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Liu Xiaobo: elegie per Tien An Men

Da “Avvenire” di ieri

Quella sedia rimasta vuota alla cerimonia di consegna del Nobel per la pace del 2010 continua a rappresentare un simbolo eloquente della repressione del dissenso in Cina. Da allora sono trascorsi tre anni e Liu Xiaobo, il poeta e intellettuale cinese che fu insignito del prestigioso riconoscimento dell’Accademia di Svezia, continua a essere detenuto dal regime di Pechino in un luogo segreto. Le sue opere di denuncia e la sua adesione al manifesto di intellettuali denominato Charta 08 – che reclama riforme ispirandosi alla famosa Charta 77 redatta negli anni ’70 dai dissidenti cecoslovacchi – gli sono valse una condanna a undici anni di carcere per “incitamento alla sovversione del potere dello Stato”. Ma privandolo della libertà e impedendogli anche soltanto di inviare una dichiarazione pubblica alla cerimonia del Nobel, il regime ha trasformato Xiaobo in un’icona mondiale della battaglia nonviolenta per i diritti umani in Cina. Norway-Nobel PrizeLe sue liriche spaventano la dittatura perché veicolano un messaggio politico di resistenza ed esprimono il tentativo di risvegliare il popolo da un letargo della memoria indotto dal benessere economico degli ultimi anni. Soprattutto impediscono di tacitare le coscienze dei sopravvissuti del massacro del 4 giugno 1989 e di rimuovere, come vorrebbe il governo, la terrificante ferita aperta in piazza Tien An Men. Ogni primavera, nei vent’anni che hanno seguito la strage, Liu Xiaobo ha composto un poema in memoria delle vittime, restituendoci una testimonianza lucida e disperata, ritualizzata a ogni anniversario dell’eccidio di studenti e cittadini, e raccolta in un volume straordinario, Le Elegie del quattro giugno, finalmente tradotto anche in italiano e pubblicato dalla casa editrice Lantana. Ciascuna elegia è una riflessione potente e dolorosa sulle ragioni della morte e della sofferenza, espressa attraverso un rituale quasi macabro che racconta l’odore di polvere e di sangue, le madri alla ricerca di una tomba, i volti dei giovani carnefici. Versi che come un ago cercano di “ricucire l’oblio di un sogno reciso”, denunciando la “solenne menzogna” del potere e i milioni di cinesi che hanno rimosso quella terrificante strage di Stato in cambio del benessere materiale promesso dal governo di Pechino. “In quell’istante il mondo era un agnello indifeso / massacrato da un sole nudo / Persino Dio senza parole per lo sgomento / si limitava a piangere sospiri silenziosi / Seguì il sangue del mercimonio ripulito dal denaro / dei cadaveri scuoiati / che si univano alla marcia del dispotismo”. Continua la lettura di Liu Xiaobo: elegie per Tien An Men

