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L’omaggio a Sarajevo del regista premio Oscar

Intervista al regista bosniaco Danis Tanovic (Avvenire, 23.1.2017)

“Nessuno, nella Bosnia di oggi, parla di futuro. Il mio paese non è riuscito a superare la tragedia della guerra, a creare nuovi eroi, nuovi punti di riferimento, una storia nuova. In compenso la mafia e la corruzione dilagano”. Lo sguardo amaro e disilluso del regista bosniaco Danis Tanovic, premio Oscar nel 2001 per No Man’s Land, si riflette anche nel suo nuovo film Morte a Sarajevo, che è una forte denuncia del potere e della società odierna, ma anche un atto d’amore per la sua città e per la sua gente. Proprio mentre si avvicina il venticinquesimo anniversario dell’inizio del più lungo assedio della storia moderna, Tanovic ha girato un lungometraggio a Sarajevo, la città dov’è cresciuto e dove vive tuttora. Ispirandosi al monologo teatrale Hotel Europe di Bernard-Henry Lévy, il regista bosniaco ha realizzato un film corale sullo stile di Robert Altman che si svolge nel miglior hotel di Sarajevo nei giorni delle celebrazioni del centenario dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, l’evento che segnò l’inizio della prima guerra mondiale. Mentre in città arrivano i grandi della Terra e il direttore riceve un noto attore francese – interpretato da Jacques Weber – che dovrà tenere un discorso, il personale dell’albergo si sta preparando a uno sciopero per reclamare i propri diritti, visto che non riceve lo stipendio da mesi. Sul tetto dell’hotel una giornalista sta registrando una trasmissione televisiva sul centenario, e tra gli intervistati c’è anche un giovane nazionalista serbo con il quale finirà per litigare furiosamente. La coralità della narrazione si sposta dal presente al passato toccando molteplici temi dal forte valore simbolico. Anche la scelta del luogo che ha ospitato il set ha un significato ben preciso, ci spiega Tanovic, che abbiamo incontrato nei giorni scorsi a Firenze, al festival Balkan Florence Express. “Ho girato all’Holiday Inn perché per chi è nato e vissuto a Sarajevo quell’albergo ha un valore quasi mitico. Fu costruito per i giochi olimpici invernali del 1984 e la tragica ironia della storia ha voluto che i primi colpi sparati dai cecchini nel 1992 provenissero proprio dalle sue finestre. Nelle facciate porta ancora i segni della guerra. Io stesso ho un forte legame sentimentale con quell’edificio. Me lo trovavo sempre di fronte da bambino, quando andavo a scuola. Il gigantesco salone che si trova al suo ingresso, e dove si svolgono molte scene del film, è una metafora della nostra identità, della grandezza perduta della Jugoslavia”. Nei locali dell’albergo si riflettono anche tutte le contraddizioni della società bosniaca del dopoguerra: l’opportunismo degli intellettuali che tacciono o si schierano dalla parte dei potenti, l’individualismo dei giovani, l’atteggiamento remissivo degli anziani a lungo costretti al silenzio. “É un’allegoria della vita nella Bosnia di oggi – spiega il regista – dove mafia e politica vanno a braccetto e i lavoratori sono privati anche dei diritti più elementari, mentre la gente si divide su questioni storiche di principio, come stabilire se Gavrilo Princip, l’attentatore dell’arciduca di oltre cento anni fa, era un eroe o un terrorista. Dalla fine del conflitto, la Bosnia vive un momento di transizione che sembra non avere mai fine”. Morte a Sarajevo – già vincitore del gran premio della giuria a Berlino – intreccia le storie private con la denuncia pubblica descrivendo un paese che non è riuscito a fare i conti con la propria memoria e continua quindi a vivere nel passato. “Il trauma della guerra è ovunque, pervade ancora le nostre vite. Il problema è che tutti cercano di far credere di essere stati dalla parte del giusto, di non avere alcuna colpa. Ma sono proprio i revisionismi a impedirci di guardare avanti, a generare nuovi e pericolosi nazionalismi. Nel XXI secolo continuiamo a dibattere su cosa accadde cento anni fa, mentre nella Sarajevo di oggi c’è ancora gente senz’acqua. La Bosnia non è mai stata ricca come adesso, eppure l’ineguaglianza sta crescendo e i giovani devono combattere ogni giorno contro la disoccupazione e la povertà”.
Quello che è certo è che la strada verso il futuro non può prescindere dalla verità e dalla giustizia nei confonti di ciò che accadde nella guerra dei primi anni ’90. Proprio in questi giorni, il governo bosniaco ha consegnato alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja un’istanza di revisione della sentenza che nel 2007 scagionò la Serbia dalle accuse di aggressione e genocidio. Un’iniziativa controversa, criticata da alcuni. Tanovic non ha alcun dubbio in proposito: “tutti sanno perfettamente che la Serbia era coinvolta nel genocidio, ci sono migliaia di documenti che lo affermano. In un mondo normale sarebbero i serbi a chiedere la revisione della sentenza e un nuovo processo. Dovrebbe essere nel loro interesse – prosegue – stabilire la verità su quanto accadde oltre vent’anni fa, facendo accertare i fatti da una corte imparziale. Solo così potrebbero chiudere per sempre quella storia riabilitando il nome dello stato serbo, come fecero i tedeschi dopo la Seconda guerra mondiale. Cosa sarebbe successo se la Germania si fosse rifiutata di mettere sotto processo Himmler? Sono molto arrabbiato con l’attuale governo serbo che fa di tutto per nascondere ciò che i nazionalismi degli anni ’90 fa hanno fatto nel nostro paese”.
Nelle sue opere precedenti Tanovic aveva denunciato le atrocità della guerra e le malefatte delle multinazionali del farmaco, raccogliendo riconoscimenti in tutto mondo. In un certo senso il suo cinema può essere definito “politico” perché cerca di dare voce alla gente, di porre domande, di far pensare. “Alcuni anni fa – conclude il regista e sceneggiatore bosniaco – decisi di impegnarmi direttamente in politica e fui tra i fondatori del partito Nasa Stranka. Quell’esperienza mi ha consentito di imparare cose che non sapevo, mi ha fatto vedere il mondo da cittadino, più che da artista. Ma quando mi sono reso conto che le mie domande cadevano nel vuoto e rimbalzavano contro un muro di gomma, ho smesso e sono tornato a fare il mio lavoro. Con un’idea fissa: realizzare film per dare voce a qualcuno. In questo caso, alla gente di Sarajevo”.
RM

