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Sarajevo, la rinascita è salita in funivia

Avvenire, 26.10.2018

Da lassù, Sarajevo sembra un’astronave sospesa tra le nuvole. È una vista che toglie il fiato, circondata da una natura rigogliosa e selvaggia. Sulle pendici del monte Trebević sono ormai tornati anche gli uccelli. Erano stati i primi a scappare, nell’aprile del 1992, quando l’armata serbo-bosniaca cominciò ad assediare la città da queste alture. Da pochi mesi anche gli abitanti si sono finalmente riappropriati della montagna sacra che venne trasformata in parco naturale dal Maresciallo Tito, che ospitò alcuni impianti delle Olimpiadi invernali del 1984 e poi divenne un simbolo di morte poiché da lì, per oltre quattro anni, piovvero le granate e i colpi dei cecchini. Prima che si scatenasse l’inferno, la salita al monte Trebević con la Žičara, la funivia che partiva dal centro cittadino, era la gita fuori porta preferita dai sarajevesi, un luogo di incontro amato dalle famiglie, un filo teso verso il cielo che consentiva di volare a 1200 metri sopra il livello del mare. Finché la guerra non cambiò tutto, trasformando la montagna sacra in un luogo maledetto popolato dai fantasmi. Mentre preparavano l’assedio della città, le truppe di Ratko Mladić distrussero la Žičara e uccisero senza pietà Ramo Biber, il giovane guardiano dell’impianto, destinato a passare alla storia come una delle prime vittime del conflitto. Poi le milizie serbo-bosniache occuparono la montagna e di lì a poco su quel territorio impervio e fitto di vegetazione fu insediata la prima linea del fronte, che in alcuni punti arrivava a ridosso delle case della città. La strada che risaliva il Trebević venne interrotta dai check-point dell’armata bosniaca e da quelli serbi, che impedivano persino il passaggio dei convogli umanitari diretti alla popolazione assediata. Finito il conflitto nel 1995, la priorità fu data alla ricostruzione di ospedali, scuole, edifici pubblici e luoghi di culto. Ma ciò non basta a spiegare un ritardo di oltre vent’anni per veder tornare in funzione la funivia. Più dei soldi è mancata a lungo la volontà politica di ricostruire un simbolo dell’unità cittadina, un tracciato che segna la linea di confine fra le due entità che compongono la Bosnia nata dagli accordi di pace di Dayton. Da un lato la Federazione di Bosnia-Erzegovina, dall’altro la Republika Srpska, l’area serbo-bosniaca in cui si trova la montagna. Sulle pendici del Trebević si trova anche la fossa comune di Kazani, dove i paramilitari bosniaci gettarono decine di civili, in gran parte serbi. Nel 2008 un’associazione di Belgrado cercò a tutti i costi di issare sulla cima del monte una gigantesca croce ortodossa alta ventisei metri. Doveva essere visibile da qualsiasi punto di Sarajevo, come quella eretta dai croati sul monte Hum, che sovrasta la città di Mostar. Il progetto suscitò forti proteste e venne infine accantonato in seguito all’intervento dell’Alto Rappresentante della comunità internazionale.
Ci sono voluti ventisei anni esatti dall’inizio della guerra, per rivedere finalmente la Žičara nel cielo di Sarajevo. Se dalla primavera scorsa è finalmente possibile tornare in cima al Trebević in pochi minuti gran parte del merito è di Edmond Offermann, un fisico nucleare olandese sposato con una donna di Sarajevo che ha donato quattro milioni di euro per contribuire alla ricostruzione dell’impianto. La nuovissima e luccicante funivia è stata progettata dall’architetto Mufid Garibija e realizzata dall’azienda altoatesina Leitner, ha trentatré cabine con dieci posti ciascuna che consentono di risalire la montagna dal centro città in appena sette minuti. Alla stazione di partenza è stata collocata una delle vecchie cabine dell’epoca, un monumento alla memoria di un recente passato che tutti qua ricordano con nostalgia. È rossa, ha ancora i simboli olimpici sui lati e colpisce per le sue piccole dimensioni. La salita è spettacolare, e per apprezzarla fino in fondo è necessario dare le spalle alla montagna. Appena partiti, volgendo lo sguardo di là dal fiume, si scorge l’inconfondibile profilo moresco color giallo-ocra della biblioteca nazionale, la Vijećnica, che fu bruciata durante la guerra e nel 2014 è stata riaperta per ospitare l’amministrazione cittadina. Poi la città si allontana assumendo contorni rarefatti e sfumati dalla fitta coltre di nebbia che la avvolge intorno al calar del sole. La stazione di arrivo è intitolata a Ramo Biber, come ricorda una targa alla sua memoria. La discesa dalla funivia è un brusco ritorno alla realtà, perché tutto intorno non c’è quasi niente. Per affacciarsi sulla città e scattare una foto ricordo c’è al momento solo una grande spianata di cemento grezzo. Gli anziani sarajevesi raccontano che in un tempo non troppo lontano lassù c’era il Vidikovac (Belvedere), un ristorante che prima della guerra era considerato ancora tra i migliori del paese. D’estate si cenava in terrazza all’aria aperta, contemplando le luci della città che sembravano stelle cadute dal cielo. Imboccando il sentiero che scende a valle ci si addentra velocemente nel bosco, dove sono ancora visibili i segni delle trincee e dei bunker antiaerei scavati un quarto di secolo fa. Le massicce operazioni di sminamento compiute in anni recenti consentono ormai di attraversare senza patemi quello che durante la guerra era stato trasformato in un gigantesco campo minato. Non lontano dai piloni della funivia, nascosti in mezzo agli alberi, spuntano quasi all’improvviso i resti della vecchia pista da bob usata durante le Olimpiadi del 1984. È un grigio binario di cemento ravvivato dai graffiti degli artisti di strada che oggi viene a volte usato dagli skaters. In alcuni punti si notano ancora i fori praticati ad altezza d’uomo, dai quali durante la guerra venivano fatte passare le canne delle mitragliatrici. Ma dall’altro lato della montagna è possibile imbattersi anche nelle piste da sci della Jahorina, tuttora funzionanti. Il trascorrere del tempo sta aiutando Sarajevo a lasciarsi alle spalle i ricordi terribili, e mentre gli abitanti riprendono confidenza con il loro immenso parco, a valle aprono caffetterie e ristoranti, le case sono ormai quasi tutte ricostruite, sono comparsi nuovissimi campi da tennis. Nell’opinione di molti, la riapertura della Žičara rappresenta il passo decisivo verso la rinascita della città.
RM

