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“Così in Irlanda emerge una Nuova IRA”

Avvenire, 4 settembre 2019

Secondo molti analisti una nuova stagione di tensioni in Irlanda del Nord potrebbe essere uno dei possibili effetti collaterali della Brexit. Tutta colpa dell’“Irish Border”, la frontiera artificiale tra le due Irlande che fu cancellata alcuni anni fa, in seguito all’attuazione del processo di pace. Un tempo controllato dai checkpoint militari, quel confine è svanito a poco a poco fino a diventare impalpabile, e si può oggi attraversare decine di volte quasi senza rendersene conto. Ma il suo eventuale ripristino potrebbe fornire un pretesto a quei gruppi dissidenti che contestano da sempre gli esiti del processo di pace. E riaccendere una crisi sopita da tempo. Ad alimentare quest’idea ci sono i recenti fatti di cronaca avvenuti nella cittadina nordirlandese di Derry, in particolare i gravi scontri dell’aprile scorso culminati con l’assassinio della giovane giornalista Lyra McKee. La responsabilità dell’omicidio è ricaduta fin da subito sulla cosiddetta “New IRA”, la sigla più significativa e letale tra i repubblicani dissidenti. Un’organizzazione armata nata nel 2012 dalla fusione tra vari gruppi, che ha il suo braccio politico nel piccolo partito Saoradh (termine gaelico per “liberazione”). Proprio come la vecchia IRA, che ebbe un alter ego politico nel Sinn Féin, ai tempi del conflitto. “Il sostegno di cui dispongono Saoradh e New IRA all’interno della comunità cattolico-nazionalista dell’Irlanda del Nord è minimo. Tuttavia la Brexit rappresenta per loro un’opportunità e se certi scenari dovessero materializzarsi, le contee di confine potrebbero diventare l’obiettivo di un’escalation delle attività armate”. A sostenerlo è Marisa McGlinchey della Coventry University, divenuta una delle voci più autorevoli sull’argomento dopo aver dato alle stampe Unfinished Business: The Politics of ‘Dissident’ Irish Republicanism (Manchester University Press), un libro che raccoglie novanta interviste all’interno della galassia dei contrari all’Accordo di pace del 1998. Un’inchiesta durata sette anni, durante i quali la studiosa ha raccolto anche molte voci all’interno del carcere di massima sicurezza di Maghaberry. “Quella dei dissidenti repubblicani è una realtà composta da molte sfaccettature. Il loro obiettivo è la riunificazione dell’Irlanda e la completa indipendenza dalla Gran Bretagna ma la strategia della lotta armata non è condivisa da tutti. Alcuni continuano a rifiutare la violenza”.
Qual è l’obiettivo preciso della New IRA? Credono davvero di poterlo raggiungere in un contesto come quello dell’Irlanda moderna?
Innanzitutto rifiutano persino di essere chiamati ‘New IRA’. Si definiscono semplicemente IRA e sostengono di essere i continuatori della lunga lotta repubblicana per l’unità del paese. È un’organizzazione rivoluzionaria repubblicana di estrema sinistra anti-imperialista che vorrebbe riunire tutto il territorio dell’isola sotto una repubblica socialista indipendente. I comunicati della New IRA o di Saoradh, oggi, veicolano di fatto gli stessi messaggi divulgati dall’IRA e dal Sinn Féin negli anni ‘70 e ‘80. I volontari della New IRA sanno perfettamente che non stanno facendo passi avanti significativi verso un’Irlanda unita. Ma mirano ugualmente “a tenere la fiamma accesa” nella speranza che la campagna possa riprendere in futuro e intendono ostacolare il processo di ‘normalizzazione’ in corso nel paese. Molti rifiutano anche di essere definiti dissidenti perché sostengono che le loro posizioni politiche sono le stesse di sempre. A essere cambiate, affermano, sono piuttosto le idee e le strategie del Sinn Féin da quando è entrato a pieno titolo nell’arco istituzionale.
