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Srebrenica, i conti con la memoria

Avvenire, 8.7.2018

Quest’anno Omer Dudic potrà finalmente seppellire i suoi cari morti nel genocidio. I resti di suo fratello Nijazija e di sua cognata Remzija, all’epoca incinta di sei mesi, sono stati riconosciuti grazie all’analisi del dna nel centro di identificazione di Tuzla e i loro nomi figurano oggi nella lista delle 35 persone che saranno tumulate l’11 luglio durante le celebrazioni per l’anniversario del massacro di Srebrenica. “In quei giorni del 1995 avevo appena vent’anni – ci racconta visibilmente commosso – e riuscii a salvarmi per miracolo, fuggendo attraverso i boschi e camminando per oltre cento chilometri a piedi nudi. Da allora non ho mai smesso di cercare i miei parenti”. Oggi Omer fa il contadino a Osmace, un villaggio a poca distanza da Srebrenica, immerso tra le verdi campagne che circondano la valle della Drina, al confine tra la Bosnia e la Serbia. Si stenta a credere che solo pochi anni fa un luogo così silenzioso e poetico sia stato teatro di una feroce pulizia etnica. Dei circa mille abitanti che vivevano qui all’epoca adesso ne sono rimasti appena un’ottantina. Poche case sparse abitate perlopiù da qualche anziana vedova, un memoriale alle vitime della guerra e intorno distese di campi a perdita d’occhio. Campi che potrebbero essere coltivati, se solo ci fossero ancora le braccia per farlo. Da qui si arriva a Srebrenica in meno di mezz’ora, scendendo lungo la strada che Ratko Mladic e le sue truppe di carnefici percorsero dopo la definitiva caduta della città. La fisionomia della piccola piazza del centro è stata modificata di recente da un imponente edificio rosso che ospita un albergo e una banca turca. Di fianco, il minareto della principale moschea cittadina è sovrastato dalla cupola della chiesa ortodossa. Dopo quanto è accaduto nella prima metà degli anni ’90, la convivenza tra la comunità serba e la minoranza musulmana è una scommessa quotidiana. Anche quest’ultima vive ormai con fastidio la rumorosa macchina delle celebrazioni che si attiva ogni anno l’11 luglio, la sfilata annuale delle delegazioni internazionali, i riflettori che si accendono per mezza giornata e poi si spengono di nuovo fino all’anno successivo. “È vero, questo sarà il primo anniversario dopo la condanna di Mladic e la chiusura della Corte penale dell’Aja – riconosce Bekir, che era un bambino durante la guerra – ma qua le notizie delle condanne arrivano come un’eco distante, che non sposta gli equilibri quotidiani della gente comune”. I sopravvissuti e i parenti delle vittime sono costretti a convivere ogni giorno con la memoria del genocidio e a confrontarsi con una ricostruzione morale e materiale che pur dopo tanti anni stenta ancora a decollare. Nonostante le iniziative di riconciliazione nate in questi anni il tessuto sociale della città appare irrimediabilmente distrutto. Lo si percepisce negli sguardi degli abitanti e nell’atmosfera surreale che si respira nelle strade, dove i segni della guerra sono ancora ben visibili, con palazzi bombardati e mai ricostruiti a cominciare dal grandioso hotel Domavia, affacciato sulla piazza principale, alle spalle della grande moschea cittadina. Di quella che un tempo era un’elleccenza turistica dell’era titina, oggi resta soltanto un macabro scheletro di cemento abbandonato. Ma tutta la città è ancora costellata da edifici distrutti e case ricostruite, in un’alternanza che pare una metafora delle cicatrici lasciate nelle persone. “Il processo di riconciliazione continua a essere ostacolato dalle ideologie nazionaliste che gettano sale sulle ferite di un dramma cominciato molto tempo prima di quello che il mondo ricorda”, ci spiega Hasan Hasanovic, curatore del centro di documentazione del memoriale di Potocari, nel quale è sepolto anche suo padre. L’assedio dei nazionalisti serbi alla città iniziò in un giorno di primavera di venticinque anni fa, nel 1993. “L’Onu aveva negoziato un cessate il fuoco, la popolazione si illuse di poter tirare il fiato e noi bambini uscimmo a giocare a calcio nel cortile della scuola – ricorda – ma all’improvviso dalle montagne circostanti iniziarono a piovere granate sulla città. Una colpì in pieno il campo da gioco ed esplose a pochi metri da me”. Quel giorno Hasan si salvò per miracolo ma vide morire quattordici suoi compagni di scuola. La mattanza che si sarebbe compiuta due anni più tardi segnò anche il fallimento della comunità internazionale, come ricorda anche la mostra fotografica allestita nei locali dell’ex base Onu di Potocari. Con le 35 sepolture previste quest’anno, il totale delle inumazioni supererà quota 6800 ma il lungo processo per ridare un’identità ai resti delle vittime prosegue, anche perché i boschi intorno a Srebrenica continuano a restituire le ossa sepolte nelle fosse comuni. Dragana Vucetic, antropologa forense del centro di ricerca sulle persone scomparse di Tuzla, confema che sono circa un migliaio di vittime che restano ancora da identificare.
RM

