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Antifascisti sepolti nel Gulag

L’indifferenza di Togliatti per gli esuli arrestati in Urss nel nuovo saggio di Arrigo Petacco, “A Mosca, sola andata” (Mondadori)

gulag«Non rivedrò più te, né mio figlio, né fratelli, né compagni. E io che sognavo una morte gloriosa all’ombra di quella bandiera per cui ho dato e sono pronto a dare la vita! Mi trovo nella regione più infame che ci sia: 40 gradi di freddo e manca tutto. Guai se mi mettessi a raccontare quello che mi capita… Ti pare giusto arrestare altri dieci italiani solo perché erano miei amici, e tre operai russi che della mia questione non sanno nulla?». È straziante rileggere ? nel nuovo saggio di Arrigo Petacco A Mosca, solo andata, che la Mondadori manda oggi in libreria ? la lettera scritta dal Gulag alla moglie Angelina da Luigi Calligaris, un uomo che Leo Valiani ? confinato con lui a Ponza ? definì «una delle figure più eroiche della lotta antifascista», arrestato e deportato all’inizio delle purghe staliniane. «Angiolina mia, ti supplico, anche se non dovessi più scrivere, fin che hai un attimo di respiro insisti di voler sapere dove sono finito. Scrivi alla Croce Rossa, a Parigi, va a Roma dall’ambasciatore russo e insisti per sapere cosa hanno fatto di me. Se ti diranno che mi sono ammazzato, che sono finito sotto un’automobile, non credere e non credere neppure se ti mostrassero le firme dei testimoni. Questo (…) è il grido disperato di un comunista che, dopo avere visto la morte sui campi di battaglia della guerra imperialista e della lotta politica, non vuole fare una morte ingloriosa per mano dei propri fratelli». Continua la lettura di Antifascisti sepolti nel Gulag

Gli orrori del regime di Ceausescu

Il modello di rieducazione sovietico teorizzato da Anton Makarenko. L’Isola Calva della Jugoslavia titoista. Il lavaggio del cervello cinese e cambogiano. Il laboratorio del dottor Josef Mengele: Auschwitz, Blocco 10. Qual è stata la verità antropologica profonda del totalitarismo che ha abbagliato con la sua luce corrusca il secolo scorso? Me lo sono chiesto, dentro un cupo e angoscioso sconcerto, leggendo questo libro bello e terribile che Dario Fertilio ha pubblicato per Marsilio e che s’intitola Musica per lupi. L’ha scritto, Fertilio, non soltanto con la curiosità del giornalista e la perizia dello storico, ma con la passione lucida e allucinata dello scrittore, consapevole d’accingersi a narrare l’inenarrabile. Non per niente, se deve pensare a libri che possano parlarci di luoghi analoghi alla «prigione solitaria, un centinaio di chilometri da Bucarest», dove questa storia si svolge dal 1949 al 1952, non può non riferirsi a due antecedenti letterari: Dracula di Bram Stoker e Le 120 giornate di Sodoma del marchese De Sade. Qual è stata, insomma, la verità antropologica profonda dei totalitarismi novecenteschi? La risposta più semplice potrebbe essere questa: la decostruzione e la vanificazione, in nome dell’uomo nuovo del futuro, di qualsiasi antropologia. Se si considerano i detenuti, i perseguitati e i discriminati – scrive Fertilio – «la metà dei romeni ha sperimentato» l’universo concentrazionario. Ora attenti, però: siamo a Pitesti, dove la rivoluzione diventa finalmente permanente, ma come tortura. È qui che Eugen Turcanu («Un atleta sul tipo del pugile, un guerriero.
Impressionante la sua presa ferrea»), ex legionario ‘rieducato’ (e dunque con un passato di militanza fascista, nazionalista e antisemita) sperimenta, con geniale e atroce creatività, e contro Legionari dell’Arcangelo Michele, Guardie di ferro, monarchici e ogni sorta d’oppositori al regime, il più spietato sistema d’annullamento – di distruzione ed autodistruzione – della personalità, fondato sulla promiscuità tra carnefici e vittime, di cui i carnefici sono gli amici migliori e i confidenti. Con una ferocia tale che, nel 1954, lo stesso regime che l’aveva inventato è costretto a liberarsi di lui: chiudendo la pratica con una fucilazione. A Pitesti è stato possibile anche l’impossibile: soprattutto sul piano della complicità criminale tra aguzzini e vittime. In modo tale da rendere inutilizzabile una categoria come quella della ‘banalità del Male’ approntata da Hannah Arendt per gli orrori nazisti. C’è sempre una possibilità di perfezionamento nel Male. Scrive Fertilio: «Se il marchese De Sade voleva essere lupo, e il conte Dracula era lupo, gli smascheramenti condotti da Eugen Turcanu a Pitesti mirarono a trasformare tutti, indiscriminatamente, in belve». Testa di lupo e coda di drago sventolavano sulla bandiera dei Daci prima che i Romani occupassero questa terra. L’ululato del lupo è la voce di questo libro.
(Massimo Onofri da Avvenire, 1 maggio 2010)

