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100 anni fa l’inferno della Somme

Avvenire, 29.6.2016

PXP22_WW1A_51678752_300“Non avevamo tombe per ospitare i morti. Li sistemammo in fosse poco profonde. In un cratere di bomba si potevano far entrare dai tre ai sei cadaveri, poi ci rovesciavamo sopra la terra per coprirli. Non avevamo legno, né chiodi, né martelli, quindi non potevamo fare croci. Li coprimmo e ce ne andammo. A quei tempi la morte scavalcava l’orrore. O morte, dov’è il tuo pungiglione?” Harold Startin, soldato inglese durante la battaglia della Somme, affida a questo celeberrimo interrogativo di San Paolo, tratto dalla prima lettera ai Corinzi, tutta la sua disperazione per quello che sta accadendo intorno a lui. Alle sette di mattina del primo luglio 1916, dopo una preparazione durata mesi, l’artiglieria inglese aveva cominciato a bombardare le linee tedesche schierate lungo il fiume Somme, nella Francia settentrionale. Nel giro di un’ora, sulle postazioni nemiche erano stati lanciati duecentocinquantamila obici, seguiti dalle mine ad alto potenziale. Infine le truppe inglesi e francesi erano uscite dalle trincee lungo l’intero fronte, dando il via a una delle più lunghe battaglie della Prima Guerra Mondiale, senz’altro la più sanguinosa in termini di vite umane, con oltre un milione e duecentomila morti. Anche oggi, a un secolo esatto di distanza, la battaglia della Somme resta sinonimo di coraggio ed eroismo ma continua anche a evocare un senso di futilità e di perdita dell’innocenza collettiva di un intero continente. Solo chi la visse in prima persona può raccontare compiutamente quell’esperienza apocalittica che scaraventò centinaia di migliaia di esseri umani in un mondo al di là della morale. Per questo appare particolarmente prezioso il volume Somme. Voci dall’inferno (Giunti, pagg. 384), nel quale lo storico Joshua Levine ha raccolto le testimonianze dei soldati e degli ufficiali di entrambi gli schieramenti che ha selezionato all’interno degli archivi sonori dell’Imperial War Museum di Londra. Quello che emerge è il racconto corale di cinque mesi di combattimenti e vita di trincea, un omaggio rispettoso e commovente agli uomini che andarono all’assalto, scavarono trincee, tesero fili spinati, combatterono e morirono un secolo fa in Piccardia. “Perché sono sopravvissuto?”, si chiede il sergente Alf Razzell dei Royal Fusiliers, “ci ho pensato e ripensato tante volte. Come si possono attraversare settecento metri sotto il fuoco delle mitragliatrici senza venire colpiti?”
Per anni la storiografia si è concentrata sugli aspetti militari e strategici della Somme, ma al di là della fredda e inevitabilmente incerta contabilità delle vittime, nessuno si era mai occupato dell’enorme costo umano di quella battaglia. Il lavoro di Levine, realizzato selezionando oltre 56000 ore di interviste registrate, colma dunque un vuoto e contribuisce a ridare voce a quegli uomini provenienti da un’Europa moderna e industrializzata che furono costretti a combattere e a morire in quella spaventosa pagina della nostra storia recente. Attraverso le loro parole riprende forma la vita quotidiana nelle trincee, la lotta contro i pidocchi e i topi, il freddo e la fame, l’orrore della barbarie e della morte di massa. “Per sette giorni e sette notti i nostri soldati non avevano avuto niente da mangiare, niente da bere, ma solo fuoco continuo, obici e obici che esplodevano sopra le loro teste”, racconta un soldato tedesco. “Poi l’esercito inglese uscì dalle trincee. I nostri fucilieri strisciarono fuori dai loro bunker, con gli occhi arrossati e pesti, sporchi, iniettati di sangue. E aprirono un fuoco terribile”. Nelle file tedesche c’era anche un giovane caporale proveniente da Monaco, che in ottobre rimase ferito a una gamba. Era Adolf Hitler.
Fortemente voluta dalla Francia per alleggerire l’insostenibile pressione tedesca a Verdun e spezzare la linea di trincee tra la costa belga e il confine svizzero, la battaglia della Somme aveva messo impietosamente a nudo l’impreparazione tattica e strategica dello Stato Maggiore britannico, ma per lunghi anni la verità fu tenuta nascosta agli occhi dell’opinione pubblica. “Quello che trovavo sbagliato”, scriverà qualche tempo dopo il sottotenente inglese W. J. Brockman, “era che, benché fosse stato un fallimento completo, i giornali ne parlavano come di un successo. E il peggio era che insistevano, sapendo perfettamente di mentire”. Anche a un secolo di distanza la cronistoria della battaglia della Somme continua a suscitare soprattutto indignazione: anni fa, persino uno storico britannico rigoroso e tutt’altro che antimilitarista come John Keegan dell’Accademia militare di Sandhurst arrivò a paragonare la Somme ad Auschwitz, chiedendosi perché di fronte allo spaventoso numero di perdite umane i comandanti non presero alcuna iniziativa e fecero proseguire l’offensiva per mesi. Quella battaglia diventò una vera ecatombe a causa della migliore organizzazione delle trincee avversarie, delle difficoltà del terreno e dell’ostinazione dei comandi franco-britannici nel voler sfondare le imprendibili linee tedesche. Dalle vive parole dei soldati, all’epoca ignari di tutto ciò, emerge un senso di ineluttabilità che rende ulteriore giustizia al loro sacrificio. Come fa notare lo storico Nicola Labanca nell’introduzione, per l’Italia la battaglia della Somme è meno rilevante rispetto ai combattimenti sul Carso, a Vittorio Veneto, a Caporetto, ma rappresenta un evento centrale della recente storia europea. Questo libro racconta l’orrore assoluto ma anche la speranza che riesce a fargli da contraltare, rappresentata simbolicamente dalla storia dei due soldati – un inglese e un tedesco – che si ritrovano insieme dentro a un cratere e cominciano a lottare per ammazzarsi, ma alla fine si rendono conto che non è il caso di sprecare altre vite umane e si stringono la mano.
RM

Cosa canteremo il 4 novembre?

La decisione del governo italiano di celebra­re con grande rilievo il 90° della vittoria nel­la Prima guerra mondiale e di valorizzare il 4 no­vembre come simbolo accanto al 25 aprile si pre­sta a una serie di riflessioni critiche ben sintetizzate due giorni fa da Franco “Bifo” Berardi su “Liberazione”.


Il Ministro della Difesa ha dato disposizione che il 4 novembre in duecento scuole superiori si tengano discorsi di persone inviate dall’esterno per celebrare quel giorno che sui calendari è segnato come il giorno delle Forze Armate, e nella retorica patriottarda viene definito come il giorno della vittoria. Davvero il 4 novembre è un giorno da festeggiare? C’è qualcosa di cui andare orgogliosi in quella orrenda inutile carneficina che fu la prima guerra mondiale? C’è qualcosa della partecipazione italiana alla prima guerra mondiale di cui andare orgogliosi? In quali condizioni quella guerra si svolse? Perché l’Italia partecipò a quella guerra? Perché l’Italia scelse di partecipare dalla parte dell’Inghilterra e della Francia piuttosto che dalla parte dell’Austria e della Germania, con cui aveva da tempo stretto un’alleanza? Quanti italiani morirono in quella bella guerra? E quali furono gli italiani che si arricchirono con quella guerra? E quanti degli italiani che si arricchirono presero parte attiva in quella guerra? Continua la lettura di Cosa canteremo il 4 novembre?