La carestia segreta di Mao

Da “Avvenire” di oggi

A lungo la macchina della propaganda del governo cinese era riuscita a nascondere agli occhi del mondo una delle più terrificanti carestie dell’epoca moderna. Tra il 1958 e il 1962 le folli politiche economiche imposte da Mao con il cosiddetto “Grande balzo avanti” avevano fatto morire milioni di persone ma grazie all’alibi della Guerra Fredda, le denunce sollevate in Occidente erano state sminuite e definite una montatura della CIA. Il regime cinese ha continuato fino ai giorni nostri a sostenere che le cause dell’elevata mortalità di quegli anni erano da ricondurre alle cattive condizioni climatiche e ai gravi problemi logistici di alcune aree del paese. Le regole rigidissime dell’ortodossia comunista impedivano di ammettere che il gigantesco piano economico e sociale ideato da Mao per far entrare la Cina tra le principali potenze industriali aveva fatto morire di stenti circa 40 milioni di cinesi.
Mentre le dimensioni bibliche di quella tragedia sono state calcolate con numeri attendibili da un recente studio dello storico olandese Frank Dikötter, la conferma sulle sue cause è arrivata da una dettagliatissima opera redatta da un giornalista cinese, Yang Jisheng. Uscito originariamente soltanto a Hong Kong, il suo ponderoso volume Tombstone: The Great Chinese Famine 1958-1962 è stato pubblicato adesso per la prima volta anche in inglese dalla casa editrice Farrar, Straus and Giroux. Il libro contiene centinaia di testimonianze e resoconti sui villaggi cosparsi di cadaveri, gli innumerevoli casi di cannibalismo e la violenza disumana che si diffuse nel paese in quegli anni. Jisheng ha lavorato a lungo all’agenzia di stampa Xinhua (Nuova Cina) – il principale organo d’informazione governativo del paese – e ha utilizzato la sua posizione privilegiata per avere accesso ai documenti riservati degli archivi di stato, per intervistare i sopravvissuti e i demografi, riuscendo a portare a termine un monumentale progetto di ricerca senza dare troppo nell’occhio. E pensare che in passato anche lui aveva creduto a lungo alla versione ufficiale del partito. Solo dopo i fatti di piazza Tien An Men, divenuto ormai un veterano del giornalismo cinese, cominciò a porsi delle domande. Il sangue degli studenti lo aiutò ad aprire gli occhi di fronte alle menzogne del partito e gli fece tornare in mente quanto accadde a suo padre, morto a causa di quella carestia nel 1959. All’epoca lui era solo un diciottenne idealista come tanti, già inquadrato nella lega giovanile del partito, e pur nel dolore di quella perdita non si era sognato di biasimare un governo che riteneva impegnato nel grandioso avvento del comunismo in Cina. Il piano lanciato da Mao si proponeva di mobilitare tutta la popolazione per riformare rapidamente il paese, trasformando il sistema economico rurale – incentrato fino ad allora sull’agricoltura – in una società comunista industrializzata basata sulla collettivizzazione. I seguaci del “Grande balzo avanti” teorizzavano che le derrate alimentari sarebbero state raddoppiate, addirittura triplicate, in pochi anni e che la produzione di acciaio avrebbe presto superato quella dei più moderni paesi occidentali. Invece fu la fine. Yang Jisheng racconta nel dettaglio la storia di intere famiglie che per non morire di fame si cibavano della corteccia degli alberi, di erbacce e di escrementi degli uccelli. Descrive i cadaveri scuoiati dai disperati cui non restava altra scelta che cibarsi dei loro resti. Salvarsi era quasi impossibile, anche perché la fuga era considerata un reato grave contro il partito e un tradimento nei confronti del Grande Timoniere. Le ricerche di Jisheng sono durate quasi due decenni, e hanno visto l’autore avvalersi della preziosa collaborazione di tanti studiosi e funzionari del partito, anch’essi intenzionati a far emergere la verità su quei tragici anni. Il risultato, contenuto nelle oltre seicento pagine di questa edizione inglese opportunamente annotata, evoca orrore ma anche speranza. Poiché se è vero che tuttora i programmi scolastici evitano di menzionare la carestia e molti giovani sono ancora convinti che sia stata un’invenzione dell’Occidente, in questo libro sono gli stessi cinesi a spezzare per la prima volta il muro dell’ipocrisia e dell’omertà. Riconoscere le vere cause della grande carestia del 1958-1962 significa rivedere il giudizio ufficiale sulle politiche di Mao, sminuendo la posizione d’onore che il governo di Pechino continua a tributare al padre spirituale della Cina moderna. Seppur censurata, l’opera rappresenta dunque un primo serio tentativo di fare i conti con il tragico passato del paese. Ed è buon segno che Jisheng, nonostante il risalto ottenuto dal suo lavoro, continui a vivere a Pechino dove cura la pubblicazione di un periodico riformista.
RM

Gao Xingjian: “all’Occidente serve un nuovo Rinascimento”

Intervista al premio Nobel per la Letteratura cinese uscita oggi su LEFT

“Il pensiero femminile? È più evoluto di quello maschile perché la donna è creatrice, mentre l’uomo è distruttore. E il contributo che le donne possono portare al mondo della cultura, in tutte le sue espressioni, rappresenta la più grande novità del XXI secolo”. Superati i settant’anni, e dopo aver vissuto quasi un quarto di secolo in Europa, il premio Nobel cinese Gao Xingjian è giunto a questa conclusione e ha deciso di rappresentarla nella pièce teatrale “Ballata notturna” contenuta nel suo ultimo libro, Teatro. L’opera (curata nell’edizione italiana dalla studiosa Simona Polvani) viene presentata dall’autore in anteprima oggi al Pisa Book Festival. “È una sorta di manifesto femminile – spiega – col quale ho cercato di riflettere sul potere delle donne e sulla loro affermazione in ogni ambito del pensiero umano e dell’arte”. Romanziere, drammaturgo, poeta, saggista, ma anche regista di teatro, cineasta e pittore, nel 2000 Gao Xingjian è diventato anche il primo autore cinese insignito del Nobel per la letteratura. Da allora ha continuato a inter­rogarsi sul ruolo del teatro nella società e nella vita dell’individuo, attraverso una riflessione continua che lo ha accostato a Beckett e a Brecht. I suoi testi gli sono valsi la fama internazionale ma anche la deportazione in un campo di lavoro, la censura e la messa al bando da parte delle autorità cinesi, che l’hanno infine costretto all’esilio. Prima del suo arrivo in Italia l’abbiamo raggiunto telefonicamente nella sua casa di Parigi, dove vive dal 1988.
In questi giorni il regime cinese ha celebrato il centenario della grande rivoluzione che segnò la morte della Cina imperiale e anche stavolta ha soffocato ogni tentativo di dibattito vietando opere teatrali e film sull’argomento. Cosa prova a vedere che mentre altri regimi cadono o si aprono – basti pensare alla Primavera araba -, a Pechino tutto resta immobile?
Non mi sorprende affatto che anche stavolta non ci sia stata una vera discussione sul passato, perché il regime ha sempre imposto un’interpretazione ufficiale della storia e su quella rivoluzione è vietato scrivere libri. In Cina la Grande storia è sempre stata scritta dal potere ed è impossibile avere una versione che non sia quella ortodossa. Le vicende dei paesi arabi sono molto differenti perché sono realtà molto più piccole e le loro rivoluzioni sono nate in un clima dove il potere è sempre stato molto più libero rispetto a quello cinese. Continua la lettura di Gao Xingjian: “all’Occidente serve un nuovo Rinascimento”