Il massacro, l’ingiustizia, il perdono

Avvenire, 1.8.2018

In tribunale si sono mostrati sprezzanti fino alla fine, senza manifestare il minimo segno di pentimento per la strage che avevano compiuto all’inizio della guerra in Bosnia, nell’estate del 1992. Nei giorni scorsi la Corte d’appello di Belgrado li ha assolti tutti, in via definitiva, sebbene vi fossero prove schiaccianti della loro colpevolezza. Il codice penale serbo non contempla il reato di associazione a delinquere per i crimini di guerra e i giudici non hanno potuto accertare le responsabilità individuali nel massacro di Skočić, vicino a Zvornik, a sessanta chilometri da Srebrenica. Sono tornati così in libertà i “cetnici di Simo”, una delle più efferate bande operanti all’epoca nella zona, agli ordini di Simo Bogdanović, un criminale di guerra morto in carcere alcuni anni fa. Non avranno alcuna giustizia le ventisette vittime civili di quel massacro, un’intera comunità di rom musulmani, tra cui anche donne e bambini, seviziati e uccisi a sangue freddo. La decisione dei giudici ribalta il verdetto di primo grado del 2013 – che aveva condannato gli imputati a 73 anni di carcere – e suona come una terribile beffa per il 34enne Zijo Ribic, unico sopravvissuto a quella strage.

