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Del Ponte: “All’Aja non potevamo fare di più”

Intervista al giudice Carla Del Ponte, procuratore capo del tribunale dell’Aja per l’ex Jugoslavia dal 1999 al 2007
(Avvenire, 14.10.2017)

Si definisce più una “cacciatrice di serpenti che una studiosa di diritto”. Carla Del Ponte ha trascorso gran parte della sua prestigiosa carriera di magistrato a dare la caccia ai criminali di guerra. Per otto anni è stata procuratore capo del Tribunale dell’Aja per l’ex Jugoslavia e di quell’organismo resta una delle figure più rappresentative. I Balcani, poi il Ruanda e in anni recenti anche la Siria, dove nell’estate scorsa ha abbandonato polemicamente la Commissione d’inchiesta dell’Onu sostenendo che ci sarebbero prove a sufficienza per condannare Assad, ma manca la volontà politica degli stati membri. In compenso, qualche giorno fa è arrivata finalmente la storica sentenza di condanna per Ratko Mladic. “È stata una grande soddisfazione – ci dice al telefono dalla Svizzera – perché dopo Milosevic era il principale responsabile dei crimini commessi durante la guerra nei Balcani. Sono felice soprattutto per le vittime”.
Quale sarà il giudizio della storia sul tribunale dell’Aja? Quali sono stati i maggiori successi e i principali fallimenti?
All’inizio c’erano difficoltà enormi e in pochi credevano che saremmo riusciti a portare di fronte alla giustizia i principali responsabili dei crimini commessi negli anni ’90. Quindi penso che la storia non potrà che ricordarlo come un grande successo per la giustizia internazionale. L’unico neo è stata la lunghezza dei processi. Sono stati troppo lunghi. Soprattutto a causa delle regole procedurali, essenzialmente di common law e quindi pensate per reati comuni, non per crimini del genere. In futuro bisognerà lavorare per ridurre la lunghezza dei processi.
Ritiene che si sarebbe risparmiato tempo con una procedura più vicina alla legislazione locale?
Certo. Il sistema di civil law si adatta meglio a questo tipo di crimini. Gli accertamenti oggettivi che non toccano la responsabilità degli accusati, una volta individuati devono poter essere utilizzati in tutti i processi. Invece finora è stato necessario ripetere la prova ogni volta.
Poteva essere fatto di più con una maggiore collaborazione da parte degli stati?
No, perché il nostro mandato era limitato e potevamo occuparci soltanto degli alti responsabili politici. Purtroppo non è stato possibile arrivare ai cosiddetti “livelli medi” anzi, il Consiglio di sicurezza ha persino accorciato la lista degli accusati.
Ripensando ai suoi anni da procuratore capo, c’è qualcosa che non rifarebbe?
No, penso che rifarei esattamente tutto quello che ho fatto. Ho avuto al mio fianco gente molto preparata, abbiamo sempre discusso tutto cercando di evitare di commettere gravi errori.
Qual è il suo giudizio sul lavoro dei tribunali locali dei paesi dell’ex Jugoslavia?
Pessimo. L’ho sempre ritenuto insoddisfacente, fin dall’inizio, quando c’era una maggiore volontà di fare giustizia. Innanzitutto hanno accumulato un grande ritardo, e molti esecutori restano ancora in libertà. Poi la pressione politica è ancora molto forte e le sentenze non sono quasi mai del tutto indipendenti.
Cosa risponde a chi sostiene che il tribunale dell’Aja ha processato e condannato soprattutto i serbi?
Francamente lo ritengo un argomento inutile e irrilevante. I serbi hanno commesso un maggior numero di crimini ed è quindi naturale che siano stati portati soprattutto loro di fronte alla giustizia. Ma abbiamo messo in stato d’accusa imputati di tutte le altre etnie.
Si è trovata di fronte uomini accusati di crimini terribili. Ha mai ravvisato in loro qualche rimorso?
A parte uno, che si è suicidato in carcere, nessuno degli altri ha riconosciuto le proprie colpe o ha provato a chiedere perdono. Purtroppo credo che la riabilitazione dei condannati all’Aja sia una missione impossibile. Dopo anni di detenzione chissà, ma ho poche speranze.
Anche dopo le dimissioni dalla Commissione d’inchiesta sulla Siria continua a credere nella giustizia internazionale?
Senza alcun dubbio. Stiamo attraversando un momento molto delicato, poiché sembra che dopo i passi avanti fatti con i tribunali per la ex Jugoslavia e per il Ruanda adesso stiamo tornando indietro. Non penso solo alla Siria, ma anche al Myanmar e allo Yemen, dove la giustizia pare improvvisamente sparita dall’orizzonte. È inaccettabile ma sapevamo fin dall’inizio che la giustizia internazionale funziona solo se sono gli stati a volerlo.
RM