Qual è l’età media degli attivisti? E quale motivazione li spinge a entrare nella lotta armata ai giorni nostri?
È difficile affermarlo con precisione poiché l’operazione agisce ovviamente sotto copertura. Alcuni suoi membri sono ex esponenti dell’IRA, altri sono invece giovani che al tempo del conflitto erano bambini, o magari non erano ancora nati. Coloro che entrano al suo interno credono nel principio del diritto alla lotta armata per raggiungere l’indipendenza. I dati della polizia negli ultimi dieci anni mostrano un livello basso ma costante dell’attività armata, in particolare in zone come Derry, Strabane, North Armagh e in alcune zone di Belfast.
Qual è oggi la loro potenza di fuoco?
Al momenti dispongono di almeno una cinquantina di membri attivi. Non si sa con precisione quale sia l’arsenale nelle loro mani ma, sempre stando ai dati della polizia, negli ultimi dieci anni si può notare che dispongono di una notevole quantità di armi da fuoco, di munizioni e di esplosivi.
Qual è la cosa che l’ha colpita di più nel corso delle sue ricerche?
Una frase pronunciata da Kevin Hannaway, cugino di Gerry Adams. Mi ha detto che l’attuale leadership del Sinn Féin, se davvero voleva creare una repubblica irlandese, ha fallito. Se invece voleva ottenere i diritti civili li ha ottenuti nel 1973. Allora – si è chiesto – a cosa diavolo sono serviti trent’anni di guerra? Mi ha colpito molto anche il solco che esiste ormai tra vecchi compagni di lotta, persino all’interno delle stesse famiglie.
Che tipo di sostegno hanno da parte della popolazione in Irlanda del Nord?
Saoradh è un partito che non si presenta alle elezioni perché ritiene che prendervi parte sia un modo per legittimare le istituzioni del Nord Irlanda. È dunque difficile calcolare con precisione il sostegno popolare nei loro confronti. Secondo una ricerca condotta dall’Università di Liverpool nel 2010 appena il 14% dei cattolici-nazionalisti affermano di essere solidali con le ragioni che stanno dietro la violenza dei dissidenti. Sinn Féin continua ad avere dalla sua parte la maggioranza della comunità nazionalista dell’Irlanda del Nord e il sostegno per gruppi come la New IRA è minimo. E anche all’interno della galassia dei dissidenti repubblicani ci sono alcuni che non appoggiano le campagne della New IRA.
I repubblicani dissidenti fanno proseliti anche nella Repubblica d’Irlanda?
Sì, le organizzazioni dissidenti abbracciano l’intera isola e per loro stessa natura sono presenti e attive in tutta l’Irlanda.
Crede che questo sostegno sia calato ulteriormente dopo l’omicidio di Lyra McKee?
Dopo la morte di Lyra i commentatori hanno ipotizzato che un repubblicano dissidente come Gary Donnelly non sarebbe stato rieletto al consiglio comunale di Derry. Invece non solo è stato rieletto ma è risultato anche campione di preferenze. Certo, l’omicidio di Lyra ha suscitato una profonda avversione nei confronti della New IRA e lo stesso Donnelly ha condannato l’omicidio. Non penso che il sostegno per Saoradh sia calato sensibilmente dopo l’omicidio di McKee ma credo che all’interno della stessa base del movimento la sua morte abbia suscitato molte critiche sul ricorso alle azioni armate.
RM