Nella foto: Zijo Ribic

Al momento della lettura della sentenza era in aula anche lui, e ha assistito all’assoluzione dei carnefici della sua famiglia. Ci ha spiegato che continuerà a lottare per ottenere giustizia, intentando una causa presso l’Alta Corte di Strasburgo. Ma quello che stupisce è il suo perdono. “Anni fa ho deciso di non odiarli, gliel’ho detto anche in faccia che li perdonavo purché rivelassero la verità. Non cambio idea neanche adesso che sono tornati liberi”.
All’epoca dei fatti Zijo Ribic aveva appena otto anni, un’età sufficiente per far sì che quell’orrore si fissasse per sempre nella sua mente. Viveva in quel villaggio con i suoi genitori, le sorelle e il fratellino. “Mio padre lavorava da alcuni anni dall’altra parte del fiume Drina, in Serbia. In quell’estate del 1992 il suo datore di lavoro, un serbo, ci suggerì di abbandonare Skočić spiegando che di lì a poco si sarebbe scatenato l’inferno. Ci allontanammo per qualche giorno ma poi decidemmo di tornare per non abbandonare le nostre case, e fu la fine”. La sera del 12 luglio arrivarono due camion con i paramilitari serbi. “Fecero saltare in aria la moschea del villaggio, poi accerchiarono la nostra casa e ci fecero uscire tutti”, racconta Zijo. “Davanti ai nostri occhi ammazzarono uno degli uomini con un colpo alla testa, poi violentarono le ragazze, tra cui una delle mie sorelle che aveva solo tredici anni. Infine ci caricarono sui camion e ci portarono via”. Li fecero scendere lungo un fossato e li freddarono uno dopo l’altro, a colpi di pistola, o sgozzandoli con i coltelli. “Mi dettero una coltellata alla nuca, ferendomi solo di striscio, e mi credettero morto. Finii sui corpi dei miei parenti ma il destino aveva deciso che dovevo sopravvivere per diventare testimone di quel massacro, nel quale ho perso mio padre, mia madre incinta di otto mesi, sei sorelle e un fratellino di due anni”. Ferito ma ancora vivo, Zijo riuscì a scappare, e con l’aiuto di alcuni soldati fu affidato alle cure dell’ospedale di Zvornik, dove rimase nascosto per oltre due anni prima di essere trasferito all’estero. Tornato in Bosnia dopo la guerra, è cresciuto in un orfanotrofio e con l’aiuto del Centro per il diritto umanitario di Belgrado diretto da Nataša Kandić ha intrapreso una lunga battaglia legale. “Inizialmente la rabbia e l’odio mi avevano travolto, ma poi ho deciso di perdonare quei criminali, che nonostante tutto non sono riusciti a togliermi la voglia di vivere. La nostra cultura ci ha abituati a lasciare il dolore nel luogo dove sono avvenuti i fatti. E a ricominciare da capo”. Da anni Zijo vive con la sua compagna a Tuzla, dove lavora come cuoco. “Sei mesi fa è nata nostra figlia, adesso è lei a darmi la forza di andare avanti”. Ogni tanto torna a Skočić, il villaggio della sua infanzia diventato ormai un luogo spettrale, dove si trova anche il cimitero di famiglia. Solo di recente è riuscito a dare una degna sepoltura ai suoi cari. Nelle fosse comuni sono stati rinvenuti prima i resti dei suoi genitori poi, due anni fa, quelli di quattro sorelle. Infine, l’anno scorso, sono stati ritrovati anche un’altra sorella e il fratellino. “Ormai manca solo l’ultima sorella. Poi li avrò sepolti tutti”.
RM

