraq, Siria, Iran ma anche il Libano di Hassan Nasrallah – si fossero comportati in modo pacifico con i loro oppositori moderati. Sono stati proprio questi regimi a creare le condizioni per la nascita e il proliferare dell’estremismo”.
RM