I giochi della pace delle due Sarajevo

Venerdì di Repubblica, 23 febbraio 2018

Vucko, il lupacchiotto simbolo dei giochi invernali di Sarajevo del 1984, è ancora oggi uno dei gadget olimpici più venduti ma sta per essere mandato in soffitta da Groodvy, una palla di neve con i riccioli colorati che sarà la mascotte ufficiale delle prossime Olimpiadi della gioventù del 2019. A distanza di trentacinque anni, la città bosniaca tornerà a essere una capitale dello sport con un evento che avrà ricadute positive anche sul piano politico. I giochi del 1984 sono l’emblema dei tempi che precedettero la guerra nell’ex Jugoslavia e il terrificante assedio della città che durò quattro anni, causando oltre undicimila morti. Quei giorni di sport, ancora ricordati con nostalgia, torneranno l’anno prossimo con una manifestazione che si svolgerà, come recita il sito ufficiale, a “Sarajevo e Sarajevo est”. Già, perché forse non tutti sanno che tra le eredità di quel conflitto c’è anche la divisione della città in due parti: la Sarajevo propriamente detta, capitale della Bosnia Erzegovina, e quella nota come Istočno Sarajevo (Sarajevo est), a maggioranza serba e situata amministrativamente nella Repubblica Srpska. Una frontiera invisibile creata dalla guerra, con confini che in alcuni casi sono stati tracciati dividendo i due lati della stessa strada. Nessuna restrizione alla mobilità per gli abitanti – c’è chi vive in una parte e lavora nell’altra -, se non per i taxi, che sono costretti a rimuovere le insegne in caso di “sconfinamento” per evitare multe salate. Ma a oltre due decenni dalla fine del conflitto, resistono ancora le divisioni etniche e i confini psicologici tra la gente, spesso alimentati dai politici che continuano a soffiare sul fuoco dei nazionalismi. Sarajevo doveva ospitare le Olimpiadi della gioventù europea già nel 2017, ma per convincere le due amministrazioni a lavorare insieme mettendo da parte i rancori del passato è stato necessario attendere altri due anni. Sia il vicesindaco di Sarajevo, Milan Trivic, che il presidente dell’assemblea di Sarajevo est, Miroslav Lucic, hanno affermato che si tratta di una grande occasione non soltanto per promuovere lo sport e il turismo nella regione, ma anche per dimostrare che una cooperazione tra le due parti della città – da sempre divise da una lettura contrapposta del recente passato – è finalmente possibile. Dal 9 al 16 febbraio 2019 circa 1500 atleti europei dai 14 ai 18 anni si sfideranno in sette specialità invernali e contribuiranno a superare barriere politiche e psicologiche, un po’ come sta accadendo in questi giorni tra le due Coree. Nei prossimi mesi ripartirà finalmente la cabinovia che si arrampica sul monte Trebević e congiunge le due parti della città. Il vecchio impianto, che portava sulle piste delle gare olimpiche del 1984, era stato abbattuto a colpi di mortaio e da quell’altura l’esercito serbo-bosniaco aveva bombardato la città per lunghi mesi. Le piste da slittino e da bob erano state minate, gli alberghi trasformati in centri di prigionia e di tortura. Il programma di riqualificazione previsto dalle Olimpiadi della gioventù ridarà vita finalmente anche a quel paesaggio spettrale dove giacevano i macabri resti di cemento di quelle strutture.
RM

