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Il presidente-poeta dell’etica globale

Intervista esclusiva di Enrico Terrinoni a Michael D. Higgins, presidente della Repubblica d’Irlanda

Le ultime elezioni presidenziali irlandesi, tenutesi nell’ottobre del 2011, hanno consegnato il ruolo di Capo dello Stato al poeta, saggista, e attivista Michael D. Higgins. Ex professore universitario di scienze politiche e sociologia in Irlanda e in America, Higgins ha ricevuto nel 1992 il primo Premio per la pace “Sean McBride”, conferito dall’International Peace Bureau. Eletto con quasi il 40% delle preferenze, è divenuto il nono Presidente d’Irlanda, non solo della Repubblica d’Irlanda su cui ha giurisdizione il suo mandato. Questo perché nonostante la Repubblica si limiti ancora oggi alle 26 contee del Sud, la costituzione irlandese parla di un “territorio nazionale” di 32 contee, con l’inclusione delle 6 dell’Ulster ancora sotto la corona britannica. Per ironia della sorte, la bella residenza presidenziale, Áras an Uachtaráin, situata nel mezzo dello sconfinato Phoenix Park a Dublino, è lo stesso luogo che prima della guerra d’Indipendenza ospitò il viceré e luogotenente della Corona, fino a quel fatidico 1922 in cui si ebbe il passaggio delle consegne allo Stato Libero d’Irlanda di Michael Collins. Higgins ci accoglie cordialmente nei locali della residenza presidenziale, in compagnia della moglie Sabina.
Presidente, lei è anche un poeta; e prima ancora, è stato un politico di spicco del Labour Party irlandese e un professore universitario. L’Irlanda è da sempre un luogo in cui la politica e la cultura sono un tutt’uno. Il poeta e premio Nobel Yeats era un senatore dello Stato, il drammaturgo Sean O’Casey un noto sindacalista. Quale spazio viene lasciato ai poeti e agli artisti nella società irlandese contemporanea? E quali sono le loro responsabilità, per usare un termine caro a Seamus Heaney?
Oggigiorno i poeti sono probabilmente le persone che ancora godono di una certa fiducia da parte della gente; sono loro che hanno contribuito, probabilmente, alla reputazione internazionale dell’Irlanda. Questo inizia ad essere riconosciuto; abbiamo giovani poeti che scrivono pensando al contesto, alle contingenze in cui si trovano. Credo sia molto interessante parlare di poesia a ridosso della morte di Seamus Heaney, un uomo che ha creato straordinarie connessioni con i miti greci, con il mondo della poesia dell’Europa centrale e orientale, e con il mito irlandese. Tutto ciò ha fornito a Seamus l’agio di poter parlare dell’attualità. Credo che lo status del poeta sia in realtà cresciuto. Quanto ho appreso dal mio tentativo di dar voce all’istinto poetico è il rispetto per la lingua. Ho ben chiaro cosa intendesse Havel nel dire che “le parole possono uccidere, le parole possono liberare”. Oggi ci troviamo di fronte al fallimento di un paradigma. Le aspettative della gente sono state deluse, l’assioma di una crescita senza fine, di poterci arricchire all’interno di una bolla immobiliare, sono disperatamente crollate. E sono in tanti a non sapere come ritrarsi da questo paradigma fallito. Sto cercando in tutti i modi di usare la mia posizione perché si sviluppi una critica radicale di qualunque certezza offerta dai modelli economici, e riguardo alle connessioni tra l’economia, la società, e la cultura. È molto difficile, oggi, perché c’è bisogno di una narrazione internazionale. Ad esempio, in passato potevamo pensare che fosse lo stato a prendere ogni decisione normativa o di controllo riguardo alla partecipazione e alla proprietà, ma ora abbiamo un “capitalismo fittizio senza confini”. C’è un assoluto bisogno di tornare a principi basilari in termini di interconnessione globale, di etica globale, in ogni senso; allora, anche i meccanismi della solidarietà ne saranno automaticamente modificati. Continua la lettura di Il presidente-poeta dell’etica globale