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Boicottare la Turchia

di Gianni Sartori

Ognuno di noi può (deve o almeno: dovrebbe) fare, se non proprio la differenza, almeno qualcosina per contribuire alla difesa del popolo curdo. Per esempio denunciando la vendita di armamenti italiani (vedi elicotteri da combattimento) poi impiegati contro i curdi. E soprattutto, tenendo conto di quante imprese italiane sono localizzate in Turchia, praticando e diffondendo il boicottaggio. Come si usava negli anni Ottanta nei confronti dell’apartheid sudafricano. Del resto i precedenti di boicottaggio in difesa della popolazione curda, oltraggiata e massacrata dalle truppe di Ankara, non mancano anche da noi.
Almeno dal 2015-2016 (quando Ankara operava distruttivamente in Bakur contro i curdi) anche in Europa, particolarmente in Francia, si è andata delineando una campagna internazionale per sanzionare la Turchia. In particolare boicottando il turismo (e le agenzie turistiche) e i prodotti turchi importati nel vecchio continente. Con la recente aggressione colonialista contro Afrin, l’operazione di pulizia etnica in atto e il tentativo di annichilire l’esperienza del Confederalismo democratico in Rojava, diventa quantomai doveroso esprimere pubblicamente una severa condanna nei confronti dello Stato turco.
Appare improbabile che tale condanna possa provenire dagli attuali governi europei o da altri organismi istituzionali. Di sicuro né Parigi, né Berlino (e tantomeno Roma) proporranno sanzioni contro Ankara. Anzi, è probabile che consentiranno tacitamente all’alleato e socio in affari Erdogan di portare a termine il lavoro sporco iniziato due anni fa in Bakur. Voltando la schiena ai curdi e dando prova quantomeno di ingratitudine visto che gran parte del merito per la sconfitta dello Stato islamico spetta sicuramente ai combattenti delle YPG.
Tocca quindi alla “società civile” europea, ai singoli cittadini lanciare e mettere in pratica la parola d’ordine del boicottaggio. Arma semplice, non violenta, comunque efficace. Già adottata dai contadini poveri irlandesi (auto-organizzati nell’Irish Land League) nel 1880 contro un amministratore terriero, un militare inglese e sfruttatore: Charles Cunningham Boycott. Quale momento migliore di questo quando si sta per aprire la stagione turistica?
Quale occasione migliore per non essere ancora complici di un genocidio contribuendo finanziariamente alla politica militarista e colonialista di Ankara?

Per Ankara l’unico curdo buono è quello morto?

di Gianni Sartori

Certo deve averne di coraggio l’accademico turco Ismail Besikci, a lungo imprigionato (circa 17 anni) per i suoi scritti sulla questione curda. Con le ultime dichiarazioni rischia quantomeno di rendersi ulteriormente inviso al regime turco. Mi spiego. Alla domanda del quotidiano turco “Doraf” se “Afrin finirà come Kirkuk?” l’autore di Doğuda Değişim ve Yapısal Sorunlar ha risposto senza esitazione: “ Assolutamente no. Afrin è Kurdistan, con una popolazione di un milione di persone”. E ha poi aggiunto: Sin dall’inizio della guerra civile in Siria, Afrin è stata la zona più sicura. Più di 400.000 siriani hanno trovato rifugio ad Afrin.”

Ismail Besikci

Per Besikci quella innescata da Ankara “è una guerra contro tutti i curdi e deve essere vista come una guerra contro il Kurdistan”. Mentre anche in Turchia cresce il numero delle persone che la condannano (vedi i recenti arresti di chi aveva commentato negativamente i bombardamenti, vedi l’incriminazione dei medici, addirittura di una presentatrice televisiva…) la guerra operata dalla Turchia contro il nord della Siria prosegue, inesorabile, nella sostanziale indifferenza dell’opinione pubblica mondiale. Suscita particolare ribrezzo l’atteggiamento degli stati europei che hanno sicuramente beneficiato (l’Isis non ha certo risparmiato le metropoli europee) del sacrificio di centinaia di combattenti curdi caduti lottando contro i nuovi nazifascisti: Daesh & C.
Secondo Besikci “il presidente e il primo ministro stanno esercitando pressioni e la repressione contro la popolazione” per impedire non solo le proteste contro la guerra, ma anche che soltanto se ne parli (se non nei termini consentiti e stabiliti dallo Stato turco, naturalmente). In passato era stato il regime siriano a cercar di arabizzare questa regione curda. Ora invece è la Turchia di Erdogan che con le bombe intende impedire il costituirsi di una entità curda autonoma. E tuttavia Besikci si dice convinto che questo non accadrà in quanto “i curdi non accettano che l’ingiustizia che gli è capitata a Kirkuk si verifichi anche in Siria”. Afrin verrà difesa perché qui la gente “difende il suo territorio” e “non ha abbandonato le case”. Non ripetendo a Afrin l’errore commesso a Kirkuk, ossia quello di dividersi.