Del Ponte: “All’Aja non potevamo fare di più”

Intervista al giudice Carla Del Ponte, procuratore capo del tribunale dell’Aja per l’ex Jugoslavia dal 1999 al 2007
(Avvenire, 14.10.2017)

Si definisce più una “cacciatrice di serpenti che una studiosa di diritto”. Carla Del Ponte ha trascorso gran parte della sua prestigiosa carriera di magistrato a dare la caccia ai criminali di guerra. Per otto anni è stata procuratore capo del Tribunale dell’Aja per l’ex Jugoslavia e di quell’organismo resta una delle figure più rappresentative. I Balcani, poi il Ruanda e in anni recenti anche la Siria, dove nell’estate scorsa ha abbandonato polemicamente la Commissione d’inchiesta dell’Onu sostenendo che ci sarebbero prove a sufficienza per condannare Assad, ma manca la volontà politica degli stati membri. In compenso, qualche giorno fa è arrivata finalmente la storica sentenza di condanna per Ratko Mladic. “È stata una grande soddisfazione – ci dice al telefono dalla Svizzera – perché dopo Milosevic era il principale responsabile dei crimini commessi durante la guerra nei Balcani. Sono felice soprattutto per le vittime”.
Quale sarà il giudizio della storia sul tribunale dell’Aja? Quali sono stati i maggiori successi e i principali fallimenti?
All’inizio c’erano difficoltà enormi e in pochi credevano che saremmo riusciti a portare di fronte alla giustizia i principali responsabili dei crimini commessi negli anni ’90. Quindi penso che la storia non potrà che ricordarlo come un grande successo per la giustizia internazionale. L’unico neo è stata la lunghezza dei processi. Sono stati troppo lunghi. Soprattutto a causa delle regole procedurali, essenzialmente di common law e quindi pensate per reati comuni, non per crimini del genere. In futuro bisognerà lavorare per ridurre la lunghezza dei processi.
Ritiene che si sarebbe risparmiato tempo con una procedura più vicina alla legislazione locale?
Certo. Il sistema di civil law si adatta meglio a questo tipo di crimini. Gli accertamenti oggettivi che non toccano la responsabilità degli accusati, una volta individuati devono poter essere utilizzati in tutti i processi. Invece finora è stato necessario ripetere la prova ogni volta.
Poteva essere fatto di più con una maggiore collaborazione da parte degli stati?
No, perché il nostro mandato era limitato e potevamo occuparci soltanto degli alti responsabili politici. Purtroppo non è stato possibile arrivare ai cosiddetti “livelli medi” anzi, il Consiglio di sicurezza ha persino accorciato la lista degli accusati.
Ripensando ai suoi anni da procuratore capo, c’è qualcosa che non rifarebbe?
No, penso che rifarei esattamente tutto quello che ho fatto. Ho avuto al mio fianco gente molto preparata, abbiamo sempre discusso tutto cercando di evitare di commettere gravi errori.
Qual è il suo giudizio sul lavoro dei tribunali locali dei paesi dell’ex Jugoslavia?
Pessimo. L’ho sempre ritenuto insoddisfacente, fin dall’inizio, quando c’era una maggiore volontà di fare giustizia. Innanzitutto hanno accumulato un grande ritardo, e molti esecutori restano ancora in libertà. Poi la pressione politica è ancora molto forte e le sentenze non sono quasi mai del tutto indipendenti.
Cosa risponde a chi sostiene che il tribunale dell’Aja ha processato e condannato soprattutto i serbi?
Francamente lo ritengo un argomento inutile e irrilevante. I serbi hanno commesso un maggior numero di crimini ed è quindi naturale che siano stati portati soprattutto loro di fronte alla giustizia. Ma abbiamo messo in stato d’accusa imputati di tutte le altre etnie.
Si è trovata di fronte uomini accusati di crimini terribili. Ha mai ravvisato in loro qualche rimorso?
A parte uno, che si è suicidato in carcere, nessuno degli altri ha riconosciuto le proprie colpe o ha provato a chiedere perdono. Purtroppo credo che la riabilitazione dei condannati all’Aja sia una missione impossibile. Dopo anni di detenzione chissà, ma ho poche speranze.
Anche dopo le dimissioni dalla Commissione d’inchiesta sulla Siria continua a credere nella giustizia internazionale?
Senza alcun dubbio. Stiamo attraversando un momento molto delicato, poiché sembra che dopo i passi avanti fatti con i tribunali per la ex Jugoslavia e per il Ruanda adesso stiamo tornando indietro. Non penso solo alla Siria, ma anche al Myanmar e allo Yemen, dove la giustizia pare improvvisamente sparita dall’orizzonte. È inaccettabile ma sapevamo fin dall’inizio che la giustizia internazionale funziona solo se sono gli stati a volerlo.
RM