Gli orrori del regime di Ceausescu

Il modello di rieducazione sovietico teorizzato da Anton Makarenko. L’Isola Calva della Jugoslavia titoista. Il lavaggio del cervello cinese e cambogiano. Il laboratorio del dottor Josef Mengele: Auschwitz, Blocco 10. Qual è stata la verità antropologica profonda del totalitarismo che ha abbagliato con la sua luce corrusca il secolo scorso? Me lo sono chiesto, dentro un cupo e angoscioso sconcerto, leggendo questo libro bello e terribile che Dario Fertilio ha pubblicato per Marsilio e che s’intitola Musica per lupi. L’ha scritto, Fertilio, non soltanto con la curiosità del giornalista e la perizia dello storico, ma con la passione lucida e allucinata dello scrittore, consapevole d’accingersi a narrare l’inenarrabile. Non per niente, se deve pensare a libri che possano parlarci di luoghi analoghi alla «prigione solitaria, un centinaio di chilometri da Bucarest», dove questa storia si svolge dal 1949 al 1952, non può non riferirsi a due antecedenti letterari: Dracula di Bram Stoker e Le 120 giornate di Sodoma del marchese De Sade. Qual è stata, insomma, la verità antropologica profonda dei totalitarismi novecenteschi? La risposta più semplice potrebbe essere questa: la decostruzione e la vanificazione, in nome dell’uomo nuovo del futuro, di qualsiasi antropologia. Se si considerano i detenuti, i perseguitati e i discriminati – scrive Fertilio – «la metà dei romeni ha sperimentato» l’universo concentrazionario. Ora attenti, però: siamo a Pitesti, dove la rivoluzione diventa finalmente permanente, ma come tortura. È qui che Eugen Turcanu («Un atleta sul tipo del pugile, un guerriero.
Impressionante la sua presa ferrea»), ex legionario ‘rieducato’ (e dunque con un passato di militanza fascista, nazionalista e antisemita) sperimenta, con geniale e atroce creatività, e contro Legionari dell’Arcangelo Michele, Guardie di ferro, monarchici e ogni sorta d’oppositori al regime, il più spietato sistema d’annullamento – di distruzione ed autodistruzione – della personalità, fondato sulla promiscuità tra carnefici e vittime, di cui i carnefici sono gli amici migliori e i confidenti. Con una ferocia tale che, nel 1954, lo stesso regime che l’aveva inventato è costretto a liberarsi di lui: chiudendo la pratica con una fucilazione. A Pitesti è stato possibile anche l’impossibile: soprattutto sul piano della complicità criminale tra aguzzini e vittime. In modo tale da rendere inutilizzabile una categoria come quella della ‘banalità del Male’ approntata da Hannah Arendt per gli orrori nazisti. C’è sempre una possibilità di perfezionamento nel Male. Scrive Fertilio: «Se il marchese De Sade voleva essere lupo, e il conte Dracula era lupo, gli smascheramenti condotti da Eugen Turcanu a Pitesti mirarono a trasformare tutti, indiscriminatamente, in belve». Testa di lupo e coda di drago sventolavano sulla bandiera dei Daci prima che i Romani occupassero questa terra. L’ululato del lupo è la voce di questo libro.
(Massimo Onofri da Avvenire, 1 maggio 2010)

Il lager nero e rosso diventerà un museo

(di Antonio Giuliano)