Spike Lee perde la bussola al cospetto della Storia

Quello che infastidisce, di “Miracolo a Sant’Anna”, non è tanto la ricostruzione storicamente (e giudiziariamente) falsa e fuorviante, quanto il fatto che dall’ultima, discussa opera di Spike Lee era lecito attendersi molto di più anche in termini strettamente artistici. Invece, a conti fatti, il film risulta una vera e propria ‘americanata’. Pienamente condivisibile la recensione di Paolo Mereghetti dal “Corriere della sera” di qualche giorno fa:

Fa impressione pensare che prima di Miracolo a Sant’Anna, Spike Lee aveva firmato un capolavoro come When the Levees Broke («Quando si sono rotti gli argini», visto a Venezia 2006 e poi di notte in Rai). Fa impressione perché quello che non funziona nella ricostruzione romanzata dei combattimenti in Toscana intorno alla Linea gotica, nel 1944, è proprio quello che faceva la bellezza e il fascino del documentario su New Orleans devastata dall’uragano Katrina: il rispetto delle persone, delle cose, della realtà. Possibile che un regista capace di restituire l’intensità e la disperazione così autentica e toccante delle persone sconvolte dal disastro meteorologico possa sembrare così falso e retorico quando racconta le persone alle prese con la guerra? Possibile che il regista di Miracolo a Sant’Anna sia lo stesso di La 25ª ora, dove le angosce di un piccolo spacciatore diventavano le incertezze e le paure di tutta una nazione? Possibile che l’abilissimo burattinaio di Inside Man finisca per ingarbugliare tutto, fili, dita e marionette, raccontando una storia così poco convincente? Perché il vero problema del film che Spike Lee ha tratto dal romanzo omonimo di James McBride e che ha scatenato un mare di polemiche tutte extracinematografiche (sul massacro di Sant’Anna di Stazzema, sull’«onore» dei partigiani, sulle «colpe» dei nazisti) è proprio quello di perdere subito la bussola e mescolare troppi registri e troppe (irrisolte) ambizioni. Al centro di tutto c’è un episodio della guerra che si è combattuta sulle montagne della Garfagnana, intorno al fiume Serchio nell’inverno del 1944. Tra i soldati americani mandati a sfondare la Linea gotica ci sono anche i componenti della 92ª divisione «Buffalo», fatta solo da militari afroamericani: quattro di loro — Aubrey (Derek Luke), Bishop (Michael Ealy), Hector (Laz Alonzo) e il gigantesco Sam (Omar Benson Miller) — restano isolati in territorio nemico e trovano riparo in un paesino di poche case. Con loro hanno portato Angelo (Matteo Sciabordi), un bambino che non parla, ha evidenti turbe nervose e che nasconde un segreto orribile. La storia di quei combattimenti, però, se è il cuore del film, non ne rappresenta la principale linea narrativa, ma solo un lunghissimo flashback, tornato alla mente di Hector nel 1983 quando, nel suo posto di impiegato in un ufficio postale di Manhattan, aveva estratto improvvisamente la Luger che portava sempre con sé per autodifesa e aveva ucciso un cliente che gli aveva chiesto un francobollo. Per scoprire il perché di questo gesto apparentemente inspiegabile e perché a casa nascondeva una testa marmorea del Quattrocento fiorentino, ci