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I bimbi d’Irlanda sepolti dall’odio

Avvenire, 22 febbraio 2020

“Ero un bambino ma non dimenticherò mai quella notte del 1969. La guerriglia nel quartiere, i proiettili che colpirono la nostra casa e Patrick che si accasciò all’improvviso davanti a me. Diceva che da grande voleva farsi prete. Se fosse ancora vivo tra poco compirebbe sessant’anni”. Connor è il fratello minore di Patrick Rooney, tristemente passato alla storia come il primo bambino ucciso durante il conflitto in Irlanda del Nord. Era il 14 agosto 1969, Patrick aveva appena nove anni e da poco si era trasferito con la sua famiglia al piano terra dei Divis Flats, un complesso residenziale che si trova all’ingresso del ghetto cattolico di Falls road, a Belfast. In quella terribile estate centinaia di famiglie cattoliche vennero attaccate dalle bande di lealisti protestanti e cacciate dal quartiere, le loro case requisite o date alle fiamme. “Spesso si dice che la vittima si trovava nel posto sbagliato nel momento sbagliato – prosegue Connor – ma mio fratello era a casa sua, in quello che doveva essere il luogo più sicuro per lui e per tutti noi”. A colpirlo a morte fu un proiettile sparato da una mitragliatrice pesante montata su un mezzo blindato della polizia. La storia di Patrick Rooney apre Children of the Troubles, il libro nel quale due noti giornalisti irlandesi – Joe Duffy della radio pubblica RTE e Freya McClements, corrispondente dell’Irish Times dall’Irlanda del Nord – hanno ricostruito una ad una le brevi vite e le tragiche morti dei 186 bambini uccisi durante il conflitto in Irlanda del Nord. Le loro storie sono raccontate in ordine cronologico, con testimonianze inedite raccolte tra i familiari e gli amici corredate da un ricco apparato iconografico. Un’opera che è frutto di uno straordinario lavoro di ricerca e colma una lacuna importante, considerando che un elenco ufficiale delle piccole vittime di quella guerra trentennale nel cuore dell’Europa non era mai stato realizzato.
Le immagini contenute nel libro ci restituiscono i suoni, gli odori, le sensazioni e le paure di quei giorni. Gli attimi di silenzio surreale che seguivano le esplosioni e precedevano le grida di disperazione dei sopravvissuti e dei familiari delle vittime. L’unico rumore che si sentiva assai raramente erano le risate dei bambini che giocavano nelle strade. Duffy e McClements fanno emergere particolari talvolta apparentemente banali sulle vite di ciascuno di loro – “non sarebbe mai scesa dall’altalena”, “amava il calcio alla follia”, “impazziva per i fish & chips” – che hanno però il merito di sottrarre le piccole vittime dal grigio anonimato delle statistiche, restituendo loro almeno la dignità della memoria. Philip Rafferty, quattordici anni, sognava di fare l’architetto. Una sera del 1973 stava tornando a casa, a Belfast, dopo essere stato a lezione di musica quando venne rapito da una banda di paramilitari lealisti che lo portò in un luogo di campagna isolato, lo bendò e lo freddò con un colpo alla testa. Il giorno prima la stessa banda aveva ucciso un altro adolescente, Peter Watterson, davanti al negozio della madre. Nomi, luoghi, episodi che evocano un dolore indicibile. Sorrisi spenti per sempre come quelli dei fratellini Richard, Mark e Jason Quinn (dieci, nove e otto anni), uccisi nella loro casa di Ballymoney da una bomba molotov lanciata dai paramilitari lealisti dell’UVF, nel luglio 1998. O come quello di Carol Ann Kelly, dodici anni, freddata a Belfast da un proiettile di plastica sparato dalla polizia mentre stava tornando a casa con un cartone di latte, nel maggio 1981. “In quei giorni era felice – ricorda la madre – perché aveva appena scoperto che sua sorella Eileen era incinta e non vedeva l’ora di diventare zia”. Circostanze talvolta casuali che non bastano ad attenuare il senso di vuoto. Perdite troppo spesso causate da una violenza gratuita e razionalmente inspiegabile che non ha risparmiato neanche i piccolissimi. Angela Gallagher, appena diciotto mesi, si trovava in un negozio di caramelle quando fu uccisa da un proiettile vagante sparato da un membro dell’IRA. Anne Marie e Jacqueline O’Brien, sorelline di cinque e sedici mesi, uccise dalle autobombe dei paramilitari protestanti che devastarono il centro di Dublino il 17 maggio 1974. Carole e Bernadette McCool, tre e nove anni, bruciate vive dall’esplosione della bomba che loro padre stava assemblando nella cucina di casa, nel giugno del 1970.
La statistica è comunque utile a farci comprendere le dinamiche di quel conflitto: ben l’ottanta per cento dei bambini uccisi apparteneva alla comunità cattolica, oltre il dieci per cento del totale degli omicidi è avvenuto all’interno delle abitazioni e dei giardini di casa. Un tragico elenco che purtroppo trascende la firma dell’Accordo di pace del Venerdì Santo del 1998 e termina solo con l’omicidio di Michael McIlveen, lo studente cattolico quindicenne ucciso da una banda lealista a Ballymena nel 2006. Il filo conduttore, oggi come ieri, è quello dell’odio e del settarismo che da decenni inquina la vita quotidiana in Irlanda del Nord e non è stato ancora debellato, sebbene la situazione politica, economica e sociale sia profondamente cambiata rispetto al passato. Secondo gli ultimi dati governativi appena il sette percento dei bambini nordirlandesi frequenta oggi scuole integrate. Tutti gli altri ricevono l’istruzione primaria e secondaria in istituti rigorosamente divisi su base etnico-religiosa. A Belfast, a Derry e in altre località del paese ci sono ancora decine di muri e barriere di cemento e lamiera che dividono per motivi di sicurezza i quartieri cattolico-nazionalisti da quelli unionisti-protestanti. L’ex presidente irlandese Mary McAleese, che firma la prefazione del libro, ricorda alcuni episodi della sua infanzia trascorsa nel quartiere cattolico di Ardoyne, a Belfast. Anche lei fu vittima con la sua famiglia di intimidazioni e aggressioni settarie nei primi anni del conflitto. Nel 1972 il pub gestito dai suoi genitori fu colpito da un’autobomba. Il giorno del suo matrimonio due dei suoi migliori amici furono ammazzati. Nel 1998, nel primo anno della sua presidenza, esplose la bomba di Omagh che fece ventinove morti. “Fu una strage di ragazzi e bambini – scrive McAleese – che mi fece quasi perdere la speranza nella pace”.