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La pace in Irlanda appartiene anche a Ted

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Edward “Ted” Kennedy, morto ieri a 77 anni, ha avuto un ruolo importante anche negli anni cruciali del processo di pace anglo-irlandese. Da sempre guardato con sospetto, quando non con odio, dagli inglesi e dagli unionisti dell’Ulster per il suo presunto sostegno finanziario nei confronti dell’I.R.A., l’ultimo grande vecchio della più famosa famiglia di irlandesi d’America non aveva mai fatto mistero delle sue simpatie politiche e aveva sempre creduto fermamente, fin dai primi anni ‘70, nella necessità di un ritiro dei contingenti militari britannici dall’Irlanda del Nord. Ma fu durante l’amministrazione Clinton che l’anziano senatore democratico spese fino in fondo tutta l’influenza politica del suo clan familiare, convincendo il presidente statunitense a far cessare la pluridecennale scomunica nei confronti del Sinn Fein e contribuendo a far finalmente accogliere Gerry Adams negli Stati Uniti. Un viaggio che durò un paio di settimane, quello di Adams nel settembre 1994, e che fu all’epoca contrastato con durezza dal Dipartimento di Stato di Washington, dall’Fbi e da gran parte dei politici statunitensi, oltre che dal governo di Londra. Il lasciapassare di Clinton alla fine arrivò, grazie anche al decisivo consiglio di Kennedy. Per l’I.R.A., da pochi giorni impegnata nel primo, difficile cessate il fuoco, si trattò di un passaggio politico importantissimo sulla strada della fine del conflitto armato.
RM

Elvis è tornato a Srebrenica

(di Carla Giacomozzi)*

Può capitare che un bambino cammini dando la mano a suo padre, che il padre venga ucciso all’improvviso da un uomo armato, che la mano del bambino perda così per sempre il contatto con il padre. Questo e altro può capitare ed è capitato nel luglio 1995 in Bosnia. Questo e altro può capitare ed è capitato dentro la base ONU di Potočari, una frazione del comune bosniaco di Srebrenica. Questo è capitato ad un bambino di 10 anni. A quella data aveva già dietro e dentro di sé tre anni – di vita? – in una città sotto assedio. Non poteva esserci vera vita, è chiaro, ma c’era pur sempre la sicurezza della famiglia, un fratellino, mamma e papà. Elvis è il bambino di cui parlo.
Il giorno venerdì 11 luglio 2008 Elvis mi porta, a 13 anni da quel fatto, davanti alla fossa vuota che la sera del giorno prima ha scavato per suo padre. Siamo nello Spomen Obilježje i Mezarje / Memorial and Cemetery di Potočari, che Bill Clinton ha inaugurato nel 2003 e che accoglie le migliaia di vittime della pulizia etnica attuata dai serbi in Bosnia nel corso della guerra 1992 – 1995. Dal 2003, ogni 11 luglio in memoria del giorno d’inizio dell’ultimo grande massacro, vi vengono sepolti con rito musulmano i corpi trovati nelle fosse comuni e identificati. Continua…

Non illudersi su Obama

Pochi giorni prima che arrivasse la certezza della candidatura del democratico Obama Barack alle prossime elezioni Usa, il sempre lucido Massimo Fini ha ricordato quanto segue, non senza un pizzico di cinico, ma doveroso, realismo:

[...] Storicamente i democratici sono stati più guerrafondai dei repubblicani. Fu il democratico Kennedy a iniziare la disastrosa guerra del Vietnam, mentre a chiuderla è stato il repubblicano Nixon, forse il miglior presidente che gli Stati Uniti abbiano avuto nel dopoguerra. È stato il democratico Clinton a perpetrare un’aggressione alla Jugoslavia ancora meno giustificata di quelle all’Afganistan e all’Iraq (l’11 settembre era di là da venire). Un Impero (e gli Stati Uniti lo sono) segue delle inevitabili logiche di potenza. E fin qui niente di nuovo e nemmeno, forse, di riprovevole. Ciò che disturba negli americani è l’ipocrisia, il mascherare la politica di potenza dietro i ‘sacri principi’, i ‘diritti umani’, la Bontà. Con i democratici, si tratti dell’insopportabile Hillary o di Obama, la politica di potenza Usa non cambierebbe, ma l’ipocrisia sarebbe perfino maggiore.

Ci sembra un’opinione corroborata da una serie sufficiente di dati di fatto. Di certo, anche se Obama dovesse tradire le aspettative dei tanti che anche nel nostro paese sognano di vedere il primo inquilino afro-americano della Casa Bianca, non riuscirebbe a essere un presidente peggiore di George W. Bush.