vorranno più o meno due ore (il film ne dura due e mezzo), si dovrà tornare alla Seconda guerra mondiale, a quel durissimo inverno 1944 e al «miracolo» compiuto da Angelo. Anche lì, però, sulle colline contese da nazisti e americani, il film finisce per seguire troppi sentieri, cercando da una parte di raccontare la difficile situazione umana e militare che dovevano sopportare i soldati di colore, umiliati in patria ma disprezzati anche al fronte dai loro superiori bianchi e, dall’altra, raccontando le varie anime della popolazione italiana coinvolta nella guerra: i civili, prima di tutto, dove la disponibile Renata (Valentina Cervi) sembra un po’ troppo emancipata per essere una donna del 1944, così come il nostalgico Ludovico (Omero Antonutti) è fin troppo folcloristico per essere uno che tiene il ritratto del Duce in camera; e poi i partigiani, dove l’idealista «Farfalla» (Pier Francesco Favino) si confronta con il corrotto Rodolfo (Sergio Albelli).
Il problema, allora, non è tanto che — a sentire il romanzo e poi il film — la strage di 560 civili a Sant’Anna di Stazzema sarebbe stata la reazione «emotiva» alla mancata consegna da parte di un partigiano traditore del suo capo, quanto il fatto che tutti — americani, nazisti, partigiani e civili — sembrano muoversi secondo le regole del dramma dei pupi o delle marionette (enfatiche, schematiche, monocordi) e non rispondendo invece a una qualche logica di realismo o di verosimiglianza. Nessuno mette in dubbio che nell’esercito americano il razzismo non fosse diverso da quello che i neri subivano negli Stati del Sud, o che anche tra i partigiani ci potessero essere dei traditori, o che non tutti i nazisti fossero aguzzini assetati di sangue o ancora che gli italiani non sempre si comportassero al meglio, ma da un regista come Spike Lee ci saremmo attesi un po’ meno qualunquismo e pressappochismo, psicologie meno schematiche, comportamenti più credibili. E soprattutto un finale (alle Bahamas!) meno bamboccesco e gratuito.

Cannes e la “storia rimossa”

Da noi c’è chi afferma che il cinema italiano dovrebbe smetterla di occuparsi di temi scottanti della recente storia nazionale, al festival di Cannes invece sono state presentate due opere coraggiose provenienti da Israele e Gran Bretagna. “Waltz with Bashir” dell’israeliano Ari Folman e “Hunger” dell’inglese Steve McQueen affrontano senza timori due “buchi neri” del passato dei rispettivi paesi: il massacro di Sabra e Chatila e la storia della prigione di Maze a Belfast, dove Bobby Sands e altri nove giovani irlandesi morirono dopo un lungo sciopero della fame. Due film che costringono gli spettatori a fare i conti con una memoria che spesso tende a rimuovere i fatti più spiacevoli. Il film di Folman denuncia l’accondiscendenza con cui gli israeliani hanno permesso alle truppe dei falangisti di compiere il massacro di Sabra e Chatila.

Steve McQueen invece costringe lo spettatore a guardare la condizione inumana degli irlandesi detenuti a Maze, la violenza dei carceriere inglesi, i pestaggi e la lenta agonia di Bobby Sands (impersonato da Michael Fassbender, nella foto). “Hunger” obbliga a guardare e a ricordare.