Srebrenica, i conti con la memoria

Avvenire, 8.7.2018

Quest’anno Omer Dudic potrà finalmente seppellire i suoi cari morti nel genocidio. I resti di suo fratello Nijazija e di sua cognata Remzija, all’epoca incinta di sei mesi, sono stati riconosciuti grazie all’analisi del dna nel centro di identificazione di Tuzla e i loro nomi figurano oggi nella lista delle 35 persone che saranno tumulate l’11 luglio durante le celebrazioni per l’anniversario del massacro di Srebrenica. “In quei giorni del 1995 avevo appena vent’anni – ci racconta visibilmente commosso – e riuscii a salvarmi per miracolo, fuggendo attraverso i boschi e camminando per oltre cento chilometri a piedi nudi. Da allora non ho mai smesso di cercare i miei parenti”. Oggi Omer fa il contadino a Osmace, un villaggio a poca distanza da Srebrenica, immerso tra le verdi campagne che circondano la valle della Drina, al confine tra la Bosnia e la Serbia. Si stenta a credere che solo pochi anni fa un luogo così silenzioso e poetico sia stato teatro di una feroce pulizia etnica. Dei circa mille abitanti che vivevano qui all’epoca adesso ne sono rimasti appena un’ottantina. Poche case sparse abitate perlopiù da qualche anziana vedova, un memoriale alle vitime della guerra e intorno distese di campi a perdita d’occhio. Campi che potrebbero essere coltivati, se solo ci fossero ancora le braccia per farlo. Da qui si arriva a Srebrenica in meno di mezz’ora, scendendo lungo la strada che Ratko Mladic e le sue truppe di carnefici percorsero dopo la definitiva caduta della città. La fisionomia della piccola piazza del centro è stata modificata di recente da un imponente edificio rosso che ospita un albergo e una banca turca. Di fianco, il minareto della principale moschea cittadina è sovrastato dalla cupola della chiesa ortodossa. Dopo quanto è accaduto nella prima metà degli anni ’90, la convivenza tra la comunità serba e la minoranza musulmana è una scommessa quotidiana. Anche quest’ultima vive ormai con fastidio la rumorosa macchina delle celebrazioni che si attiva ogni anno l’11 luglio, la sfilata annuale delle delegazioni internazionali, i riflettori che si accendono per mezza giornata e poi si spengono di nuovo fino all’anno successivo. “È vero, questo sarà il primo anniversario dopo la condanna di Mladic e la chiusura della Corte penale dell’Aja – riconosce Bekir, che era un bambino durante la guerra – ma qua le notizie delle condanne arrivano come un’eco distante, che non sposta gli equilibri quotidiani della gente comune”. I sopravvissuti e i parenti delle vittime sono costretti a convivere ogni giorno con la memoria del genocidio e a confrontarsi con una ricostruzione morale e materiale che pur dopo tanti anni stenta ancora a decollare. Nonostante le iniziative di riconciliazione nate in questi anni il tessuto sociale della città appare irrimediabilmente distrutto. Lo si percepisce negli sguardi degli abitanti e nell’atmosfera surreale che si respira nelle strade, dove i segni della guerra sono ancora ben visibili, con palazzi bombardati e mai ricostruiti a cominciare dal grandioso hotel Domavia, affacciato sulla piazza principale, alle spalle della grande moschea cittadina. Di quella che un tempo era un’elleccenza turistica dell’era titina, oggi resta soltanto un macabro scheletro di cemento abbandonato. Ma tutta la città è ancora costellata da edifici distrutti e case ricostruite, in un’alternanza che pare una metafora delle cicatrici lasciate nelle persone. “Il processo di riconciliazione continua a essere ostacolato dalle ideologie nazionaliste che gettano sale sulle ferite di un dramma cominciato molto tempo prima di quello che il mondo ricorda”, ci spiega Hasan Hasanovic, curatore del centro di documentazione del memoriale di Potocari, nel quale è sepolto anche suo padre. L’assedio dei nazionalisti serbi alla città iniziò in un giorno di primavera di venticinque anni fa, nel 1993. “L’Onu aveva negoziato un cessate il fuoco, la popolazione si illuse di poter tirare il fiato e noi bambini uscimmo a giocare a calcio nel cortile della scuola – ricorda – ma all’improvviso dalle montagne circostanti iniziarono a piovere granate sulla città. Una colpì in pieno il campo da gioco ed esplose a pochi metri da me”. Quel giorno Hasan si salvò per miracolo ma vide morire quattordici suoi compagni di scuola. La mattanza che si sarebbe compiuta due anni più tardi segnò anche il fallimento della comunità internazionale, come ricorda anche la mostra fotografica allestita nei locali dell’ex base Onu di Potocari. Con le 35 sepolture previste quest’anno, il totale delle inumazioni supererà quota 6800 ma il lungo processo per ridare un’identità ai resti delle vittime prosegue, anche perché i boschi intorno a Srebrenica continuano a restituire le ossa sepolte nelle fosse comuni. Dragana Vucetic, antropologa forense del centro di ricerca sulle persone scomparse di Tuzla, confema che sono circa un migliaio di vittime che restano ancora da identificare.
RM