La giustizia imperfetta dell’Aja

Avvenire, 10 dicembre 2017

Il sipario è calato definitivamente pochi giorni fa, con l’immagine-choc del generale croato che inghiottiva il veleno in diretta tv, davanti ai giudici dell’Aja. Ma nella lunga storia della prima istituzione di giustizia internazionale dai tempi della Seconda guerra mondiale non sono mancati i colpi di scena. Basti ricordare la fine improvvisa del principale imputato, l’ex presidente serbo Slobodan Milosevic, che nel 2006 morì in carcere prima della sentenza, o il misterioso suicidio in cella di Milan Babic, leader dei serbi di Krajina, appena una settimana prima. O ancora la vicenda della giornalista francese Florence Hartmann, che l’anno scorso fu rinchiusa per alcuni giorni in isolamento all’Aja accanto al genocida Ratko Mladic. Era stata tra le prime a denunciare le operazioni di pulizia etnica, poi aveva lavorato come portavoce del procuratore capo Carla Del Ponte, infine era stata condannata per aver citato in un libro alcune decisioni riservate della corte. Fu forse l’atto più paradossale di un organismo che sarà consegnato alla storia attraverso una lettura in chiaroscuro, solcata da molte ombre ma anche da una serie di innegabili successi.

Slobodan Milosevic

Il tribunale dell’Aja per l’ex Jugoslavia fu istituito dall’Onu nel 1993, a conflitto ancora in corso, sulla falsariga dei tribunali creati cinquant’anni prima a Norimberga e a Tokyo, allo scopo di processare i criminali di guerra che avevano agito in Bosnia Erzegovina e in Croazia. Nel corso degli anni è stato poi ampliato fino a includere le violazioni commesse durante i conflitti in Kosovo e in Macedonia. Molti lo considerano ancora oggi soltanto uno strumento con il quale la comunità internazionale ha cercato di pulirsi la coscienza di fronte all’indignazione dell’opinione pubblica per l’inerzia mostrata a lungo nei Balcani. Nell’arco di circa un quarto di secolo, il lavoro dei giudici dell’Aja è stato accusato di faziosità, criticato per l’eccessiva lunghezza dei processi, stigmatizzato per alcune assoluzioni, su tutte quelle del leader dei radicali serbi Vojislav Šešelj, del generale croato Ante Gotovina e del comandante dell’Uck Ramush Haradinaj. Persino le grandi speranze riposte in un suo possibile effetto catartico sono state completamente deluse. Molti anni fa, il giurista italiano Antonio Cassese, che fu il primo presidente del tribunale dell’Aja, scrisse in un rapporto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu che il tribunale si proponeva di promuovere la riconciliazione tra i popoli: un obiettivo del tutto disatteso, che mesi fa è stato persino smentito dall’attuale presidente, il maltese Carmel Agius, il quale ha affermato che la riconciliazione non rientrava tra gli obiettivi del tribunale. L’organismo dell’Aja non è riuscito neanche a fare i