Il confine fantasma che minaccia la pace

Avvenire, 26 febbraio 2019

“Ricordi quel villaggio attraversato dal confine / laggiù in fondo alla strada / Con il macellaio e il panettiere in due stati diversi?” Nel 1980 il poeta nordirlandese Paul Muldoon dedicò una delle sue opere a quella frontiera che per decenni ha tagliato in due le esistenze di intere comunità. Circa cinquecento chilometri di sentieri, corsi d’acqua e distese di prati che corrono dal mare d’Irlanda fino all’estuario del fiume Foyle separando in modo schizofrenico le due parti dell’isola. Un confine che Diarmaid Ferriter, uno dei più autorevoli storici irlandesi contemporanei, non esita a definire “ridicolo” perché la sua stessa natura morfologica lo rese sostanzialmente incontrollabile, ma riuscì comunque a stravolgere la vita di migliaia di persone con effetti distruttivi sull’economia di entrambe le parti dell’Irlanda. Fu anche una delle frontiere più atipiche del mondo, faticosamente cancellata dopo decenni di guerra nel cuore dell’Europa. Negli ultimi vent’anni era svanito a poco a poco fino a diventare impalpabile: lo si poteva attraversare decine di volte quasi senza rendersene conto. Le ispezioni doganali vennero abolite nel 1993 per effetto delle normative europee mentre i controlli ai checkpoint militari furono rimossi del tutto nel 2005, dopo la messa fuori uso delle armi da parte dell’IRA. Ma dopo l’esito del referendum sulla Brexit il problema è riesploso in tutta la sua complessità, diventando oggetto di una controversia apparentemente irrisolvibile tra Londra e Bruxelles. Appare dunque particolarmente puntuale e opportuna l’uscita del nuovo saggio storico di Diarmaid Ferriter, The Border: The Legacy of a Century of Anglo-Irish Politics. Quel confine – ricorda l’autore, che è docente all’University College di Dublino – fu creato ormai quasi un secolo fa per risolvere la “questione irlandese”, cancellandola una volta per tutte dalla politica britannica. Ma oggi la Brexit, per effetto di una sorta di nemesi, ha riavvolto l’orologio della Storia riaprendo ferite che si credevano rimarginate per sempre, rischiando persino di far saltare l’architettura istituzionale dell’Accordo del Venerdì Santo, che si basava proprio sulla cancellazione di quel confine. Un intricato rompicapo politico che i negoziati di Bruxelles non sembrano in grado di risolvere e per il quale gli inglesi – vittime della legge del contrappasso – possono ora solo biasimare sé stessi.
Nel 1954 il deputato laburista Aneurin Bevan, stanco delle dispute parlamentari con i colleghi unionisti irlandesi, affermò durante una seduta della Camera dei Comuni che non doveva più essere consentito a quei pochi irriducibili di condizionare il processo legislativo di Westminster con i loro voti. Oltre sessant’anni dopo, la sopravvivenza del governo di Theresa May e il futuro della Brexit dipendono da un pugno di deputati del Democratic Unionist Party, il partito unionista radicale che fa da stampella alla fragile maggioranza parlamentare dei conservatori inglesi. Sono loro a tenere in ostaggio il governo e a condizionare l’esito delle trattative con Bruxelles sul confine irlandese. “La storia a volte si ripete e spesso non è priva di ironia – rileva Ferriter – poiché il Government of Ireland Act, la legge che nel 1920 aprì la strada alla sciagurata divisione dell’Irlanda fu approvata proprio da una maggioranza parlamentare conservatrice alleata con gli unionisti dell’Ulster”. Per oltre un secolo i tories britannici hanno assecondato il loro fanatismo con i risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti. All’inizio del ‘900, quando l’Impero britannico giunse al crepuscolo e Londra non fu più in grado di giustificare la repressione militare di fronte alle istanze democratiche degli irlandesi, fu imposto a tutta l’Irlanda il durissimo compromesso della divisione. Sei delle