Forse pochi luoghi al mondo possono vantare un così triste primato come la cittadina di Bautzen in Germania. In questo insospettabile centro medievale, nel cuore della verde Sassonia, ha operato uno dei peggiori istituti di reclusione del secolo scorso: tra le sue grate furono rinchiusi i nemici degli opposti totalitarismi del Novecento, nazismo e comunismo. Un reportage a firma di Delfina Boero, sul numero in uscita di “La Nuova Europa”, bimestrale della fondazione Russia Cristiana, getta nuova luce su un penitenziario diventato il simbolo della follia ideologica nera e rossa. Nel corso degli anni Trenta il carcere fu al servizio degli uomini di Hitler, ma dal maggio 1945 fu scelto senza esitazione anche dai sovietici che lo trasformarono in uno «Speziallager» (campo speciale) per criminali nazisti e oppositori del comunismo. Per il colore dei suoi mattoni e il trattamento inflitto ai detenuti venne subito ribattezzato «das Gelbe Elend», «Miseria gialla». Dal 1945 al 1950 vi furono spediti circa 27 mila detenuti, metà dei quali avrebbe conosciuto poi anche i lager della Polonia e dell’Urss. Oltre 3 mila invece quelli che morirono per stenti e malattie infettive non curate. Quando nacque la Repubblica democratica tedesca (Ddr) i reclusi sperarono che l’incubo fosse finalmente finito, però le loro condizioni peggiorarono. Nel 1950 si ribellarono gridando tutti insieme dalle finestrelle e la notizia arrivò sulla stampa occidentale grazie a due lettere clandestine. Ma la rivolta fu soffocata senza pietà. Solo tra il 1954 e il 1956 molti di loro sarebbero usciti. Eppure a Bautzen stava nascendo sullo stesso sito una nuova prigione al soldo della Stasi, l’implacabile organizzazione di sicurezza e spionaggio dell’ex Germania Est. Il governo comunista tedesco riuscì a nascondere all’opinione pubblica tutto ciò che successe in quella fortezza fino al crollo del Muro di Berlino. Solo nel 1992 il penitenziario fu definitivamente chiuso, ma la Stasi fece in tempo a cancellare le prove della vergogna. Ora l’istituto è stato trasformato in un museo che è al tempo stesso custode della memoria e promotore delle ricerche volte a riannodare i tasselli dell’orrore. Tuttavia il luogo conserva ancora gli aspetti sinistri del passato, al punto che, come spiega l’autrice, sembra richiamare gli scenari del film Le vite degli altri. È stato infatti ormai dimostrato che ogni cella era provvista di altoparlanti e microfoni nascosti dappertutto. Perfino le stanze dove i prigionieri incontravano i parenti per le visite erano filmate da telecamere segrete. Ogni dialogo o informazione sospetta doveva essere trasmessa subito al ministero per la sicurezza di Stato. Dal 1956 al 1989 a Bautzen finirono almeno 2700 persone arrestate per lo più per motivi politici. Spesso rinchiusi in totale isolamento o usati in lavori rischiosi o demotivanti come la produzione di interruttori o pennarelli. Una volta al mese avevano il permesso di entrare in una sala cinematografica in cui assistevano a pellicole che li indottrinavano sulla bontà del comunismo. Molti furono quelli che tentarono invano di fuggire da lì, ma anche da un Paese che anche all’esterno si presentava come un enorme penitenziario a cielo aperto, diviso dal mondo occidentale dal Muro di Berlino innalzato nel 1961. Conobbero la prigione di Bautzen personaggi come Georg Dertinger, primo ministro degli esteri della Ddr, tra i fondatori dell’Unione cristiano­democratica (Cdu) e sostenitore della riunificazione della Germania, condannato per spionaggio nel 1954. E altri come il drammaturgo Walter Janka, il letterato Gustav Just e il cantautore e poeta Wolf Biermann, il cui arresto negli anni Settanta suscitò molte proteste tra i giovani tedeschi. Nelle loro testimonianze spiccano le particolari «celle di rigore», definite dai detenuti «le gabbie della tigre», per l’esiguo spazio a disposizione. In esse un’ulteriore grata divideva la cella dalla zona dei sanitari accessibile solo col permesso dei secondini. Appesa al muro c’era una branda ribaltabile che però poteva essere usata solo in determinati orari. A chi osava infrangere il regolamento fu riservata sino al 1977 una «punizione supplementare», per cui il prigioniero non riceveva più la coperta o veniva alimentato con cibo ancora più scadente. Bastava il semplice sospetto di discorsi proibiti per farsi anche tre settimane di rigore. Nella lunga storia del carcere della Stasi di Bautzen soltanto un recluso riuscì ad evadere: Dieter Hötger, catturato nel 1962 mentre stava scavando un tunnel da Berlino Ovest a Berlino Est per permettere alla moglie, residente nella Ddr, di raggiungerlo nella Germania occidentale. Fu condannato a nove anni di reclusione, ma la sua voglia di libertà fu più forte dei suoi carcerieri: fece un buco nel muro della cella, dietro un armadietto, e attraverso un cunicolo riuscì a scappare. Venne nuovamente arrestato dopo nove giorni, ma il governo della Repubblica Federale nel 1972 pagò il riscatto per farlo scarcerare. Oggi nel museo di Bautzen si può ancora riconoscere la sua cella con l’unico foro di una prigione senza via d’uscita.
(da “Avvenire”)