Il lager nero e rosso diventerà un museo

(di Antonio Giuliano)

Forse pochi luoghi al mondo possono vantare un così triste primato come la cittadina di Bautzen in Germania. In questo insospettabile centro medievale, nel cuore della verde Sassonia, ha operato uno dei peggiori istituti di reclusione del secolo scorso: tra le sue grate furono rinchiusi i nemici degli opposti totalitarismi del Novecento, nazismo e comunismo. Un reportage a firma di Delfina Boero, sul numero in uscita di “La Nuova Europa”, bimestrale della fondazione Russia Cristiana, getta nuova luce su un penitenziario diventato il simbolo della follia ideologica nera e rossa. Nel corso degli anni Trenta il carcere fu al servizio degli uomini di Hitler, ma dal maggio 1945 fu scelto senza esitazione anche dai sovietici che lo trasformarono in uno «Speziallager» (campo speciale) per criminali nazisti e oppositori del comunismo. Per il colore dei suoi mattoni e il trattamento inflitto ai detenuti venne subito ribattezzato «das Gelbe Elend», «Miseria gialla». Dal 1945 al 1950 vi furono spediti circa 27 mila detenuti, metà dei quali avrebbe conosciuto poi anche i lager della Polonia e dell’Urss. Oltre 3 mila invece quelli che morirono per stenti e malattie infettive non curate. Quando nacque la Repubblica democratica tedesca (Ddr) i reclusi sperarono che l’incubo fosse finalmente finito, però le loro condizioni peggiorarono. Nel 1950 si ribellarono gridando tutti insieme dalle finestrelle e la notizia arrivò sulla stampa occidentale grazie a due lettere clandestine. Ma la rivolta fu soffocata senza pietà. Solo tra il 1954 e il 1956 molti di loro sarebbero usciti. Eppure a Bautzen stava nascendo sullo stesso sito una nuova prigione al soldo della Stasi, l’implacabile organizzazione di sicurezza e spionaggio dell’ex Germania Est. Il governo comunista tedesco riuscì a nascondere all’opinione pubblica tutto ciò che successe in quella fortezza fino al crollo del Muro di Berlino. Solo nel 1992 il penitenziario fu definitivamente chiuso, ma la Stasi fece in tempo a cancellare le prove della vergogna. Ora l’istituto è stato trasformato in un museo che è al tempo stesso custode della memoria e promotore delle ricerche volte a riannodare i tasselli dell’orrore. Tuttavia il luogo conserva ancora gli aspetti sinistri del passato, al punto che, come spiega l’autrice, sembra richiamare gli scenari del film Le vite degli altri. È stato infatti ormai dimostrato che ogni cella era provvista di altoparlanti e microfoni nascosti dappertutto. Perfino le stanze dove i prigionieri incontravano i parenti per le visite erano filmate da telecamere segrete. Ogni dialogo o informazione sospetta doveva essere trasmessa subito al ministero per la sicurezza di Stato. Dal 1956 al 1989 a Bautzen finirono almeno 2700 persone arrestate per lo più per motivi politici. Spesso rinchiusi in totale isolamento o usati in lavori rischiosi o demotivanti come la produzione di interruttori o pennarelli. Una volta al mese avevano il permesso di entrare in una sala cinematografica in cui assistevano a pellicole che li indottrinavano sulla bontà del comunismo. Molti furono quelli che tentarono invano di fuggire da lì, ma anche da un Paese che anche all’esterno si presentava come un enorme penitenziario a cielo aperto, diviso dal mondo occidentale dal Muro di Berlino innalzato nel 1961. Conobbero la prigione di Bautzen personaggi come Georg Dertinger, primo ministro degli esteri della Ddr, tra i fondatori dell’Unione cristiano­democratica (Cdu) e sostenitore della riunificazione della Germania, condannato per spionaggio nel 1954. E altri come il drammaturgo Walter Janka, il letterato Gustav Just e il cantautore e poeta Wolf Biermann, il cui arresto negli anni Settanta suscitò molte proteste tra i giovani tedeschi. Nelle loro testimonianze spiccano le particolari «celle di rigore», definite dai detenuti «le gabbie della tigre», per l’esiguo spazio a disposizione. In esse un’ulteriore grata divideva la cella dalla zona dei sanitari accessibile solo col permesso dei secondini. Appesa al muro c’era una branda ribaltabile che però poteva essere usata solo in determinati orari. A chi osava infrangere il regolamento fu riservata sino al 1977 una «punizione supplementare», per cui il prigioniero non riceveva più la coperta o veniva alimentato con cibo ancora più scadente. Bastava il semplice sospetto di discorsi proibiti per farsi anche tre settimane di rigore. Nella lunga storia del carcere della Stasi di Bautzen soltanto un recluso riuscì ad evadere: Dieter Hötger, catturato nel 1962 mentre stava scavando un tunnel da Berlino Ovest a Berlino Est per permettere alla moglie, residente nella Ddr, di raggiungerlo nella Germania occidentale. Fu condannato a nove anni di reclusione, ma la sua voglia di libertà fu più forte dei suoi carcerieri: fece un buco nel muro della cella, dietro un armadietto, e attraverso un cunicolo riuscì a scappare. Venne nuovamente arrestato dopo nove giorni, ma il governo della Repubblica Federale nel 1972 pagò il riscatto per farlo scarcerare. Oggi nel museo di Bautzen si può ancora riconoscere la sua cella con l’unico foro di una prigione senza via d’uscita.
(da “Avvenire”)