conti con una memoria selettiva e arbitraria. Oggi la Bosnia è un paese profondamente diviso su base etnica, con molti criminali di guerra ancora liberi e impuniti, dove i condannati si credono vittime e i nazionalisti di ciascuna fazione continuano a promuovere una narrazione incentrata sul revisionismo e il negazionismo. Secondo un recente sondaggio d’opinione appena un cittadino su sei, in Bosnia, ritiene che le tre etnie presenti nel paese abbiano raggiunto un livello accettabile di integrazione, e circa il 30% degli intervistati è convinto che un ritorno alle armi rappresenti uno scenario più che plausibile.
Con queste premesse, l’esperienza del tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia sembrerebbe essersi risolta in un fallimento. Ma osservarne i limiti senza citare i successi porterebbe inevitabilmente a un giudizio riduttivo, e quindi fuorviante. Quella dell’Aja passerà infatti alla storia come la prima corte che è stata capace di incriminare un capo di stato per i reati di genocidio e crimini contro l’umanità, anche se Milosevic è morto prima di arrivare al verdetto. Combinando tradizioni giuridiche spesso incompatibili, in assenza di molti poteri di base dei sistemi giudiziari nazionali, è riuscito a giudicare i responsabili di alcuni degli atti più feroci commessi in Europa negli ultimi decenni, dimostrando che ormai nessuno può godere dell’impunità o sfuggire alla giustizia, di fronte a certi crimini. Muovendosi nel sottile crinale che divide la sovranità nazionale e la responsabilità internazionale, nella zona grigia tra ambito giudiziario e politico, ha incriminato persone appartenenti a tutti i gruppi etnici facendo sì che nessun popolo dell’ex Jugoslavia possa proclamarsi esclusivamente vittima di quanto è accaduto. Dopo aver stabilito che l’eccidio di Srebrenica fu un genocidio, la corte dell’Aja ha condannato per la prima volta lo stupro come forma di tortura e la schiavitù sessuale come crimine contro l’umanità. Ma il suo contribuito allo sviluppo del diritto internazionale umanitario si è spinto anche oltre, ispirando l’istituzione dei tribunali speciali per i crimini di guerra in Ruanda, in Sierra Leone, a Timor Est, in Libano e in Cambogia, nonché la Corte penale internazionale istituita nel 2002. In Bosnia, in Croazia, in Serbia e in Kosovo ha inoltre favorito la creazione di tribunali nazionali per processare gli imputati di crimini di guerra di medio e basso rango. Il 19 dicembre i motori della macchina dell’Aja saranno ufficialmente spenti e il testimone passerà a un “meccanismo residuale” incaricato di portare avanti i procedimenti in corso e altre funzioni del tribunale, tra cui il sostegno e la protezione dei testimoni, il controllo dell’esecuzione delle pene e la conservazione dei suoi imponenti archivi.
RM

Ergastolo per Mladic, il “boia dei Balcani”