nove contee dell’Ulster andarono a costituire un’entità politica mai esistita fino ad allora, frutto della convergenza di interessi tra il governo britannico e la borghesia industriale dell’Ulster: lo stato dell’Irlanda del Nord, pari al 17% scarso del territorio dell’isola, con un proprio Parlamento presso il palazzo di Stormont, alle porte di Belfast. Ne facevano parte quattro contee a maggioranza protestante (Antrim, Armagh, Down e Londonderry) e due a maggioranza cattolica (Fermanagh e Tyrone). I confini del nuovo stato furono tracciati in modo arbitrario al fine di assicurare una prevalenza di due terzi ai protestanti e a questo scopo fu necessario escludere dall’accordo le tre contee dell’Ulster a maggioranza cattolica (Cavan, Monaghan e Donegal). L’Irlanda sarebbe rimasta divisa sine die, contro la volontà della maggioranza della popolazione e ogni logica politico-giuridica. Ferriter fa notare che spesso persino i funzionari britannici riconoscevano in privato che quel confine era “artificiale e assurdo” ma ormai era troppo tardi per tornare indietro. Fin dalla sua nascita nel 1921, lo staterello artificiale dell’Irlanda del Nord fu fondato sulla discriminazione della minoranza cattolica, analogamente al Sudafrica dei tempi dell’apartheid. E proprio come accadde in India e in Palestina dopo la Dichiarazione Balfour del 1917, le divisioni imposte dagli inglesi non riuscirono a risolvere i problemi di quei territori ma, al contrario, finirono per esacerbarli. I cattolici nordirlandesi divennero cittadini di seconda classe: già negli anni ‘20 oltre settemila persone furono cacciate dai posti di lavoro e costrette a vivere in alloggi fatiscenti. Circa cinquecento di essi morirono in appena tre anni a causa degli attacchi settari compiuti dagli estremisti protestanti. La crisi si inasprì negli anni ‘60, quando il Movimento per i diritti civili dell’Irlanda del Nord iniziò a chiedere la fine delle discriminazioni sul lavoro, sul voto e sull’accesso alla casa ma in tutta risposta ottenne solo l’inasprimento della repressione. La conseguente escalation di violenza fece deflagrare il conflitto nei decenni successivi: gli scontri tra l’IRA e l’esercito britannico – che agiva spesso in collusione con i paramilitari lealisti – scatenò un conflitto lungo quasi tre decenni, durante il quale il confine divenne una zona militarizzata con gigantesche torri di osservazione, posti di blocco dell’esercito e ponti abbattuti per impedire gli sconfinamenti illegali. Una situazione che creò perdite economiche incalcolabili favorendo il contrabbando di bestiame, di benzina, di alcol e di generi alimentari. Per anni quel confine fu anche uno dei luoghi più pericolosi d’Europa, con attentati ed episodi di violenza che divennero una prassi quasi quotidiana. Finché il coraggio e la diplomazia non riuscirono finalmente a trovare una faticosa via d’uscita con l’accordo del Venerdì Santo del 1998, che cementò una pace basata sul compromesso. Nel suo libro, Ferriter non manca di sottolineare il ruolo decisivo dell’Europa nel favorire il processo di pace e gli enormi benefici economici portati in questi ultimi anni da un confine aperto. Avrebbe potuto essere una storia a lieto fine, se il terremoto della Brexit non avesse infine sparigliato le carte contro il volere della maggioranza della popolazione dell’Irlanda del Nord. Il 56% di essa votò infatti a favore della permanenza nell’UE. Adesso, a meno che non sia trovata una soluzione momentanea con il cosiddetto “backstop”, quando Londra abbandonerà il mercato unico e l’unione doganale sarà inevitabile anche il ripristino dell’infrastruttura transfrontaliera tra le due parti dell’isola. “Il nuovo confine occidentale dell’UE avrà più attraversamenti in un remoto angolo d’Irlanda che in tutta l’Europa dell’est – conclude Ferriter – con conseguenze imprevedibili sul processo di pace”.
RM

