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Com’era verde la mia Irlanda senza confini

Venerdì di Repubblica, 6.10.2017

Il confine che da quasi un secolo divide in due l’Irlanda è ormai quasi invisibile. È svanito a poco a poco, prima con l’abolizione dei controlli doganali seguita all’ingresso della Gran Bretagna nel mercato comune europeo, poi con il processo di pace, che ha rimosso i checkpoint armati, i blocchi stradali e la sorveglianza elettronica in quella che è stata a lungo una delle frontiere più sensibili e militarizzate d’Europa. Oggi soltanto il colore della segnaletica stradale e le bandiere britanniche, che sventolano dai lampioni nelle aree rurali di confine, possono far capire che dalla Repubblica si è arrivati in una delle sei contee dell’Irlanda del Nord. Ci ha pensato la Brexit a risvegliare l’ultima frontiera dormiente dell’Europa occidentale. Quando Londra uscirà dall’UE – incurante del voto degli elettori nordirlandesi, a larga maggioranza per il “Remain” – quello tra le due Irlande diventerà l’unico confine terrestre tra la Gran Bretagna e l’Unione, ma il suo futuro sta diventando un rebus dalla cui soluzione passeranno le sorti dell’accordo tra Bruxelles e Londra. Theresa May ha già escluso un semplice ripristino delle frontiere del passato, poiché vanificherebbe uno dei principali successi del processo di pace col rischio di creare nuove tensioni. Ma è impossibile anche mantenere la situazione attuale, del tutto priva di controlli per le merci e per i passaporti dei 30mila pendolari che ogni giorno varcano quel confine per motivi di lavoro. E come se non bastasse, il trattato di pace del 1998 ha garantito agli abitanti dell’Irlanda del Nord la cittadinanza britannica ma anche quella irlandese, quindi dell’Ue. Un vero rompicapo geopolitico reso ancora più intricato dalla fisionomia di quel confine, che corre per cinquecento chilometri in mezzo a corsi d’acqua, strade di campagna, muri di pietra e distese di brughiera. Più che un politico servirebbe un cartografo. Come Garrett Carr, ad esempio, che negli ultimi due anni ha percorso tutto il confine a piedi, aiutandosi soltanto con una piccola canoa. “L’Irish Border è ormai un talmente confuso che mi sono perso anch’io più volte”, ci confessa. Originario della regione di frontiera del Donegal, fin da bambino Carr si è avventurato in quelle zone, e le ha viste cambiare sotto i suoi occhi. Adesso vive a Belfast, dove disegna carte geografiche e lavora all’università. Il suo recente viaggio, durato circa sette settimane, è diventato un libro che racconta il confine irlandese tra storia, memoria e leggende popolari (The Rule of the Land. Walking Ireland’s Border). È partito da est, raggiungendo dal mare il piccolo fiordo di Carlingford, una lunga insenatura di origine glaciale che affonda le proprie acque nel confine.