Avvenire, 23.11.2017

Quando il giudice olandese Alphons Orie legge la sentenza che lo condanna all’ergastolo, Ratko Mladic non è più nell’aula del tribunale. Si è fatto cacciare un’ora prima, dopo essersi messo a inveire contro la corte, in piedi, con il viso paonazzo. “Questa è tutta una menzogna”, aveva gridato rivolto ai giudici dell’Aja. Eppure contro di lui esistono persino prove autografe schiaccianti, come i diciotto quaderni di appunti scritti di suo pugno durante gli anni della guerra nell’ex Jugoslavia, che confermano il suo ruolo di primissimo piano in un conflitto che causò oltre centomila morti e circa due milioni di profughi. Il “boia dei Balcani”, l’uomo che con le sue truppe assediò Sarajevo per oltre quattro anni e poi orchestrò il genocidio a Srebrenica era entrato in aula alle 10 in giacca scura, camicia bianca e cravatta rossa, sorridendo alle telecamere e iniziando ad ascoltare attentamente gli orrori elencati dal giudice. Per poco meno di un’ora si è limitato a fissare la corte con uno sguardo sprezzante, annuendo in segno di sfida, o scuotendo la testa. Poi ha chiesto un’interruzione della seduta per andare in bagno, accusando un calo di pressione, mentre il suo legale cercava inutilmente di rinviare l’udienza lamentando ancora una volta i problemi di salute dell’imputato. Al rientro in aula, Mladic ha cominciato a dare in escandescenze, insultando i giudici e costringendoli ad allontanarlo definitivamente. Pochi minuti prima di mezzogiorno il giudice Orie ha letto la sentenza, che condanna l’ex generale serbo-bosniaco 74enne al massimo della pena prevista – l’ergastolo – dichiarandolo colpevole di ben dieci degli undici capi d’imputazione che gli erano stati contestati. Tra questi figurano il genocidio, la persecuzione per motivi etnici e religiosi ai danni di musulmani bosniaci e croato bosniaci, lo sterminio, la deportazione, la cattura di ostaggi e gli attacchi contro i civili. Mladic è stato invece assolto dal reato di genocidio per gli atti compiuti dalle truppe serbo-bosniache a Prijedor e in altre cinque municipalità della Bosnia, all’inizio della guerra.
Il Tribunale penale dell’Aja l’aveva incriminato per la prima volta nel 1995, quattro mesi prima che la pace di Dayton sancisse la conclusione del conflitto bosniaco. Dopo la guerra divenne uno degli uomini più ricercati del mondo ma continuò per anni a vivere a Belgrado da uomo libero, protetto dal governo e dall’establishment militare serbo. Fu costretto a nascondersi soltanto a partire dal 2003, quando il governo serbo iniziò a collaborare con il tribunale. Ma per arrivare al suo arresto, nel piccolo villaggio di Lazarevo, è stato necessario attendere il 26 maggio 2011. La sua latitanza è durata quasi sedici anni, più di quella di Adolf Eichmann, e quello a suo carico è stato il più importante processo per crimini di guerra svolto in Europa dai tempi del tribunale di Norimberga contro i gerarchi nazisti. È durato complessivamente oltre quattro anni, durante i quali sono stati ascoltati quasi seicento testimoni ed esaminati circa diecimila elementi di prova. Nel corso dei dibattimenti Mladic ha sempre proclamato la sua innocenza, ripetendo di aver agito per difendere il popolo serbo, nonostante le prove schiaccianti prodotte contro di lui, a cominciare dalle intercettazioni radio dell’assedio di Sarajevo, nelle quali l’ex generale ordinava di aprire il fuoco sui quartieri dove abitava un maggior numero di musulmani e di privare la popolazione di acqua, luce e aiuti umanitari per ridurla alla fame. Nel corso delle sedute ha più volte provocato le vittime e i familiari presenti in aula, ha ripetutamente contestato l’autorità della corte rifiutandosi di eseguire gli ordini dei giudici, e fino alla fine ha chiesto rinvii ostentando le sue precarie condizioni di salute.
Condannandolo all’ergastolo, il Tribunale dell’Aja ha riconosciuto le sue responsabilità individuali in quanto comandante dell’esercito serbo-bosniaco e ha lanciato un segnale importante contro l’impunità che è stata accolto con soddisfazione dalle Madri di Srebrenica e da Amnesty International. “Mladic è l’incarnazione del male ma non è sfuggito alla giustizia. questa è una vittoria epocale”, ha dichiarato il responsabile dei diritti umani delle Nazioni Unite, Zeid Raad al-Hussein, subito dopo la lettura della sentenza. Monsignor Ivo Tomasevic, segretario generale della Conferenza episcopale della Bosnia-Erzegovina, ha invece sottolineato con tristezza che dopo molti anni non è emerso in lui alcun desiderio di ammettere le proprie colpe. La condanna di Mladic in primo grado – dopo quella di Radovan Karadzic pronunciata nel marzo 2016 – è di fatto l’ultima grande sentenza del tribunale per l’ex Jugoslavia che chiuderà i battenti alla fine dell’anno, dopo oltre vent’anni di attività. È però improbabile che riesca a lenire le divisioni ancora presenti nell’ex Jugoslavia, dove Mladic è ritenuto un feroce criminale di guerra dai croati e dai bosniaci musulmani mentre molti serbi continuano a considerarlo un eroe e negano il genocidio di Srebrenica. I suoi avvocati hanno già annunciato ricorso contro una sentenza che il figlio di Mladic, Darko, non ha esitato a definire “propaganda di guerra”.
RM