Derry, rabbia e paura dopo l’autobomba

Avvenire, 31 gennaio 2019

Erano sette anni che non esplodeva un’autobomba da queste parti. Per la popolazione di Derry è stato un brusco risveglio: ha fatto svanire di colpo la convinzione che la guerra fosse ormai solo un lontano ricordo. “Sembrava un sabato sera come tutti gli altri, finché non abbiamo ricevuto la chiamata della polizia che ci ordinava di evacuare immediatamente l’edificio”. Ciaran O’Neill è il direttore del Bishop’s Gate Hotel, l’elegante albergo che si trova a poche decine di metri dal luogo dell’attentato del 19 gennaio scorso.

Il luogo dell’attentato del 19 gennaio
(foto R.Michelucci)

Erano le otto di sera, e il ristorante dell’hotel era pieno di gente. “Gran parte del mio staff ha meno di trent’anni e non si era mai trovato in una situazione simile. In pochi minuti siamo stati costretti a portare al sicuro quasi duecento persone”. Aperto nell’estate di due anni fa, il Bishop’s Gate è stato votato secondo miglior albergo del Regno Unito dagli utenti di Tripadvisor ed è il simbolo più eloquente della riqualificazione di un’area che negli ultimi anni ha visto fiorire nuovi negozi, bar, ristoranti e un mercato coperto. Adesso O’Neill teme che l’evento possa avere gravi ricadute sull’economia cittadina. All’angolo della strada si trova invece la libreria Little Acorn. La proprietaria, Jenny Doherty, non si è ancora ripresa dallo choc. Il sabato sera di solito chiude alle sei ma quel giorno aveva deciso di restare più a lungo per rimettere a posto il negozio. “Stavo per chiudere la saracinesca quando ho sentito un botto enorme. Mi sono affacciata fuori e ho visto i poliziotti che stavano evacuando l’area in tutta fretta. Uno di loro mi ha gridato di tornare nel negozio e restare chiusa all’interno”. Jenny abita all’interno dell’area che è stata evacuata per motivi di sicurezza, e ha potuto far ritorno a casa solo due giorni dopo, quando l’allerta è terminata. Quasi per miracolo il potente ordigno sistemato nel veicolo in sosta di fronte al tribunale non ha fatto vittime.

(foto R.Michelucci)

Ma chi l’ha piazzato ha scelto con cura sia il luogo che una data precisa per compiere l’attentato. Eamonn McCann, 75 anni, scrittore e storico attivista politico di Derry, è convinto che la bomba non abbia avuto niente a che fare con la Brexit. “I repubblicani dissidenti contrari al processo di pace hanno voluto celebrare in questo modo il centenario dell’inizio della guerra d’indipendenza, nel 1919. L’eredità della storia è ancora pesante da queste parti, e alcuni vorrebbero rivivere il passato”, spiega McCann, che nel 1972 fu uno degli organizzatori della marcia che culminò nella strage della Bloody Sunday.
Bishop street, dov’è esplosa l’autobomba, si trova nel cuore del centro di Derry, all’interno delle mura cittadine, in un luogo dal forte valore simbolico. Il piccolo tratto di strada scende verso il Diamond – la piazza centrale -, costeggia la cattedrale anglicana di San Columba ed è adiacente al Fountain, una piccola enclave protestante chiusa dietro a un recinto di grate metalliche. Uno dei tanti muri che continuano a dividere le città dell’Irlanda del Nord. L’area è controllata da decine di telecamere a circuito della polizia e pare impossibile che gli autori dell’attentato non siano stati ancora scovati. Le cinque persone arrestate finora sono state rilasciate nel giro di poche ore, senza alcuna accusa. Il giorno dopo la bomba, gruppi di uomini armati hanno sequestrato tre veicoli seminando il caos in città. Anche adesso che l’allarme è finito gli agenti continuano a pattugliare il centro giorno e notte con i cani anti-esplosivo.

La polizia sulle mura di Derry (foto R.Michelucci)

La gente è scossa, ma la paura delle prime ore ha ormai lasciato spazio a una profonda rabbia nei confronti di chi vorrebbe riportare l’Irlanda del Nord agli anni bui del passato. Un gruppo che si è presentato con il nome di “IRA” ha inviato una dichiarazione al Derry Journal rivendicando l’attentato al tribunale e minacciando nuovi attacchi. Molti temono che i gruppi paramilitari possano usare la Brexit e l’eventuale ripristino del confine con la Repubblica d’Irlanda come pretesto per compiere nuovi atti di violenza ma nessuno crede che il conflitto possa riesplodere come in passato. Nei giorni scorsi alcune centinaia di persone si sono radunate in centro, al Giardino della pace, per manifestare contro i dissidenti. C’erano i rappresentanti dei principali partiti nordirlandesi, anche quelli un tempo vicini alla lotta armata come Sinn Féin e gli unionisti del DUP. Dalla manifestazione sono emerse critiche nei confronti dei leader politici, per l’impasse che da oltre due anni blocca il parlamento di Stormont. Dal palco ha infine preso la parola Antoinette McMillen del NIPSA, il più grande sindacato d’Irlanda. “I nostalgici della lotta armata – ha gridato – dovrebbero innanzitutto dare ascolto alla gente comune e ai lavoratori, che non vogliono un ritorno al passato e sono decisi a resistere a qualsiasi forma di intimidazione”.
RM