Chi ricorda le vittime dei regimi comunisti?

Il processo di integrazione europea, ormai da anni aperto ai paesi ex comunisti, rischia di favorire indirettamente un meccanismo di rimozione nei confronti della memoria delle vittime delle dittature filo-sovietiche. In alcuni casi questo atteggiamento è funzionale ai governi in carica, che preferiscono evitare di confrontarsi con un passato tanto recente quanto scomodo. Meno male che a cercare di contrastare questa tendenza ci pensano gli storici, aiutati dall’accesso a nuove fonti archivistiche. È il caso, per esempio, di Stefan Appelius, docente di scienza politica all’università di Oldenburg, che un giorno si è imbattuto quasi per caso in un referto sull’assassinio di un giovane tedesco in Bulgaria. Appelius ha cominciato a indagare e attraverso le interviste ad anatomopatologi e ed ex guardie di frontiera bulgare è riuscito a ricostruire una delle vie verso la libertà.

Secondo le sue ricerche almeno 4500 persone di vari paesi comunisti cercarono di attraversare la frontiera fra la Bulgaria e la Grecia. Almeno un centinaio di essi vennero uccisi. Una coppia di Lipsia nel 1975 venne eliminata con una raffica di colpi sparati a breve distanza: 35 pallottole toccarono a lui, 25 a lei. La polizia bulgara e la Stasi cercarono di catalogare questi omicidi come “incidenti stradali” ma ora le ricerche d’archivio stanno riportando a galla la verità. Quello che emerge dalle ricerche di Appelius è un fenomeno di grandi dimensioni, se si pensa  che furono mille le persone uccise durante i tentativi di lasciare la Germania Est. I caduti nel tentativo di attraversare il muro di Berlino furono 134. Purtroppo, pare che l’attuale governo bulgaro non stia collaborazndo alla ricostruzione dei fatti.
A raccontare questa storia è stato l’International Herald Tribune

 

Spionaggio ideologico

muhe.jpgÈ ormai risaputo che tanti tedeschi dell’est siano stati spiati, durante il regime, dai vicini, dai colleghi, nonché da amici e familiari. L’apertura degli archivi della Stasi, la famigerata polizia politica della Germania (anti)democratica, non ha fatto che confermare la vastità del fenomeno descritto in modo magistrale nello splendido film “Le vite degli altri”. Un rapporto appena pubblicato afferma che gli informatori della Stasi in servizio al momento della caduta del Muro di Berlino erano nientemeno che 189.000. Secondo Helmut Müller-Enbergs, il ricercatore che ha diretto la ricerca, almeno uno su venti membri del partito comunista della Germania dell’est ha lavorato come informatore per la polizia segreta del regime. La maggior parte di loro aveva un’età compresa tra i 25 e i 40 anni. Viene spontaneo chiedersi perché l’abbiano fatto. Ebbene, la prima motivazione, secondo lo stesso rapporto, era “una ferma convinzione nell’ideologia politica dello stato comunista”. Contenti loro…