I giochi della pace delle due Sarajevo

Venerdì di Repubblica, 23 febbraio 2018

Vucko, il lupacchiotto simbolo dei giochi invernali di Sarajevo del 1984, è ancora oggi uno dei gadget olimpici più venduti ma sta per essere mandato in soffitta da Groodvy, una palla di neve con i riccioli colorati che sarà la mascotte ufficiale delle prossime Olimpiadi della gioventù del 2019. A distanza di trentacinque anni, la città bosniaca tornerà a essere una capitale dello sport con un evento che avrà ricadute positive anche sul piano politico. I giochi del 1984 sono l’emblema dei tempi che precedettero la guerra nell’ex Jugoslavia e il terrificante assedio della città che durò quattro anni, causando oltre undicimila morti. Quei giorni di sport, ancora ricordati con nostalgia, torneranno l’anno prossimo con una manifestazione che si svolgerà, come recita il sito ufficiale, a “Sarajevo e Sarajevo est”. Già, perché forse non tutti sanno che tra le eredità di quel conflitto c’è anche la divisione della città in due parti: la Sarajevo propriamente detta, capitale della Bosnia Erzegovina, e quella nota come Istočno Sarajevo (Sarajevo est), a maggioranza serba e situata amministrativamente nella Repubblica Srpska. Una frontiera invisibile creata dalla guerra, con confini che in alcuni casi sono stati tracciati dividendo i due lati della stessa strada. Nessuna restrizione alla mobilità per gli abitanti – c’è chi vive in una parte e lavora nell’altra -, se non per i taxi, che sono costretti a rimuovere le insegne in caso di “sconfinamento” per evitare multe salate. Ma a oltre due decenni dalla fine del conflitto, resistono ancora le divisioni etniche e i confini psicologici tra la gente, spesso alimentati dai politici che continuano a soffiare sul fuoco dei nazionalismi. Sarajevo doveva ospitare le Olimpiadi della gioventù europea già nel 2017, ma per convincere le due amministrazioni a lavorare insieme mettendo da parte i rancori del passato è stato necessario attendere altri due anni. Sia il vicesindaco di Sarajevo, Milan Trivic, che il presidente dell’assemblea di Sarajevo est, Miroslav Lucic, hanno affermato che si tratta di una grande occasione non soltanto per promuovere lo sport e il turismo nella regione, ma anche per dimostrare che una cooperazione tra le due parti della città – da sempre divise da una lettura contrapposta del recente passato – è finalmente possibile. Dal 9 al 16 febbraio 2019 circa 1500 atleti europei dai 14 ai 18 anni si sfideranno in sette specialità invernali e contribuiranno a superare barriere politiche e psicologiche, un po’ come sta accadendo in questi giorni tra le due Coree. Nei prossimi mesi ripartirà finalmente la cabinovia che si arrampica sul monte Trebević e congiunge le due parti della città. Il vecchio impianto, che portava sulle piste delle gare olimpiche del 1984, era stato abbattuto a colpi di mortaio e da quell’altura l’esercito serbo-bosniaco aveva bombardato la città per lunghi mesi. Le piste da slittino e da bob erano state minate, gli alberghi trasformati in centri di prigionia e di tortura. Il programma di riqualificazione previsto dalle Olimpiadi della gioventù ridarà vita finalmente anche a quel paesaggio spettrale dove giacevano i macabri resti di cemento di quelle strutture.
RM

Del Ponte: “All’Aja non potevamo fare di più”

Intervista al giudice Carla Del Ponte, procuratore capo del tribunale dell’Aja per l’ex Jugoslavia dal 1999 al 2007
(Avvenire, 14.10.2017)