Nella foto: il cartografo Garrett Carr

“La prima cosa che ho notato lungo il cammino – ci spiega – sono i collegamenti creati per unire le due parti dell’isola, perlopiù piccoli ponti che attraversano torrenti e ruscelli, ma anche aperture e cancelli nelle siepi, utili a transitare il bestiame o a fare incontrare le persone”. Ne ha scovati e fotografati oltre duecento. Alcuni ponti sono stati eretti per favorire le tante attività di contrabbando che un tempo fiorivano da quelle parti. Altri, distrutti durante la guerra, non sono mai stati ricostruiti. Una giovane coppia di sposi ne sta realizzando uno per collegare la propria casa a quella dei suoceri, a una ventina di metri di distanza. Durante il percorso, Carr ha individuato molte tracce di un lontano passato. Prima ha incrociato le fosse comuni dei giacobiti massacrati nell’epocale battaglia tra Guglielmo d’Orange e Giacomo Stuart, alla fine del XVII secolo. Poi, con un salto temporale di secoli, ha visitato un’antica fortificazione risalente all’Età del ferro, denominata Black Pig’s Dyke, un lungo terrapieno circondato da due fossati, che per alcuni corrisponderebbe all’odierna frontiera tra il nord e il sud dell’isola. Quasi un simbolo dell’incrocio tra mito e politica, che in passato ha suscitato l’interesse di scrittori come Joyce e Yeats. Ma l’odierno Irish Border, assai più recente e prosaico, fu in realtà imposto dagli inglesi nel 1921, dopo lunghe e sanguinose guerre anticoloniali. Per gli unionisti protestanti fu quasi una dichiarazione d’indipendenza dal resto dell’isola, per l’IRA un inaccettabile “muro” da abbattere a suon di bombe e attentati. Trent’anni fa anche lo scrittore Colm Tóibín trascorse un’estate lungo il confine, all’epoca militarizzato, e raccontò quel viaggio in Bad Blood, un libro profondamente politico che rispecchiava una fase storica ancora dominata dal conflitto. Tutto un altro mondo, rispetto a oggi. “In realtà”, ci spiega Carr, “il Border ha diviso l’Irlanda in tre parti, il nord, il sud e le terre di confine. Ci sono persone che fanno riferimento a una cultura specifica, a una specie di identità regionale. Ormai è diventato una frontiera ‘mentale’, che esiste soltanto per chi la vuole vedere. Con la Brexit tornerà a essere una presenza fisica destabilizzante, un ostacolo alla pace”. Ma i contraccolpi non saranno soltanto di natura psicologica. I timori più grandi riguardano l’economia dell’intera isola. Un recente rapporto del parlamento di Dublino prevede una riduzione del Pil irlandese pari al 3.5% mentre la multinazionale Diageo, proprietaria della Guinness, ha calcolato che ogni ora di ritardo per controlli doganali nel trasporto dei camion di birra costerebbe oltre un milione di euro l’anno. Ma l’uscita dall’Ue colpirebbe soprattutto l’economia del nord, la cui ricchezza dipende in gran parte dalle esportazioni agricole e dai sussidi europei. La soluzione ipotizzata dal governo britannico (un “soft border” gestito attraverso sistemi di registrazione, tecnologie d’avanguardia e una partnership transfrontaliera) appare troppo avveniristica, e forse inattuabile. “La gente che vive lungo il confine”, conclude Carr, “preferirebbe uno statuto speciale che consenta loro di restare contemporaneamente nell’Ue e nel Regno Unito”.
RM

Roger Casement, il colonialista ribelle amato dagli scrittori

di Davide Orecchio

casement1Rare esistenze scintillano oltre la morte materiale e, mostrandosi nella chiarità di un aspetto biografico oversize, contaminano altre vite, costringono all’ascolto, al ricordo e al racconto. C’è davvero chi col morire s’incapsula in un’epica già commestibile perché uno di noi ubbidisca al piacere della testimonianza e prenda a trasmettere finché altri raccoglieranno il segnale per rilanciarlo nel mai farsi brace, né cenere, del fuoco che un tempo fu un uomo o una donna.
Nell’elenco di coloro che hanno in sorte la durata entra Roger Casement che, poco meno di un secolo fa, e presto al mattino, fu impiccato. Nel carcere londinese di Pentonville eseguirono la sentenza di pena capitale per alto tradimento: il 3 agosto 1916. Ex diplomatico britannico e nazionalista irlandese, Casement fu condannato per aver cercato l’appoggio militare della Germania a una sollevazione che doveva portare all’indipendenza da Londra, ma che sfogò nella breve Rivolta di Pasqua repressa nel sangue a Dublino. Lui terminò in un cappio senza attenuanti. Eppure per primo aveva denunciato la carneficina del colonialismo nel Congo belga, lo schiavismo del caucciù (essenziale per l’industria dei trasporti che esplodeva tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento). Aveva poi smascherato la barbarie della raccolta di gomma naturale in Amazzonia, che quasi causò l’estinzione dei nativi del Putumayo. Un pioniere dei diritti umani, seppure tacitato con una violenza d’altri tempi, che letteralmente s’innamorò dei neri mutilati, e fu devoto agli indios torturati, e idiosincratico verso qualsiasi brutalità camuffata da civilizzazione, non ultimo il giogo sull’isola dove lui, Roger David Casement, era venuto al mondo. Persino alla più luminescente delle vite occorrono testimoni, però. Essere non basta, né essere stati, senza la parola di un altro. E qui Casement ha fortuna. Immaginiamo che quattro scrittori s’alzino in piedi e vengano nella luce della nostra attenzione per raccontare quest’uomo. Continua la lettura di Roger Casement, il colonialista ribelle amato dagli scrittori