Helen, che ha salvato l’Irlanda dalla Brexit

Venerdì di Repubblica, 7.12.2018

Dietro il volto sorridente, i modi garbati e un’apparente timidezza, la 32enne ministra irlandese per gli Affari europei Helen McEntee nasconde straordinarie doti di negoziatrice. Nel corso degli estenuanti colloqui sulla Brexit si è guadagnata il soprannome di “arma segreta” del governo di Dublino. Con la forza delle sue argomentazioni è riuscita a tenere testa a Theresa May e al capo negoziatore UE Michel Barnier, e ha costretto infine Londra a mettere per iscritto l’impegno a non ripristinare le barriere fisiche tra le due parti dell’Irlanda. Cresciuta nella fattoria di famiglia a poca distanza da quel confine, McEntee vive ancora oggi nella contea di Meath, cuore pulsante dell’agricoltura irlandese. Ricorda di aver visto, da bambina, i checkpoint dai quali passavano le attività di contrabbando e gli attentati che insanguinarono per anni quei territori di frontiera. “La Brexit minaccia la pace sulla nostra isola – ha ripetuto fino allo sfinimento nel corso dei negoziati – e un hard border tra la Repubblica e l’Irlanda del Nord penalizzerebbe soprattutto gli agricoltori delle zone di confine”. La sua famiglia è da sempre molto vicina all’Irish Farmers’ Association, la più potente e numerosa organizzazione degli agricoltori irlandesi. Suo padre, Shane McEntee, è stato parlamentare del partito di maggioranza Fine Gael e poi ministro dell’agricoltura. Lei ha iniziato a lavorare giovanissima come sua assistente, subito dopo gli studi in economia e legge a Dublino. Ma la sua vita ha avuto una svolta improvvisa e drammatica nel 2012, quando suo padre si è tolto la vita e lei ha deciso di candidarsi alle elezioni suppletive per prendere il suo posto. Da allora ha bruciato le tappe: a 26 anni è diventata la più giovane deputata dell’Assemblea irlandese, poi è stata nominata ministro per gli anziani e la salute mentale, infine ha ricevuto la delega agli Affari europei dall’attuale primo ministro Leo Varadkar. Molti ritenevano non avesse l’esperienza necessaria per ricoprire un ruolo simile in una fase storica così cruciale per il paese. Ma in poco più di un anno si sono dovuti ricredere. Adesso Helen McEntee è la stella nascente della politica irlandese e nessuno si stupirebbe di vederla alla guida del governo, in un prossimo futuro.
RM

Irlanda, il presidente Higgins verso un secondo mandato

Avvenire, 25.10.2018

Michael D. Higgins, il presidente-poeta della Repubblica d’Irlanda, corre per un secondo mandato. A sfidarlo, nelle elezioni che si terranno venerdì 26 ottobre, saranno cinque candidati di cui uno soltanto – la europarlamentare del Sinn Féin, Liadh Ní Riada – è espressione diretta di un partito. Le altre forze politiche del paese hanno deciso di sostenere il presidente uscente in una corsa il cui esito appare già scritto: gli ultimi sondaggi lo danno vincitore con percentuali intorno al 70 per cento. Nel settennato che volge al termine il socialista Higgins si è guadagnato una popolarità che lo ha reso uno dei presidenti più amati nella storia dell’Irlanda. Ma i suoi detrattori sostengono che a 77 anni sia ormai troppo vecchio per un altro mandato e lo accusano di aver sperperato fiumi di denaro pubblico in spese di rappresentanza e cerimoniale. Nella scheda gli irlandesi troveranno anche i nomi di tre imprenditori – Seán Gallagher (che corse già nel 2011), l’euroscettico Peter Casey e Gavin Duffy – oltre a quello della senatrice indipendente Joan Freeman, che si è attirata non poche critiche rivendicando il suo voto contrario al referendum del maggio scorso sulla legalizzazione dell’aborto. Il presidente irlandese ha un ruolo limitato di guardiano della Costituzione e di rappresentante dello Stato negli affari internazionali, che potrebbe tuttavia rivelarsi decisivo nel prossimo futuro, di fronte alle conseguenze della Brexit sul confine irlandese. Nel gennaio prossimo sarà chiamato a firmare la legge sulla regolamentazione dell’aborto volontario che il parlamento di Dublino sta discutendo in questi mesi.
RM