Vogliono cancellare Tienanmen

Intervista uscita su Avvenire

massacroVent’anni possono essere sufficienti per dimenticare tutto. Lo spirito della grande mobilitazione studentesca per la democrazia che fu repressa nel sangue in piazza Tien An Men rischia di essere inghiottito nell’oblio e dimenticato anche dai libri di storia cinesi. Per evitarlo, e per commemorare il coraggio di coloro che vi presero parte, il ricercatore statunitense Philip J. Cunningham ha scritto “Tienanmen Moon. Inside the Chinese Student Uprising in 1989”, un libro importante, poiché l’autore ha vissuto quegli eventi in prima persona. “Non si tratta dell’ennesimo racconto sul massacro degli studenti, piuttosto della storia di quel formidabile movimento popolare che ha conquistato le menti e i cuori dei pechinesi, e gran parte del resto della nazione nella primavera del 1989”. Vent’anni fa Cunningham era solo un giovane straniero che studiava all’università di Pechino quando, senza volerlo, si trovò a faccia a faccia con la storia, divenendo testimone di uno dei fatti più importanti e drammatici del XX secolo. In quelle settimane marciò con gli studenti cinesi ed ebbe modo di osservare dall’interno, nei campus di Pechino, la nascita di una gigantesca protesta pacifica, che il governo cinese avrebbe poi schiacciato facendo uccidere centinaia di persone. Oggi non esita a definire “straordinari, unici e indimenticabili” i mesi che precedettero la strage. “Il modo crudele e maldestro in cui è stata soffocata la rivolta – spiega – ha rappresentato un grave battuta d’arresto per la Cina. Ma quelle settimane ispirarono la mobilitazione di milioni di persone dietro agli striscioni di un movimento estremamente pacifico e affiatato. Che purtroppo è stato poi oscurato proprio da quanto è accaduto dopo”. Continua la lettura di Vogliono cancellare Tienanmen

Superiorità etnica, guerra civile

(di Federico Rampini)

Al terzo giorno di scontri nella capitale dello Xinjiang, Urumqi, oggi la novità è la mobilitazione della popolazione locale di etnìa Han, il ceppo maggioritario in Cina. La manifestazione di centinaia di cinesi Han armati di mazze e decisi a farsi giustizia contro gli uiguri può innescare una ulteriore escalation nella violenza, fino a forme di giustizia sommaria e di guerra civile. A Urumqi i rapporti numerici sono già in favore degli Han: grazie alla massiccia immigrazione degli ultimi anni ormai l’etnìa locale di religione islamica rappresenta solo il 30% della popolazione nella capitale provinciale (che in tutto ha 2,5 milioni di abitanti). E’ proprio questa del resto una ragione dell’esasperazione degli uiguri: la sensazione che il loro destino è segnato, che non sono più padroni in casa propria, perché attraverso l’immigrazione la Repubblica Popolare li diluisce fino a renderli sempre più minoritari nella loro terra.
La situazione è analoga in Tibet: anche a Lhasa ormai i cinesi stanno superando i tibetani. E tuttavia nel marzo del 2008 dopo la rivolta tibetana gli Han non scesero in piazza, lasciarono che a riprendere il controllo della città fossero i professionisti della repressione: esercito, corpi paramilitari e polizia antisommossa. La risposta degli Han a Urumqi può avere diverse spiegazioni: il carattere ancora più radicale della contrapposizione con i musulmani, che non hanno un leader pacifista e fautore della non violenza come il Dalai Lama; la superiorità numerica ancora più schiacciante degli Han. Sicuramente però il governo di Pechino ha svolto un ruolo. In particolare attraverso l’uso selettivo delle immagini della rivolta da parte dei mass media di Stato. L’anno scorso sui moti di Lhasa all’inizio ci fu più censura e più discrezione, solo lentamente filtrarono notizie sulle tragiche morti di alcuni Han. A Urumqi invece la politica dell’informazione ha cambiato segno: immediatamente la tv di Stato Cctv ha diffuso immagini terribili e unilaterali, tutte di Han coperti di sangue. Un modo per istigare nella maggioranza cinese una voglia di vendetta. E’ uno scenario che può avere sviluppi perfino più gravi che in Tibet. Se Pechino decide di mettere in campo non solo la sua temibile forza repressiva ma anche la superiorità etnica, la “resa dei conti” con le minoranze riottose rischia di diventare ancora più selvaggia.

da Repubblica.it