MA CHI E’ ISMAIL BESIKCI?
Per molti anni fu “l’unica persona non curda che in Turchia parlava con voce forte e chiara in difesa dei diritti del popolo curdo” e nel 1987 venne proposta la sua candidatura al Nobel per la Pace (richiesta non accolta per timore delle reazioni turche). Nell’aprile del 1997 circolava un appello internazionale per la liberazione dell’accademico (sociologo) turco e per la libertà di espressione e ricerca scientifica in Turchia. Un appello lanciato da Noam Chomski e Harold Pinter e raccolto anche in Europa. Firmandolo si sottoscriveva una precisa richiesta al Parlamento europeo affinché operasse “in conformità alle proprie deliberazioni”. Auspicando che questo avvenisse soprattutto “per quanto riguarda le condizioni statuite per l’ammissione della Repubblica turca all’Unione europea”. All’epoca Ismail Besikci stava scontando una condanna a ben 67 anni nel carcere di Ankara. Era stato dichiarato colpevole di “separatismo” in base all’articolo 8 della legge antiterrorismo: “Sono proibite la propaganda scritta e orale, le assemblee, incontri e manifestazioni che in qualunque modo tendano a distruggere l’unità indivisibile del territorio e del popolo, a prescindere dalle modalità, dalle intenzioni e dalle idee di chi le effettua”. Era stato condannato per i suoi scritti in cui affrontava l’ideologia fondativa dello stato turco, il kemalismo, e gli aspetti sociali, culturali e politici della questione curda. Tra amnistie e periodici arresti, di anni in carcere ne ha già trascorsi almeno 17. Continua la lettura di Per Ankara l’unico curdo buono è quello morto?

Ankara come Pretoria: così i regimi autoritari reprimono il dissenso

La misteriosa morte dell’unico imputato nel processo sull’assassinio di tre attiviste curde

di Gianni Sartori

Nella foto: Fidan Dogan, Sakine Cansiz e Leyla Saylemez
Nella foto: Fidan Dogan, Sakine Cansiz e Leyla Saylemez

La militante antiapartheid Dulcie Septembre, esponente dell’African National Congress, venne assassinata a Parigi il 29 marzo 1988 da una squadra della morte composta presumibilmente da uomini dei servizi segreti sudafricani e da mercenari. Un delitto di stato rimasto impunito. Accadrà così anche per il triplice assassinio di tre militanti politiche curde uccise, sempre a Parigi, il 9 gennaio 2013? Dobbiamo aspettarci che non venga fatta luce nemmeno sulla morte di Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Saylemez?
Il rischio c’è, visto che l’unico imputato, Omer Guney, è morto improvvisamente il 19 dicembre, a pochi giorni dall’inizio del processo.
Dopo l’assassinio di Dulcie Septembre che stava indagando su un traffico di armi tra Parigi e Pretoria (si parlò anche di materiale nucleare) emerse la possibilità di un ruolo (per lo meno di copertura, di insabbiamento) dei servizi francesi. Forse di una fazione ostile a Mitterand che aveva tolto l’ANC dalla lista delle organizzazioni terroriste.
Un’analogia con il sostegno al popolo curdo espresso da Hollande (aveva anche incontrato una delle tre donne assassinate)?. Senza dimenticare che perfino la moglie di Mitterand sfuggì fortunosamente ad un attentato proprio mentre era impegnata a favore dei curdi con la sua fondazione (France Libertés fondation Danielle Mitterand). Risulta ancora attuale la lettera aperta (apparsa in Italia su “La Stampa”) che Danielle Mitterand aveva inviato nel 2003 al popolo curdo:
“Cari amici curdi, una volta di più gli interessi delle potenze straniere vi pongono al centro dell’attualità internazionale. Potreste spiegarmi che senso ha dato la potenza americana a questa ‘partnership’ con voi?
Potreste mostrarmi un solo documento ufficiale in cui un responsabile dell’amministrazione americana si sia impegnato a favore delle vostre richieste e rivendicazioni per uno Stato iracheno democratico e federale? Come sapete gli americani stanno minando nuovamente il vostro paese e hanno l’intenzione di usare ancora bombe all’uranio impoverito. Mi dite di non potervi opporre alla volontà della superpotenza americana nella guerra che conduce contro l’Iraq, tanto più che sono i vostri ‘protettori”. Ma potete fare affidamento su un Paese, gli Stati Uniti, che vi ha tradito tragicamente due volte, nel 1975 e nel 1991? Al vostro posto, non mi fiderei”. Continua la lettura di Ankara come Pretoria: così i regimi autoritari reprimono il dissenso