Si definisce più una “cacciatrice di serpenti che una studiosa di diritto”. Carla Del Ponte ha trascorso gran parte della sua prestigiosa carriera di magistrato a dare la caccia ai criminali di guerra. Per otto anni è stata procuratore capo del Tribunale dell’Aja per l’ex Jugoslavia e di quell’organismo resta una delle figure più rappresentative. I Balcani, poi il Ruanda e in anni recenti anche la Siria, dove nell’estate scorsa ha abbandonato polemicamente la Commissione d’inchiesta dell’Onu sostenendo che ci sarebbero prove a sufficienza per condannare Assad, ma manca la volontà politica degli stati membri. In compenso, qualche giorno fa è arrivata finalmente la storica sentenza di condanna per Ratko Mladic. “È stata una grande soddisfazione – ci dice al telefono dalla Svizzera – perché dopo Milosevic era il principale responsabile dei crimini commessi durante la guerra nei Balcani. Sono felice soprattutto per le vittime”.
Quale sarà il giudizio della storia sul tribunale dell’Aja? Quali sono stati i maggiori successi e i principali fallimenti?
All’inizio c’erano difficoltà enormi e in pochi credevano che saremmo riusciti a portare di fronte alla giustizia i principali responsabili dei crimini commessi negli anni ’90. Quindi penso che la storia non potrà che ricordarlo come un grande successo per la giustizia internazionale. L’unico neo è stata la lunghezza dei processi. Sono stati troppo lunghi. Soprattutto a causa delle regole procedurali, essenzialmente di common law e quindi pensate per reati comuni, non per crimini del genere. In futuro bisognerà lavorare per ridurre la lunghezza dei processi.
Ritiene che si sarebbe risparmiato tempo con una procedura più vicina alla legislazione locale?
Certo. Il sistema di civil law si adatta meglio a questo tipo di crimini. Gli accertamenti oggettivi che non toccano la responsabilità degli accusati, una volta individuati devono poter essere utilizzati in tutti i processi. Invece finora è stato necessario ripetere la prova ogni volta.
Poteva essere fatto di più con una maggiore collaborazione da parte degli stati?
No, perché il nostro mandato era limitato e potevamo occuparci soltanto degli alti responsabili politici. Purtroppo non è stato possibile arrivare ai cosiddetti “livelli medi” anzi, il Consiglio di sicurezza ha persino accorciato la lista degli accusati.
Ripensando ai suoi anni da procuratore capo, c’è qualcosa che non rifarebbe?
No, penso che rifarei esattamente tutto quello che ho fatto. Ho avuto al mio fianco gente molto preparata, abbiamo sempre discusso tutto cercando di evitare di commettere gravi errori.
Qual è il suo giudizio sul lavoro dei tribunali locali dei paesi dell’ex Jugoslavia?
Pessimo. L’ho sempre ritenuto insoddisfacente, fin dall’inizio, quando c’era una maggiore volontà di fare giustizia. Innanzitutto hanno accumulato un grande ritardo, e molti esecutori restano ancora in libertà. Poi la pressione politica è ancora molto forte e le sentenze non sono quasi mai del tutto indipendenti.
Cosa risponde a chi sostiene che il tribunale dell’Aja ha processato e condannato soprattutto i serbi?
Francamente lo ritengo un argomento inutile e irrilevante. I serbi hanno commesso un maggior numero di crimini ed è quindi naturale che siano stati portati soprattutto loro di fronte alla giustizia. Ma abbiamo messo in stato d’accusa imputati di tutte le altre etnie.
Si è trovata di fronte uomini accusati di crimini terribili. Ha mai ravvisato in loro qualche rimorso?
A parte uno, che si è suicidato in carcere, nessuno degli altri ha riconosciuto le proprie colpe o ha provato a chiedere perdono. Purtroppo credo che la riabilitazione dei condannati all’Aja sia una missione impossibile. Dopo anni di detenzione chissà, ma ho poche speranze.
Anche dopo le dimissioni dalla Commissione d’inchiesta sulla Siria continua a credere nella giustizia internazionale?
Senza alcun dubbio. Stiamo attraversando un momento molto delicato, poiché sembra che dopo i passi avanti fatti con i tribunali per la ex Jugoslavia e per il Ruanda adesso stiamo tornando indietro. Non penso solo alla Siria, ma anche al Myanmar e allo Yemen, dove la giustizia pare improvvisamente sparita dall’orizzonte. È inaccettabile ma sapevamo fin dall’inizio che la giustizia internazionale funziona solo se sono gli stati a volerlo.
RM