Kobanê. La notte delle mongolfiere

B8SBsEdIAAIMe7PL’assedio è finito. Gli uomini neri dell’Isis se ne vanno umiliati. Camminano in fila indiana con l’incedere di un esercito in rotta. I Turchi ne coprono la ritirata. Le giovani kurde si abbracciano, sorridono, salgono la collina di terra con bandiere verdi, le braccia levate al cielo. Pare quasi che solo guardando da lassù, i fossati e i ripari dove per 134 giorni hanno messo in gioco la vita e perfino qualcosa di più, possano credere che sia tutto vero. Che il 26 gennaio del 2015 sia il giorno in cui hanno scritto la storia di un paese che non esiste e di una città che insegna a restituire un senso all’idea di libertà. Malgrado le apparenze, l’ipocrisia, il cinico calcolo geopolitico, in un certo senso Kobanê non è mai stata sola. Perché le donne, gli uomini, i vecchi e i bambini che lì hanno saputo morire e resistere difendevano la dimensione umana tra le macerie di una città che per più di quattro mesi è stata forse il principale teatro della guerra mondiale tra la vita e la morte. Ha vinto, per ora, la voglia di vivere. Hanno vinto le mongolfiere, quelle che fanno volare la speranza come racconta il reportage di Eliana Caramelli.

Ancora su Halabja. La Memoria non è un privilegio

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(di Alessandro Michelucci)

Il 12 agosto 1944 tre reparti armati di SS raggiunsero Sant’Anna di Stazzema, paese situato sulle colline che sovrastano Lucca. Molti uomini, credendo che si trattasse della solita retata, lasciarono le case per rifugiarsi nella valle: in paese restarono soprattutto vecchi, donne e bambini. Ma la realtà era ben diversa: gli abitanti dovevano essere puniti perchè “colpevoli” di non aver rispettato il bando tedesco che imponeva l’evacuazione del paesino. I soldati si accanirono sulla popolazione in modo spietato. Alcuni aprirono il ventre di una donna incinta e lanciarono il bambino per aria, sparandogli alla testa. Non esistono parole per commentare orrori simili. Da allora, ogni anno viene ricordato questo eccidio nel quale persero la vita 560 civili innocenti. Eppure civili innocenti erano anche quelli che persero la vita il 16 marzo 1988, quando l’esercito di Saddam Hussein attaccò la città di Halabja utilizzando il gas nervino: morirono oltre 5000 civili, in prevalenza kurdi. Altre migliaia rimasero ferite o mutilate. L’attacco viene generalmente considerato il più tragico massacro con gas nervini che sia stato compiuto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. La tragedia fu completamente ignorata dalla cosiddetta “comunità internazionale”. Venne riscoperta solo nel 2003, quando fece comodo addurla come scusa per legittimare l’invasione dell’Irak. Oggi si parla e si scrive molto di memoria storica. Ma viene da chiedersi se questa sia un diritto di tutti o un privilegio di pochi. Certo, i Kurdi non hanno, e forse non avranno mai, canali politici e diplomatici per far valere le proprie ragioni. Allora spetta agli altri, cioè a noi, decidere se contano soltanto le tragedie che colpiscono chi ha i mezzi per far punire i responsabili. Sopraffatte dall’egoismo, queste vittime dimenticano che la loro tragedia non potrà mai legittimare l’oblio delle altre. La memoria non può essere un privilegio.